Schizzi d’autunno

In questo autunno 2025, al gruppo abbiamo in corso due iniziative:

  • una parte da Max Rigano, giornalista;
  • l’altra da Massimo Zanchin, componente del gruppo A. S. di Opera.

 

Max Rigano è già al lavoro con un giornalista radiofonico, Daniele Biacchessi, che conduce la trasmissione “Il Timone” e con il quale ha concordato di fare diverse interviste ai componenti del gruppo. Dopo la prima a me (andata in onda nei giorni scorsi), Max intende procedere con interviste ad alcuni degli altri componenti del gruppo (ex detenuti, comuni cittadini, familiari di vittime di reato, studenti tirocinanti e detenuti in carcere).

Le interviste riguardano cosa è il gruppo e cosa fa, qual è il ruolo di ciascuno all’interno, i nostri obiettivi, cosa ciascuno di noi ne ricava, ecc.  Le interviste sono individuali. Ognuno potrà concordare con Max dove vedersi o sentirsi e sarà lui a coordinare la comunicazione (la sede di Via Sant’Abbondio, se serve, è comunque utile allo scopo; volendo, lì si può procedere anche con due o tre interviste di seguito). L’intervista viene registrata durante l’incontro a due e poi diffusa nel corso della trasmissione radiofonica mattutina “Il Timone”.

Non posso escludere che, strada facendo, le interviste possano essere estese a direttori di carcere e magistrati. In fondo, è già successo qualcosa del genere con Byoblu, dove agli incontri sono stati presenti anche un magistrato e la direttrice del carcere di Monza.

Invito i componenti del gruppo che hanno piacere di prendere parte all’iniziativa a darmene segno, così che io possa metterli in comunicazione con Max Rigano. La prima intervista deve avvenire nei primi giorni della prossima settimana (29 o 30 settembre).

 

Nata su suggerimento di Massimo Zanchin, l’iniziativa prevede che un componente del gruppo racconti al tavolo un episodio della sua vita. Ognuno, detenuto o meno, sceglie di raccontare quello che gli pare, senza altro vincolo se non quello di stare dentro i 15 minuti.

Le persone sedute al tavolo, concluso il racconto, pongono domande al protagonista della giornata, fanno osservazioni, critiche, richieste di chiarimenti, portano ricordi personali evocati dal racconto. Ne vengono fuori riflessioni di ogni tipo, come di norma accade al tavolo del gruppo.

Infine, il coordinatore del gruppo propone una sua interpretazione del racconto e degli interventi che ne sono seguiti.

L’iniziativa prevede che per ogni racconto venga realizzato un podcast per la radio o per una puntata televisiva di circa 30/45 minuti. Per procedere alla registrazione occorre ovviamente l’autorizzazione della direzione delle diverse carceri.

Se Andrea Spinelli o una persona che sa disegnare vorrà corredare lo snodarsi del racconto e degli interventi con schizzi o bozzetti che riprendano alcuni dei passaggi, avremo delle puntate televisive più ricche.

Al momento, siamo già alla 7° puntata, di cui 5 nel carcere di Opera, una a San Vittore e l’altra a Bollate. Nel carcere di Opera il racconto ha luogo tutti i mercoledì: al mattino con il gruppo dell’Alta Sicurezza, al pomeriggio con quello della Media Sicurezza.

Non escludo che nel tempo si possano avere al gruppo giornate in cui il racconto verrà proposto da soci del Rotary o da ospiti esterni.

L’iniziativa sarà anche oggetto di studio per i tirocinanti universitari che frequentano il gruppo, ai quali viene richiesto di trascrivere il racconto, di riassumere i passaggi ritenuti significativi della giornata e di collegarli con le teorie e le griglie di lettura degli autori conosciuti attraverso i loro studi universitari.

Anche questi racconti, che si muovono tra errori, paure, fantasie, aspirazioni, sono uno strumento della nostra palestra.

Angelo Aparo

La nostra palestra

Il mio (non) tirocinio

Il mio ingresso in carcere
La complessità della relazione tra un’autorità, come un genitore, e un bambino o un adolescente è stato il primo argomento affrontato appena entrata in carcere presso la casa circondariale San Vittore con il progetto “Alla ricerca del padre” e pressoo la casa di reclusione di Milano–Opera con il progetto “Restart Opera 2 – Progetto Genitorialità”.

Attraverso questi due progetti ho sperimentato il punto centrale del gruppo: l’incontro tra il mondo del carcere e la società. Il gruppo infatti costituisce un ponte tra interno ed esterno e permette di vivere ai detenuti e ai liberi cittadini quel senso di reciproca appartenenza che le mura del carcere tendono a cancellare.

