Il mio mito

Caro Dott. Aparo,
mercoledì mi ha chiesto di produrre uno scritto sulla mia vita “vissuta”.

Non sono tanto bravo con carta e penna, ma gli incontri con il gruppo mi stimolino tanto e trovo giusto almeno provarci, non solo per produrre uno scritto, ma più che altro per imparare che ogni limite affrontato può essere anche superato.

Vengo dalla Sicilia, più precisamente da Catania, terra che lei conosce abbastanza bene (abbastanza perché lei rappresenta la parte per bene, io quella fatta di male: una moneta che mostra le due facce).

Quando avevo quattro anni mamma e papà hanno divorziato, e si sa che queste decisioni, quando vengono prese non civilmente, finiscono per ripercuotersi sui figli. Io e mia sorella siamo cresciuti con mia mamma, donna che ha sempre lavorato per provvedere ai nostri bisogni; quindi, per motivi nobili diventava assente nella nostra vita quotidiana, diversamente da mio padre che era assente semplicemente per una sua scelta.

Frequentavamo la scuola delle suore proprio per le necessità lavorative di mia mamma, la scuola delle suore infatti ci teneva impegnati per tutto il giorno, dalle 8.30 alle 18.30 e sapere che noi eravamo a scuola permetteva a mia mamma di sentirsi sicura.

Purtroppo, tante volte si guarda al problema più lontano e non a quello che abbiamo davanti agli occhi, infatti la possibilità di una mia devianza era proprio in famiglia. Mio cugino, il nipote di mio padre, era più grande di me e aveva una visione della vita distorta, deviante: era un rapinatore. Purtroppo, nel nostro contesto sociale è più facile nascondere una devianza che una cosa buona. Con mio cugino ci trascorrevo tanto tempo, ero affascinato da lui, dal suo modo disinvolto che aveva verso la vita quotidiana. Io non ero un bambino stupido, anzi ero molto sveglio: nel quartiere dove sono cresciuto, o eri furbo o eri scemo.

Una volta iniziate le scuole medie mi sono sentito più adulto, in grado di scegliere la mia vita; mentre in me crescevano tutte queste domande, un giorno arriva una risposta tanto concreta: ammazzano mio cugino. In quel momento in me entrò il buio totale, l’odio: il male peggiore. Era stato ucciso il mio idolo, il mio mito, quello che aveva dato un senso a tutto quel vuoto della mia vita.

Da quel momento in me era sparita ogni traccia di quel bambino dalle scelte insicure: sapevo cosa volevo, vendicare mio cugino, l’unico modo per scacciare quel dolore che premeva dentro.

Dopo un po’ anche a scuola la mia rabbia era padrona, infatti alla prima occasione è emersa, esplosa. Una convocazione con la preside per un mio comportamento in classe fu l’occasione per farmi allontanare dalla scuola: alzai le mani sulla preside.

Il mio allontanamento da scuola per cinque anni e gli impegni lavorativi di mamma favorirono la mia “libertà”. Ho iniziato a vivere la strada, meditare sempre di più la mia vendetta. Da quel momento in poi la mia vita è stata un continuo progredire verso la delinquenza, affinché chi della strada era padrone potesse accorgersi di me. Con gli anni si sono accorti di me, del dolore che avevo dentro, della rabbia e dell’odio cresciuto in me, della mia sete di vendetta, alla quale non ho nemmeno provato a resistere quando se ne è presentata l’occasione. Il giorno in cui ho ucciso l’uomo che aveva ucciso mio cugino, mi sono sentito bene.

La mia vendetta era stata fatta, ma anche il mio futuro era stato segnato.

Angelo Cacisi

Percorsi della devianza

Il bambino che non sono mai stato

Buongiorno a tutti, sono Nunzio. Ultimamente al gruppo si è parlato molto del contesto sociale dal quale proviene una persona e delle scelte di “vita”. Ripenso alla mia adolescenza deviante e, in fondo, non vissuta: collegio, carcere minorile e a San Vittore a 20 anni. Ripenso a quello che mi ha portato in collegio, a quello che poi ha permesso alla mia rabbia di prevalere su quella che poteva essere un’infanzia più tranquilla. Ricordo che, in comune con quasi tutti i bambini del collegio, avevo i genitori separati e trascorrevo i weekend uno con mamma e uno con papà, alternandoli. Nelle volte in cui toccava al secondo, tante volte quel weekend si trasformava in paura, orrore, attese varie e alla fine pure in realtà: mio padre non ci veniva mai a prendere, stavamo lì alla finestra a vedere gli altri che andavano a casa… E stai lì a distrarre il mio fratellino e consolarlo.

Quando andavo con mamma a casa sua, c’era sempre suo fratello, che ai tempi era un delinquente affermato, uno dei capi della zona di Giambellino. Con la sua presenza e il suo “affetto”, riusciva a mettere in ombra l’assenza di mio padre, mi sentivo sicuro: il suo essere presente anche economicamente mi portava a pensare, sognare che anch’io un domani avrei potuto prendermi cura di mamma e del mio fratellino.

Qualche anno dopo feci la mia prima esperienza al Beccaria (carcere minorile) per furto con altri cinque ragazzi. Arrivati lì, neanche il tempo di entrare che le guardie mi fecero sapere che mio zio Michele aveva detto di stare tranquillo, che tra pochi giorni sarei tornato a casa e che lui era molto orgoglioso di me. Oltre al messaggio, mi depositò un milione di lire sul libretto, per poter aiutare qualcuno che era in difficoltà: una cosa normale per uno come lui, entusiasmante per me. Penso, anzi oggi ne sono certo, che il carcere minorile sia la scuola di delinquenza più grande in assoluto, quella che forma un vero delinquente. La cosa che mi colpì di più in tutto questo, che mi rese orgoglioso di me stesso, fu la considerazione che quel falso “mito” aveva da parte di tutti: sempre più spesso dove andavo mi sentivo dire non che ero il figlio di Giovanni, ma il nipote di Michele.

