Cara Emanuela

Cara Emanuela,  sono trascorsi 36 anni, una vita,  da quella triste sera e quest’oggi vorrei rassicurarti, e con te Carlo Alberto, che i tuoi nipoti, quelli che a malapena hai carezzato e quelli che non hai mai conosciuto, hanno il tuo stesso sguardo limpido ed aperto verso il mondo, la tua stessa curiosità verso il diverso, libera della paura che in questi giorni attanaglia una parte del Paese. Essi hanno, quale più, quale meno, l’età che avevi quando ci hai lasciato, sono uomini e donne maturi, onestamente consapevoli, come lo eri tu, delle loro fortune e dei privilegi di cui godono, e capaci di riconoscere in ogni essere quel tratto di umanità che ci distingue tutti e che ti ha portato a restituire al prossimo meno fortunato parte della forza e dell’amore di cui godevi.

Come te essi sanno valorizzare il contributo che ognuno deve e può dare alla costruzione della società civile, ciascuno con la sua individualità, secondo le sue capacità, senza settarismi, superando con lo slancio generoso, di cui anche tu sei stata capace, i ristretti limiti degli interessi familiari, di clan, di campanile, aprendosi verso un orizzonte molto più ampio ed elevato di comunità e di Paese.

Essi coltivano la cultura del rispetto, cui sono stati educati, che nasce dal rispetto delle culture, ciascuna con la sua dignità, a dispetto delle naturali diversità, ed in ciò mi ricordano il tuo entusiastico abbraccio della natura e del mondo siciliano.

E, lasciami aggiungere, benché piuttosto silenziosi, poiché non usi a berciare e sopraffare, essi non sono soli, ma rappresentano una quota consistente della nostra travagliata gioventù.

Vorrei anche dirti quanto è stato duro, difficile e spesso doloroso combattere in silenzio e col silenzio i tentativi, anche se umanamente comprensibili, di stravolgere la tua semplice umanità per farne un modello fuori dall’ordinario, elegiaco, a rimarcare una distanza inesistente dal tuo prossimo, elevandoti a icona, perfetta ed irraggiungibile, laddove, viceversa, la tua naturale e disarmante bontà, la tua essenza generosa, erano più che sufficienti a qualificare la tua indole semplice e comune.

Siamo stati educati alla generosità, all’attenzione al prossimo, allo sguardo verso la diffusa sofferenza umana, e mi piacerebbe che anche tu sapessi quanto ho saputo e potuto fare per i miei pazienti, in Italia e all’estero, continuando, benché in modo diverso, i tuoi progetti di vita solidale.

E come non ricordare in questi giorni, in cui incultura ed incompetenza paiono eretti a valori, che nel ’68 hai nuotato contro corrente, contro le semplificazioni estreme del sapere, contro l’opportunismo dell’egualitarismo esasperato, anticamera del disimpegno individuale e dell’irresponsabilità, propugnando il valore dello studio e dell’impegno, della conoscenza e dell’apprendimento.

Vorrei rassicurarti che non ho mai smesso, neppure un giorno, di studiare, di approfondire, di sforzarmi di capire, di ricercare, di migliorarmi perché i beneficiari del mio agire medico e umano potessero e possano godere dei frutti del mio sapere, per poter restituire alla comunità, di cui godo i benefici, almeno una parte di quel che ne ottengo, nella piena consapevolezza del piacere e della gioia che me ne derivano nell’immediato. So di dirti cose che voi ben conoscete, che avete praticato, per cui vi siete consapevolmente sacrificati. Ma non di meno oggi desidero ricordarlo a tutti noi.

E voglio infine ricordarti che, come voi, non ho mai smesso di sognare, né di credere nella possibilità di cambiare la realtà a partire dall’impegno, dal sacrificio, dall’accoglienza e dall’amore.

Con l’affetto e la dolcezza di sempre ti stringo forte, Paolo.

A come Acqua, A come Andrea

Esco dal carcere quasi di corsa, ho bisogno di una boccata d’aria. Ho fretta e la strada che mi separa da casa mi parrà interminabile.

Il punto è che lì, in quegli spazi finiti, opprimenti, ovattati, mi sono sentita soffocare; dentro quelle mura che violentano la libertà, nulla sembra esistere se non il presente e un pesante passato che ha segnato tutte quelle vite.

