Con gli studenti sulla trasgressione

Verbale dall’incontro a Opera del 29-03-2017
Cristina Brioschi

Gli studenti della scuola “Laura Conti” di Buccinasco avevano già partecipato ad un incontro con il Gruppo della Trasgressione, sono perciò arrivati al Carcere di Opera con alcuni spunti, a partire dai quali si è snodata la discussione della mattinata. In particolare, i ragazzi avevano individuato tre diversi tipi di trasgressione (utile, inutile, inutile ma comprensibile) e insieme ci si è chiesti se avessero una matrice comune.

Questa è stata dapprima individuata nel superamento di un confine e nel voler raggiungere un obiettivo. Quest’ultimo concetto è un po’ vacillato quando ci si è chiesti quale potesse essere l’obiettivo di dar fuoco ad un clochard. Si è quindi passati all’ipotesi che le trasgressioni, più che avere un obiettivo chiaro, hanno di solito una spinta confusa. Proprio il fatto che in molti casi non sono ragionate e progettate segna un discrimine tra un gesto che distrugge e uno che crea. Quest’ultimo ha come caratteristica quella di far parte di un percorso che tende ad un fine.

A questo punto Marco (ragazzo della scuola di Buccinasco) ha chiesto ai detenuti perché si fanno trasgressioni inutili e dannose, pur avendole riconosciute come tali. Spesso le si fa perché si dà il carattere dell’irrinunciabilità a qualcosa che non si possiede.

L’individuare la condizione di vita che può dar luogo a questa tensione è stato utile per capire che questa tensione ci accomuna tutti, pur se ciascuno vi reagisce in modo personale. Da piccoli capita di considerare qualcosa irrinunciabile e di volerlo subito; lo stesso succede quando si è grandi ma non si è o non ci si sente ascoltati dalle istituzioni, dalla società, dal mondo: ci si sente di nuovo piccoli e, per ottenere qualcosa, si “puntano i piedi” e si sconfina.

Abbiamo poi ragionato su come una trasgressione, da dannosa e distruttiva che era stata, può divenire utile alla crescita individuale e collettiva. I detenuti hanno cercato di comunicare agli studenti i risultati della riflessione su se stessi: tasselli necessari per il percorso sono prendere consapevolezza dei propri errori, essere capaci di autocritica, ma soprattutto comunicare con le proprie fragilità e con qualcuno in cui si ha fiducia e che possiamo riconoscere come guida.

E’ però difficile imbastire un dialogo con se stessi, se per buona parte della vita non si è nemmeno immaginato di poterlo avere: secondo Alessandro, l’esigenza di comunicare con se stessi nasce da qualcosa di non razionale che ci fa invertire la strada, un’urgenza al pari di quella che spinge a trasgredire, ma che va nella direzione opposta. Ci si accorge di non essere in equilibrio, si vedono affiorare nuove esigenze a cui bisogna fare spazio; affinando il proprio ascolto, ci si dà la possibilità di cambiare, mentre si impara a scegliere e a prendersi la responsabilità di quello che si fa. Occorre immaginarsi il proprio futuro per poterlo creare nel presente una scelta dopo l’altra: avere un progetto su di sé fa la differenza nel come facciamo le nostre trasgressioni.

Nella seconda parte dell’incontro i ragazzi e i detenuti si sono vicendevolmente intervistati per poi raccontare l’uno la storia dell’altro a tutto il gruppo. Credo che questo sia un lavoro utile per rinnovare lo sguardo su di sé, per avere una prospettiva più globale, per decifrare la propria direzione e per capire come la si sta portando avanti, per toccare con mano che quello che viviamo è stato in gran parte scelto da noi: si può continuare sui propri binari se ci si riconosce nella direzione che abbiamo intrapreso o provare a svoltare, se il nostro percorso lo richiede.

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Il ponte

Adriano Sannino

È bello oggi raccogliere i frutti di quello che il Gruppo della Trasgressione ha cominciato a seminare nelle carceri milanesi venti anni fa: un progresso continuo nel rapporto fra detenuti e istituzione, nella relazione con alcuni licei e università della provincia di Milano, nell’alleanza con la Croce Rossa Italiana, che ha permesso ad alcuni detenuti di fare prima il corso di primo soccorso e poi, insieme a comuni cittadini, di seguire il Corso di “Operatore Sociale Generico”.

Cercherò di illustrare quello che il gruppo sta facendo in quest’ultimo periodo e quello che ha dato a me e ai miei compagni. Faccio parte da circa 6 anni del Gruppo della Trasgressione, che mi ha permesso di conoscere e interagire con migliaia di ragazzi di diverse scuole medie inferiori e superiori, di età tra i 13 e i 20 anni. Ma debbo dire che la relazione che si è creata con l’Istituto Piamarta e con la Croce Rossa Italiana è qualcosa di rivoluzionario sia per noi che per la società! Se miglioriamo noi che abbiamo contaminato tutto quello che toccavamo e se migliorano i ragazzi che dovranno occuparsi con le loro mani del mondo di domani, di sicuro i nostri figli avranno un futuro migliore.