Questa è stata la costruzione del “mito” di me stesso. Inutile raccontare quanto la mia vita criminale sia stata sempre a crescere, tant’è che oggi sono un ergastolano. Non do minimamente colpa a mamma o papà o alla compagnia; mamma lavorava dalla mattina alla sera per non farci mancare nulla, papà aveva una piccola impresa artigianale e mi ha sempre voluto al suo fianco (solo al lavoro) però io avevo “scelto” altro e tutt’ora ne pago le conseguenze. Però, come dice il Dottor Aparo, col tempo trovi quello che coltivi nell’orto. Oggi, l’importante è che uno, dalle sofferenze che ha creato e sta patendo, trovi il modo per costruire un presente meno cupo, come le tante mattine che mi alzo, girando e camminando, ammazzando il tempo per anni, non giorni, senza meta.

Oggi quando sento dire che il contesto sociale è il “motivo” di devianza, mi fa un po’ rabbia, anche se, a guardarla così, il contesto dove sono cresciuto sarebbe per me un’attenuante per i reati che ho commesso. Penso che il contesto sociale possa favorire la devianza, tenendo però presente che la scintilla è dentro di noi. Sicuramente oggi ho la consapevolezza di riconoscerla nella rabbia accumulata da bambino, assieme alla delusione di un padre assente che potevo solo immaginare, mentre aspettavo alla finestra tra la rabbia e le lacrime che rendevano buia anche una giornata di sole.

Mercoledì, come altre volte, il Dottor Aparo ha notato che sembra che io non partecipi agli incontri. Le chiedo scusa, questa non è una mia scelta, ma la voglia di capire, di imparare, di riflettere e di guardarmi più in profondità. Come vede non lascio tutto al tavolo: lo porto con me, in me, in quello spazio vuoto che è il carcere, per riflessioni come queste. Scrivere è un modo certamente più facile per me, che non nascondo di essere un po’ timido, ma sono più concreto con carta e penna, perché mi aiuta anche ad ascoltare me stesso come non avevo mai fatto prima: fragile, debole, ma anche tanto curioso di scoprire e di scoprirmi curioso come quel bambino che non sono mai stato.

Nunzio Galeotta

Percorsi della devianza

Andrea Gianni

Andrea Gianni – Intervista sulla creatività

Andrea Gianni è un giornalista e si occupavdi temi diversificati inerenti alla cronaca giudiziaria, al mondo del lavoro e all’economia. Secondo l’intervistato, nel suo lavoro è fondamentale la capacità creativa, in quanto tutti i giorni deve trovare il modo per scrivere una notizia che altri giornalisti non hanno intercettato o, al contrario, una notizia largamente diffusa che deve essere riportata in maniera originale rispetto ad altre testate giornalistiche. Ogni giorno ha davanti a sé una pagina bianca di giornale da riempire e deve andare alla ricerca di una notizia interessante da raccontare, con l’obiettivo di attirare il lettore con un articolo sensato e non ripetitivo. Secondo Andrea Gianni però, la creatività nel suo lavoro si esprime anche nella capacità di risolvere problemi, come può essere, per esempio, l’andare alla ricerca della fonte più credibile di informazioni su cui poi scrivere la notizia.

 

Anita: Che cos’è per te la creatività?

Andrea Gianni: Definirei il concetto di creatività riportando ciò che fanno i miei due figli piccoli, uno di due anni e l’altro di sei mesi. I bambini sono pieni di creatività e tutto ciò che fanno è da intendersi come azione creativa. La creatività quindi, secondo me, è un’attitudine con cui si nasce, ma che tuttavia si perde crescendo. Sarebbe utile per ciascuno di noi cercare di prendere parte ad iniziative creative e sviluppare progetti che ci permettano di coltivarla durante l’intero arco della vita.

 

Elisabetta: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Andrea Gianni: La creatività scatta, in primo luogo, in una situazione di bisogno o in un contesto che in qualche modo riesce a rompere gli schemi della quotidianità. Per esempio, per quanto concerne la mia persona, credo che la creatività scatti dal mio soggettivo bisogno di esprimere qualcosa, attraverso metodi, strumenti e linguaggi che già possiedo, oppure andando alla ricerca di nuove forme di espressione. Anche per quanto riguarda lo sviluppo della creatività penso che esso sia favorito da contesti e situazioni di bisogno. Inoltre, per far sì che la creatività si sviluppi in modo prolifico, non è per forza necessario un ambiente ricco di stimoli. Infatti, una persona si può trovare anche in un ambiente sterile dal punto di vista creativo e proprio questo particolare contesto potrebbe indurla a cercare di renderlo fecondo. Questo diverso approccio all’ambiente circostante dipende dall’atteggiamento soggettivo di ogni singola persona.

 

Anita: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Andrea Gianni: Pensando al mio settore, mi viene in mente l’immagine di un foglio bianco da riempire e credo che la creatività possa essere rappresentata come la capacità di collegare insieme diversi spunti e riflessioni e riuscire a dargli un senso.

