Istruire una prossimità

Qualche tempo fa il Gruppo della Trasgressione aveva preso parte nel carcere di Opera a un incontro sul rapporto fra vittime e autori di reato. Il confronto, cui avevano preso parte anche magistrati e giornalisti, era stato giudicato da tutti i presenti interessante, ma più di una persona aveva osservato con bonaria ironia che… “mancavano i carnefici”.

Non potevo non convenirne! Anche se erano loro stessi a dire che “… all’epoca dei reati, non avevamo lo spazio dentro per sentire la vittima”, i detenuti che avevano preso la parola sembravano ben altro da quello che avevano dichiarato di essere stati all’epoca dei loro crimini. Dicevano apertamente che “quando non si dà valore alla propria vita, non si può avere coscienza del dolore della vittima”, ma il loro modo di parlare sembrava guidato proprio dalla coscienza e dal gusto di viverla e di ricercarla.

D’altra parte, essi erano tutti parte di un gruppo di studio dove si cerca di comprendere: 1) come si diventa criminali; 2) il modo confuso con cui il principio della giustizia è presente anche nel predatore; 3) se e come si può rinunciare gradualmente all’eccitazione dell’abuso per il piacere della relazione; 4) quanto sia difficile stabilizzare l’equilibrio psico-sociale del neo-cittadino proveniente da un’adolescenza vissuta nella devianza.

Dopo avere ascoltato per anni i loro contributi, oggi credo che dietro ogni gesto criminale ci sia un genitore al quale il reo fantastica di restituire un tradimento subito. Ma la trama storica e psicologica che dà origine a queste fantasie e gli atti criminosi che ne discendono sono difficili da ricostruire; e così, spesso si trascura che rancore, reato e fantasie di rivalsa fanno parte di un impasto tumultuoso, spesso artificiosamente glaciale, nel quale l’abuso e la violenza hanno per chi li esercita il sapore del risarcimento.

Ma proviamo a entrare in questa oscura selva di fantasie negate! Da più di un detenuto era stato detto che nell’atto del reato “… la vittima non è una persona, ma soloun ostacolo da eliminare”, in altre parole, un oggetto col quale non si vive alcuna relazione affettiva. Pur se in presenza di diverse vittime di reato, parlando dei loro crimini, i detenuti avevano confidato che “… è brutto dirlo, ma io alla vittima non ci pensavo, non provavo nulla”.

A me pare però che le loro affermazioni corrispondano solo a un frammento di verità… e mi sembra, piuttosto, che fra chi commette il reato e chi lo subisce esista una relazione molto più intensa, pur se sotterranea, che somiglia a quella che il bullo ha con la sua vittima e, prima ancora, a quella che la bambina ha con la sua bambola quando la sgrida. Mi sembra, insomma, che la vittima sia per il reo un “oggetto” molto meno estraneo di quanto egli senta coscientemente e sia, come per il bullo, il supporto sul quale egli proietta in modo espulsivo la sua fragilità e il suo senso d’impotenza, cioè un fratello al quale far pagare il tradimento subito (o che fantastica di aver subito) dalle persone deputate a proteggerlo e gli stati d’animo che ne discendono: rancore, senso di emarginazione, difficoltà a muoversi nella legge del padre, implicita autorizzazione alla pirateria.

Ma recuperare la coscienza della parentela negata fra il reo e la vittima è per tutti un percorso in salita, che equivale a perdere i vantaggi dell’abuso, senza la certezza di guadagnare qualcosa in cambio! L’abuso, per il reo, corrisponde a una rivolta contro il tiranno, a un delirante flash di libertà, a un’affermazione della propria onnipotenza; per il comune cittadino, a un sistema per identificare i tratti del persecutore e tenerlo distante; per i giornalisti, a un banchetto cui invitare quante più persone possibile; per il tribunale, a una violazione di cui restituire il peso a chi l’ha commessa e i conteggi ai cittadini; per la vittima, a un trauma che toglie il fiato e placca il pensiero.

Insomma, interpretare l’abuso come l’indicatore di una parentela (e non solo di un conflitto fra estranei) è un’operazione difficile, costosa, temeraria. Eppure, dopo qualche tempo dallo shock, qualcuno si mette in cerca di questa parentela; e a farlo, è proprio la vittima o i suoi congiunti più cari… forse, semplicemente perché sono proprio loro ad avere il bisogno più sentito di “istruire una prossimità”.

