Una vicenda terribile e un’attività impegnativa

Per fortuna, non è mio compito decifrare come e quanto punire; a me è riservato il privilegio (e lo è davvero) di tentare di aiutare le persone che vivono in condizioni analoghe a quelle di Vito Cosco (condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo) a rintracciare le emozioni e i sentimenti che, se fossero stati presenti all’epoca dei fatti, avrebbero arginato il degrado che ne oscurava la coscienza, intanto che loro oltraggiavano la vita delle vittime, dei loro familiari e della società intera.

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio impegnativo, dove è difficile districare se e cosa cercano le persone che, dopo i loro sacrilegi contro la vita, oggi scontano l’ergastolo o lunghe pene in carcere. Di certo è un privilegio sentirli parlare; a volte (e ieri è stata una di queste) si vede albeggiare dietro la voce rotta dalla commozione un accenno di coscienza.

Molte persone, comprensibilmente, si chiedono se quelle che sembrano luci di un’alba che abbraccia noi tutti non siano invece ulteriori tentativi di inganno. Da parte mia, pur senza esimermi dalla responsabilità di esaminare e valutare, prendo atto che la luce della coscienza, almeno per l’uomo, si fa strada gradualmente, tanto quanto il buio della notte. Non trovo utile distinguere fra verità e menzogna, penso sia più opportuno innaffiare le parole, i pensieri, le emozioni che indicano la direzione in cui far crescere la nostra identità.

Mi rendo conto che si vive come la sensazione di tradire la vittima quando si presta ascolto al balbettio del carnefice, ma in questo modo cerchiamo, studenti e detenuti insieme, l’uomo che vorremmo essere.

Da parte mia, dunque, mi ingegno per attivare scambi e passaggi di studenti, di curiosità, di relazioni con cui mantenere in esercizio i muscoli della coscienza. Alle istituzioni nel frattempo spetta decifrare in quale direzione, su quali strade e con quali investimenti far procedere l’identità collettiva che ci interessa e come servirsi di questi bagliori.

Sarebbe bello se fra istituzioni e Media si giungesse a una collaborazione simile a quella che avviene nel mondo scientifico, nel quale di solito si parla soprattutto del lavoro grazie al quale si è giunti ai nuovi risultati e dei benefici che la messa a punto di un nuovo metodo comporta per la collettività.

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Il male, una materia da lavorare

Dopo la pubblicazione del testo di Vito Cosco, ho potuto prendere visione di alcune reazioni dei Media: un paio di articoli di Andrea Gianni apparsi su “Il Giorno”  e un servizio del TG5,  dove l’attenzione si concentrava in larga misura sulle reazioni di Marisa, sorella di Lea Garofalo, ad alcuni passaggi del testo.

Va però puntualizzato che le parole di Cosco, come si può leggere dal testo originale, sono destinate al Gruppo della Trasgressione e (in conseguenza della mia scelta di pubblicarle su www.vocidalponte.it) agli studenti universitari che fanno tirocinio presso di noi, alle figure istituzionali che seguono il nostro lavoro e a quei cittadini (giornalisti compresi) che desiderano avere un’idea di come funziona il tavolo del gruppo.

Il rammarico e il pentimento di cui parla il testo riguardano il giudizio che oggi Vito Cosco dà del proprio operato, non una richiesta di comprensione ai parenti della vittima o una richiesta di riduzione della condanna alla magistratura. Si tratta di un pentimento che procede in senso opposto rispetto ai canoni della delinquenza organizzata e all’atteggiamento mantenuto dallo stesso Vito Cosco in fase processuale (negazione a oltranza del proprio coinvolgimento); si tratta, insomma, di una riflessione che, in linea con gli obiettivi del Gruppo della Trasgressione, ha come scopo principale quello di provare a rintracciare l’uomo che all’epoca dei fatti si era reso servo e partner della criminalità e del degrado.

Il testo di Vito, già subito dopo la sua prima lettura, è diventato per il Gruppo della Trasgressione materia di riflessione e di sofferto dibattito, dando adito a un confronto difficile, doloroso e, si spera, proficuo per Cosco, per gli altri componenti del gruppo e per i familiari di tutti i detenuti coinvolti nel progetto.