 

Elisabetta: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Andrea Gianni: La conseguenza principale di un approccio creativo alla vita è sicuramente un miglioramento della propria autostima e della propria immagine. Questo perché, dopo aver portato a termine un atto creativo, è inevitabile che la persona si senta meglio, in qualche modo più soddisfatta e appagata. Ciò vale sia nel rapporto con se stessi, sia con gli altri e, come se ciò non bastasse, l’azione creativa può portare benefici sia alla persona che la compie, sia all’individuo che la riceve o la osserva.

Se penso al mio lavoro di giornalista è chiaro che ogni atto creativo ha delle conseguenze benefiche per me in quanto, una volta terminato di scrivere il pezzo, mi sento appagato, soddisfatto e capace, ma provoca dei riscontri positivi anche nel caso del lettore, il quale apprende una notizia a lui sconosciuta o, se non altro, scritta in maniera originale e comprensibile. Io penso che la creatività abbia sempre delle conseguenze positive.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un prodotto creativo?

Andrea Gianni: il riconoscimento degli altri è sicuramente molto importante per l’autore. L’atto creativo è difficilmente fine a se stesso ed è sempre rivolto ad una fruizione da parte di qualcuno. Il riconoscimento degli altri ricopre certamente un ruolo considerevole all’interno del processo creativo, da cui le frustrazioni di un artista che non si sente riconosciuto e di uno scrittore che non si sente apprezzato.

 

Elisabetta: esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Andrea Gianni: mi risulta difficile pensare ad un modo universale di usufruire del prodotto creativo, in quanto dipende dai singoli ambiti. Se penso per esempio al mio campo professionale, credo che il metodo migliore di fruizione di un articolo creativo si riferisca non tanto alle caratteristiche peculiari della persona che lo legge, quanto a quelle dell’ambiente in cui esso viene letto, il quale deve permettere al lettore di mantenere l’attenzione. Sicuramente è meglio leggere un articolo di giornale interessante e creativo in riva al mare, in silenzio e con la possibilità di avere il tempo necessario per riflettere su ciò che si è letto. Oppure seduti ad un tavolo di un bar mentre si beve un caffè, che sicuramente è una modalità di fruizione migliore rispetto a quella che si verifica quando un articolo di giornale viene letto di fretta in metropolitana.

I destinatari sono tutte le persone in generale, il pubblico in toto, in quanto credo che, quando un autore compie un atto creativo, difficilmente lo immagina come rivolto solo ad uno specifico settore del pubblico. Per esempio, quando uno scrittore realizza un libro, la sua ambizione è quella di raggiungere e di comunicare con una fetta della popolazione il più ampia possibile. Deve per forza essere così, altrimenti rimane un gesto creativo e artistico confinato ad una nicchia specifica e all’interno di un percorso già tracciato.

 

Anita: la creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Andrea Gianni: sì, sicuramente ha una funzione sociale. Tanto per citarne alcuni, molto importanti sono i progetti con i disabili o con gli alunni all’interno delle scuole. In questi contesti è facile trovare numerosi progetti e attività che si pongono come obiettivo quello di sviluppare la creatività fin dai primi mesi di vita.

La creatività ricopre una funzione sociale importantissima, in quanto senza di essa saremmo dei robot che si limitano a lavorare, mangiare e dormire. Inoltre, ha una funzione sociale utile non solo per gli utenti che fanno parte categorie svantaggiate ma, al contrario, per tutti i cittadini.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Andrea Gianni: Secondo me, per il bambino tutto è creativo: se penso alla mia esperienza pratica con i bambini, il fatto di riuscire a gattonare o di riuscire a superare un ostacolo per arrivare ad un giocattolo è tutto un atto creativo perché rappresenta un modo di risolvere i problemi nella maniera più efficace possibile. L’adolescente invece si trova in una fase di mezzo tra la perdita della creatività “pura” del bambino e il bisogno di ricercare una creatività che possa poi accompagnarlo nell’età adulta. Io credo che per la persona adulta sia più difficile sviluppare la creatività perché non si hanno strutture intorno che aiutino a incentivare la propria creatività e si è lasciati un po’ a sé stessi.

 

Anita: E in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Andrea Gianni: Secondo me, l’incidenza della creatività nelle relazioni sociali è molto importante. L’atto creativo è sempre rivolto all’altro, quindi è parte fondamentale della costruzione della percezione che gli altri hanno di te. Inoltre, è sicuramente un modo per mettersi in comunicazione con gli altri, trasmettendo le proprie emozioni e sentimenti. Per esempio, la stesura di un articolo di giornale ha sempre lo scopo di trasmettere al lettore determinate sensazioni e vi è un lavoro creativo nella ricerca delle parole o della sintassi da utilizzare.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Andrea Gianni: Io credo che possa essere entrambe le cose: per un artista è un dono innato, che lo spinge durante lo sviluppo della propria arte; tuttavia, credo che chiunque possa svilupparla e coltivarla.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Andrea Gianni: Sicuramente degli effetti positivi: è importantissimo secondo me iniziare a sviluppare la creatività da bambini; quindi, la scuola dovrebbe dare a tutti la possibilità di avere spazi comuni e ore dedicate allo sviluppo di essa.

 

Elisabetta: Pensi che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Andrea Gianni: Si, avendo la creatività un effetto sempre positivo, può essere utilizzata nelle attività di recupero sia all’interno che all’esterno del carcere. Credo che sia soprattutto un modo per educare alla creatività persone che magari non hanno mai avuto la possibilità di interrogarsi su di essa e quindi di scoprirne il potenziale.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Interviste sulla creatività

Margherita Lazzati

Margherita Lazzati – Intervista sulla creatività

Margherita Lazzati è una fotografa, nonché volontaria in carcere da circa dieci anni. Racconta che ha sempre fotografato, malgrado non abbia mai fatto un corso di fotografia a causa della sua dislessia, scoperta durante gli anni del liceo; per lei un manuale è sempre stato qualcosa di inaccessibile rispetto alla realtà e all’utilizzo della macchina fotografica.