Quando un bullo umilia un suo coetaneo estorcendogli un panino, lo sottomette per avere il panino o gli prende il panino per umiliarlo? E il suo bisogno di umiliare la vittima da cosa nasce?

La scena dell’abuso, nella gran parte dei casi, può essere riassunta come quella di un soggetto costretto all’impotenza da chi, pilotato dall’odio verso chi lo ha reso a sua volta impotente, ha bisogno di espellere la propria vulnerabilità. Il bottino, che nell’opinione comune è la meta del reato (ma che non a caso viene consumato in un baleno), credo sia soprattutto un diversivo per coprire che l’obiettivo del reato è ottenere un’ennesima conferma (che però non basta mai!) d’essere così invincibili da non potere essere sottomessi, tanto duri da potere sfidare il fantasma di un genitore castrante e/o latitante, tanto indipendenti da potersi lasciare alle spalle la propria impotenza, delegandola, una volta per tutte, alla vittima. Qualcuno lo fa umiliandola, qualcuno offrendo un bicchiere d’acqua a chi sbianca per la paura nel corso di una rapina, ma è ancora un sintomo… e i sintomi, si sa, ritornano mille volte proprio perché non se ne riconosce il messaggio, costringendo il loro “esecutore” a girare dentro un loop da fare invidia a Sisifo.

Le persone detenute che avevano offerto le loro considerazioni nel corso dell’incontro, invece, sembravano motivate a interrogarsi sull’origine dei loro sintomi e sull’humus dei loro reati quanto gli altri protagonisti della ricerca, vittime e magistrati compresi. Fra di loro, uno confidava che un tempo pensava di essere diventato adulto il giorno in cui ha picchiato suo padre, e che in tempi più recenti si era invece reso conto che essere adulti è una meta verso la quale, nella più sorridente delle ipotesi, si procede intrecciando il piacere della libertà con il piacere della responsabilità verso l’altro.

Finalmente possiamo rallegrarci, almeno con alcuni, del fatto che le stesse persone che in passato sono state carnefici oggi ci aiutano a ricostruire il mosaico dell’identità deviante e a toccare con mano che, quando l’arbitrio e l’eccitazione diventano il principale strumento per zittire il proprio senso di marginalità, il reato può investire chiunque, come chiunque può essere investito da un autista ubriaco o da un burattino intontito dal delirio di un’indipendenza posticcia.

Ma se perdere un figlio per un incidente, per una disgrazia priva di intenzioni, causa dolore e sgomento, perderlo per volontà di una marionetta mossa dal delirio, comprensibilmente, genera un tormento che non si placa. Chi perde un congiunto rimane legato per tempi lunghissimi all’omicida. Quasi sempre, in un primo momento, la vittima sviluppa verso il colpevole odio e voglia di vendetta; poi, molte volte, passa al desiderio che il processo gli “restituisca” la giusta punizione; infine (ma qualche volta anche in tempi molto brevi), soprattutto per chi a causa del reato ha perso un congiunto, accade che il desiderio di giustizia si trasforma nel desiderio che il reo possa sviluppare la coscienza della perdita causata. Ricordo le parole straziate della moglie di una delle vittime della strage di Capaci al funerale: “Io li perdono, ma loro si devono inginocchiare… ma lo so, loro non si inginocchiano”. Perché questo bisogno così intenso che la persona che ci ha ferito abbia coscienza del nostro dolore? Perché questo bisogno di far pace con gli assassini del marito?

Probabilmente, anche dopo che il male ha ultimato il suo corso, nessuno quanto la vittima ha bisogno che nel carnefice nasca la coscienza dell’altro. Sembra paradossale, ma molto spesso chi ha subito una perdita così grave ha bisogno di pensare al congiunto che ha perso la vita insieme con la persona che gliel’ha tolta, qualche volta persino di sentirla parte della sua stessa cerchia affettiva. Chi patisce il dolore ha bisogno che dal dolore nasca qualcosa e di orientarlo in una direzione… e questa direzione non può essere quella dell’odio… perché nel tempo la vittima capisce che la prigione dell’odio consuma la sua stessa vita senza restituirle nulla. La vittima capisce, potremmo aggiungere, quello che il carnefice ha difficoltà a riconoscere e che tiene distante da sé grazie all’eccitazione compulsiva di droghe e abusi di potere.