Di certo, il giorno dell’incontro fra i detenuti del gruppo e i loro familiari non è stato facile per i figli di Vito Cosco sentire il padre parlare di fronte a tutti delle proprie responsabilità… ma a raccontare di questo preferisco siano i detenuti che hanno partecipato all’evento del 5 giugno nel carcere di Opera.

Da parte mia, aggiungo che sarebbe desiderabile, e credo anche utile, trattare il lavoro del gruppo come una ricerca finalizzata a raggiungere dei risultati. Non può stupire che i risultati si ottengano in modo graduale. Nel caso nostro, quando le cose vanno bene, i risultati si misurano in termini di coscienza acquisita dal detenuto e di sua capacità di collaborare in modo responsabile col mondo esterno: obiettivi in linea con quanto previsto dall’Ordinamento Penitenziario e, più in generale, dalla nostra Costituzione.

A tale proposito e allo scopo di documentare come la coscienza di sé e dell’altro non risponde alla legge del “tutto o nulla”, credo opportuno aprire un’area ove raccogliere, via via che verranno fuori, i testi che i componenti del gruppo ed eventuali collaboratori esterni produrranno sul tema, così che le persone interessate possano farsi un’idea di come funziona la nostra officina.

È desiderabile poi, come accade nella ricerca scientifica, che a decidere se certi risultati siano aria fritta o sostanza, sia innanzitutto una commissione di esperti che possa valutare per i detenuti, per i loro figli e per la collettività i benefici di questo genere di iniziative. Sarebbe infatti interessante quantificare quali vantaggi comporta, in termini di equilibri sociali e di risparmio economico, la restituzione del piacere della responsabilità all’uomo che l’aveva perso o a chi non l’ha mai avuto.

Se poi dovesse capitarci di incontrare un mecenate o un imprenditore che volesse provare a sostenere o a collaborare col Gruppo della Trasgressione, allora saremmo a pieno titolo nel terzo millennio.

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Kintsu-gi

Kintsu-Gi
Centro di svago e di ricerca creativa
Gruppo della Trasgressione

CARATTERISTICHE E FUNZIONI DELLA SEDE

  • Un centro culturale aperto (Rashomon e il Kintsugi), dove gli adolescenti e i giovani adulti di Peschiera possano portare i loro prodotti creativi (nel campo della pittura, fotografia, video, musica, scrittura) e dove si possa preparare una manifestazione In teatro nella quale, una o due volte l’anno, i diversi contributi possano essere presentati e valorizzati. A tale riguardo si prevede la collaborazione con aziende sponsor locali e non, che partecipino al finanziamento dell’iniziativa, mentre pubblicizzano se stesse.
  • Un locale per la produzione del materiale per Bio-Optica. Circa 50 mq, dove sia possibile installare le macchine necessarie per il lavoro con un’azienda produttrice di vetrini per esami istologici e, in genere, di prodotti per esami medici. Con Bio-optica abbiamo una collaborazione molto bene avviata.
  • Un mini ambiente per una cella frigorifera utile alla nostra attività con la Bancarella di Frutta & Cultura e per la distribuzione di frutta e verdura ai nostri clienti (ristoranti, bar, centri sociali, gruppi di acquisto solidale);
  • Spazi all’interno e all’esterno adibiti a ristorazione e a intrattenimento con
    • 1) frequenti incontri mirati a valorizzare la produzione artistica dei giovani del posto e dintorni e con periodiche presenze di artisti esterni di un certo rilievo;
    • 2) incontri periodici su “I protagonisti dell’avventura”.

OBIETTIVI

  • Prevenzione del degrado e, in particolare, prevenzione di comportamenti devianti, di ricorso alle droghe, all’alcol, al gioco d’azzardo (vedi La squadra anti-degrado);
  • inclusione del condannato in misura alternativa e di chi ha finito da poco di scontare la pena;
  • integrazione di immigrati residenti in situazioni di disagio e/o di emarginazione;
  • formazione di studenti universitari e di neolaureati sulla prevenzione e sul trattamento delle dipendenze da droga, alcol, videogiochi;
  • formazione e impiego di Peer support e valorizzazione del percorso grazie al quale i principali testimonial dell’iniziativa sono passati dallo stile di vita di chi alimenta e diffonde il degrado a quello di chi lo contrasta mentre promuove fra gli adolescenti un rapporto fattivo con le proprie risorse, con l’ambiente e con le istituzioni.