Nel 2009 un giornalista e critico d’arte ha visto i suoi scatti e le ha suggerito di pubblicarli. Con l’insosituibile lavoro di raccolta di scatti, di selezione e progettazione da parte degli amici della “Galleria l’Affiche” di Milano, è stato possibile realizzare esposizioni collettive e personali. Quindi ha iniziato a fare una serie di mostre a tema creativo. In occasione dell’Expo le è stato chiesto di fare una serie di scatti sugli homeless di Milano: una ricerca fotografica di visibili, le architetture nuove per l’Expo, e gli invisibili che vivevano le strade sotto queste architetture. In seguito a questa mostra Margherita Lazzati è stata contattata dal direttore della Sacra Famiglia di Cesano Boscone che desiderava effettuare un servizio fotografico sulle persone gravemente disabili, in occasione dei 120 anni dell’Istituto. Per sei mesi ha fotografato luoghi e volti di queste persone e ne sono nate due mostre. La prima dal titolo “Sguardi”, esposta nella Fondazione Ambrosianeum, la seconda dal titolo “Un paese aperto”, esposta in via Dante e in piazza a Cesano Boscone.

Dal 2011 Margherita Lazzati ha iniziato il suo lavoro di fotografa in carcere diventando volontaria nel laboratorio di lettura e scrittura creativa del carcere di Opera. Nel 2015 ha chiesto al direttore del carcere Giacinto Siciliano il permesso di fotografare quello che avveniva all’interno del laboratorio: il tavolo intorno al quale ci si trovava e i volti delle persone. Il progetto è talmente piaciuto al direttore che ne è nata una mostra: “Ritratti in carcere”. La sfida era riconoscere chi fosse il volontario e chi la persona detenuta. Il lavoro è stato presentato al MIA ed è stata installata una mostra nella casa di Rigoletto durante il Festival della poesia di Mantova.

 

In seguito, il direttore Siciliano ha chiesto a Margherita Lazzati di fotografare tutto il carcere di Opera e lei ha trascorso più di sei mesi a fare scatti nel carcere di settimana in settimana. Quando il dottor Siciliano è diventato direttore della casa circondariale di San Vittore Margherita ha iniziato qui un nuovo progetto di viaggio fotografico durato altri sei mesi, durante i quali ha conosciuto Carla Chiappini e Laura Gaggini, le quali avevano presentato un progetto di biografie delle persone che vivono in carcere: i detenuti e gli agenti penitenziari, ma anche una moltitudine di persone che gravitano nella casa circondariale per i motivi più disparati: lavoro, volontariato, missione. Con l’approvazione del dottor Siciliano, Margherita Lazzati ha usato parte delle fotografie raccolte durante il viaggio fotografico a San Vittore per questo progetto, ma con una determinazione assoluta nel non voler mostrare le persone. Infatti, desiderava che le persone emergessero dalle biografie raccolte e chi vedeva la mostra chiamata “San Vittore, quartiere della città”, vedesse i luoghi dove queste persone vivono, lavorano, operano. L’immagine dei luoghi che Margherita ritrae non vogliono essere né un racconto retorico del carcere né una denuncia, ma semplicemente una raccolta di immagini lungo un viaggio.

Michela: Che cos’è per lei la creatività?

Margherita Lazzati: per me la creatività è un capitale di magia. Io credo che sia qualcosa iscritto nel DNA e solo in un secondo momento questa capacità può trovare il modo di esprimersi.

 

Asia: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Margherita Lazzati: innanzitutto trovare il linguaggio per esprimere questa creatività, che io considero un atteggiamento, uno sguardo sulle cose, sulla vita e su ciò che accade, compreso il modo di porgersi nei confronti delle persone, il vestirsi, il cucinare, la scelta dei colori, delle letture. È tutto un atteggiamento creativo.

 

Michela: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Margherita Lazzati: la mia creatività credo che nasca da una difficoltà, cioè dalla mia dislessia. Ai miei tempi non si sapeva assolutamente di che cosa si parlasse. Mi ricordo di essere stata considerata una pessima scolara, quando invece ci mettevo tutta la mia volontà possibile.

Durante le lezioni di matematica guardavo le cartine geografiche che erano dietro la cattedra e viaggiavo guardando queste mappe, per cui non imparavo i numeri.

Un’altra grande difficoltà era la scrittura: mi chiamo Margherita e nel mi nome c’è la H che non sapevo mai dove mettere. Per me la scrittura era un disegno e cercavo di ricordare la composizione delle lettere per scriverle. Quindi per me la creatività è riuscire a fare uno slalom nelle tue difficoltà.

 

Asia: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Margherita Lazzati: se per produzione creativa parliamo solo della fotografia, questa è una cosa che mi piace da pazzi. La fotografia è il mio modo di raccontare, che sia per le strade di Milano o stando coi miei nipoti o in carcere o in un viaggio, la fotografia è il mio linguaggio di espressione silenzioso. Questo linguaggio ha un impatto molto positivo sulle mie emozioni.

 

Michela: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina? Per esempio, nel lavoro in carcere con i detenuti, la sua creatività cosa determina con gli altri?