Dal primo incontro ho capito che avevo il dovere di mettermi sullo stesso piano dei presenti, sul piano del “tavolo del gruppo” in cui si parla liberamente di ogni pensiero, emozione ed esperienza. Il clima che ho da subito percepito è stato quello di un ascolto costruttivo, alle volte anche critico. Il tavolo è un flusso di pensieri, anche confuso e disordinato, che alla fine di ogni incontro trova spazio nelle coscienze dei presenti.

I progetti permettono di comprendere che non c’è differenza di emozioni tra chi è dentro e chi è fuori dal carcere ma che la differenza sta nella direzione di vita che ogni persona ha intrapreso. È dunque fondamentale che ogni persona comprenda la propria storia, l’importanza del suo valore e di raccontarsi ai propri figli: bisogna accettare di aprirsi per rendersi credibili. Ogni figlio ha bisogno di percepire autenticità perché questo permette di avere stima dei propri genitori, e questo aiuta ad evitare la strada dell’abuso.

Attraverso gli incontri durante il progetto “Restart” ho vissuto le difficoltà dei genitori detenuti a dover raccontare ai figli la propria storia e ciò che ha portato loro ad abusare dell’altro. Il valore di questi incontri è percepibile da chiunque abbia la possibilità di partecipare, ma ho toccato con mano la sua rilevanza nel racconto di Michelangelo che, dopo un mese dalla fine del progetto, ha riferito al gruppo di essere riuscito a raccontare a suo figlio la realtà della sua storia personale.

Incontri del gruppo in carcere
Il lavoro del gruppo all’interno del carcere è volto principalmente a indagare i motivi sottostanti al reato e ciò avviene attraverso un dialogo circolare tra detenuti e liberi cittadini. Il gruppo si riunisce il lunedì nel carcere minorile Cesare Beccaria dalle 15 alle 17, il mercoledì nel carcere di Opera dalle 9:30 alle 13:00 con l’Alta Sicurezza e dalle 13:00 alle 15:00 con la Media Sicurezza, il giovedì nel carcere di San Vittore dalle 10 alle 12:30 e nel carcere di Bollate dalle 14:30 alle 17:30.

Grazie agli incontri in carcere ho compreso che la responsabilità si riferisce alla capacità di rispondere delle proprie scelte, una capacità che si acquisisce nel tempo attraverso il legame con le figure di riferimento: la diversità nella percezione del senso di responsabilità è strettamente connessa alle esperienze di vita. Ognuno nel corso della propria vita beneficia di officine differenti, come la famiglia e le amicizie, da cui elabora il senso di responsabilità. Capita che persone che hanno frequentato officine equivalenti possiedano un senso di responsabilità differente e ciò dipende dalle esperienze, speranze e illusioni che ogni individuo sperimenta dentro di sé.

Essere giuridicamente responsabile di un reato non equivale necessariamente a percepire la propria responsabilità ed è per questo motivo che alcuni detenuti indicano il proprio reato attraverso il riferimento all’articolo del codice corrispondente, senza soffermarsi sulla dimensione emotiva legata all’atto commesso. Il tavolo del gruppo consente al detenuto di rintracciare la camera dei propri pensieri al momento del reato, permettendo di considerarlo nelle sue dinamiche emotive sottostanti. Una testimonianza a tal proposito è il racconto di Antonio Tango, ex detenuto appartenente al gruppo da 17 anni, che attraverso la frequenza al gruppo ha compreso che nel corso della sua vita è stato… “un burattino nelle mani del suo burattinaio, la rabbia“.

Attraverso questa testimonianza, e quella di molti altri detenuti, ho compreso che spesso l’uomo commette reati per rovesciare la sua condizione da vittima a carnefice. In questo contesto il reato si configura come lo strumento attraverso cui rivendicare la sofferenza vissuta all’interno delle relazioni significative.

Più volte nel corso di questi mesi ho sentito affermare da alcuni detenuti di non poter riconoscere e ricordare i volti delle proprie vittime e questa dichiarazione è la testimonianza del fatto che chi subisce il reato è il destinatario di una vendetta che in realtà è rivolta alle figure di riferimento dell’autore del reato e alle loro mancanze. La vittima dunque viene percepita come un oggetto tramite cui è possibile rivendicare la propria ferita e al tempo stesso come un ostacolo al raggiungimento di ciò non si possiede ma si desidera ottenere.