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Elisabetta e i pozzi di Andrea

La tragedia aerea di questi giorni in Etiopia ha comportato, tra l’altro, la morte di otto persone italiane impegnate nella costruzione di spazi di libertà.

In queste settimane è in Etiopia anche Elisabetta Cipollone, un concentrato di energia puntata a realizzare uno dei desideri di suo figlio Andrea: pozzi d’acqua per chi ha sete.

Dopo la morte del figlio quindicenne, travolto sulla strada da chi una sera si era concesso alla follia, un vecchio diario di Andrea bambino le ha permesso di convertire l’odio per chi toglie la vita in determinazione a promuovere la vita e a coinvolgere nel suo progetto anche chi in precedenza ha contribuito a togliere libertà e vita.

Ecco uno scambio di lettere con chi in passato è stato portatore e burattino del degrado sociale e che oggi, grazie a un lavoro di scavo dentro di sé e a un’alleanza con Elisabetta e altri come lei (Paolo Setti Carraro, Marisa Fiorani, Giorgio Bazzega, Margherita Asta), concorre a combattere il degrado.

Ed ecco l’intervista nella quale Elisabetta parla del progetto cui dedica buona parte delle proprie energie e al quale invita a partecipare persone che sono state in passato contrapposte o molto distanti: autori di reato, vittime di reato, comuni cittadini, figure istituzionali, aziende, giornalisti, studenti.

Credo che nel prossimo futuro persone come lei, in accordo con le istituzioni, pianteranno in carcere trivelle come quelle per l’acqua in Etiopia per recuperare e nutrire la coscienza di chi sconta la pena per i reati commessi al tempo in cui la bulimia di grandiositá ottundeva la coscienza di sé e dell’altro.

Sarebbe interessante avviare e finanziare uno studio serio su una sindrome oggi molto diffusa: la bulimia di eccitazione e di grandiosità. Qualche anno fa, al laboratorio del gruppo, ne avevamo anche individuato l’agente del contagio: il virus delle gioie corte.

I pozzi di Andrea, tra l’altro, sono al momento l’antidoto migliore per contrastarne la diffusione ed è per questo che Elisabetta Cipollone, al ritorno dall’Etiopia, sarà ospite al Gruppo della Trasgressione per il progetto: I protagonisti dell’avventura.

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Il lievito madre

A volte di fronte a un gesto di apertura, a uno scambio coraggioso proviamo commozione. Ci inteneriscono e ci conquistano i bambini, gli animali protagonisti di questo genere di eventi… che noi guardiamo con il sorriso benevolo dell’adulto e un po’ col desiderio di trovarci al loro posto.

L’improvvisa vicinanza, la sintonia fra soggetti, che a prima vista sembrano tanto distanti da non poter comunicare, ci cattura come se quella nuova e inattesa prossimità fosse la meta dei nostri desideri più antichi.

In questi giorni attorno a Natale girano tanti video che raccontano del bisogno nato con noi stessi, quello di trovare una risposta protettiva alla nostra fragilità, una esigenza così arcaica che non si lascia zittire nonostante le dimenticanze di cui siamo tutti più o meno responsabili, nonostante i ripetuti tentativi di surrogare il nostro primo bisogno dell’altro con pratiche mirate a dominare il bisogno e l’altro in quanto tale.

Mi fa piacere riportarne qualcuno dei video visti in questi giorni e di fronte ai quali mi sono sentito come un bambino che, tornando a casa dopo avere a lungo giocato, trova ad attenderlo il pane caldo preparato dalla nonna. E, a proposito di pane caldo, credo che quello che ognuno di noi prova di fronte al risveglio del desiderio antico possa e debba essere usato con i più giovani e… con le persone più distratte come fanno il panettiere o la vecchia nonna con il lievito madre: lo usano per dar vita al pane fresco e dall’impasto del nuovo pane ricavano quello che sarà il lievito per il prossimo giro.

Va nella stessa direzione dei video il dialogo a distanza pubblicato da Paolo Foschini sul CORRIERE DELLA SERA del 24/12/2018.

