Classi miste

Nella notte tra sabato e domenica, dopo avere sentito una delle interviste di Delitto e Castigo su Giornale Radio, ho fatto un sogno: un dirigente del DAP mi chiedeva cosa io abbia da proporre dopo tanti anni di esperienza in carcere.

La mia risposta riguardava l’ipotesi di sperimentare all’interno del carcere alcune classi pilota di scuole medie primarie e secondarie con la compresenza di alunni tradizionali e detenuti con lunghe pene: classi miste con studenti “normali” e con studenti detenuti adulti (non giovani adulti!) con una preparazione compatibile con la classe frequentata: attività di insegnamento, interrogazioni, voti, promozioni e bocciature, tutto funzionante nel modo tradizionale.

Appena sveglio, mi sono detto che non c’era tanta differenza con quello che il gruppo della trasgressione pratica da anni. Ma ripensandoci, credo che, pur essendoci continuità con gli incontri che facciamo con i detenuti nelle scuole e con la stabile compresenza al gruppo di studenti universitari e detenuti, la proposta “onirica” comporta alcune differenze significative.

I detenuti con lunghe pene e con età oltre i 40 anni hanno bisogno di tornare alle emozioni che i ragazzi vivono a 12, 15, 18 anni, emozioni che loro hanno perso per strada in conseguenza dell’irrinunciabile bisogno di rendere la loro identità compatibile con gli abusi che, in molti casi, erano stati praticati fin dalla prima adolescenza. Frequentare la stessa classe di ragazzini, io credo, potrebbe permettere a chi è cresciuto nella devianza di vivere quello che egli non ha mai sperimentato e di cui (chi ha una pena lunga) ha un intenso bisogno per continuare a vivere e per non sentirsi fuori dal mondo.

Inoltre, tra ragazzi adolescenti e detenuti, si potrebbero formare delle simpatiche alleanze di mutuo aiuto, che a loro volta permetterebbero di sviluppare emozioni vitali e (soprattutto per i detenuti) sconosciute: ci si dovrebbe confrontare realisticamente con le proprie capacità di apprendimento, con chi è più bravo, con chi ha bisogno di aiuto… complessivamente, con frustrazioni e risultati che giovano al divenire e all’articolazione dell’identità del soggetto.

Inoltre, i detenuti avrebbero la possibilità di aggiornare la loro intossicata immagine dell’autorità: a) sulla scorta di come la vivono i comuni adolescenti; b) prendendo confidenza con un principio che nel mondo deviante non esiste e non può avere cittadinanza e cioè che l’unica autorità credibile è quella di chi sa e utilizza il proprio sapere per permettere agli altri di crescere e migliorarsi.

Gli adolescenti, da parte loro, potrebbero toccare da vicino come un essere umano può diventare un compagno di scuola, un amico, un proprio simile, dopo essere stato una persona da temere e da tenere a distanza; ancora di più, potrebbero vivere l’esperienza di partecipare attivamente al recupero della prossimità con “l’alieno” e questo credo possa aiutare l’adolescente a diventare un adulto consapevole della complessità e della ricchezza dell’essere umano.

Le comprensibili obiezioni sono ovviamente che non è possibile permettere a insegnanti e adolescenti di entrare tutti i giorni in carcere; che, d’altra parte, è difficile permettere ai detenuti di uscire dal carcere tutti i giorni per andare a scuola; che l’esperimento, comunque lo si imposti, richiederebbe alti costi di personale per garantire la sicurezza dei cittadini. Tutto vero! Si tratta di valutazioni e decisioni che spettano a chi ha la responsabilità di prendersi cura del benessere della collettività.

Da parte mia, visto che l’idea parte da un sogno, vedrò di farmene qualcosa che in un modo o nell’altro possa somigliargli.

San Vittore, di Paolo Donati, Alessandro Radici e la Trsg.band

E poi ho visto te, di Cisky Capizzi, Alessandro Radici e la Trsg.band

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Prima il foyer poi il concerto

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Concerto della Trsg.band e del Gruppo della Trasgressione

Dalle 18:30 alle 20:00, nel foyer del teatro Roberto De Silva, quattro gruppi, costituiti da studenti, artisti ed ex detenuti, cercheranno di coniugare una o più delle opere d’arte esposte (scelte in base alle idee, le emozioni, le fantasie che foto, dipinti e quadri saranno riusciti ad attivare) con le proprie Trame di libertà, cioè con le alleanze, i progetti, le coordinate morali che servono all’adolescente per giungere all’adulto che desidera diventare.