Si intuisce che aiutare chi subisce un reato a emanciparsi dalla ragnatela che quasi sempre ne avviluppa i pensieri è doveroso e funzionale per la salute sociale almeno quanto favorire l’evoluzione del reo. Ma perché chi ha subito il male ha così tanto bisogno che chi lo aveva causato ne abbia coscienza? Spessissimo vediamo le vittime spendere a tale scopo incredibili quantità di energia. Ricordo che circa 20 anni fa Luciano Paolucci, padre del piccolo Lorenzo, ucciso da un pedofilo, venne una domenica da Foligno a San Vittore senza altro compenso che la possibilità di riflettere col Gruppo della Trasgressione sul perché del male subito da suo figlio.

Credo che la lacerazione dovuta a una grave perdita affettiva, giunta traumaticamente e senza una comprensibile ragione, per potere essere tollerata, debba diventare seme di una storia: il terremoto non ha volontà, traumatizza, ma non chiude i sopravvissuti nella prigione del rancore; quando la morte viene determinata intenzionalmente, invece, i parenti più stretti della vittima, per poterne sopportare la perdita, hanno bisogno che la volontà dell’omicida cambi direzione, che l’odio mortifero diventi coscienza della prossimità e origine di nuove relazioni. Ma perché questa “gravidanza” possa essere avviata, occorre la ricostruzione di una storia che, di fatto, non conosce nemmeno il carnefice, se non nei suoi risvolti più superficiali e comunque non nei nodi che sono all’origine delle sue scelte; occorre una storia che conduca chi ha commesso l’abuso alla libertà di entrare in relazione con l’altro.

Con questo non si vuol dire che il reato viene commesso in una condizione di “illibertà”; è assiomatico che chi commette un abuso ne è responsabile. Ma se per la società non è possibile fare a meno del presupposto della responsabilità e se per la Legge è ragionevole misurare soprattutto la responsabilità nel reato, per la psicologia è importante interrogarsi sui meccanismi in virtù dei quali la persona allarga o restringe ogni giorno i confini della propria libertà. Per chi indaga sui retroscena della scelta, l’area della responsabilità riguarda anche la cura o l’incuria con cui ci si occupa della propria libertà di scelta e degli stati d’animo che ne costituiscono il liquido amniotico. Al Gruppo della Trasgressione, dove l’esplorazione di questi territori è pratica quotidiana, recentemente uno dei componenti diceva che “recuperare la coscienza del proprio delirio e del male perpetrato corrisponde a restituire alle vittime il dolore e il rispetto che meritano e a noi stessi il risveglio dall’anestesia nella quale abbiamo vissuto”.

Ascoltando le parole dei magistrati, dei giornalisti, delle vittime e di chi a suo tempo è stato carnefice, si percepisce, chiaro, il desiderio di tutti di recuperare coscienze esiliate; da parte mia, credo che per farlo occorrano storie che permettano alla “banalità del male” di disvelare la sua intelaiatura nascosta e corrosiva.

Per riuscirci, però, non basta perdonarsi e abbracciarsi; è indispensabile, tra l’altro, che l’immagine cristallizzata dell’autorità che di solito ha il criminale (quella di un tiranno che esercita il potere esclusivamente a proprio beneficio) venga rielaborata e bonificata. Ma questo diventa del tutto impossibile senza programmi mirati e se non si tiene conto del fatto che personaggi pubblici e, a volte, perfino figure istituzionali si lasciano sovrapporre al prototipo di autorità che chi commette abusi ha interiorizzato già nei primi anni di vita. Affinché una punizione e la restrizione della libertà possano essere tollerate senza diventare per il ristretto un’ulteriore autorizzazione alla pirateria, occorre che il condannato possa imparare a nutrirsi della relazione con l’altro, e questo è possibile solo se il dolore della punizione e la fatica di recuperare la coscienza esiliata vengono condivisi dall’autorità stessa (particolarmente interessante sul tema la relazione della dott.ssa Cosima Buccoliero al Teatro Dal Verme lo scorso 15 ottobre).