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Dialogo oltre i muri

CORRIERE DELLA SERA, 24 dicembre 2018
La madre e l’assassino. Dialogo oltre i muri
di Paolo Foschini

Sembra facile? No, questa cosa non ci assomiglia neanche di lontano a una cosa facile. Chi ha subito un crimine, o ha avuto un familiare vittima di un crimine, lo sa molto bene. E lo sa anche chi un crimine lo ha commesso. Non è facile neanche pensarlo, di incontrarsi. Figurarsi farlo. E parlarsi. Eppure. Non è detto che le cose difficili siano impossibili. Forse a volte sono necessarie.

Per questo leggete, nel giorno di Natale, queste due lettere. Da una parte una madre che ha perso un figlio. Ucciso da un pirata della strada. Dall’altra un ergastolano. Che di figli di altre madri, in un’altra vita, ne aveva uccisi più d’uno. Non serve che sappiate i dettagli delle loro storie di “prima”.

Quel che invece dovete sapere è che il loro incontro non è stato casuale. Fa parte di un progetto, che di persone come loro ne coinvolge ormai parecchie. Autori di violenza, vittime di violenza. Si chiama Gruppo della Trasgressione, era nato 2i anni fa nel carcere milanese di San Vittore su iniziativa dello psicoterapeuta Angelo Aparo che lo guida tuttora, e il suo scopo era quello di “motivare i detenuti a interrogarsi sul divenire delle loro scelte”.

Oggi “è un laboratorio permanente di riflessione cui partecipano detenuti, studenti universitarie comuni cittadini”, non più solo a San Vittore ma anche nelle carceri di Opera e Bollate, oltre che in una sede esterna a Milano dove il Gruppo è ospite dell’associazione Libera. Gli obiettivi principali sono “il riconoscimento reciproco, la formazione degli studenti, l’evoluzione del condannato, Io sviluppo di progetti comuni”.
Come funziona? “Durante gli incontri, partendo dalle relazioni e dai vissuti dell’esperienza deviante, detenuti, studenti e comuni cittadini riflettono e producono testi su come si diventa criminali, sul modo confuso con cui il principio della giustizia è presente anche nel predatore, sul se e come si può rinunciare gradualmente all’eccitazione dell’abuso per il piacere della relazione, su quanto sia difficile stabilizzare l’equilibrio psico-sociale del neo-cittadino proveniente da un’adolescenza vissuta nella devianza”.

Non è un percorso lineare né semplice, appunto. Ci vanno anni e impegno. Ma qual è il risultato? “L’incrocio fra le diverse attività favorisce nel detenuto il piacere e l’esercizio della responsabilità nei confronti dei progetti comuni, un senso di appartenenza alla collettività allargata, acquisizione di funzioni sociali riconoscibili, la progressiva emancipazione dall’identità deviante”. Basterebbe assistere a uno dei tanti incontri cui i componenti del Gruppo partecipano nelle scuole di fronte agli studenti per la prevenzione rispetto al bullismo. “Studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati – conclude Aparo – giova alla società più della distanza garantita dalle mura del carcere”.

Ecco di seguito le due lettere

Cara Elisabetta…
Grazie per non esserti fatta soffocare dal rancore

Cara Elisabetta, eccomi a te, con la responsabilità di chi ha offeso la vita, per cercare di restituirti parte della bellezza che tu quotidianamente ci regali. In questi giorni mi è stato detto se avessi il desiderio di scriverti una lettera. Non ho risposto subito perché pensavo tra me: ci chattiamo e sentiamo tutti i giorni, ci raccontiamo, ci ascoltiamo e ci sosteniamo per rispondere alle nostre fragilità e al tormento che regna nella solitudine dove tante volte ci rifugiamo… Che potrei dire di più a Elisabetta attraverso una lettera?”. Ma ho capito bene, da molto tempo, quanto è importante che la positività sia fatta conoscere. Anche solo per dire che è possibile. E allora ecco.