A tal proposito la partecipazione dei familiari di vittime di reato al tavolo del gruppo riveste un ruolo fondamentale perché favorisce l’umanizzazione dell’altro e restituisce un volto a ciò che inizialmente era percepito solamente come un oggetto, un mezzo per affermare sé stessi. L’incontro con i familiari consente dunque di comprendere le conseguenze delle proprie azioni: “il riconoscimento è centrale nella vita di tutti e la sua mancanza causa deviazioni negative dal proprio progetto di vita e di conseguenza nel progetto della collettività” (Aparo, Opera, 2025).

Il lavoro del gruppo all’interno del carcere è quindi volto all’evoluzione dell’autore di reato, non al suo cambiamento. L’evoluzione qui intesa considera la responsabilità di ogni singolo nei riguardi della collettività perciò il detenuto viene costantemente stimolato a riconoscesi nell’altro poiché la libertà di ciascuno è strettamente connessa alla relazione con gli altri. Attraverso il dialogo al tavolo del gruppo, il detenuto sperimenta il senso di costruzione e comprende l’importanza del lavoro.

Il lavoro che il detenuto deve svolgere durante il suo percorso consiste nell’impegno a costruire insieme ai volontari e ai familiari di vittime di reato per consolidare la sua identità, un’identità che deve però essere esercitata per essere mantenuta perché è qualcosa di dinamico e non di statico: “Bisogna farsi carico del fatto che l’identità è qualcosa che va accudita per evitare la sua regressione” (Aparo, Opera, 2025).

Il lavoro del gruppo della trasgressione all’interno del carcere evidenzia che non è sufficiente incontrare l’altro per evolversi, ma bisogna coltivare la ricerca e l’evoluzione domandando, ascoltando e riflettendo. Al gruppo è fondamentale poter parlare di tutto ciò che riguarda l’uomo, non devono esistere tabù perché ogni componente del tavolo deve assumersi la responsabilità di esporsi, mettersi in gioco e confrontarsi. Il tavolo del gruppo rappresenta uno spazio in cui non è consentito assumere il ruolo di spettatore: ciascun partecipante ha il dovere di manifestare autenticamente sé stesso.

Il mio (non) tirocinio al gruppo della trasgressione
Il “non” tra parentesi ha un significato specifico che non intende svalutare l’esperienza formativa a cui ho avuto la possibilità di partecipare. Quel “non” ha una connotazione estremamente affettiva perché ho vissuto un tirocinio non ordinario, al di fuori di ogni schema lavorativo che potevo immaginare. Se penso a questi mesi al gruppo ciò che più mi viene in mente è l’imprevedibilità, un concetto a cui ho sempre attribuito un valore negativo ma che ad oggi mi ha permesso di crescere come persona.

Durante gli incontri a scuola ho preso parte al Mito di Sisifo e ho recitato la parte di uno dei personaggi e ho inconsapevolmente preso parte alla simulazione di una rapina. Durante gli incontri in carcere sono stata inaspettatamente stimolata nella mia storia personale e nei miei ricordi. Mi sono emozionata, ho perso il controllo della mia emotività e mi sono sentita libera e accolta. Ho anche accolto l’emotività degli altri e mi sono sentita vicina a storie che credevo troppo distanti da me. La bellezza del gruppo risiede nella moltitudine di persone, personalità e vissuti che si fondono insieme per ritrovare una continuità nella propria storia di vita. Il gruppo permette a chiunque di evolversi e di ritornare sulla strada su cui ci si era persi o di costruirne di nuove.

Al gruppo sento di aver avuto la possibilità di costruire un nuovo sentiero per la mia vita futura e per questo ringrazio ogni persona con cui ho avuto la possibilità di condividere questi mesi. Un sentito e doveroso ringraziamento al dott. Aparo, a Lara e ad Antonio.

Carolina Rocca

Relazioni di tirocinio

Tre anni

È una gioia immensa questa che sento oggi. Poche volte nella mia vita mi sono sentito così. In passato, le poche volte che ho provato una gioia era finta, ed è stato per delle cose negative. Ma oggi questa gioia è per qualcosa di bello, di vero, per un traguardo personale che non mi sarei mai immaginato di raggiungere.

Sono stati tre anni impegnativi di studio, con tanti alti e bassi, in realtà con più bassi che alti, tre anni nei quali ho avuto anche la voglia di mollare, tre anni nei quali mi sono sentito solo e anche incompreso, ma anche tre anni nei quali ho avuto il sostegno dalle persone che non mi aspettavo.

Questa soddisfazione che oggi sento non ha prezzo, è una soddisfazione doppia perché nessuno ci credeva, nessuno avrebbe mai detto che Alex portava a termine i suoi studi, che Alex, quel ragazzino abituato a fare del male, si prendeva il diploma e diventasse un ragioniere.