Prima di uscire mi sono fermata due minuti a chiacchierare con un agente. Non avevo mai visto corridoi sbarrati che portano alle celle. È la mia prima volta in carcere. Sbarre e mani e occhi che mi cercano. Ho voglia di scappare perché quella visione mi fa male e dentro ho solo spazio per il dolore perenne che provo per la morte di Andrea, mio figlio.

Sento la mia corazza farsi di cartapesta e non riesco più a celarmi dietro la coltre di rancore e odio che mi ha avvolta per 4 interminabili anni. Sono una vittima, una mamma monca, spezzata, entrata in carcere per urlare agli autori di reato il mio dolore e per nessun’altra ragione che puntare il dito. Da giudice! Da inquisitore!

Sono arrabbiata, legittimamente arrabbiata. Sono Vittima per sempre, ma ora, nell’uscire da quel luogo di espiazione, mi sento meno calata nel mio ruolo totalizzante. Ogni certezza si sgretola e provo una salvifica compassione per gli autori di reato e non comprendo come un essere umano possa sopportare una vita dietro quelle mura. Proprio io che dietro quelle sbarre ce li avrei mandati tutti i delinquenti e senza neanche un giusto processo e tre gradi di giudizio, che mi parevano un’enorme perdita di tempo e un grande spreco di denaro pubblico.

Calata in questa nuova dimensione inaspettata, nessuno, nemmeno il più spietato assassino mi provoca sentimenti negativi; eppure la clemenza non rientrava proprio nei miei progetti di mamma orfana. Arrogante e chiusa nella mia bolla, mi atteggiavo a giudice senza averne alcun titolo. Ma arretra ogni difesa e perdo questa sterile lotta contro la mia gabbia fatta di odio e rancore.

Da allora li incontro sempre. Racconto loro il mio vissuto e trovo occhi pieni di lacrime e solidarietà. Siamo facce della stessa medaglia: il dolore, quello subìto, quello provocato. Quegli occhi, quelle storie entrano dentro di me e agiscono come il ferro operatorio di un abile chirurgo. Arriva in profondità e va a cercare il male per sradicarlo. Brucia ma cauterizza.

Ora so. Ne ho le prove! Il male si può sconfiggere, si può anche fermare ma il bene no! Una volta innescato, il bene dilaga e invade, inarrestabile, travolge tutto ciò che c’è intorno.

Mi sento una donna migliore. Sento che possiamo fare un pezzo di strada insieme, senza fretta, curandoci le ferite con un sorriso o un abbraccio, senza troppe parole, fusi nei nostri ruoli e nei nostri dolori.

Fuori piove, ma noi abbiamo il sole dentro. Si chiama Ascolto, Accoglienza, Amicizia, Affetto, Amore, Acqua, Andrea, un pozzo per Andrea

Elisabetta Cipollone

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Il canto dell’acqua nell’arsura

Cara Elisabetta,

eccomi a te, con la responsabilità di chi ha offeso la vita, per cercare di restituirti parte della bellezza che tu ci regali. Ci ascoltiamo e ci sosteniamo ogni giorno per rispondere alle nostre fragilità e al tormento che regna nella solitudine dove tante volte ci rifugiamo. Donna senza risparmio d’amore, senza tregua nel portare il bene dove ha prevalso sempre il male. Combatti come un guerriero e ti fermi solamente quando ci porti le tue cure. La vita è un mistero. Anche tu, come tutti, spingi verso l’infinito ma, a differenza di tanti, punti a un infinito ben definito: la fusione con Andrea, tuo figlio, che vive dentro di te e ti spinge in direzione del bene. Un bene che riconosco e di cui ti sono grato; un bene che ti restituisce, ogni qualvolta scatta la magia, un battito del cuore di Andrea.

Ricordo, e spesse volte lo dici nelle tue testimonianze, quanta rabbia, rancore e voglia di vendetta albergavano in te. Non vivevi se non per cercare giustizia del tribunale contro chi commette reati e contro le  istituzioni che non riconoscevano, fino a prima dell’inizio delle tue battaglie, l’omicidio di strada. Poi, come per incanto, hai conosciuto il Progetto Sicomoro.  Progetto basato su incontri tra parenti di vittime o vittime e responsabili di reato. All’inizio è stata una lotta senza esclusioni di colpi, ma dopo i primi incontri, ascoltando e toccando con mano le fragilità di quegli autori di reato, ha prevalso in te la tua vera identità, il tuo senso materno. E così hai colto che dietro quelle maschere ci sono uomini che hanno bisogno di essere nutriti per potere essere restituiti alla società.