Tu e io ci conosciamo da circa due anni e da subito l’empatia ha fatto da timone per indirizzarci verso il riconoscimento reciproco del nostro dolore. Partecipi alle iniziative del Gruppo della Trasgressione, vieni a incontrarci, insieme organizziamo anche eventi. Quante volte ti osservo mentre sei avulsa dal contesto dove ci troviamo e proprio in quei momenti mi sento inadeguato; il mio pensiero si fossilizza nel baratro, dei sensi di colpa e mi fa sentire responsabile di questi tuoi attimi di smarrimento. Donna senza risparmio d’amore! Donna che non ti dai un attimo di tregua nel portare il bene dove ha prevalso sempre il male. Combatti come un guerriero e ti fermi solamente quando riesci ad accudire noi, me… La vita è un mistero e l’uomo può solo ipotizzare di conoscerne una parte. Proprio questo mistero, a mio avviso, ci può donare quella prossimità di cui parla e ha scritto tanto il nostro prof. Angelo Aparo.
Tu, come tutti gli esseri umani, spingi verso l’infinito ma, a differenza di tantissimi, un infinito ben definito: la fusione con Andrea, tuo figlio, che vive dentro di te e ti proietta a favore del bene. Un bene che riconosco, rispetto, di cui usufruisco e per il quale sono grato. Un bene che ti restituisce, ogni qualvolta scatta la magia, un battito del cuore di Andrea.

Ricordo, e spesso lo dici nelle tue testimonianze, quanta rabbia e rancore e voglia di vendetta albergavano nei tuoi stati d’animo. Non vivevi se non per cercare giustizia, contro chi commette reati e contro parte delle Istituzioni che non riconoscevano, fino a prima dell’inizio delle tue battaglie, l’omicidio di strada. Poi hai conosciuto il Progetto Sicomoro.
Progetto basato su incontri tra parenti di vittime o vittime e i carnefici, responsabili di reato. All’inizio è stata una lotta senza esclusione di colpi psicologici. Ma dopo i primi incontri, ascoltando e soprattutto toccando con mano la vulnerabilità e le fragilità di quegli autori di reato, ha prevalso in te la tua vera identità, la matrice ben cucita del tuo senso materno verso persone che hanno sbagliato ma dietro i cui sbagli vi è una infanzia abortita dal loro (mio) disconoscimento da parte di tutti, famiglia compresa. Hai percepito che dietro quelle maschere che hanno caratterizzato negativamente la nostra, vita ci sono uomini bisognosi di essere nutriti dal valore che ci permette di essere restituiti alla società. Credo che non ci possa essere iniziativa migliore di quella che stai portando avanti tu.

Ti sei fatta alleata con chi prima combattevi senza remore. Una grande responsabilità. Che richiede impegno ma soprattutto capacità di cambiamento rispetto a un pensiero iniziale. Un lavoro fatto da chi ha subito l’offesa più grande che una madre possa subire: la morte di un figlio, per guida spericolata, da parte di uno scellerato che di responsabilità era privo. Non sono giudizi che potrebbero uscire dal mio pensiero poiché, come sai, ho compiuto le stesse crudeltà a ripetizione. Ma oggi, sentendomi un cittadino, sento anche il dovere di testimoniare a favore di chi ha subito, compresi noi stessi. Sono fortunato. E orgoglioso che tu abbia sposato le idee e iniziative del nostro Gruppo della Trasgressione.
Mi permetto di estendere un grazie da parte di tutto il gruppo per dirti che sei un valore aggiunto e una ulteriore fonte di speranza soprattutto per chi, come te, ha subito atrocità ed è ancora soffocato dal rancore. Vorrei scriverti tante altre cose ma questa è una lettera aperta nella quale un podi intimità nascosta non guasta. Raccontarsi con gli altri è un bene, raccontarsi a quattrocchi è amore.

Ti lascio con una sorta di poesia che ho scritto in uno dei tanti miei momenti di smarrimento. Eccola.

“Due occhi tra, le canne di bambù ascoltano il silenzio della notte che accarezza i pensieri. Gocce che cadono, diamanti senza luce, frecce di dolore piantate nel cuore. Eco di passi severi, tra le mani un raggio di sole che illumina occhi anelanti a libertà. Un attimo, un bagliore nel buio. L’anima si nasconde, vuole l’oblio delle colpe, mentre il cuore intona il canto del perdono”.

Con immensa gratitudine.