Margherita Lazzati: in carcere è una cosa bellissima, è successo qualcosa di veramente sorprendente quando mi hanno visto arrivare in laboratorio con la macchina fotografica. C’è stata un’accoglienza molto fiduciosa: io non avrei mai usato le fotografie che scattavo se non per mostrare una realtà nella quale anche io ero immersa alla pari. Loro donano le proprie composizioni poetiche e io ricambio con i miei scatti. La cosa sorprendente è quella del lavoro con i ritratti perché la maggior parte delle persone non si è riconosciuta perché non è abituata a vedersi allo specchio. Tutti, compresi i più giovani, vedendo il proprio ritratto si sono visti vecchi o si immaginavano diversi in quanto la loro immagine interiore corrispondeva a vent’anni prima. È stato un lavoro che mi ha fatto molto riflettere. Alcune persone invece si sono talmente riconosciute da mandare felici il proprio ritratto a casa come se fosse un trofeo.

 

Asia: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso o dell’autore in genere?

Margherita Lazzati: io lo considero il mio modo di esprimermi. L’unico social che uso è Instagram, ma non sono solita inserire commenti: inserisco il luogo e poi sottopongo il lavoro allo sguardo degli altri.

 

Michela: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Margherita Lazzati: diciamo che fino al 2009 erano le persone alle quali regalavo le fotografie che sceglievo come dono… possiamo chiamarle cartoline di viaggio o ritratti. Questo instaurava un rapporto privato tra me e chi riceveva questi doni. Ho una raccolta di album tematici con foto stampate… poi dal 2009 ci sono le mostre. Mi stupisco sempre molto dell’accoglienza che ricevono i progetti nel pubblico e anche in alcuni giornalisti sensibili.

 

Asia: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Margherita Lazzati: non saprei. Credo che centri in un qualche modo nello star bene con sé stessi. C’è chi scrive un diario, c’è chi raccoglie immagini, io raccolgo immagini.

 

Asia: Siccome ha parlato dell’importanza di raccogliere immagini, quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Margherita Lazzati: non ce n’è solo una. Posso dire che io lavoro con una macchina fotografica semplice, una Leica, in modo quasi automatico e uso tantissimo il telefonino. Questi due mezzi sono molto diversi nella raccolta delle immagini. Oltre al fatto che in carcere non si possa portare il telefonino, capisco che la raccolta di foto da me scattate con la Leica richieda un’elaborazione, una archiviazione complessa. Invece la raccolta di immagini per mezzo del telefonino è come un “prendere appunti” sulla vita. Alla fine della giornata seleziono sempre la mia scelta ma vedo, per esempio, i miei nipoti prendono spesso in mano il mio telefonino e guardano le foto che scatto loro…quasi come se le foto che scattassi raccontassero dei momenti di vita insieme. Per me è il modo di rivedere una giornata.

 

Asia: Quindi, se dovesse paragonare l’atto creativo a una fotografia, a un’immagine o a un dipinto, quale potrebbe rappresentarlo al meglio?

Margherita Lazzati: per me è una fotografia. Rubo una frase del grandissimo Giovanni Gastel, il quale diceva “la più bella fotografia è quella che non ho ancora scattato”.

 

Michela: Pensa esista una relazione tra depressione e creatività?

Margherita Lazzati: su questa domanda ho riflettuto parecchio. Secondo me dipende dal tipo di espressione artistica. Io se ho delle preoccupazioni o dei pensieri importanti, non vedo e non fotografo. Lo sguardo è come rivolto a me stessa e al mio vissuto. Io fotografo nel momento in cui sto bene, in cui mi accorgo del sole. Credo che, invece, un poeta abbia molta più confidenza con l’espressione della propria depressione rispetto all’emozione di un atto felice che forse considera più banale.

 

Asia: Quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Margherita Lazzati: io credo mai. Anche quando si progetta una mostra, è sempre tutto un divenire, non si riesce mai veramente a mettere un punto e dire “non potrebbe esserci altro”.

 

Michela: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Margherita Lazzati: sì, è importantissimo. La scuola difficilmente aiuta questa sensibilità o fa crescere questo capitale di magia. Per lo meno, questo avviene fino alle scuole materne, dopo è l’apprendimento ciò che prevale e non si cerca di capire se la difficoltà nell’apprendimento può essere invece espressione di creatività. Io sono molto preoccupata di questo…concedere ai bambini o ragazzi più grandi di creare o produrre qualche cosa di diverso dall’apprendimento stesso, è un dono di pochi insegnanti.

 

Asia: Quindi, collegandoci anche a questa domanda, la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata in qualche modo?

Margherita Lazzati: entrambe le cose. Ci sono persone che hanno nel proprio DNA qualche capitale di magia in più, ma in tutti va educato il senso creativo del vivere. E, soprattutto nelle persone che possiedono questo capitale di magia, va sostenuto, va fatto crescere e va riconosciuto.

 

Michela: Già in precedenza abbiamo parlato del ruolo della scuola nello sviluppo della creatività e dell’importanza della stessa per il condannato. Vorrei chiederle se, secondo lei, lo sviluppo della creatività potrebbe essere gestito in modo migliore sia all’interno delle scuole che nelle carceri?