Oggi mi sento felice perché a dire la verità questo è soltanto l’inizio della mia rivincita, perché oggi so veramente che cosa voglio per me, questo è senza dubbio il traguardo più importante della mia vita e so pure che è il primo di tanti che desidero raggiungere.

Alla fine sono arrivato, non come primo perché non è mai stata quella la mia intenzione, la mia vera e propria intenzione era arrivare lì, perché per me non conta arrivare per primo ma saper arrivare ed io ce l’ho fatta.

Ho fatto tanti sacrifici ma ne sono fiero perché ne è valsa la pena, vedo il mio percorso e sono orgoglioso di ogni cosa che ho fatto, questa mia vittoria personale mi fa capire che ho le capacità per raggiungere i miei sogni.

Sorrido perché ancora non ci credo, è una sensazione bella e unica, mi sento fortunato per tutto, iniziando perché Dio mi ha sempre voluto bene, perché mi ha mandato delle persone che mi hanno accompagnato nel mio viaggio come i volontari, i miei professori, la mia psicologa che ha visto la mia crescita, il mio criminologo, la mia educatrice che ci ha creduto e che mi ha sostenuto sempre anche nel giorno della mia prova orale, avere avuto lei lì è stata una cosa bellissima, anche avere alcuni amici detenuti che mi hanno sostenuto è stato bello.

Tutto ciò mi fa pensare quanto sono fortunato, non so ma questo mio traguardo lo dedico a loro, anche a mia figlia che è una delle ragioni del mio cambiamento, a mia nonna che so si sentirà orgogliosa di me per questo mio obiettivo, alla mia compagna che c’è stata sempre e mi ha sempre motivato, alla mia famiglia perché a modo loro ci sono stati, ma soprattutto lo dedico ai miei cugini che non ci sono più, so che pure voi siete orgogliosi di me ovunque voi vi troviate.

Anche se nella mia vita ho sbagliato tanto, l’opportunità che la vita mi ha dato di riprendermi tutto ciò che avevo perso non la sprecherò di nuovo, lotterò, ci proverò come sempre ho fatto anche quando la fatica si farà sentire, anche quando la vita mi colpirà, so che li troverò la mia forza e continuerò ad andare avanti.

Oggi ringrazio le persone che hanno creduto in me, ringrazio Dio perché mi ha permesso di essere ancora qui in vita, cercherò ogni giorno la voglia per raggiungere i mei sogni anche se mi trovo qui in carcere, perché è da qui che nasce la mia rivincita personale!

Alex Chicas

L’infinito senza stellePercorsi della devianza

L’alba inattesa

Cardedu, 23 agosto 2019

Sono grato.

Stride molto questo sentimento con questo giugno pieno di fatica e disillusione.
Eppure sono grato, non c’è più alcun dubbio.

Durante l’ultimo nostro incontro in carcere, il 10 maggio scorso, seduto – come nel primo nostro ingresso a San Vittore del 12 aprile – tra Luca e Francesco, a un certo punto mi sono ritrovato gli occhi pieni di lacrime ma non riuscivo a capire bene perché.

Mi ero riproposto che dovevo pensarci bene, lasciando che quelle emozioni inattese continuassero a trafiggermi senza però consentire che l’effetto benefico si esaurisse al risveglio, l’indomani mattina.

La fretta di dover cambiare argomento o tonalità, ritornando ai ritmi frenetici appena usciti dal sottosuolo di San Vittore, doveva arrendersi – per una volta – alla necessità di trovare quella risposta: perché?

Ci voleva del tempo, certo. Come tutte le cose.

Ma poi questa ultima settimana, segnata dai riti di passaggio tipici della fine della quinta elementare e della terza media (una congiunzione astrale difficile da gestire all’interno di un’unica famiglia), mi ha regalato il tesoro nascosto.

Sono grato alla maestra di mia figlia che, dopo un anno di relazioni sempre più difficili all’interno della sua classe, è riuscita a trasformare quelle difficoltà in opportunità di crescita. La fine della cerimonia di graduation restituiva plasticamente l’obiettivo educativo (prima che scolastico), io – con la mia rigidità nel rapporto genitore/insegnante – non trovavo le parole adatte neppure per un semplice “grazie” e lei mi ha colto di sorpresa con un “beh, ora possiamo abbracciarci anche noi?”.

Sono grato a quei capi scout che neppure io conoscevo e che hanno custodito mia figlia lo scorso weekend accompagnandola per mano dentro un territorio che lei neppure voleva conoscere. Di ritorno a casa la domenica, ho ritrovato nel suo entusiasmo un tratto che abitava un tempo anche in me, perché a volte la timidezza del carattere non riesce a farti indirizzare lo sguardo verso l’impensabile e l’inimmaginabile.