Nel corso della serata, tra una canzone e l’altra, coppie di detenuti e studenti proporranno poi al pubblico in sala le loro trame di libertà, mettendo a frutto l’intesa sviluppata tra di loro negli incontri avuti a scuola e in carcere e incrociando le opere d’arte esposte con uno dei temi riassunti di seguito. Chi ha avuto esperienza diretta di reati e di carcere accompagnerà le comunicazioni degli studenti, indicando: come si è perso in passato nelle paludi della devianza, travisando i propri sogni di adolescente; come tenta oggi di tessere le proprie trame di libertà con quelle degli studenti, degli imprenditori e delle istituzioni.

Quattro le tracce principali:

  • l’adolescente ha bisogno di crescere. Lo può fare in modo graduale, accompagnato da adulti che lo guidano, oppure indossando maschere da duro e correndo in modo velleitario verso un modo di essere adulti che si riassume nell’avere potere. Ma così facendo, egli è esposto al rischio di venire sedotto da chi lo usa mentre lo rende schiavo di illusioni che, giorno dopo giorno, diventano deliri;
  • tante volte si pensa che per conquistare l’attenzione delle persone e dei giovani occorra privilegiare l’ipersemplificazione. Ma per i giovani essere guidati alla lettura della complessità è più gratificante e nutriente di quanto possa esserlo il consumo di una forzata semplificazione del mondo e dell’uomo: chi ti offre una lettura facile della realtà molto spesso lo fa solo per ottenere il tuo consenso e i tuoi servizi, mentre ti illude che puoi raggiungere con un solo salto le tue mete;
  • l’altro è uno straniero e, tante volte, un mostro se non se ne conosce la storia. L’adolescente che lavora con chi, per le sue illusioni e i suoi deliri di onnipotenza, ha ucciso ed è poi finito in carcere, ha la possibilità di sperimentare come, ricostruendone la storia, il mostro può diventare suo alleato. Nel frattempo, l’ex delinquente diventa cittadino, mentre esercita con lo studente una funzione che nella vita non aveva mai sperimentato;
  • non ci sono ragazzi cattivi, dice Don Burgio, ma esistono azioni che causano dolore in chi le subisce. L’autore dell’azione non era cattivo, era prigioniero della sua rabbia, della sua smania di rivalsa, era confuso, ma in qualche modo egli ha avuto la responsabilità di portare se stesso fino al punto da poter commettere quell’azione. Occorre chiamarsi a vicenda per ricordare a noi stessi che pur non essendo cattivi, ognuno di noi può costruire la propria insensibilità verso le speranze e il dolore del proprio vicino.

Trame di Libertà, il concertoUna presentazione della serata

Il 25 aprile al Centro Alzheimer

Al Centro Alzheimer nel giorno della liberazione

Prima che arrivi la notizia di un adolescente che ha ammazzato qualcuno o un talk show dove esperti di psicologia dissertano su cosa rende possibile il dilagare di questi eventi, segnalo che Luigi Gensi, un signore ultra ottantenne a cavallo di una bicicletta che ha poco meno della sua età, ieri ha portato in un centro Alzheimer un’ochetta con la quale è riuscito a far sorridere alcune persone ivi ricoverate.

Luigi ha frequentato per anni il centro Alzheimer per venire a trovare la moglie, che qui ha vissuto l’ultimo periodo della sua vita. Dopo la morte di lei, il sig. Gensi ha continuato a far visita alle degenti, una volta con un uovo di Pasqua, una volta con un mazzo di fiori, una volta con un quaderno con figure da colorare.

Questa volta si è presentato con l’ochetta della foto. Nessun giornalista lo intervisterà per questo, anche se la sua iniziativa suscita in me molta curiosità. Mi chiedo infatti cosa cerca e quale profitto possa ottenere il sig. Luigi Gensi dal mettere l’una di fronte all’altra un’ochetta e una donna che passa tutto il giorno a colorare figure su un quaderno.