Per fortuna, pur se il rinnovamento del clima istituzionale avviene con lentezza, questa è la direzione degli ultimi anni. Avviare studi e aprire spazi strutturati in cui ci si possa servire della motivazione che hanno in tal senso le vittime di reato non può che giovare alla causa. È vero che la vittima ha bisogno di recuperare la prossimità col suo carnefice per tornare a vivere libera dal rancore, ma questo, oltre a essere un valore morale, è in definitiva ciò di cui abbiamo bisogno noi tutti.

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Ricordi di un’età

Ricordi di un’età
Tonino Scala

Sognerò di me
di quel passato che non c’è
e di quel tempo che verrà
che non sarà mai più com’era

Sognerò di te
di tutto quello che c’è stato
di tutto ciò che era sbagliato
e di quel “giusto”
che abbiamo buttato via.

Sognerò e so già
che non vorrò svegliarmi più
e non smetterò di cercarti
per parlarti e raccontarti
che son qui,
che non sono andato via
e non mi son lasciato andare
e non ho cercato niente
sono qui ad aspettare
che qualcosa cambierà
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

Sognerò una strada
che non ho tracciato mai
ma anche al buio la troverei
e una casa che non ho abitato mai

 

Parlerò a un amico
che non ho conosciuto mai
ma che sa tutto di me
e che mi perdonerà
tutte le volte che …

Sognerò e so già
che quando mi risveglierò
avrò poco tempo per spiegarti
che c’è stato un tempo per parlarti
e un tempo per ascoltarti
ma … ma è mancato quello
per capirci e sopportarci
e adesso non ci resta
che guardare avanti …
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

per parlarti e raccontarti
che son qui,
che non sono andato via
e non mi son lasciato andare
e non ho cercato niente

sono qui ad aspettare
che qualcosa cambierà
ma so già come sarà
come il vento dell’estate
che si porta via con sé …
i ricordi di una età

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Dentro ognuno di noi

Dentro ognuno di noi
Tonino Scala

Dentro ognuno di noi
c’è nascosta un’idea
servirebbe a cambiare una vita
inventarla a misura
ne varrebbe la pena
di provare a partire
si potrebbe tornare bambini
e nelle mani il domani

Dentro ognuno di noi
c’è nascosto qualcosa
e vorresti tenerla ed usarla
con molta pazienza
non la trovi nel banco dei pegni
nelle notti agitate
è la cosa più rara che hai
per non perderti mai

ed io posso scoprire dov’è
nascosta dietro il mio cuore
che posso aprire e far crescere
fino a poterla sognare
proprio dentro di noi
c’è un bimbo
che ci difende e ci fa ripartire

La nicchia, la crosta e il rosmarino

tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea

adesso immagina qui
una grande poesia
dove tutto è nascosto e proibito
dove niente è sicuro
a volte è sincera
ed inventa l’amore
nasconde i nostri cuori
dagli ostacoli

ed io posso scoprire dov’è
nascosta dietro il mio cuore
che posso aprire e far crescere
fino a poterla sognare
proprio dentro di noi
c’è un bimbo
che ci difende e ci fa ripartire
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea
tenendo in piedi la vita
tenendo in piedi un’idea

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L’abuso e i suoi protagonisti

 

Pubblicato da Angelo Aparo su Domenica 15 ottobre 2017

 

Le domande di questi sabati alla bancarella di Frutta & Cultura in Piazza Sant’Agostino sono: Cosa prova chi commette un abuso ai danni di qualcuno e cosa prova la vittima? Come si evolve nel tempo ciò che sentono i due protagonisti dell’evento? Cosa ne favorisce l’evoluzione?

Ovviamente esistono molte risposte e tutte parziali, ma se espresse in modo curioso e collaborativo, tutte utili alla evoluzione di entrambi i personaggi. Gli interventi sul forum sono aperti…

In questa fase, preferiamo non parlare dell’abuso contro se stessi (alcol, droga, gioco d’azzardo) e dell’abuso sessuale. Chi avesse piacere di farlo può comunque segnalare sulle aree espressamente dedicate le proprie osservazioni.

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Grazie alla Croce Rossa Italiana

Tre mesi fa il Rotary Club Milano Duomo mi ha invitato a scrivere una relazione sull’andamento del corso per “Operatore sociale generico” tenuto dalla Croce Rossa Italiana a beneficio di una ventina di volontari della Croce Rossa e di 8 detenuti, tutti selezionati (per scelta ragionata e strettamente connessa a come l’iniziativa è nata e si è sviluppata) fra i componenti del Gruppo della Trasgressione.