Non pensavo che una persona come me, che ha fatto parte di una organizzazione camorristica, potesse diventare, insieme a studenti e psicologi del Gruppo della Trasgressione, utile a dei ragazzi con diverse problematiche ed essere per loro un Peer Support (educatore).

Entrare nell’edificio del Piamarta e trovare in un’aula circa 12 ragazzi, tra i 15/20 anni, con storie complicate, che ti aspettano per interagire con te, mentre nelle altre aulne si continuava a fare lezione, è meraviglioso. Nel vedere quel quadro così bello, sono tornato al passato, quando avevo 12/13 anni e frequentavo la scuola. La cosa che mi ha stupito di più è che quando ha suonato la campana per la pausa, i ragazzi non sono usciti dall’aula fin quando non abbiamo concluso il discorso.

Le storie di questi ragazzi vanno dal rapporto difficile con i loro genitori e con i loro professori fino al fascino dei falsi miti, all’uso di sostanze stupefacenti e al comportamento del bullo che indossa delle maschere per mettersi in mostra.

I ragazzi in un primo momento si sentivano osservati e studiati, poi noi abbiamo rotto il ghiaccio con il nostro metodo, cioè un tavolo unico, dove ognuno racconta, chi in modo scherzoso, chi con serietà e coinvolgimento, parte della propria vita. In questo modo, gli studenti hanno cominciato senza difficoltà a fare domande e a raccontare di sé.

Da lì in poi è partita una vera e propria maratona di riflessioni e di rivelazioni di segreti nascosti. Ognuno, con i propri tempi, ha dato il proprio contributo. Ci sono storie come quella di “G”, ma anche di altri ragazzi, che a soli 17 anni ha già avuto una vita travagliata, in quanto usava sin da piccola sostanze stupefacenti e ora si trova, da circa 9 mesi, a svolgere i servizi sociali.

Riflettere su queste storie mi porta a dire che io, per questioni meno complicate di loro, mi sono venduto, prostituito a dei falsi miti. Con il senno di poi penso che, se all’epoca avessi avuto l’opportunità di incontrare il Gruppo della Trasgressione, probabilmente non avrei svenduto i miei valori. Avrei scoperto che le fragilità fanno parte di ogni essere umano e che non vanno tenute nascoste; inoltre avrei capito che rispettare i limiti è una vera e propria “trasgressione positiva”.

Dopo gli incontri ci siamo confrontati anche con alcuni professori ed educatori dell’Istituto, che ci hanno detto che sono rimasti colpiti dal fatto che i ragazzi si sono aperti con noi senza conflitto e hanno trovato il coraggio di aprire i loro forzieri e raccontarci cose intime della loro vita familiare e non solo. A mio avviso, si sono aperti con noi perché non ci hanno visto come un’Istituzione o un’autorità, bensì come loro alleati.

Continuerò a lavorare insieme al Gruppo della Trasgressione affinché i ragazzi delle diverse scuole che incontriamo possano cercare le risorse e la motivazione per vivere con dignità e per costruire qualcosa di bello, invece di chiudersi da soli in una gabbia, come abbiamo fatto noi in passato. Forse noi detenuti del Gruppo della Trasgressione possiamo essere il ponte che collega i ragazzi problematici con le Istituzioni.

Come dicevo, l’altro incontro straordinario che ha segnato la mia vita e che mi ha fatto scoprire la libertà, non solo fisica ma anche mentale, è quello con la Croce Rossa. L’attestato che abbiamo ottenuto con il corso di “Operatore Sociale Generico” e il tirocinio che stiamo per iniziare con la Croce Rossa permetteranno ad alcuni detenuti del gruppo di fornare le “unità di strada”, gruppi di assistenza con cui cercheremo di restituire, nel nostro piccolo, qualcosa di significativo alla società.

Nel passato, quando avevo scelto di essere una bestia, volevo che l’ambulanza non arrivasse sui luoghi dei miei crimini. Oggi l’alleanza tra il Gruppo della Trasgressione e alcune istituzioni (il Rotary, la Croce Rossa, l’Amministrazione penitenziaria) mi fa sentire parte integrante di quella società che lavora per salvare gli altri. Sono fiero, nel mio piccolo, di avere incontrato un’Istituzione che da un secolo e mezzo, si prodiga in tutto il mondo per sostenere chi ha bisogno di aiuto.

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Una trasgressione alle colonne d’Ercole

Valeria Pozzoli

Per poter tornare dal viaggio interiore oltre le Colonne d’Ercole ci vuole consapevolezza: ero questo, adesso sono questo, ho scoperto questo di me che prima non sapevo. Mi  ha sempre fatto comodo rinchiudermi in un certo tipo di personaggio, quello della ragazza timida, che non dice mai la sua, che non rischia mai ma che è così brava ad ascoltare e a dare consigli accorati; ogni volta che sento la spinta a buttarmi, mi dico: “sei sicura di volere lasciare questa zona di comfort, sei sicura di voler tradire il personaggio che ti sei costruita attorno?”.