Roberto Cannavò

Caro Roberto… sono una vittima,
ma non si può fermare il bene

Esco dal carcere quasi di corsa, esco dal carcere e ho bisogno di una boccata d’aria, di luce. Ho bisogno di riprendere i contatti con il mondo esterno che pare mancarmi da tantissimo tempo. Esco dal carcere e mi rendo conto di aver fretta e so che la strada che mi separa da casa mi parrà interminabile.
Il punto è che lì, in quella dimensione dagli spazi finiti, sbarrati, ovattati, mi sono sentita soffocare e dentro quelle mura che violentano la libertà nulla sembra esistere se non il presente e un pesante passato che ha segnato tutte quelle vite. Prima di uscire mi sono soffermata due minuti a chiacchierare con un agente. Non avevo mai visto corridoi sbarrati che portano alle celle. E la mia prima volta in carcere. Guardo a destra e poi a sinistra. Sbarre e volti. Sbarre e mani. E braccia lunghe che le oltrepassano quasi a volermi toccare. Sbarre e mani e occhi che mi cercano.

Ho voglia di scappare perché quella visione mi fa male e dentro me ho solo spazio per il dolore perenne che provo per la morte di mio figlioSento la mia corazza farsi di cartapesta e non riesco più a celarmi dietro la coltre di rancore e odio che mi ha avvolta per quattro interminabili anni. Sono una Vittima, io. Sono una mamma monca, spezzata, mutilata. Una donna entrata in carcere per urlare agli autori di reato il mio dolore e per nessun’altra ragione che puntare il dito. Da giudice. Da inquisitore. Sono arrabbiata, legittimamente arrabbiata. Sono Vittima per sempre.

Ma ora, nell’uscire da quel luogo di espiazione mi sento meno calata nel mio ruolo totalizzante. Ogni certezza si sgretola e provo una salvifica compassione per gli autori di reato. Compassione nell’accezione più nobile di questo termine troppo spesso frainteso. Provo compassione e non comprendo come un essere umano possa sopportare una vita dietro quelle sbarre.

Proprio io che dietro quelle sbarre ce li avrei mandati tutti, i delinquenti. E senza neanche un giusto processo. Senza dovere aspettare quei tre gradi di giudizio che mi parevano un’enorme perdita di tempo e un grande spreco di denaro pubblico. E invece ecco che, calata in questa dimensione inaspettata, nessuno, ma proprio nessuno, neanche il più spietato assassino mi provoca sentimenti negativi. Nuovamente tento di combattere con quella che ero e che non sarò mai più. E mi dico che non posso trovare giustificazioni a tanto male e che la clemenza non rientrava proprio, neanche un po’, nei miei progetti di mamma orfana. Arrogante e chiusa nella mia bolla che credevo impenetrabile, mi atteggiavo a giudice senza averne alcun titolo. Ma arretra ogni difesa e perdo questa ardua lotta contro la mia gabbia fatta di odio e rancore. Da allora li incontro sempre. Sono persone, sono esseri umani che hanno sentimenti, che provano vergogna, rimorso. Persone che chiedono una seconda possibilità. Racconto il mio vissuto e trovo occhi pieni di lacrime e trovo solidarietà. Siamo facce della stessa medaglia: il dolore. Quello subito, quello provocato. Quegli occhi, quelle storie entrano dentro di me ed agiscono come il ferro operatorio di un abile chirurgo. Entrano nella carne e la feriscono, la fanno sanguinare. Quel ferro arriva in profondità e va a cercare il male per sradicarlo. Brucia, ma cauterizza. Ora so. Ne ho le prove.

Il male si può sconfiggere, si può arginare, si può anche fermare. Ma il bene no. Una volta innescato, il bene dilaga e invade e pervade, inarrestabile e permeabile, travolge tutto ciò che c’è intorno.
Mi sento una donna migliore. Sento che possiamo fare un pezzo di strada insieme, senza fretta, curandoci le ferite con un sorriso o un abbraccio. Senza troppe parole, fusi nei nostri ruoli e nei nostri dolori. Fuori piove, ma noi abbiamo il sole dentro. Si chiama Ascolto, Accoglienza, Amicizia, Affetto, Amore. Per me si chiama anche Andrea.

Elisabetta Cipollone

Buon Natale col Coro Zenzero

Il Coro Zenzero ospita il
Gruppo della Trasgressione

Giovedì, 20 dicembre, alle ore 21:00
Scuola Media Carmelita Manara
Via Bezzecca, angolo Via Cadore

Ingresso libero