Avevo trovato l’invito, rivolto tanto a me quanto alla presidenza della Croce Rossa, del tutto naturale, visto che il Rotary Club Milano-Duomo e il Gruppo della Trasgressione erano stati gli ideatori dell’iniziativa e visto che il Rotary Club Milano-Duomo aveva versato alla Croce Rossa e all’associazione Trasgressione.net un contributo economico per le spese.

A seguito di un paio di riunioni nella sede milanese di Via Tucci della Croce Rossa fra il dott. Luigi Maraghini e la dott.ssa Raffaella Menini (presidente e vicepresidente della Croce Rossa Italiana), la dott.ssa Paola Granelli e la dott.ssa Antonietta Ferrigno (responsabili dell’iniziativa per il Rotary Club Milano Duomo) e il sottoscritto (coordinatore del Gruppo della Trasgressione), era stato infatti deciso che il corso, aperto in passato solo a volontari della Croce Rossa, quest’anno avrebbe accolto fra i suoi allievi alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione che negli anni precedenti avevano già ottenuto l’attestato relativo al corso di “Primo soccorso”, tenuto dal dott. Vittorio Fioravanti (a sua volta socio del Rotary, nonché volontario della Croce Rossa Italiana).

Conclusa la mia relazione sul corso, mi sono stupito quando, leggendo quella della Croce Rossa, non ho trovato alcun riferimento al Gruppo della Trasgressione né a come si era giunti al corso di quest’anno. Francamente dispiaciuto per l’omissione, mi sono chiesto a cosa potesse essere dovuta. Più in generale, mi sono chiesto come sia possibile che il mondo, a conti fatti, sia sempre più evoluto, nonostante si possa constatare ovunque una certa “disattenzione” nei confronti di chi contribuisce alla sua evoluzione.

L’omissione, a maggior ragione se vista dalla parte di chi ha avuto l’idea e si è speso, in esplicito accordo con gli altri partner, per accudirla nei suoi primi due anni di vita, lascia la bocca amara! Interrogarsi con i detenuti del Gruppo della Trasgressione sul valore della gratitudine per favorire l’emancipazione del condannato e assistere alle omissioni dei vertici che vigilano sul benessere dei liberi cittadini causa un certo turbamento.

Ma è così! A conti fatti, sembra che le idee di valore, una volta partite, acquistino una vita quasi autonoma. L’iniziativa che ha portato alla collaborazione fra il PRAP e la Croce Rossa è evidentemente buona, visto che da qui in avanti essa si rinnoverà a prescindere da chi l’ha concepita: i ponti ben progettati permettono agli uomini di incontrarsi e migliorare la realtà al di là di chi li ha progettati. In fondo, non è successo nulla di diverso da quello che accade di norma: gli uomini muoiono, ma le loro invenzioni, se sono valide, si servono dell’energia di altri uomini per proseguire la loro strada e migliorarsi.

Il concetto va perfettamente d’accordo con quel che Darwin insegna a proposito della evoluzione della specie e, simpaticamente, concorda con la constatazione che un bambino di pochi mesi ha il potere di motivare gli adulti che incontra ad accudirlo a prescindere da chi lo ha messo al mondo.

Se da un lato rimane l’amarezza del mancato riconoscimento, dall’altro sono grato a chi mi ha dato modo di seminare qualcosa che è anche mio e che, grazie alle istituzioni che sopravvivono agli uomini, andrà oltre il mio nome e quello del Gruppo della Trasgressione.

 


 

La mia relazione per il Rotary sul corso per “Operatore sociale generico”

Sul Corso della Croce Rossa

Milano, 8 giugno 2017

Al “Corso per operatore sociale generico” si giunge in base all’intesa formalizzata nel 2015 fra la Croce Rossa Italiana, il Rotary club Milano Duomo, il PRAP “Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria” e il “Gruppo della Trasgressione”. Nel 2015 e 2016 circa 36 componenti del “Gruppo Trsg” avevano frequentato il corso di primo soccorso e ottenuto il relativo attestato; in entrambe le occasioni tutte le lezioni si erano svolte in presenza degli agenti della scorta di polizia penitenziaria e, anche per questo, il corso era stato destinato solo ai componenti del gruppo (studenti universitari e detenuti delle carceri di Opera e di Bollate).