Margherita Lazzati: sicuramente, in entrambi i casi, ma è qualcosa che dipende molto dagli incontri. É chiaro che se una persona detenuta dovesse incontrare la poetessa Silvana Ceruti, il poeta e giornalista Alberto Figliolia o il Professor Aparo, avrebbe un’occasione di espressione e di scoperta delle proprie doti creative al di là del crimine commesso, a differenza di chi, non avendo il dono di questi incontri, rimane recluso nella propria condanna. Lo stesso discorso vale per la scuola. Dalle elementari fino all’università, la fortuna di incontrare un buon insegnante a tutto campo che, oltre all’apprendimento riconosca nello studente qualche cosa su cui puntare e su cui far crescere l’interesse per lo studio, è quanto di più importante si possa fare. Io penso che questa scuola “a crocette”, di risposte a test, sia un massacro dell’educazione.

Intervista ed elaborazione di
Asia Olivo e Federica Turolla

Interviste sulla creatività

Gruppo della Trasgressione: Istruzioni per l’uso

La mia esperienza di tirocinio al gruppo si è quasi conclusa, ma mi ritengo fortunata: ho imparato tanto. Per questo motivo, vorrei condividere con i futuri tirocinanti alcune istruzioni per trarre il maggior vantaggio possibile dall’esperienza che, se vorranno, andranno a fare.

  1. Non fatevi spaventare. Ricordo che durante i primi incontri ero sconvolta e terrorizzata dai modi del prof. Non posso promettervi che i modi cambiano con il passare del tempo, ma ci si abitua e si comprende che sono più utili di quanto sembrano, perché permettono di uscire dal proprio guscio e di crescere individualmente e professionalmente.
  2. Prendetevi il vostro tempo. Imparate a conoscere il gruppo partecipando agli incontri, se è possibile di persona, e prendetevi il vostro tempo per conoscerlo e interagire con esso. Ognuno ha i suoi tempi, e non siete obbligati a rimanere se non vi trovate a vostro agio. Non abbiate paura di fare domande e di mettervi in gioco, vi assicuro che con il passare del tempo imparerete ad apprezzare la fluidità e l’essenza del gruppo. L’importante è provarci!
  3. Sentitevi liberi di sviluppare un pensiero critico. Al gruppo si può parlare di qualsiasi cosa, basta riuscire ad argomentarla. Sentitevi liberi di proporre nuovi argomenti o di contribuire alla discussione, l’importante è essere coerenti con il proprio discorso. Per esempio, una leggenda narra che un componente del gruppo abbia parlato per un ora delle emorroidi, costruendo un discorso logico e utile ai fini della discussione.
  4. Partecipate in modo attivo. Gli eventi e le attività, sia all’interno che all’esterno del carcere, sono una componente fondamentale del gruppo e sono utilissimi per comprendere le funzioni che il gruppo svolge. Partecipando agli eventi avrete la possibilità di comprendere le strategie che il gruppo adotta per affrontare diversi temi, e magari, se siete fortunati, avrete anche la possibilità di assistere ad una rapina!
  5. Create un rapporto con gli altri membri. Probabilmente è banale dirlo, ma la forza principale del gruppo è il gruppo stesso. Per questo motivo credo sia fondamentale creare un rapporto di fiducia reciproca con gli altri componenti, poiché permette di creare un ambiente in cui chiunque possa sentirsi accolto e protetto, e magari anche di amicizia. E credetemi, se si stabilisce un buon rapporto, è anche più facile svegliarsi alle otto di sabato mattina per andare a vendere la frutta.

In conclusione, non abbiate paura di buttarvi e farvi travolgere da questa esperienza. Vi assicuro che ne trarrete vantaggio, sia a livello personale che professionale. E se provate una strana sensazione allo stomaco non preoccupatevi: sono solo farfalle!

Anita Saccani – Tirocini

Caro Aparo

Caro Aparo,
è successo un fatto raro:
ne ha fatta una grossa da spaccare le ossa,
ma così grossa che ne vale più di mille
e che solo a raccontarla fa scintille,
abbiam saputo che tutti noi ha battuto.

Si sta chiedendo “ma cosa avran saputo?”
Le dico solo che se ‘sta storia è vera
È finita la sua rispettabilità e la sua carriera.
Chi ce la racconta è una gran donna,
un’istituzione che guarda più in alto che dai tetti,
glielo dico, è la Samantha Cristoforetti,
questa è un’altra storia
che nulla a che fare con la sua missione sulla luna,
dove le cascaron le palle e toccaron terra prima di una piuma.

Quella storia ce la raccontò Parmisano,
che si è trovato, suo malgrado, con le palle in mano;
ma questa è una storia assai più grave,
che nulla ha di soave.

La Cristoforetti ci ha raccontato che
un giorno mentre era a scrutar la terra,
l’ha vista in bicicletta, tra le vie di Milano sfrecciare,
senza rispettare le corsie per potere sorpassare.

Ma questo è niente rispetto a ciò che ha riferito,
è inutile che fa quella faccia perché non abbiam finito:
Lei ad una persona ha fatto amputare un dito,
è inutile che fa l’indifferente,
perché lei sa che è vero e chi l’ha detto non è una deficiente,
e che lei è un delinquente.

Ci ha raccontato che non solo della strada è un pirata,
ma con la sua bicicletta ha investito una vecchietta,
soccorso non ha prestato, subito è scappato
ma sappia che ancora oggi è ricercato.

Ora possiamo fare un patto altrimenti ce la cantiamo,
siamo tutti pronti a denunciare, ma potremmo pur dimenticare
a patto che anche lei incominci a sudare, incominci anche lei a camminare
e quel masso far rotolare,
perché la sua coscienza per niente è pulita
dopo la storia che c’è stata riferita.