Percorsi della Devianza e Trame di Libertà
Don Antonio Loi a Delitto e Castigo

 

Trame di Libertà

PERCORSI DELLA DEVIANZA E TRAME DI LIBERTÀ
Domenica 17 maggio 2026, ore 21:00
Trsg.Band e Gruppo della Trasgressione
Concerto al Teatro Roberto De Silva di Rho

Nel corso della serata, proveranno a cucire le loro “Trame di Libertà” con quelle dei componenti del gruppo e della band alcuni studenti e insegnanti degli istituti scolastici di Monza, Saronno, Legnano, Parabiago con i quali il Gruppo della Trasgressione intrattiene da anni una proficua collaborazione.

In abbinamento al concerto, dalle ore 18:30 del 17 maggio, Il teatro De Silva ospiterà opere di pittori, scultori, fotografi sul tema della serata.
Le gallerie di alcuni degli autori: Alessio Ferraro, Adriano Avanzini, Carmelo Carrubba, Franco Scoccimarro, Paolo Colombo e Federica Bencivegna, Claudia Selz.

Una presentazione della serataL’intervista al Sindaco di Rho

Il concerto del 2025 all’auditorium di Milano – La Trsg.band

Delitto e CastigoIl 25 aprile al Centro Alzheimer
Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa nostra palestra
La mostra nel foyer del teatro

A cosa serve il carcere?

Nel dibattito per cui ci si chiede a cosa serve Il carcere, se non sia più dannoso che utile o quali siano le condizioni per cui possa essere più utile che dannoso, una delle prime risposte possibili è che, al momento, la restrizione in carcere è la sola risposta che la nostra società riesca a dare al cittadino che abbia fatto un uso improprio della propria libertà.

Tattavia, noi sappiamo anche che l’arresto, il processo, la condanna e la reclusione dovrebbero avere (questo suggerisce la Costituzione!) una sinergia mirata a orientare il detenuto verso condotte e sentimenti compatibili con il bene collettivo, così che libertà, coscienza di sé e responsabilità possano costituire un’utile bussola per vivere insieme.

Ma quali sono gli strumenti di cui l’officina ha bisogno per riparare o, addirittura, per costruire la bussola che ci interessa?  Isolare il detenuto dalle influenze esterne che avevano causato lo smarrimento della direzione può bastare? Limitare i contatti del ristretto con il mondo esterno è sufficiente per rendergli riconoscibile (non solo in senso cognitivo, ma anche sul piano affettivo) cosa occorre per muoversi in sintonia con la collettività?

Per pensarla in questo modo si dovrebbe potere essere certi che dentro ognuno di noi esista, chiara e riconoscibile, la mappa per muoverci in buona sintonia con gli altri e che nella mente del soggetto non possano prodursi accumuli di sporcizia tali da alterarne stabilmente la lettura. Ma è così?

A me pare che il modello di carcere attuale confidi troppo (e, mi sembra, in modo auto-deresponsabilizzante) sull’idea che il ristretto possa portare a compimento da solo la riparazione della bussola e la gestazione del cittadino di cui la collettività attende la nascita.

È difficile per il detenuto imparare la lingua della collettività deducendone la grammatica dalla semplice constatazione che la lingua che egli parlava all’epoca dei reati non fosse quella adatta per vivere insieme. La lingua, come tutti sanno, la si impara molto meglio vivendo nel posto dove la si parla.

Sperare che l’isolamento possa portare alla nascita dell’uomo nuovo è del tutto a-scientifico, ma è anche anti-economico, a maggior ragione se si considera che l’isolamento porta il detenuto a chiudersi nel suo guscio, nel suo lessico e nei suoi schemi di pensiero e che questi schemi si trasferiranno sui suoi figli tanto più massicciamente quanto più egli si sentirà braccato e, di conseguenza, autorizzato a far quadrato su se stesso.

Isolare il reo dal contatto col mondo esterno, se tutto va bene, permette di tenere la società al riparo dall’inquinamento che egli può portare oggi ma, alla distanza, espone la collettività che vogliamo proteggere al rinnovato rancore che l’isolamento avrà prodotto sul ristretto e sui suoi figli.

Juri Aparo

Reparto La CHIAMATADelitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

La cucitura paradossale

Caro amico, sarebbe bello giocare, litigare come due bambini curiosi, sull’esistenza di Dio per giungere comunque alla conclusione operativa e riconoscibile che l’uomo ha dentro di sé una “Nostalgia dell’Infinito” e una “Chiamata” a cucire le molteplici forme del “Finito”, cioè a riconoscere che nelle differenze con le quali il “Finito” o il “Creato” ci appaiono c’è il seme dell’Infinito e una fremente e insopprimibile consegna a lavorare verso l’obiettivo asintotico della cucitura paradossale tra Finito e Infinito”.