Considerati gli ottimi risultati delle due occasioni precedenti, si è deciso questa volta di aprire il “corso per operatore sociale generico”, destinato tradizionalmente a volontari della Croce Rossa, anche ad alcuni dei detenuti provenienti dalle esperienze di cui sopra. Tutte le lezioni si sono svolte in un’aula dove non si distingueva fra comuni volontari e detenuti e, cosa non trascurabile, anche i risultati dell’esame finale non hanno evidenziato differenze di rilievo fra gli uni e gli altri. Fra tutti gli allievi è cresciuta infatti una eccellente sintonia e sembra che la presenza dei detenuti abbia contribuito a dare vivacità al corso e utili stimoli agli altri studenti.

Degli otto detenuti che avevano iniziato il corso ne sono arrivati in fondo sei, gli stessi che nei mesi successivi hanno anche partecipato all’attività di tirocinio con eccellenti risultati, pur se le necessarie procedure istituzionali hanno richiesto tempi per cui tre dei tirocinanti non hanno ancora completato tutte le ore previste.

Gli obiettivi del corso sono stati ampiamente raggiunti! Fra questi, il principale era accostare l’immagine della Croce Rossa Italiana a quello dell’istituzione penitenzia per rendere più facile per i detenuti del corso (e, in prospettiva, per i detenuti in genere) rinnovare la propria immagine dell’autorità, cioè passare dall’immagine di un’autorità che proibisce e punisce a quella di un’autorità che insegna; passare gradualmente dall’immagine di autorità che marca confini e distanze a quella che accorre dove c’è bisogno. Ovviamente si tratta di un percorso lungo decenni ma è significativo che proprio dai detenuti che hanno frequentato il corso siano state formulate sintesi come “Le sirene di Ulisse per perdersi, quelle della Croce Rossa per ritrovarsi”.

In conseguenza dell’ora tarda in cui di solito veniva concluso il giro di servizio effettuato insieme da detenuti e comuni volontari della Croce Rossa, mi sono trovato più volte, oltre la mezzanotte, ad accompagnare i detenuti in carcere, a raccogliere le impressioni a caldo sulle esperienze della sera e a sentirmi dire frasi come ”In una giungla di incertezze chiamata civiltà, la Croce Rossa Italiana è un bene che si nutre di umiltà, un bene prezioso per la collettività”.

Tutte le riunioni di programmazione si sono svolte nella sede di via Tucci in presenza della vicepresidente della C. R. I., della dott.ssa Paola Granelli, della dott.ssa Antonietta Ferrigno e del sottoscritto.

Associazione Trasgressione.net
Angelo Aparo

Cella parlante

Cella parlante
Gabriele Tricomi

In ogni tempo, quando di tempo pareva non ne avessi, mi rinchiudevano nel mio spazio. Mio l’avevo fatto, insieme ai miei pensieri.

Il bagno mi aspettava per liberarlo da ogni sgradevole odore. il letto mi voleva solo poche ore, la notte, poiché il mio peso infastidiva il suo riposare. Quel pezzo di ferro m’addrizzava la schiena; se provavo a spostarlo qualcuno da sotto mi bussava: non volevano sentire il lamento acuto di quel ferro inumidito.

Eravamo io, il cesso e il letto, a comunicarci disappunto per la nostra solitudine. Di questo trio volevano far parte anche il lavandino e gli armadietti, il loro contributo non volevano fosse taciuto.

L’armadio più grande lamentava la pochezza di indumenti nel suo spazio, si sentiva sprecato; il più piccolo, poggiato su bombolette di gas vuote, non trovava giusto sopportare tutto quel peso di pasta, pelati e altre “ciberie”, appeso come un disabile su stampelle coperte di polvere e martoriate dai colpi di scopa che disturbavano il suo sonno.

Il lavandino soffriva, costretto in ogni stagione al freddo gelido dell’acqua. Tutti in disappunto comunicavano tra di loro e infine con me. Volevano che io trovassi soluzioni a quella solitudine e malinconica compagnia.

Cominciai così a farmeli amici, a rendermi utile a loro. Il letto non lo spostavo più, mi sdraiavo sotto di lui per pulirlo dall’umidità. L’armadio più grande lo riempivo di libri e di lettere, così da farlo sentire finalmente realizzato. Il più piccolo lo usavo per farci il forno, e il lavandino iniziò a conoscere l’acqua calda, resa tale dall’amico mio prediletto, il fornello.