Ora decida lei cosa fare, lo spavento glielo abbiamo dato
ma solo a guardarla è già tutto sudato,
perché la Samantha altro ci ha raccontato e questo è un fatto assodato,
oltre ad essere un pirata e investitore, è anche uno scippatore:
sempre in bicicletta, oltre che investire la vecchietta,
un avvocato lei ha scippato
che la pistola fuori ha tirato e ha sparato
ma non so come il colpo lei ha schivato,
ed è anche fortunato, il botto non l’ha neanche sentito
perché tutti sappiamo che è duro d’udito.

Ma non si vergogna?
A noi ci fa la fogna, invece proprio lei è una carogna!

Ora una cosa la deve fare:
appena ci sarà l’occasione, quel masso lo deve far rotolare
così con la sua coscienza ci potrà parlare,
con tutti si potrà riappacificare
e noi potremo pure dimenticare!

Amato Giuseppe e Samantha Cristoforetti

 

Sotto il carro ponte

Il corridoio divenne lunghissimo, quel minuto durò un’ora.
Finalmente al bivio, “Posso, non posso”; “Voglio, non voglio”. L’aria è libera sul mio volto paonazzo. Mi incammino verso la meta, assaporo la semplicità, sono un uomo che ama vivere e finalmente l’ho capito…

Sono immerso nel verde, alzo gli occhi al cielo e i pappagalli colorano per incanto la mia fantasia. Respiro a pieni polmoni, riesco a socializzare con me stesso, non sono più solo! Siamo una grande famiglia: l’albero, la fontana, il tram, il pullman, la panchina, il fiumiciattolo, i palazzi, il cielo, le zanzare… ah sì, le zanzare… purtroppo anche loro sono parte della grande famiglia… assieme a noi…

Che bello camminare sotto il sole lavorando su me stesso, “assopito dai pensieri”. Due giorni, due interi giorni: che meraviglia nutrirmi degli sguardi di chi non conosce il passato… Sono stato zio, fratello, figlio, amico, e sono stato Giove: ho diviso la mia persona, cercando di non far mancare la mia attenzione all’affetto e allo scopo…

Ad un certo punto volevo tapparmi le orecchie, chiudere gli occhi e risvegliarmi nel letto di ferro, ma quando avevo questo desiderio puntualmente un viso appariva davanti ai miei occhi, spronandomi… come se lui riuscisse a capire quando il frastuono arrivava nella mia testa…

Ho cercato di tenere ben presente lo scopo, il bivio “posso, non posso”, “voglio, non voglio”. Avrei potuto dire “non posso farlo, mai riuscirò a far capire dei concetti”, potevo dire “non voglio farlo” … Invece, io volevo a tutti i costi immergermi nell’impegno e sentivo di potere raggiungere il nostro scopo, il mio scopo…

Il masso è stato spinto sempre più avanti e adesso non torna più giù, ma quanta fatica… zanzare, sole e caldo, ma la voglia di superarci ci ha permesso di vincere.

Lo dimostra il fatto che ho rapinato un vecchio al Parco delle Memorie Industriali, ho cercato di ucciderlo ma il vecchio mi ha spaccato la faccia. E nonostante la faccia mi facesse veramente male, ho terminato lo spettacolo…

Ho visto ciò che il mio cuore voleva vedere: ho visto Simone lavorare con noi come se il gruppo fosse già dentro di lui. Sono rimasto stupefatto, è vero che io ho gridato, come è vero che anche Simone ha gridato tutto il tempo e a me le sue urla mi sfondavano la testa, infastidendomi. Solo uno ha raccolto le nostre grida e io ne sono fiero, grazie Prof. …

Poi, per incanto tutto tace. il cielo diventa nero, la notte cala su questa grande famiglia. Ritorno alla realtà, il corridoio è diventato piccolissimo e in un attimo sono alla cella n°5 e ripercorro questi due incantevoli giorni…

Marcello Cicconi

Al Parco delle Memorie IndustrialiFoto della giornata

Il mondo vuole sorridermi

Il mondo vuole sorridermi
io non voglio sorridergli…
cercavo la libertà, ma ora che l’ho conquistata
capisco che non la desidero

ciò che voglio è non capire…
vorrei non essere padrone della ragione,
vorrei chiudere gli occhi per non riaprirli…

mi accorgo di essere solo,
sì, solo adesso riesco a vedere ciò che mi circonda…
ho paura di vivere in un mondo non più mio,
che accoglierà questa vecchia carcassa,
questo orologio arrugginito
che è rimasto fermo sempre sulle due…

il mondo vuole sorridermi
io non voglio sorridergli…

cosa so io di libertà?
cosa so io di rapporti con l’essere umano scalzo?

Sono un tubetto di dentifricio vuoto,
sono un foglio accartocciato
che rotola lungo un corridoio desolato…
sono un insieme di ossa che vagano
sotto un cielo stellato che l’occhio non vede…
sono un’anima oramai priva di identità
che rincorre una veste che potrebbe scaldare il mio corpo…

cercavo la libertà, ma ora che l’ho conquistata
capisco che non la desidero
era una speranza alla quale aggrapparmi,
un traguardo da raggiungere per rimanere vivo…
non è ciò che voglio, ciò che voglio è imparare ad amarmi.