Sono grato alle insegnanti e agli insegnanti di mio figlio che – dopo essersi presi cura per oltre due anni e mezzo non solo del suo sapere ma anche della sua adolescenza inquieta, con un entusiasmo e una dedizione che più volte mi ha intimamente commosso- lo accoglieranno oggi alle 8.00 per l’esame orale di terza media, nonostante tutto questo non gli abbia fatto prendere sonno questa sera dopo aver preparato uno zaino con 12,5 kg di libri dentro. E io, con lui, a sperare che arrivasse finalmente Morfeo a dare forma ai suoi sogni. E in quella attesa durata due ore, disteso accanto a lui sullo stesso letto, non mi preoccupavo tanto di non avere ricordi nitidi né della fine della quinta elementare né della fine della terza media. Perché a me basta il ricordo della maturità, come se fosse stato ieri, quando sono uscito da quell’aula dopo l’esame orale. Mi sono guardato indietro per rendere indelebile quello che finora così è rimasto in me:  quella sensazione del me-che-chiudo-quella-porta, lentamente. Un misto di rimpianto e soddisfazione.

Un qualcosa che – quando sei giovane – è in parte differente da quello stare, come magnificamente indica Nicolò Fabi, “nella pausa che c’è tra capire e cambiare” tipica dell’età che ci ostiniamo a chiamare adulta.

Capivo (ma forse solo intuivo) che era finito un ciclo della mia vita ma quella mia stessa vita non mi aveva ancora fornito gli strumenti di consapevolezza per comprendere che quella porta, così consapevolmente chiusa, avrebbe aperto realmente ad un cambiamento.

Eppure quel momento è stato forse la mia prima alba, attesa per tanto tempo anche se non sapevo, appunto, quale territorio nuovo avrebbe illuminato.

Un qualcosa dunque che, come spiega invece Andrea Parodi, assomiglia forse più all’abacada: “nella lingua sarda …. significa momento di contrapposizione paritetica di forze, caratterizzato dalla serena calma che precede il cambiamento e la svolta esattamente come quei brevi, intensi istanti che non sono ancora giorno e non sono più notte”. E proprio a questo pensavo, ricordo ugualmente indelebile, nell’agosto 2019 quando per la prima volta ho portato mio figlio a fare il bagno in quella precisa scansione temporale, nel mare di Cardedu.

Ed è accaduto nelle vacanze natalizie di quello stesso anno, volendo invece mettere meglio a fuoco il rapporto di padre con mia figlia più piccola, che mi sono ritrovato tra le mani il libro di Alberto Pellai “Da uomo a padre”. Anche di questo sono grato, a lui che lo ha scritto quanto all’insieme di circostanze – che non riesco a ricostruire perché da me neppure lontanamente immaginate – che me lo ha fatto, appunto, trovare e mettere in valigia.

E alla fine quella lettura (che si è fermata a lungo, a pag. 173, sulla “permanenza della <<zona grigia>>”, ovvero “chi è stato mio padre per me? Che ruolo ha giocato nel determinare la persona che sono, ciò che avrei voluto essere? Come mi ha permesso di realizzare ciò che sognavo di fare della mia vita?”) si è trasformata, ugualmente inattesa ed inimmaginabile,  in una preziosa occasione per conoscerlo meglio, io che pensavo di aver compreso ormai tutto di lui e di avergli fino a quel momento sempre manifestato il mio affetto di figlio riconoscente.

Ecco, ora mi è chiaro: erano lacrime di gratitudine le mie, dentro il sottosuolo di San Vittore.

Dopo aver sentito il racconto del mio amico Luca sui padri che ha cercato da giovane con tutte le sue forze e fortunatamente adottato, in uno con il racconto di Francesco sul figlio in affido con tutte le fatiche quotidiane ma anche le gioie connesse, in quel momento ho pronunciato davanti a tutti parole a tratti confuse ma che effettivamente davano il senso anche del mio percorso di figlio, apparentemente cosi diverso da Luca,  e di padre, apparentemente così diverso da quello di Francesco.

Eppure, ripensando anche ora a quel preciso momento, mi sembra davvero che ci siamo tutti abbracciati. Nell’ascolto empatico anche con i padri e i figli detenuti, in quell’abbraccio collettivo credo che ognuno di noi – arrivati fino a quel crocevia, tutti da strade differenti  – sia riuscito a fare un po’ di pace con l’ideale del padre che avremmo voluto avere. E con l’ideale di padre che avremmo voluto essere ma che, ormai è chiaro a tutti, non siamo né riusciremo (mai/più) ad essere.