Ma dietro ogni timido c’è un esibizionista che freme per mettersi a nudo davanti al mondo e che allo stesso tempo ha troppa paura per farlo. Fino a qualche mese fa non avrei mai pensato di potere scrollarmi di dosso la coltre che io stessa avevo posto su di me… una serie di cambiamenti repentini, e che ancora forse sto cercando di elaborare, mi hanno fatto comprendere, invece, che sto diventando, lentamente e per gradi, la persona che vorrei essere: che sorride, che condivide esperienze, che non ha più così tanta paura di affrontare la vita, che cerca pian piano di uscire da quel personaggio che ormai le sta stretto. Per me trasgredire significa sbarazzarmi di quel vestito che mi sono cucita addosso, avere il coraggio di essere quello che l’esibizionista che si nasconde dietro al timido vorrebbe che io fossi.

Tornata dalle Colonne d’Ercole, mi piacerebbe poter gridare con soddisfazione di aver preso consapevolezza di avere tutte le carte in regola per diventare la persona che sogno di essere, che alla fine rischiare e decidere di abbandonare qualcosa che mi è tanto familiare ma che un po’ ormai mi nausea non è poi un così grande peccato.

Da qualche mese a questa parte mi sono accorta di essere in grado di saper fare piccole e grandi cose che prima neanche mi immaginavo e questo sono riuscita a farlo solo trasgredendo il mio tradizionale modo di pensare, forse fin troppo intransigente. Ogni strappo alla regola che io stessa mi sono inconsciamente imposta mi rende più sicura e più forte: e se la regola è che non posso parlare perché sono timida e introversa, voglio riuscire ad infrangere questa mia imposizione con serenità!

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Vittime e Carnefici a confronto

Da “La Repubblica”: “Guardarsi dentro aiuta a cambiare vita

SANDRO DE RICCARDIS

«ERAVAMO sordi, vuoti, ragazzi che non capivano e non ascoltavano, facevamo quello che ci ordinavano », dice l’uomo che sconta l’ergastolo per aver ucciso un poliziotto in Sicilia. «Adesso mi sento meno povera, meno sola. Mia figlia mi è stata strappata quasi ventisette anni fa, mi sembra ancora più importante perché mi ha fatto incontrare tanti altri figli. E oggi la sento viva come non l’ho mai sentita dal giorno in cui è stata uccisa», gli dice la madre di una vittima della Sacra corona unita, la mafia salentina.

Al carcere di massima sicurezza di Opera, vittime e carnefici sono gli uni accanto agli altri. Un centinaio di detenuti per gravissimi fatti di sangue, e una decina di parenti di vittime delle mafie. Dopo un incontro tra un familiare e un gruppo di detenuti lo scorso settembre, nell’ambito delle attività del “Gruppo della trasgressione” e con il supporto del “Centro per la mediazione penale e la giustizia riparativa” del Comune, è nata l’idea di leggere in carcere l’elenco delle vittime innocenti di mafia. La direzione del carcere si è fatta promotrice dell’iniziativa, e Libera ha inserito Opera nell’elenco dei luoghi in cui si dà lettura dei nomi.

Al centro del teatro, c’è un leggìo. Sopra, i fogli con oltre novecento nomi. Per oltre un’ora, chiunque tra i presenti può alzarsi e leggere. Il primo a farlo è un detenuto. Raggiunge i piedi del palco e inizia coi primi nomi. «Emanuele Notarbartolo, Emanuela Sansone, Luciano Nicoletti..». Altri si alzano e aspettano al lato della sala il loro turno. Ognuno legge una pagina, poi porta con sè il foglio. «Abbiamo lavorato con fatica perché questo momento di confronto potesse avvenire qui, il primo in un carcere in Italia — dice il direttore di Opera, Giacinto Siciliano — . La sicurezza è anche questo: che le persone s’incontrino e si dicano quello che c’è da dire, con l’obiettivo di restituire a ogni uomo il significato profondo della responsabilità delle proprie azioni. La vera sicurezza nasce quando si abbandona la contrapposizione e si restituisce spazio alla persona. Guardare dentro se stessi è difficile, ma se si capisce che si può cambiare vita, facciamo un servizio alla sicurezza, ma anche qualcosa di più duraturo per la società».

A rappresentare il coordinamento lombardo dei familiari che si riconoscono in Libera, ci sono i parenti di diverse vittime: la madre di Marcella Di Levrano, la sorella e il fratello di Gaetano Giordano, la nipote di Giuseppe Tallarita. Dopo la lettura dei nomi, ascoltano i detenuti che da tempo riflettono sul proprio passato. «Mi sento in dovere di regalare alle persone che hanno avuto i loro congiunti uccisi alcuni beni sequestrati alle mafie — dice Angelo Aparo, lo psicologo che coordina il “Gruppo della trasgressione” — Sono beni che hanno voce per parlare, che non possono restituire la vita a chi è morto, ma possono dare ai parenti delle vittime una gioia, quella di dire che chi ha ucciso è ancora vivo. Dopo aver affogato se stessi nella palude dell’odio e del rancore, oggi sono vivi. Sono beni che i clan hanno usato per uccidere, ma che i clan non sono stati capaci di uccidere: dopo aver cancellato la loro coscienza, l’hanno recuperata».