L’uomo cede mille volte all’illusione di poter percorrere la strada verso l’infinito attraverso il potere, ma col potere disconosce l’altro e collassa in un delirio dove le differenze vengono annullate senza essere riconosciute; San Francesco, per quello che ne so io, riconosce le differenze e in ciascuna di esse ritrova un fratello e se stesso… e fa strada verso la cucitura paradossale alla quale ciascun uomo è chiamato a contribuire.

Juri Aparo

Delitto e Castigo Reparto LA CHIAMATA
Percorsi della devianza e Trame di Libertà

Le interviste con Delitto e Castigo

Le interviste a Giornale Radio, settimana dopo settimana, si stanno trasformando, da interviste ai componenti del gruppo della trasgressione e alle persone che hanno diretti contatti col gruppo, in una piattaforma per riflettere su come nasce la devianza: quali sono i sentimenti, i pensieri, le ideologie che sono alla base dello stile di vita deviante e quali possano essere i modi più utili di prevenirla nell’adolescenza e contrastarla durante e dopo l’esecuzione della pena.

Alla trasmissione “Delitto e Castigo” si succedono dunque detenuti, operatori, familiari di vittime della criminalità, ma anche giornalisti e insegnanti, comuni cittadini e professionisti di vari ambiti per tentare di capire cosa ci si aspetta dalle istituzioni preposte a occuparsene. Le interviste, di solito individuali, stanno diventando via via conversazioni polifoniche, anche per mettere a frutto le varietà di opinioni che, comprensibilmente, si hanno in materia.

Lo scritto di Antonio Tango rientra in un’iniziativa partita circa 20 anni fa, il cui titolo, “Giornale del falso” voleva anche essere un modo provocatorio per discutere sui diversi modi di interpretare il ruolo del giornalista. A volte, infatti, sembra che il giornalista abbia quasi l’acqualina in bocca mentre riferisce di morti e feriti in un incidente.

Comunque, al di là di come possa essere interpretato il ruolo di chi racconta al lettore cosa accade nel mondo, la notizia di cui al link non ha nulla di vero, perché presentata su un giornalino beffardo che punta a stupire e conquistare l’attenzione del lettore esclusivamente con notizie false, integralmente campate per aria, senza dunque alcuno spargimento di sangue, senza sesso, senza soldi, senza tragedie; solo ironia su desiderabili ma improbabilissimi eventi paradossali: Il governo emana l’indulto, ma i detenuti si rifiutano di uscire

Juri Aparo

Il Giornale del falsoDelitto e Castigo

Tessere e identità

Alessandro Crisafulli oggi ha postato sulla chat del gruppo della trasgressione una canzone, con l’invito ad ascoltarla e a coglierne l’intensità. Qualche minuto dopo, lo stesso Alessandro ha segnalato che la canzone era un prodotto dell’intelligenza artificiale.

A me la canzone artificiale e la commozione artificiale (le lacrime posticce dei giudici e del pubblico) hanno suggerito una riflessione che è in continuità con quello che da tempo cerco di problematizzare: il concetto di volontà e di scelta (micro e macro-scelte).

Credo che la nostra volontà e le nostre scelte siano il risultato di una grande quantità di informazioni, di tessere che includono stimoli, immagini e colori emotivi, come sulle carte da gioco, dove osserviamo numeri e colori.

Troverei interessante (pur se un po’ da Frankenstein) un gioco: istruire due reti di computer e le rispettive AI con miliardi di informazioni:

  • da una parte, informazioni e colori emotivi che celebrano la bellezza del bene, dell’amore (nasce un bambino accompagnato da sorrisi; due persone si stringono la mano per un trattato di pace e la gente è felice, un cane si tuffa in acqua per salvare un uomo caduto nel fiume, ecc.);
  • dall’altra, informazioni che celebrano il potere dei soldi, il piacere e l’eccitazione dell’abuso, del trionfo, dell’indipendenza assoluta, l’ebrezza del pericolo, del rischio, ecc.).

Una volta inserite queste informazioni, il gioco consiste nel chiedere alle due Intelligenze Artificiali di costruire una canzone coinvolgente, di produrre un testo su come organizzare la politica di una città del futuro, di comporre i simboli per la bandiera di uno stato in via di formazione dopo la catastrofe nucleare.