Di questa esperienza, tra le tante cose che conservo nel mio cuore, una immagine mi si è fatta ugualmente nitida in questa ultima settimana: non è tanto l’attesa dell’alba quello che ci renderà padri migliori, ma un’alba inattesa.

Per tutto questo sono grato ai padri, Juri compreso, che ho incontrato dentro e fuori da San Vittore in questi mesi. Sono sicuro che l’energia che è scaturita dal nostro stare insieme e dal nostro confronto “senza farci sconti” ci aiuterà ad indirizzare sempre più lo sguardo verso qualcosa di inimmaginabile al nostro primo appuntamento, un qualcosa di fronte al quale ciascuno di noi riuscirà – finalmente – a stupirsi di sé stesso.

Grazie ancora, a tutti noi insieme e a ciascuno di voi per quello che siete riusciti a donarmi!

Alla ricerca del padre

Il portiere Vasilij

Accadde una cosa che nessuno vide, ma che era più grave di tutto ciò che la gente vedeva”
Questo che scrive Tolstoj può benissimo essere appropriato in tanti altri punti di Denaro falso, man mano che la catena delle falsità si va propagandando. Ma qui mi sembra di notare un punto nodale del racconto, quello, cioè, di vedere come una cedola falsa possa cambiare completamente le carte in tavola nella vita delle persone e di come venga completamente stravolto il sistema di regole che una società si è dato.

Succede che la nota cedola falsificata e di cui  ci si deve liberare comunque al più presto, venga questa volta rifilata al venditore di legna Ivan Mirònov dal venditore di oggettistica per la fotografia, Jevghènij Michàjlovic, in cambio di un dato quantitativo di legna, appunto. Quando Mirònov, mezzo ubriacone i cui affari non vanno tanto bene, scopre che la cedola, creduta un affare, è in realtà manomessa e falsa, torna da chi gliel’ha ceduta e lo implora di riprendersela e restituire il maltolto. E qui le cose si complicano non poco. Michàjlovic umilia pubblicamente Mirònov, asserendo con (apparente) convinzione e un molto flebile patema d’animo, di non saperne nulla. Anzi dice che non ha mai incontrato quel povero disgraziato.

Ormai c’è di mezzo anche una guardia, che, tra quanto riporta l’ignorante MIrònov e quello che asserisce il signor Michàjlovic, sta dalla parte di quest’ultimo. Si va a processo!

Mirònov assolda un avvocato che crede nella sua versione dei fatti e Michàjlovic, con piglio sicuro, cerca il portiere Vasilij. Questi è una persona di cervello, elegante, a cui piace la bella vita. Da tre anni ormai si è allontanato dal suo povero villaggio, dove non succede mai niente di eccitante, ha lasciato la sua rozza moglie e vive in città al meglio che può. E’ il principio del piacere a guidare le sue giornate, compreso il fatto di leggere libri, andare a teatro, prendere e lasciare le donne che vuole… Tutte realtà semplicemente inimmaginabili nel paese che ha lasciato.

Tutto sembra andare bene fino a quando non si imbatte nella vicenda della cedola falsificata. Quando Michàjlovic gli chiede, pagandolo, di giurare e testimoniare il falso , egli accetta sia pur con qualche titubanza. Il fatto è che Vasilij è convinto che anche i signori abbiano le loro regole di comportamento, magari sconosciute alla plebaglia. Si fida e segue le indicazioni di Michàjlovic.

Il risultato del processo recita che il giudice crede a Michàjlovic e alla fasulla, ma apparentemente ineccepibile, testimonianza di Vasilij e condanna Mirònov come falso e imbroglione. Questi è disperato, ben sapendo come stavano veramente le cose, implora e si appella anche alla religione, ma non c’è niente da fare. Deve pagare persino le spese inerenti al processo, ma Michàjlovic, da gran signore (?!) lo esonera dal farlo, acquisendo ulteriore credibilità.

E’ il capovolgimento completo della realtà! La cosa ancora più sconvolgente che Tolstoj ci fa notare è che Vasilij constata che i signori, a differenza di quanto immaginava, in realtà non hanno regole e agiscono seguendo il loro tornaconto. A quel punto in Vasilij scatta il convincimento che, non essendoci regole, lui stesso può fare quello che vuole, tanto da ciò non deriva alcun male. Anzi, dopo il processo, riceve ulteriore compenso di denaro da parte di Michàjlovic.

Il resto è presto detto: il portiere Vasilij vive rubando denaro e cose di valore agli inquilini. Gli capita di rubare una borsa persino allo stesso Michàjlov, il quale non lo denuncia però lo licenzia.