«Mentre leggevo quei nomi, mi sono tornati in mente quelli che ho ucciso io — confida uno di loro —. La prima volta ho provato soddisfazione, finché sono stato fuori non me ne sono più ricordato. In carcere la nebbia lentamente si è diradata, sono venuti fuori l’uomo che era, i suoi figli. La sofferenza è venuta fuori, ora è un dolore che purifica, ogni giorno ci faccio i conti. Il dolore è di voi vittime e di noi carnefici, ma sono diversi: uno è stato subito, l’altro causato. Voi dimostrate grande coraggio a stare qui a dialogare con noi».

Accanto al detenuto, è seduta una ragazza. «Ho sempre vissuto a Milano, la mafia era qualcosa di lontano, quando mio nonno è stato assassinato in Sicilia, ero piccolina. I miei genitori hanno impiegato un sacco di tempo a spiegarmi cos’era successo. In questi anni ho sentito spesso parlare di perdono, sentivo molta retorica ed ero molto intransigente, perché chi uccide stravolge la vita di una famiglia, di chi c’era e di chi ci sarà. In un incontro ho conosciuto un ex camorrista. Mi ha raccontato la situazione di Scampia, storie a cui non credevo. Sono andata a vedere e ho capito cosa voleva dire quando mi spiegava che i ragazzini lì non hanno scelta. Ho cominciato a capire che il mio dolore non è molto lontano dal vostro. Che nella vita sbagliamo tutti. Forse mio nonno non apprezzerebbe quello che sto facendo. Ho pensato spesso: lui è morto, loro sono vivi. Ma sono venuto per conoscervi, per sentire il dolore di tutti, perché il mio lo conosco abbastanza. Non so se saprò perdonare. Ma sono sicura che ho fatto la scelta giusta».

 

 

Carcere di Opera: detenuti e vittime

Da “GIUSTIZIAMI”: Mafia, a Opera i detenuti leggono i nomi delle vittime e incontrano i familiari

Manuela D’Alessandro

C’è il silenzio denso e la ritualità assorta delle cerimonie mistiche. Stanno in coda, stringendo il foglio con la lista. Uno a uno, chi con voce tenue, chi spavalda, si avvicinano al leggio in ferro e pronunciano con cura i nomi, ripetendoli quando inciampano nel pronunciarli.

Il pubblico è diviso a metà: sulla sinistra i condannati in regime di massima sicurezza, a destra quelli che devono scontare pene per reati meno gravi. In tutto sono più di un centinaio. Tra loro i familiari delle vittime e chi li accompagna ogni giorno nelle strade della prigionia.   Arrotolano il foglio, tornano in platea e danno le mani a chi li aspetta, anche agli agenti delle polizia penitenziaria.

“Sono stato combattuto fino all’ultimo perché non me sa sentivo di sporcare quei nomi con la mia voce.  Mi sono detto ‘mi alzo o non mi alzo’, poi alla fine la mia coscienza mi ha suggerito ‘alzati, devi fare qualcosa’”. A Opera va in scena quella che il direttore Giacinto Siciliano, padre dell’iniziativa a cui ha aderito anche ‘Libera’, definisce “una prima assoluta in un carcere italiano”. Alcuni detenuti per reati di sangue salgono sul palco dell’auditorium per ricordare i 940 nomi delle vittime della mafia e, al termine della lettura, incontrano una decina di familiari caduti per mano della criminalità organizzata, dando vita una discussione carica di emozioni e contenuti.

L’idea era nata a settembre durante uno scambio tra la mamma di una ragazza uccisa e dei carcerati nell’ambito delle attività del Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano e del Gruppo della Trasgressione.

Quello che provano adesso lo raccontano loro, col viso rivolto ai parenti delle vittime accanto ai quali occupano le dieci poltrone bianche sul palco, vuote durante la lettura.

“Mentre leggevo i nomi, mi sono venute in mente le persone che ho ucciso io. Mi è venuta in mente la prima volta che ho ucciso un uomo e la soddisfazione che ho sentito. Quell’uomo si chiamava Roberto. Fino a che sono entrato in carcere, non mi ricordavo come fosse fatto, poi, dopo il lungo lavoro che ho fatto qui dentro, ho cominciato a mettere a fuoco lui, i suoi figli. In quel momento è cominciata la sofferenza ma anche la purificazione. Il nostro dolore è diverso dal vostro che, come vittime, dimostrate una grande apertura dialogando con noi. Cosa possiamo fare per riparare? Noi del Gruppo della Trasgressione ci stiamo relazionando coi ragazzi in bilico che incontriamo nelle scuole. Questo è il nostro modo per dire che siamo vivi, per dare un senso al nostro passato. Il vostro coraggio è un modo per darci forza”.

“La voce mi tremava, mi sono sentito piccolo piccolo davanti a voi. Quando dall’altra parte c’è chi, come voi, non guarda il reato ma la persona, si avverte una grande forza dentro. La parola perdono è una parola grande, però il dialogo mi fa vivere”.

“Tutti fuori che dicono che ‘dobbiamo morire’ ed è giusto, il pregiudizio ci deve essere, siamo stati condannati. Mi vergogno a stare qua e mi vergognerei a scrivere una lettera alla ragazza figlia dell’ispettore che ho ucciso, a lei che a 12 anni disse in un’intervista che mi perdonava. Ma in carcere possiamo assumerci le responsabilità e crescere”.