Con noi e per noi, oggi conduci le tue battaglie contro il degrado. Oggi ti sei fatta alleata con chi prima combattevi (noi), nonostante l’offesa più grande che una madre possa subire: la morte di un figlio, per guida spericolata, da parte di uno scellerato senza senso di responsabilità.

Oggi hai sposato anche le idee e iniziative del Gruppo della Trasgressione. Ne sono orgoglioso! Ciò che fai è una fortuna per me e per noi tutti e penso sia motivo di speranza per chi, dopo aver subito atrocità simili alle tue, vive ancora soffocato dal rancore.

Due occhi tra le canne di bambù ascoltano il silenzio della notte. Gocce che cadono, diamanti senza luce, frecce di dolore piantate nel cuore. Un’eco di passi severi e il cuore intona il canto dell’acqua nell’arsura.

Con immensa gratitudine,
Roberto Cannavò

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Quale Alessandro

Fratello,

ho letto la lettera e mi sono emozionata. È bellissima davvero. Resta un mistero grande per il mio cervello troppo piccolo capire, anzi, immaginare un giorno in cui il tuo cuore è stato cattivo e le tue mani crudeli. Ecco non ce la faccio neanche se mi sforzo. Però tu dici questo, le sentenze dicono questo e devo arrendermi.

Un tempo, un Alessandro che non conosco ha compiuto il male. Quell’Alessandro è esistito, ma ora non esiste, quell’Alessandro ha premuto un grilletto e ora ripudia ogni violenza, fosse anche solo quella di una parola fuori luogo. Lui, ne sono più che convinta, ora non si ciba neanche di carne per sublimare la sua dedizione al bene. L’altro Alessandro è morto e sepolto eppure respira, vive e ama.

Se non è un miracolo questo!

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Il coro Zenzero a Opera

Il coro Zenzero a Opera
 di Mauro Penacca

Casa di reclusione di Milano-Opera:
Concerto con il Coro Zenzero per i detenuti del carcere.

Come spesso succede, ti presenti a fare un concerto pensando di regalare emozioni. Poi i detenuti cominciano a raccontare il loro passato e il lungo percorso di riflessione che li ha portati prendere coscienza dei loro sbagli.
Molti sono ergastolani. Raccontano di aver ucciso una, due, molte persone.

E tu ascolti, ascolti, ascolti e non puoi impedire che le loro testimonianze entrino dentro di te.

Esci dal concerto confuso, stravolto.
È chiaro che non sei più lo stesso…
E pensi: ma se io fossi il papà di un figlio che ha perso la vita a causa loro?
E se fossi il papà di uno di loro?
E se fossi il figlio di uno di loro?

Uscendo, un agente di polizia penitenziaria mi ha detto che per permettere questo concerto molti agenti erano in servizio dalle 8.00 del mattino (erano le 22.30).

Gli ho chiesto: “perché lo fate?”
La risposta è stata : “qualcuno dovrà pur crederci….”

È in questi momenti che capisci l’umanità del paese dove vivi. È in queste esperienze nascoste al grande pubblico che riconosci l’orgoglio, l’umanità e la grandezza del tuo Paese.❤

La pagina di Mauro Penacca su Facebook

La locandina dell’evento

Alla segreteria direttiva del carcere di Opera

Buongiorno,

con la presente desidero ringraziarVi di vero cuore,  a nome mio e di tutti coloro che hanno partecipato all’incontro tenutosi lo scorso 30 Luglio in Valle D’Aosta con le testimonianze dei detenuti Crisafulli e Cannavò.

E’ stato un momento educativo davvero importante con circa 45 giovani  adolescenti che si affacciano alla vita.

Sono scaturite domande e riflessioni di grande valore e i detenuti hanno testimoniato con le loro storie di vita vissuta dei rischi nei quali ci si può imbattere in gioventù ad inseguire falsi miti come droga, denaro e potere compiendo scelte scellerate.

Abbiamo parlato poi del progetto salvifico di giustizia riparativa “Sicomoro”  e di quanto questo percorso porti benefici da ambo le parti sia alle Vittime (come nel mio caso)  che ai colpevoli.

Grazie di cuore quindi per questa opportunità, sono anche felice di non aver trovato traffico e nessun intoppo durante il viaggio e siamo riusciti a fare tutto nelle nove ore che ci erano state concesse comprensive di viaggio e di non aver avuto nessun ritardo.

Vi chiedo gentilmente di poter informare di questa mia gratitudine o di girare la mail anche al Dr. Di Gregorio di cui non conosco l’indirizzo di posta elettronica e, se possibile, anche al Magistrato.

