Chi ha rubato il mio quadro?

Chi ha rubato il mio quadro?
Gabriele Rossi

È come avere di fronte un quadro dipinto tutto di bianco. Un pittore direbbe che quello è l’inizio della sua opera d’arte, i colori risaltano meglio se come sfondo c’è il bianco, ma non siamo pittori e l’arte non è il nostro obiettivo.

L’autorità nella mia testa deve ancora essere dipinta, rappresentata, perché? Perché tutto quel bianco al posto di un’immagine anche poco definita? Perché riconosco possibile l’autorità nell’immagine che mi viene data da altri o dalla logica del comune sapere e non ne ho una nella mia testa, come ad esempio l’immagine del padre, di un vigile, del poliziotto di confine, del buon vecchio nonno in divisa da carabiniere? Perché io quell’immagine non ce l’ho? Chi ha rubato il mio quadro?

Sento che non mi basta riconoscerla senza davvero sentirla, in questo modo c’è, non c’è, insomma vacilla. Credo sia fondamentale avere (o riavere) il mio quadro, e a quel ladro che me l’ha portato via dico che se lo può tenere, purché a lui possa servire almeno quanto servirebbe a me ora.

Quell’immagine la voglio scolpita nelle pareti del mio cervello, accanto alla morale, ai desideri di far bene, alla voglia di riscatto e a quel sofferto e tardivo sapere che nella vita quel quadro è troppo importante.

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