Tutto pareva funzionare bene, nessuno più lamentava solitudine, gli spazi e le cose li usavo senza disturbare nessuno. Ma a volte la prepotenza di qualche “garante del nulla” voleva farci un dispetto, ci separava. A suo dire, quelle suppellettili a me care potevano diventare armi e strumenti per inganni. I miei amici finivano in magazzino, me li portavano via. Rimanevo nuovamente solo, io le mura e i cancelli.

Miei cari compagni di solitudine, branda, fornello, armadi e lavandino, e anche tu, mio fetente cesso, oggi che posso stare in mezzo a tanta gente e a tante cose belle, vorrei portarvi nei miei pensieri per raccontare chi sono stato ieri.

La freccetta

Quell’ultimo sabato di agosto, Sara e Manuela avevano cercato la freccetta dai primi riflessi del tramonto fin quando non c’era stata più abbastanza luce. Si erano conosciute appena tre giorni prima in Toscana, in casa del nonno di Sara, dove Manuela e io, vecchio amico di Franco, avevamo deciso di fermarci qualche giorno prima del rientro a Milano.

Nella serenità di quei tre giorni, fra un salto a Vicopisano e qualche passeggiata fra gli ulivi ai quali Franco si dedica, quel sabato pomeriggio avevamo deciso di guadagnarci la cena giocando a freccette. Manuela si era unita alla sfida e tutti e tre avevamo trascorso l’ultima ora segnando con grande serietà i rispettivi punteggi.

Spesso le freccette andavano distanti dal bersaglio, ma si lasciavano sempre rintracciare sull’erba attorno. Quell’ultima freccia no! Aveva sfiorato la tavola sulla quale era appeso il bersaglio e, trasgressivamente, mentre le alette della freccia erano cadute proprio  ai piedi del nostro obiettivo, la sua punta era andata velleitariamente oltre, non si sa dove.

Le vane ricerche si erano concluse con una promessa di Sara: “Manuela, cercherò la freccetta per tutta la vita, fin quando non la troverò”.

Rientrati a Milano, Manuela e io ci eravamo dimenticati della freccetta; Sara no! E mercoledì mattina arriva la conferma della sua determinazione.

Forse nulla di strano, ma a colpirmi sono soprattutto gli occhi di Sara. A me la sua espressione richiama la felicità di chi mostra la medaglia d’oro sul podio alle Olimpiadi, ma forse per Sara la freccetta è ancora di più di un primo posto e di una medaglia.

Vorrei tanto capire cosa prova questa piccola atleta della ricerca per riuscire a comunicarlo a chi tutti i giorni smette di cercare, affidando all’eccitazione della droga e del potere il ruolo di condurlo dove, nella effimera, delirante grandiosità del momento, si conclude ogni ricerca.

Forse queste persone potrebbero poi andare da Sara e chiederle perché non ha smesso di cercare la punta della freccia che si era spinta così in là. Chissà, forse aveva solo desiderio di far contenta Manuela o forse voleva rimetterla con le altre per veder giocare ancora insieme il nonno Franco e gli altri adulti con tutte le freccette.

Ciao Sara, grazie.

Juri

 

All’ombra dell’ultimo sole

Fra il pescatore e un assassino
Le domande di un’umanità che non muore

MARTEDI’ 8 AGOSTO 2017

PARCO ARCHEOLOGICO DI CAUCANA

con le canzoni di

Fabrizio De André e Luigi Tenco.


Il barbiere di Rovigo

Mentre aspettavo il mio turno, il barbiere si dedicava a un ragazzo dagli occhi puliti e sorridenti. Si parlavano e ridevano. Che incantevole semplicità! Erano solo un barbiere che fa il suo mestiere e un ragazzo che, fiducioso, glielo lascia fare. Eppure sembrava una magia.

La Trsg.band a Prato San Pietro

Fra il pescatore e l’assassino,
le domande di un’umanità che non muore

I personaggi imperfetti di Fabrizio De André e i detenuti del Gruppo della Trasgressione si incontrano in Piazza Concordia di Prato San Pietro grazie alla Trsg.band e alla mediazione di Juri Aparo.

Prima e dopo il concerto, i cittadini potranno dialogare con i detenuti del Gruppo della Trasgressione.

Ingresso gratuito

I concerti della Trsg.band