“Né perdono, né pentimento”, è il senso di questo cammino, precisa una delle mediatrici del Comune. “Questi percorsi vogliono dare riconoscimento alle persone, sia alle vittime che ai carnefici e dare spazio all’indicibile”.

Il senso lo raffigura in modo folgorante Angelo Aparo, psicologo coordinatore del Gruppo della Trasgressione. “Voglio regalare qualcosa ai familiari delle vittime che sono qui. Dei piccoli beni sequestrati alla criminalità organizzata. Questi beni hanno la voce per parlare, non possono restituire la vita a chi è morto ma possono dare un piacere ai congiunti dei morti perché, dopo essere andati vicini alla cancellazione della loro coscienza, ora l’hanno recuperata e sono stati confiscati alle mafie”.

Eccoli, i familiari che raccolgono questi beni come un tesoro. Marisa, la mamma di una ragazza uccisa: “Da quando vi ho incontrati ho ritrovato mia figlia che è diventata più importante perché mi ha fatto incontrare altri figli. Sentirvi leggere i nomi è stato molto emozionante. Oggi sento mia figlia viva e presente come non l’ho mai sentita”.

Rosy, la nipote di un pensionato assassinato dalla mafia: “Per tanti anni sono stata piena di rabbia verso chi l’ha ucciso, me li immaginavo come dei mostri. Poi, dopo una visita a Scampia suggerita da un camorrista incontrato durante un evento pubblico, ho capito cosa vuol dire quando si dice che lì i bambini non possono scegliere. Ho cominciato a capire che nella vita si sbaglia tutti e oggi, quando ho varcato le soglie del carcere, mi sono sentita male. Ho visto le sbarre dappertutto e ho compreso cosa vuol dire non essere liberi. Sono qui per sentire il dolore di tutti voi perché il mio l’ho già sentito abbastanza”.

Il direttore Siciliano prende l’ultimo microfono: “Voglio provare a dire qualcosa, ma con molta fatica. E’ stato un susseguirsi di emozioni, è stato veramente difficile assistere alla lettura. Dietro chi leggeva c’erano dieci poltrone bianche vuote che a un certo punto si sono riempite. Non posso dire che le vittime abbiano riacquistato la vita, ma la vita è comunque salita su questo palco dando un senso a quello che facciamo. Giovanni Falcone diceva che la mafia sarebbe stata sconfitta quando ogni palermitano avesse appeso un lenzuolo bianco. Oggi le persone che hanno avuto il coraggio di leggere questi nomi erano tante lenzuola bianche”.

Scale e sentieri al Coming Out

Lorenzo Favaro

C’è chi scende e c’è chi sale
c’è chi impara a far le scale

Il masso sale e poi riscende
e chi fatica non si arrende

E c’è chi, per far lieta la sera,
costruisce una mulattiera

 

LE SCALE      C’è chi scende e c’è chi sale, c’è chi impara a far le scale

 

IL MASSO      Prima sale e poi riscende, ma chi fatica non si arrende

 

IL SENTIERO      C’è chi, per far lieta la sera, costruisce una mulattiera

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Dal Gruppo Trsg 2001

Caro Dott. Aparo,

sono Salvatore M., membro del “Gruppo della Trasgressione” 2001/3 a San Vittore. Spero ti ricordi di me, io non posso dimenticare dell’aiuto ricevuto durante la detenzione, dal gruppo della trasgressione e in particolare dal suo coordinatore, un aiuto di cui ho beneficiato anche nella post-detenzione, utilizzandolo per il mio reinserimento nella società.

Sono entrato in carcere convinto che prevaricare la libertà degli altri, sottrarre i beni altrui, fosse un mio diritto, un diritto derivante dal mio vissuto, una storia di povertà e privazioni; ritenevo giusto, quasi doveroso, appropriarmi di ciò che non avevo mai avuto sottraendolo a chi, invece, aveva sempre avuto.

Il gruppo della trasgressione, attraverso gli incontri e i confronti, sviscerando e analizzando punti di vista diversi a riguardo dei comportamenti trasgressivi, mi ha portato a comprendere che il confine della mia libertà non è un limite, bensì è il terreno d’incontro e arricchimento personale, è un luogo per capire come progredire, accogliere, ricevere, donare, conoscere.

Ho capito il senso profondo del rispetto dell’altro chiunque esso sia, di qualsiasi nazione, religione, colore, ceto sociale, senza pregiudizio verso chi mi ha condannato, né verso chi mi ha arrestato. Il rispetto va dato all’uomo e alle regole sociali che appunto regolano i rapporti di un popolo.

Tra un mese compio dieci anni da uomo libero e rispettoso delle regole, nel frattempo mi sono messo a lavorare, mi sono sposato, ho un figlio di dieci anni, non soffro la mia modesta condizione economica, invece sono ricco del piacere della vita dato dalla famiglia, dal lavoro e dalla bellezza della natura; vivo in un posto di mare ed è lì che navigo con la fantasia e mi arricchisco di creatività.

Oggi a Bollate è detenuto mio fratello Giuseppe, impegnato in un percorso di studio universitario, avrei molto piacere se tu lo coinvolgessi nel gruppo della trasgressione, perché, sono certo, farebbe bene anche a lui confrontarsi.