Ma Vasilij con la sua amante non vuole lasciare Mosca e cerca un altro lavoro. Lo trova da un bottegaio, ma anche qui, in seguito ad un ulteriore furto, non viene querelato, ma preso a botte e cacciato. A questo punto viene lasciato dall’amante, non ha più risorse e, poco alla volta, deve liberarsi e vendere quanto indossa per poter campare. Arrivata la primavera, “senza perdere il suo umore ardito e gaio” (sic!), come scrive Tolstoj, se ne torna a piedi a casa sua.

Piero Invidia

Denaro Falso

Denaro falso ad Opera con skytg24

Grazie a Diletta Giuffrida e alla Direzione di Skytg24 per aver voluto raccontare uno degli incontri del nostro progetto Denaro Falso.

Il servizio integrale è reperibile qui.

Il 19 marzo al carcere di Opera ci è venuto a trovare anche Andrea Spinelli, che ha saputo – come sempre – raffigurare meravigliosamente le emozioni di tutti i partecipanti:

Denaro falso

Dove sta la ragione?

Riflettendo su Denaro Falso di Tolstoj, ho subito notato un particolare che racchiude perfettamente il dibattito di oggi. Il libro inizia con questo ragazzo che si trova in debito con un suo amico, e dopo che la sua famiglia gli nega un prestito, lui falsifica una cedola (ne aumenta la cifra) e la consegna a una proprietaria di un negozio di fotografia, che non rendendosi conto della falsificazione l’accetta.

Questo comportamento è come se avesse annaffiato un seme che è sempre stato sottoterra, ma non ha mai ricevuto nutrimento: il seme del crimine. In effetti, penso sia un qualcosa di connaturato all’animo umano. Io credo che pian piano ogni piccolo comportamento scorretto abbia fatto in modo che questo seme germogliasse, fino a diventare un albero tanto possente da non poter più essere sradicato. Una piccola ingiustizia, come un furto di pochi rubli, ha dato avvio a un effetto farfalla tale che, alla fine, chi ha  pagato per il crimine aveva come unica colpa la mancanza di istruzione.

È meraviglioso rendersi conto, pian piano che si progredisce nella lettura del libro, di come ogni personaggio -anche quelli che hanno ideali giusti e nobili- pian piano viene corrotto dal male. Il passaggio più evidente è quello di un contadino che ha provato a pagare con questa cedola in un’osteria. Così è stato arrestato e giudicato colpevole semplicemente perché il sistema giudiziario era corrotto. Chi osserva questa scena è Vasilij, un portiere che è stato pagato per mentire e dare la colpa al contadino. Dopo aver visto il processo, si è reso conto che le leggi non venivano applicate in maniera corretta o addirittura che proprio non esistessero. Così dice a se stesso che non vale la pena d’essere corretto perché, in ogni caso, la ragione viene data a colui che è in grado di pagare la somma maggiore di denaro.

Tornando alla similitudine dell’albero, quando parliamo di crimine mi sembra che spesso si usi la retorica dell’ “ormai è troppo tardi”. Apparentemente è sensato, ma coloro che oggi si lamentano del fatto che la pianta è troppo cresciuta trascurano che quando essa era ancora solo un germoglio, ne procrastinavano l’estirpazione, nutrendolo indirettamente. E chi è più colpevole nella società è colui che trova un nemico comune per potersene lavare le mani.

Un altro episodio, sempre nel libro, è quello di un proprietario terriero che ha sempre trattato i propri contadini in maniera corretta. Una notte però avviene un furto di bestiame, così inizia questa caccia alle streghe, che porta quest’ultimo a segregarsi nella sua mansione e a trattare ingiustamente tutta la servitù. Leggendo di questa vicenda e per i mesi successivi, mi sono sempre chiesta chi avesse la ragione. Da un lato l’uomo è stato vittima di un’ingiustizia, dall’altro questo non rende lecito trattare i contadini insensibilmente. Mi rendo anche conto che in un momento dove ti trovi derubato di tutto, è difficile pensare razionalmente e agire con bontà. Quindi, per quanto, a livello ideale, io sia contrariaal modo in cui ha gestito la situazione, non mi sento in diritto di giudicarlo o fargli la morale.

Vorrei riflettere brevemente sulla seguente domanda: È necessaria la punizione, o è sufficiente la redenzione? Purtroppo, non posso credere, per quanto vorrei, che l’angoscia personale sia una pena sufficiente. Se idealmente penso che il cambiamento avvenga da dentro e che, se una persona non vuole cambiare, nulla potrà cambiarla, credo che lo Stato debba incitare e, laddove necessario, obbligare al cambiamento, non con la violenza, ma mostrando che c’è un’altra strada. E come hanno affermato Socrate prima e Rousseau poi, credo che l’essere umano per natura voglia il bene e non so come mai, ma sembra corrompersi durante la crescita. Per cui il dovere dello Stato è quello di far che i detenuti reimparino cosa è bene.