Ipotizzo che i due testi parlerebbero di città molto diverse:

  • una città, caratterizzata da centri sociali e asili nido nei quali i bambini vengono incoraggiati a darsi la mano e gli adulti a intenerirsi tutte le volte che un bambino sorride mentre ne aiuta un altro ad alzarsi;
  • l’altra, immagino, avrebbe asili e scuole che suggeriscono che è importante vincere, ottenere la paura e gli inchini di tutti quelli che stanno sotto di noi nella gerarchia (insomma, Sisifo che finalmente riesce a fare inginocchiare Asopo).

Ma a me sembra che questo è esattamente quello che accade a noi uomini senza bisogno di ricorrere all’intelligenza artificiale. In altri termini, credo che la nostra volontà e le nostre scelte, già oggi, siano frutto di una composizione che, pur non essendo voluta in modo organico da qualcuno in particolare, è però il risultato delle informazioni digitali ed emotive che danno luogo all’humus nel quale siamo cresciuti e che ha contribuito a formare la nostra identità (da cui le nostre scelte e quella che noi chiamiamo “volontà”).

Concluso il pensiero, ho quasi la sensazione di aver detto qualcosa di peccaminoso, di inaccettabile, nonostante sia proprio ciò che penso. E mi rimane:

  • da un lato, un turbamento, “l’Unheimlich” freudiano, che è la conseguenza della difficoltà di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario, il vivo dal morto, un essere umano da un androide;
  • dall’altro, la voglia di costruire un ambiente dove aumentino le probabilità che ci si possa sentire rappresentati da una stretta di mano più che da una genuflessione.

Ma in fondo, se anche ciò che sentiamo, pensiamo e vogliamo dovesse somigliare più al risultato dell’intelligenza artificiale che a quello di una volontà che ognuno di noi ha scelto per sé, nulla ci impedisce di tentare di costruire realtà e città che somiglino sempre di più a quelle che ci sembra di avere scelto, che ci sembrano più utili e che non ci costringano a guardarci le spalle da chi è stato informato e formato dall’altra Intelligenza Artificiale.

Alla fine, forse, conviene solo disseminare il terreno di tessere che aumentino le probabilità che ciascuno di noi possa aver voglia di stringersi la mano con il vicino. Ora che ci penso, questo è anche quello che viene suggerito di fare in chiesa col “segno della pace”, ma forse lì, le tessere sono vissute da molti solo come carte da gioco sul tavolo e non come tessere della nostra identità.

Juri  Aparo

Delitto e CastigoIl mito di Sisifo

Conosco due giornalisti

Uno, continuamente in cerca di notizie capaci di “eccitare” il lettore attraverso la sottolineatura di tutto ciò che possa traumatizzarlo e/o metterlo nella condizione di dire a se stesso: “per fortuna non è successo a me”; un altro, intento a dare spazio all’impegno di chi lavora per ridurre la probabilità che accadano gli eventi traumatici di cui il primo racconta.

Uno, in cerca di disastri, conflitti, ferite da evidenziare in modo da sollecitare quel senso di curiosità, di turbamento, di raccapriccio, comunque di eccitazione, che ognuno di noi prova di fronte a una ferita aperta; l’altro, in cerca di notizie capaci di suscitare l’emozione che ciascuno di noi vive quando vede due uomini passare dalla separazione all’incontro, dalla impossibilità di comunicare alla realizzazione di una lingua, un gesto, un collegamento che permetta lo scambio di informazioni e, in generale, il riconoscimento del simile nel diverso.

Un giornalista organizza il proprio racconto invitando il suo lettore a cogliere la distanza tra sé e gli autori dei misfatti di cui all’articolo; l’altro cerca di coinvolgere il lettore, rendendolo partecipe della costruzione che riduce la distanza e che, anzi, evidenzia i punti di contatto tra chi legge e i protagonisti del racconto.

Un giornalista parla della distanza tra la vittima e il carnefice; l’altro del contributo che vittima e carnefice possono darsi l’un l’altro per riconoscere l’origine comune e per aiutarsi vicendevolmente ad emanciparsi ciascuno dal proprio dolore e dal proprio rancore.


La Tempesta, Il Giorgione

Un giornalista parla del fatto che, giunto al limite del precipizio, qualcuno cade e si sfracella, l’altro parla del ponte che unisce i lembi opposti del precipizio e che permette a chi sta al limite dell’uno di non cadere e, anzi, di incontrare e di riconoscersi con chi sta all’altro estremo.