Grazie anche per la fiducia accordata alla mia umile persona dal Magistrato, da voi tutti e dal Direttore.

Con l’occasione porgo cordiali saluti

con stima

Elisabetta Cipollone

Gli irrecuperabili non esistono

Ciao Juri,
sono stata a Scampia.. campo di lavoro con studenti in un podere sottratto alle mafie. Una esperienza forte, un incontro con persone stra_ordinarie, tra cui Davide Cerullo, ex  camorrista che, come dice lui, per fortuna non ha fatto in tempo ad ammazzare nessuno e quindi ha potuto allontanarsi dalla camorra dopo il carcere.

Da qualche anno è tornato a Scampia e ha messo su un’associazione L’ALBERO DELLE STORIE che accoglie in vari modi, mamme e bambini da 0 a 6 anni. La sua storia sembra da ‘manuale’ di degrado!

Le persone come lui e come Ciro Corona, presidente dell’associazione (R)esistenza alla Camorra, mi fanno pensare subito a te, ad Alessandro e a tutti voi  che state cercando di FARE LA COSA GIUSTA.

Molti dei suoi pensieri e delle cose che ci ha raccontato,  ricalcano esattamente le riflessioni e le considerazioni che più volte ho sentito al gruppo  e mi piace ritrovare alcune ‘perle di saggezza’ anche sulla bocca di un ex pusher! Allora davvero, forse, gli irrecuperabili non esistono.

Voglio condividere anche con te questo video… sono 20 minuti ma ne vale la pena. Come spesso accade, insegna più un ‘delinquente’ in 10 minuti che un intero anno di scuola…

Ci vediamo a ottobre da noi… con Lo Strappo.
Patrizia

Alla Direzione del Carcere di Opera

Buongiorno, sono don Luca Piazzolla, sacerdote a Sesto San Giovanni.

Con questa mail volevo ringraziare di cuore la direzione del carcere per l’opportunità che ci avete dato di poter incontrare i due detenuti, Roberto e Alessandro.

Pur nella brevità dell’incontro (poco più di due ore, per via della distanza tra  il carcere di Opera e Champoluc), i ragazzi adolescenti del mio oratorio sono rimasti colpiti dalle loro storie. Quando se ne sono andati, abbiamo continuato a parlarne con loro fino a sera.

Non posso negare che per molti di loro sia stata anche un’occasione preziosa per interrogarsi sui rischi che corrono nel fare certe scelte e nel seguire certe compagnie.

Ciò che più li ha più colpiti è stato ascoltare come gradualmente si è fatto strada nel loro cuore e nella loro mente la percezione del male fatto, la consapevolezza della gravità, l’impossibilità di riparare al male fatto se non attraverso un impegno concreto fondato sulla testimonianza di se stessi. Ma anche la possibilità di dare un senso alla loro vita, pur dovendo rimanere per sempre in carcere e convivendo con un grande senso di colpa. Non avendo mai negato la grandezza dei loro sbagli, hanno aiutato i ragazzi a rendersi conto del peso delle scelte quotidiane, del peso della famiglia di provenienza, dell’importanza delle amicizie…

Il ringraziamento a voi è davvero grande vista l’eccezionalità della cosa, perchè avete permesso una esperienza davvero importante per questi ragazzi, e vista la difficoltà di realizzarla, anche per via della distanza.

Spero che incontri di questo genere possano essere ripetuti in futuro nella mia parrocchia di Sesto, un contesto sociale sicuramente non facile, dove alla numerosa presenza di stranieri si somma un degrado sociale caratterizzato sicuramente dalla presenza di droga anche tra giovanissimi. Ma credo che anche per il mondo degli adulti queste testimonianze possano essere molto di aiuto.

Tra le tante cose che abbiamo fatto coi ragazzi nei dieci giorni di campo in montagna, una delle prime che molti di loro hanno raccontato ai genitori una volta rientrati a casa, è stata proprio quella della testimonianza di Roberto e Alessandro. I genitori di alcuni ragazzi un po’ più a rischio, poi, mi hanno ringraziato personalmente per l’opportunità data ai figli.

Se fosse possibile, sarei contento di far sapere loro che l’incontro è stato davvero bello e che li ringrazio di cuore a nome di tutti gli adolescenti.

Ringrazio davvero voi e tutti coloro che hanno reso possibile questo evento. Con questo spirito grato, vi auguro buon lavoro.

Don Luca Piazzolla