Se la mia esperienza detentiva può essere un contributo al gruppo, sono a tua disposizione.

Possibilmente estendi la mia affettuosa stima alla Dott.ssa Patruno e al Dott. Pagano. Grazie

Con profonda stima Salvatore M.

Relazione di tirocinio

STAGE ESTERNO PRESSO “ASSOCIAZIONE TRASGRESSIONE.NET”

Vittoria Canova
Corso di studio: SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE
Periodo: 18/11/16 – 22/12/16


Caratteristiche generali dell’attività svolta

L’attività di tirocinio è stata svolta presso l’associazione Trasgressione.net, fondata dal dottor Angelo Aparo e operativa nelle carceri di Opera e Bollate. L’associazione è costituita da detenuti, ex detenuti, liberi cittadini e studenti provenienti da diverse facoltà. Gli incontri settimanali programmati si svolgono il martedì nella sede del ATS (ex ASL) di Milano con sede in Corso Italia 52, il mercoledì nel carcere di Opera e il giovedì presso quello di Bollate. Durante gli incontri tutti i membri partecipano criticamente al dibattito su svariati temi e condividono le proprie esperienze.

Il gruppo è impegnato in attività finalizzate a costruire un collegamento tra il mondo carcerario e la realtà esterna, favorendo il reinserimento sociale del detenuto (di per sé già la composizione mista del gruppo permette ai detenuti di avere contatti con persone al di fuori dell’ambiente carcerario), ad esempio tramite convegni e rappresentazioni teatrali soprattutto nelle scuole. Un altro obiettivo del gruppo è la prevenzione del bullismo, delle tossicodipendenze e della devianza in generale, che si mette in atto attraverso incontri con i soggetti più a rischio, cioè gli adolescenti. Infine ai detenuti che fanno parte del gruppo viene data la possibilità di svolgere alcuni lavori come le attività di restauro e la vendita di frutta e verdura.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Il tirocinio curriculare prevede che lo studente svolga 100 ore in un periodo di circa due mesi presso l’associazione scelta per ottenere i crediti formativi necessari, inoltre al termine dell’attività è richiesta la stesura di una relazione finale sul lavoro svolto. All’interno del Gruppo della Trasgressione il ruolo che lo studente deve ricoprire è il diventare a tutti gli effetti un membro del gruppo e quindi partecipare con costanza agli incontri previsti, ascoltare gli interventi degli altri componenti, elaborare i contenuti proposti e partecipare attivamente alle discussioni. La richiesta è, dunque, l’essere semplicemente se stessi e offrire un contributo esponendo in modo autentico il proprio punto di vista.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Durante il periodo di tirocinio ho partecipato agli incontri settimanali del gruppo. Come già detto prima, durante questi incontri i componenti del gruppo hanno l’opportunità di confrontarsi su vari argomenti. I temi che di volta in volta emergono vengono proposti dal coordinatore del gruppo, il dottor Aparo, o dai membri stessi a partire da personali riflessioni, da episodi di vita e da vari elaborati scritti (testi, poesie, canzoni). Durante questi dibattiti, grazie alla massima libertà di espressione, ognuno è stimolato a riflettere, a porsi interrogativi e a intraprendere un percorso personale per migliorare la conoscenza di se stessi e per giungere a una maggior comprensione degli altri. Un aspetto importante è il riuscire a mettersi in gioco per giungere a una maggiore chiarezza dei propri limiti e delle proprie debolezze che, se condivisi con il gruppo, possono essere superati.

Ho avuto inoltre l’opportunità di assistere alle prove della rappresentazione teatrale del mito di Sisifo. Nella storia originale Sisifo, re di Corinto, viene condannato da Giove a spingere un masso per l’eternità. Detenuti e studenti hanno rivisitato questo mito attribuendo nuovi significati alle dinamiche della vicenda e alle caratteristiche dei personaggi: Giove diventa così non un personaggio reale ma una proiezione di Sisifo, il masso rappresenta la coscienza con la quale Sisifo dialogherà alla fine della storia, altrove si allude ad una vecchia alleanza tra Sisifo e Giove quando il re di Corinto era una pedina dei giochi del capo dell’Olimpo rappresentato come una sorta di capo mafioso.

Gli attori coinvolti non interpretano sempre gli stessi personaggi e quindi ad ogni spettacolo giocano a ricoprire ruoli diversi e recitano senza un copione vero e proprio rendendo così ogni rappresentazione unica.

Questi spettacoli teatrali sono rivolti in particolar modo alle scuole e al termine della rappresentazione i ragazzi vengono coinvolti offrendo loro la possibilità di fare domande e di riflettere insieme ai membri del gruppo sui significati espressi dal mito.

Durante la mia permanenza il gruppo si è anche impegnato in un nuovo progetto chiamato Coming out. Il Coming out è un terreno nel quale alcuni detenuti stanno già lavorando per ripulirlo, che in futuro ospiterà la bancarella di frutta e verdura e diventerà una sorta di agorà cioè un luogo di incontro che offre la possibilità di esprimersi, di venir fuori come dice appunto il nome. Verranno raccolti in questo luogo tutti i lavori creativi quindi canzoni, poesie, racconti, sculture non solo dei membri del gruppo ma anche degli abitanti del quartiere attorno al terreno e di tutti coloro che lo desiderino.