Prossimamente a Delitto e Castigo parleranno insieme di “Emancipazione reciproca” Paolo Setti Carraro e Alessandro Crisafulli; qualche settimana fa lo avevano fatto Marisa Fiorani e Antonio Tango.

Juri Aparo

Delitto e CastigoIl giornale del falso
Strumenti che allargano gli orizzonti

 

Schizzi d’autunno

In questo autunno 2025, al gruppo abbiamo in corso due iniziative:

  • una parte da Max Rigano, giornalista;
  • l’altra da Massimo Zanchin, componente del gruppo A. S. di Opera.

 

Max Rigano è già al lavoro con un giornalista radiofonico, Daniele Biacchessi, che conduce la trasmissione “Il Timone” e con il quale ha concordato di fare diverse interviste ai componenti del gruppo. Dopo la prima a me (andata in onda nei giorni scorsi), Max intende procedere con interviste ad alcuni degli altri componenti del gruppo (ex detenuti, comuni cittadini, familiari di vittime di reato, studenti tirocinanti e detenuti in carcere).

Le interviste riguardano cosa è il gruppo e cosa fa, qual è il ruolo di ciascuno all’interno, i nostri obiettivi, cosa ciascuno di noi ne ricava, ecc.  Le interviste sono individuali. Ognuno potrà concordare con Max dove vedersi o sentirsi e sarà lui a coordinare la comunicazione (la sede di Via Sant’Abbondio, se serve, è comunque utile allo scopo; volendo, lì si può procedere anche con due o tre interviste di seguito). L’intervista viene registrata durante l’incontro a due e poi diffusa nel corso della trasmissione radiofonica mattutina “Il Timone”.

Non posso escludere che, strada facendo, le interviste possano essere estese a direttori di carcere e magistrati. In fondo, è già successo qualcosa del genere con Byoblu, dove agli incontri sono stati presenti anche un magistrato e la direttrice del carcere di Monza.

Invito i componenti del gruppo che hanno piacere di prendere parte all’iniziativa a darmene segno, così che io possa metterli in comunicazione con Max Rigano. La prima intervista deve avvenire nei primi giorni della prossima settimana (29 o 30 settembre).

 

Nata su suggerimento di Massimo Zanchin, l’iniziativa prevede che un componente del gruppo racconti al tavolo un episodio della sua vita. Ognuno, detenuto o meno, sceglie di raccontare quello che gli pare, senza altro vincolo se non quello di stare dentro i 15 minuti.

Le persone sedute al tavolo, concluso il racconto, pongono domande al protagonista della giornata, fanno osservazioni, critiche, richieste di chiarimenti, portano ricordi personali evocati dal racconto. Ne vengono fuori riflessioni di ogni tipo, come di norma accade al tavolo del gruppo.

Infine, il coordinatore del gruppo propone una sua interpretazione del racconto e degli interventi che ne sono seguiti.

L’iniziativa prevede che per ogni racconto venga realizzato un podcast per la radio o per una puntata televisiva di circa 30/45 minuti. Per procedere alla registrazione occorre ovviamente l’autorizzazione della direzione delle diverse carceri.

Se Andrea Spinelli o una persona che sa disegnare vorrà corredare lo snodarsi del racconto e degli interventi con schizzi o bozzetti che riprendano alcuni dei passaggi, avremo delle puntate televisive più ricche.

Al momento, siamo già alla 7° puntata, di cui 5 nel carcere di Opera, una a San Vittore e l’altra a Bollate. Nel carcere di Opera il racconto ha luogo tutti i mercoledì: al mattino con il gruppo dell’Alta Sicurezza, al pomeriggio con quello della Media Sicurezza.

Non escludo che nel tempo si possano avere al gruppo giornate in cui il racconto verrà proposto da soci del Rotary o da ospiti esterni.

L’iniziativa sarà anche oggetto di studio per i tirocinanti universitari che frequentano il gruppo, ai quali viene richiesto di trascrivere il racconto, di riassumere i passaggi ritenuti significativi della giornata e di collegarli con le teorie e le griglie di lettura degli autori conosciuti attraverso i loro studi universitari.

Anche questi racconti, che si muovono tra errori, paure, fantasie, aspirazioni, sono uno strumento della nostra palestra.

Angelo Aparo

La nostra palestra