Tolstoj pensava che punire fosse scorretto e che in un futuro non così lontano i popoli del mondo sarebbero stati in grado di correggere le ingiustizie. Mi piange il cuore constatare che questo cambiamento non è avvenuto, e per come stiamo affrontando la problematica, non avverrà.

Viola Baselice
I
st. prof. per Sanità e Ass. Sociale
Istituto B. Melzi, Legnano

DENARO FALSO

In ogni azione il nostro futuro

L’esperienza vissuta al carcere di Opera è stata per me un momento di grande crescita personale e di profonda riflessione. Entrare in quell’aula, trovandomi di fronte a persone che hanno commesso reati anche molto gravi, è stato all’inizio destabilizzante. C’era timore, un senso di distanza, e soprattutto tante domande che mi giravano per la testa: come ci si comporta in questi casi? Cosa si può dire?

Ma poi, ascoltando le loro storie, quel muro invisibile ha iniziato a crollare. Quello che più mi ha colpito è stato proprio il contrasto tra l’apparenza e la realtà: i detenuti sembravano persone comuni, come chiunque di noi. E invece dietro quegli sguardi si nascondevano vicende durissime, storie di droga, violenza, solitudine e mancanza di amore. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per conoscere tutti, perché ogni persona aveva qualcosa di importante da raccontare. Alcuni volti mi sono rimasti impressi, e mi sono chiesto che tipo di vita avessero vissuto per arrivare fino a lì.

In tante storie si parlava di tossicodipendenza, di furti che sembravano insignificanti ma che poi, con il tempo, si trasformano in reati sempre più gravi. Questo mi ha fatto riflettere molto: ogni scelta ha un peso, e spesso basta poco per trovarsi dall’altra parte di quel muro.

Ho compreso quanto sia importante intervenire prima, lavorare sulla prevenzione, sulla scuola, sull’educazione e sul sostegno a chi vive in contesti difficili. Ma allo stesso tempo ho capito anche quanto sia fondamentale offrire una possibilità di riscatto a chi ha sbagliato. Il carcere non dovrebbe essere solo punizione, ma soprattutto occasione di rinascita. Molti detenuti ci hanno raccontato del loro percorso di cambiamento, della voglia di fare qualcosa di buono, anche solo per restituire un po’ di ciò che hanno tolto.

Infine, riflettendo anche sul libro “Denaro falso”, ho cercato di immedesimarmi in chi vive vite molto diverse dalla mia, ma non per questo meno umane o meno degne di essere ascoltate. Mi sono reso conto che la libertà è un dono prezioso, e che ogni nostra azione contribuisce a costruire il nostro futuro.

In conclusione, credo che questa visita non sia stata solo un’esperienza scolastica, ma un momento fondamentale per la nostra formazione. Ci ha insegnato a guardare oltre i pregiudizi, a capire che dietro ogni errore c’è una persona, e che la giustizia, per essere davvero tale, deve sempre lasciare spazio alla possibilità di cambiare.

Petra Zubiani
III liceo socio economico,
Istituto B. Melzi Legnano

DENARO FALSO

Un’occasione per riflettere

L’esperienza al carcere di Opera è stata unica. Non pensavo che sarebbe stato così interessante. Partecipare all’incontro dentro il carcere mi ha messa di fronte a storie difficili, vere, raccontate da chi ha commesso errori gravi, ma ha anche deciso di affrontarli con coraggio.

Nel Gruppo della trasgressione ci sono detenuti, studenti, volontari e professionisti. Insieme abbiamo parlato di legalità, responsabilità, libertà e cambiamento. Nessuno giudica, ma ognuno è chiamato a guardarsi dentro. All’inizio mi sentivo un po’ fuori posto, poi ho capito che ascoltare e parlare con sincerità era l’unico modo per crescere e ambientarsi davvero.

Un momento che mi ha colpita molto è stato quando uno dei detenuti ha raccontato come, nel tempo, è riuscito a vedere il male che aveva fatto e a provare davvero a cambiare. Non è stato facile per lui, e non lo è neanche per noi. Ma in quel cerchio di persone così diverse, ho sentito nascere un senso di umanità e rispetto profondo.

Questa esperienza mi ha insegnato che il carcere non deve essere solo punizione, ma anche occasione per riflettere e migliorarsi. Ne sono uscita diversa, più consapevole, più attenta a quello che faccio e a come guardo gli altri.

Giorgia Di Bari
III liceo socio economico,
Istituto B. Melzi Legnano

DENARO FALSO