Come simbolo del Coming out è stata scelta una lumaca e ciò deriva da una canzoncina in siciliano intitolata “Viri chi danno ca fanno i vavaluci”. La canzone racconta di come le lumache, messe a spurgare in una pentola prima di essere cucinate, tentino di scappare dalla pentola, questa fuga diventa metafora del tentativo che ciascun uomo fa per conquistare o riconquistare la propria libertà.

Infine, nell’ultimo periodo, è stato avviato il gruppo femminile per le detenute del carcere di Bollate. È stato dunque interessante riflettere sulle differenze oggettive emerse ma soprattutto sul come noi studenti abbiamo vissuto soggettivamente queste diversità fra i gruppi.

Per concludere tra i progetti in corso del gruppo ci sono il corso di Croce Rossa, al quale stanno partecipando alcuni detenuti, e la progettazione di un prossimo convegno incentrato sul rancore e sulla gratitudine.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il coordinatore del gruppo, nonché tutor del mio tirocinio, è il dottor Angelo Aparo. Con i suoi metodi un po’ fuori dagli schemi e ironici è riuscito a spronarmi e a mettermi in gioco. Inizialmente ero abbastanza intimorita ma poi mi sono abituata ai suo modi di comportarsi ed esprimersi ed è proprio grazie a questi ed alle sue prese in giro che mi sono sforzata di, come sostiene lui, “uscire dalla gabbia”. L’esempio più rappresentativo che mi viene in mente è quando, poco tempo fa, durante il gruppo femminile ha fatto interpretare a studenti e detenute diversi tipi di camminate che rappresentassero diversi stati d’animo. Ovviamente è toccato anche a me, ma nonostante mi sentissi alquanto imbarazzata e nonostante le mie prestazioni non proprio eccellenti, mi sono messa alla prova riuscendo anche a divertirmi.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Per me questa è stata la prima esperienza al di fuori del mondo prettamente accademico. È stata un’occasione importante per iniziare a toccare con mano e a vivere una realtà lontana dai concetti teorici e astratti dei libri, una realtà costituita da persone vere, con un nome e una storia da raccontare e con le quali interagire. Mi sono avvicinata al mondo carcerario del quale non conoscevo assolutamente nulla e ho potuto iniziare a farmi un’idea del suo funzionamento a livello burocratico/legislativo e umano.

 

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Durante questo tirocinio ho imparato che cosa vuol dire essere parte di un gruppo e quindi l’importanza di ascoltare attentamente gli altri, dare un contributo, ragionare insieme, confrontarsi. Ho compreso come ogni membro avesse un ruolo e come a ognuno fosse concesso uno spazio per esprimersi, rendendo quindi indispensabile rispettare i turni di parola, i pensieri e le opinioni altrui. Inoltre è stato molto utile per apprendere a organizzare meglio il mio tempo dovendo riuscire a conciliare le ore di tirocinio con le lezioni e la preparazione degli esami.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Oltre a queste capacità e abilità tecniche e organizzative, credo che questo tirocinio abbia contribuito soprattutto allo sviluppo di alcune mie caratteristiche personali. Infatti durante questo percorso sono riuscita a superare un po’ la mia timidezza cercando di esprimere in modo comprensibile il mio pensiero di fronte ad altre persone inizialmente sconosciute. Inoltre, grazie alle tematiche affrontate dal gruppo, ho avuto l’occasione di riflettere su alcuni aspetti di me stessa ai quali non avevo dato importanza imparando così a conoscermi meglio.

 

Altre eventuali considerazioni personali

All’inizio di questo tirocinio le sensazioni provate prevalentemente sono state l’inadeguatezza e l’imbarazzo. Mi sono ritrovata infatti con persone totalmente estranee che si conoscevano fra loro da tempo e appartenevano ad un gruppo coeso. Non è stato per nulla semplice riuscire a farsi conoscere, accettare e trovare un mio posto in un contesto con dinamiche personali consolidate da tempo. Complice di questa iniziale difficoltà è stata sicuramente la mia timidezza, che mi causa disagio a esprimere emozioni e pensieri di fronte a molte persone, forse dovuto anche ad un po’ di timore del giudizio altrui. Oggi però mi ritengo abbastanza soddisfatta perché mi sento a tutti gli effetti un membro del gruppo e soprattutto perché ho meno difficoltà a interagire nelle discussioni. Ho iniziato questo tirocinio spinta dalla curiosità che, però, non è da intendersi come voglia di scoprire il reato commesso da una persona ma piuttosto come la volontà di cercare di capire il perché una persona giunga a commettere il reato. Mi sono quindi avvicinata a un mondo molto distante dal mio e ho avuto modo di ascoltare le storie di alcuni detenuti, riuscendo così a sentire e condividere il loro dolore, la loro tristezza ma anche la loro gioia.

Per concludere è stata un’esperienza estremamente positiva alternando con il giusto equilibro momenti di riflessione profonda, commozione e divertimento.

