La Roma Sport

Nicola Petrillo

Arrivai a Milano nel 1967, in via Rovereto, traversa di Viale Monza. All’epoca era ancora periferia. Una zona piena di emigranti, in particolare calabresi e pugliesi, tutti con l’aspirazione di un futuro migliore garantito dal posto fisso e “con i libri”.

All’epoca eravamo poveri, per far quadrare il bilancio familiare mia madre, anche se aveva fatto solo la terza elementare, faceva invidia a una calcolatrice. Riusciva a far bastare sempre tutto. Erano i tempi che a casa mia si usava la “Frizzina”, poi diventata “Idrolitina” perché più economica. Per chi non lo sapesse erano bustine per far diventare l’acqua frizzante. Era impossibile convincere mia madre a comperare la Fanta, la domenica anche l’aranciata si faceva con le bustine. Mia madre per risparmiare allungava sempre tutto con l’acqua: dal caffè all’acqua stessa. Era un po’ come Gesù Cristo, moltiplicava il poco che c’era.

Il sogno di avere una bicicletta si fece strada nella mia mente quando facevo la prima media, avevo circa 12 anni. Ai tempi c’era la “Roma Sport”, una bicicletta da cross arancione, con il freno posteriore a pedale ed il sellino lungo, che ci si poteva stare anche in due. Era esposta nel negozio “Atala Sport” di Viale Monza, tra Pasteur e Piazzale Loreto. Quando ci passavo davanti, mi incantavo a guardarla, costava 20.000 Lire, una settimana di lavoro di mio padre. Era impensabile anche solo a parlarne. Le richieste a Babbo Natale non venivano esaudite, perché era povero anche lui. E anche la Befana si giustificava dicendo che la bicicletta, purtroppo, non entrava nella calza.

Durante il giorno i miei genitori lavoravano; io e mio fratello, più grande di 1 anno, andavamo in giro con due amici pugliesi, in cerca di opportunità per raggranellare qualche spicciolo. Un giorno arrivammo fino alla Stazione Centrale, attraversando Viale Monza, via Martiri Oscuri, via Ferrante Aporti, sempre dritto si arrivava ai treni. Era quasi impossibile perdersi. Quasi per scherzo, all’interno della stazione, aiutiamo una signora in difficoltà con i bagagli e glieli portiamo al binario dove lei doveva prendere il treno; ci diede 200 Lire di mancia per comperarci il gelato. Eravamo tutti contenti e, mentre ci leccavamo il gelato, ci venne l’idea che il giorno dopo potevamo ripetere l’esperimento, aiutare la gente che scendeva dal treno a portare i bagagli, nella speranza di una mancia. Funzionava fin troppo bene. Ogni tanto dovevamo scappare perché i portabagagli ufficiali, quando si accorgevano che gli portavamo via il lavoro, chiamavano la Polfer ma, tutto sommato, il rischio valeva la candela.

Insieme a mio fratello decidemmo che, se andavamo tutti i giorni e mettevamo da parte i soldi, potevamo comperarci una bicicletta. Una volta che avessimo avuto i soldi, nostro padre non avrebbe potuto trovare scuse.

Con mio fratello litigavamo spesso se comperare la “Roma Sport” nuova oppure due biciclette usate, da Medina in Viale Monza di fianco alla fermata del metrò Rovereto, che riparava biciclette ed aveva sempre delle buone occasioni nell’usato. In quel periodo aveva due bici tipo “Graziella”, che vendeva a 10.000 Lire l’una. Ogni giorno a ripetere la solita frase: “Scusi signora, vuole una mano a portare le valigie?”. Riuscivamo a guadagnare dalle 600 alle 1.000 Lire al giorno. Quando, qualche rara volta, riuscivamo a superare le 1.000 Lire ci compravamo il gelato al baracchino “da Sirtori” sull’angolo della stazione in via Ferrante Aporti.

Dopo circa due mesi, raggiunte le 20.000 Lire in contanti, la sera parlammo con mio padre, dicendogli che avevamo i soldi, spiegandogli come li avevamo guadagnati e che volevamo comperare la bicicletta. Mio padre si arrabbiò di brutto, perché ci eravamo allontanati così tanto da casa senza il suo permesso. Ci disse che la bicicletta non era indispensabile, ci sequestrò i soldi e comprò un lampadario per la nostra camera, che c’era ancora la lampadina che penzolava.

A me, all’epoca, della lampadina penzolante non me ne fregava proprio niente. La mia prima bicicletta me la sono rubata… anche la seconda, la terza, e via dicendo.

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