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La nostra attività con le scuole

Il Gruppo della Trasgressione comprende un’associazione e una cooperativa, costituite da detenuti, studenti universitari e comuni cittadini. Il gruppo agisce nelle carceri di Bollate e Opera e all’esterno; l’obiettivo principale è rendere riconoscibili i sentimenti e gli stati d’animo che caratterizzano i percorsi della devianza e lavorarli nel tentativo di renderli compatibili con il riconoscimento dell’altro.

La nostra filosofia s’incentra su poche linee guida:

  • studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati giova all’equilibrio sociale e protegge la salute e il bene pubblico più della separazione garantita dalle mura del carcere;
  • è importante che imprenditori e liberi professionisti supportino, insieme alle istituzioni, l’acquisizione e l’esercizio di funzioni e ruoli sociali di chi ha bisogno di evolversi; questo vale per gli adolescenti, per le persone in difficoltà e per chi, lungo i percorsi della devianza, ha perso il piacere di esercitare le responsabilità del cittadino;
  • il recupero, una reale inclusione, un effettivo superamento della sensazione di marginalità e di estraneità alle regole possono prendere corpo solo se ci si sente co-protagonisti di esperienze concrete, di attività lavorative, eventi, interazioni utili alla comunità, al suo rinnovamento, alla sua crescita.

All’interno della nostra attività di sensibilizzazione e di mediazione fra carcere e società, gli incontri tra il Gruppo della Trasgressione e le scuole offrono agli studenti di scuole medie inferiori e superiori un’esperienza utile alla prevenzione del bullismo e delle dipendenze, ma anche e soprattutto a vivere in modo tangibile il piacere della responsabilità.

In sintesi, l’obiettivo della prevenzione viene combinato con la rieducazione del condannato; tali incontri, infatti, favoriscono il percorso evolutivo dell’adolescente permettendogli di svolgere una positiva funzione sociale nei confronti del detenuto e, allo stesso tempo, aiutano i detenuti a riappropriarsi della loro identità di adulti, intanto che forniscono un servizio alla collettività.

 

Attività culturali nelle scuole e nei teatri
con gli adolescenti e con un pubblico adulto

Una serata per bulli

Un gruppo di ragazzi annoiati, il solito posto e la solita monotonia. Così ha inizio la rappresentazione di “una serata per bulli”. Un’atmosfera costellata di noia e vuoto che porta prima all’uso di droga, poi al furto di un’auto e infine alla violenza su un disabile. Un’escalation di atrocità alla ricerca di uno sballo sempre più difficile da raggiungere.

Subito dopo la rappresentazione, studenti e insegnanti dialogano con i componenti del gruppo su cosa cerca chi si comporta da bullo.


Una slot machine per chiedere chi sono

La rappresentazione ricostruisce quello che accade in una delle tante sale giochi: i passaggi di un amore malato tra un giocatore incallito e la sua bella: la slot machine. Un uomo che, per coprire le proprie angosce, affida se stesso allo sballo e all’eccitazione del gioco d’azzardo. Non riuscendo a coltivare relazioni stabili e costruttive con l’altro, si perde nel gioco illusorio e autodistruttivo di fingersi capace di controllare gli impulsi e gli oggetti di cui si rende schiavo.

Su questa mappa di conflitti, mancanze, smarrimenti, seduzioni delle diverse forme di dipendenza, si sviluppa lo scambio tra gli studenti e i detenuti dopo la recita.

 

Il mito di Sisifo

Avviato nel 2009, il lavoro sul mito di Sisifo è diventato in poco tempo uno strumento per riflettere sul presente e per recuperare passaggi centrali di chi ha perso la fiducia nelle istituzioni e nel proprio futuro. La tragedia di Sisifo ha dato luogo a un racconto nel quale specchiarsi, motivando comuni cittadini, studenti e detenuti del gruppo a indossare i panni dei diversi personaggi e a interrogarsi sul problema della siccità a Corinto, sui conflitti di Sisifo con Giove, degli adolescenti con il limite e l’autorità, dell’uomo con i suoi bisogni terreni e le sue ambizioni di eternità.

Al termine della rappresentazione, viene avviata una discussione in sala su temi quali: il rapporto genitori-figli, le dinamiche di potere e la possibilità dell’uomo di abbandonarsi all’arroganza o di ascoltare e assecondare le proprie istanze costruttive.

 

Concerti musicali – Trsg Band

Il Gruppo della Trasgressione tiene concerti in diversi teatri di Milano e provincia. Le storie dei personaggi imperfetti di Fabrizio De André vengono incrociate con le riflessioni dei detenuti del gruppo sui loro sentimenti, sulle scelte passate più o meno consapevoli e su ciò che ne è derivato nelle loro vite.

Sulla traccia delle canzoni di De André, arrangiate ed eseguite dalla Trsg.band, braccio musicale del Gruppo della Trasgressione, i concerti vedono la collaborazione fra discipline e soggetti eterogenei: docenti universitari, giovani studenti, detenuti e artisti.

Con questi eventi il Gruppo della Trasgressione punta a rendere prassi comune la contaminazione creativa e la cooperazione con adolescenti e giovani adulti. L’idea di fondo è che l’impiego delle proprie risorse in un clima di gioco e di collaborazione possa aiutare al riconoscimento reciproco e far sì che l’altro possa essere sentito come partner invece che straniero o, peggio, ostacolo alla propria realizzazione.