Oggi mi guardo allo specchio e non trovo quel ragazzo luccicante,
adesso c’è un uomo con gli occhi vuoti,
ho paura a guardarlo…
sono finalmente libero e ho paura, ho paura…

il mondo mi sorride e io tento di contraccambiare
con un sorriso triste di circostanze opprimenti…
nella testa ho mille esplosioni,
il corpo si muove per abitudine…
sono libero, finalmente libero,
ma io non voglio questo,
poi, dopo un secondo sono felice,
faccio un sorrisone al mondo
e il mondo s’incupisce, non sorride,
torno alla confusione…

cammino per le strade con occhi bassi, sento gracchiare,
scruto in lontananza il pennuto corvo ormai grigio,
lo raggiungo, m’inginocchio a lui
parlando di paure e frustrazioni incomprensibili…
con le zampette prende la rincorsa e vola,
alzo gli occhi scrutando il volo arrogante di un amico indifferente,
sudo freddo, ho le palpitazioni…

apro gli occhi accorgendomi che un sogno illumina
un orologio puntato sulle due…
sono libero e non ci sono corvi o margherite
che crescono in mezzo al cemento,
non trovo più le rose che avvolgono il mio corpo
come tra le spire di un serpente,
non c’è più l’odore acre delle grate arrugginite
che perforano le mie narici,
non ci sono più i demoni che facevano burle alla solitudine…
tutto questo adesso non c’è più,
e… cosa mi è rimasto?

Lo so io cosa mi è rimasto…
Un sorriso anziano intrappolato
tra le corde di un violino che suona una melodia lontana.
Mi è rimasto un pugno di poesie che narrano la storia del bimbo uomo tramutato in un giovane anziano…

Questo è ciò che mi rimane,
un viaggio a ritroso con i volti dei partecipanti,
le loro voci, i loro occhi, gli abbracci mai dati…
il mondo mi sorride e io cosa devo fare?
Gli sorrido o no?
Apro gli occhi e sono ancora le due.

Marcello Cicconi

Poesie

I nostri figli con gli agenti

Sulla scia del progetto “Genitorialità responsabile”, abbiamo parlato al gruppo anche della figura dell’agente penitenziario. La nostra esperienza dice che l’agente penitenziario, agli occhi di molti dei nostri figli, rappresenta la negazione della libertà dei genitori. Poco conta per i nostri ragazzi (e, bisogna ammettere, anche nella nostra visione di qualche anno fa) che l’agente in carcere faccia semplicemente il lavoro grazie al quale provvede al suo sostentamento e col quale è chiamato a svolgere una funzione importante per la società.

L’argomento è spinoso e delicato, ma in un cammino di riflessione e di introspezione ci è parso importante affrontarlo perché riteniamo di non dover lasciare zone d’ombra che potrebbero indurre i nostri figli a sviluppare un’immagine distorta della realtà.

Inoltre, non è difficile pensare che, specie quando si cresce in un ambiente ostile e con un’educazione segnata da un genitore che non ha onorato le proprie responsabilità, i figli possono giungere a vedere nella divisa il carnefice del proprio padre detenuto.

A questo contribuiscono tante cose, fra cui il modo in cui noi negli anni passati abbiamo descritto il nostro rapporto con le figure istituzionali e i modi, non sempre attenti ai sentimenti dei ragazzi, di applicare i controlli e le perquisizioni per i familiari all’ingresso. A volte, infatti, i congiunti dei detenuti devono sottoporsi a ispezioni che, in menti fragili e già problematizzate dai conflitti che gli adolescenti vivono con i propri stessi genitori, inducono i ragazzi a sviluppare una forte ostilità verso le istituzioni e a dimenticare che le istituzioni svolgono fondamentalmente la funzione di proteggerci.

Dopo aver constatato, con i tanti incontri con il Gruppo della Trasgressione, che la conoscenza abbatte i muri, proponiamo che un nostro figlio possa entrare in contatto in maniera diversa dal solito con la figura dell’agente. Un modo potrebbe consistere nel coinvolgimento degli agenti penitenziari in qualcuna delle attività del Gruppo della Trasgressione, come ad esempio: gruppi di formazione, testimonianze, partite di calcio ed eventi culturali.

Crediamo che tale progetto sia determinante per favorire un cambiamento progressivo della visione distorta della realtà che può avere un figlio col padre o con la madre in carcere.

L’iniziativa non ha assolutamente lo scopo di influenzare o di interferire con il lavoro degli agenti penitenziari e ci sembra anzi che la nostra proposta sia allineata con gli obiettivi dell’istituzione e delle figure che ci lavorano.

Giorgio Ciavarella

Genitori e Figli

Giusi Fasano

Giusi Fasano – Intervista sulla creatività

Giusi Fasano è scrittrice e giornalista. Lavora per il Corriere della Sera dal 1989, occupandosi principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel suo lavoro applica la creatività nella ricerca delle parole per trasmettere al meglio i fatti di cui scrive.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giusi Fasano: Ho imparato nel tempo che la creatività è come la fame: viene mangiando. Nel mio caso personale, la creatività è imparare a utilizzare le parole e il linguaggio, facendo tesoro sia della quotidianità sia dell’emotività. La creatività aiuta l’empatia e la comprensione delle cose, così come le parole giuste: noi siamo parole, i fatti sono parole e la capacità di trasporre l’emotività nelle parole è creatività.

 

Anita: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Giusi Fasano: Nel processo creativo in generale gli ingredienti sono legati a ciò che tu puoi attingere dalla vita per quello che fai. Per esempio, se tu sei una persona che nella vita è sempre stata in contatto con il dolore dei bambini in ospedale, come può essere un pediatra oncologico, il processo creativo potrebbe prendere spunto dal bisogno che gli altri hanno di stare meglio, quindi, in questo caso, il medico potrebbe travestirsi da clown per far si che un bambino prenda con più leggerezza una medicina.

Per me personalmente il processo creativo riguarda l’utilizzo e la mescolanza delle parole; riguarda anche il modo particolare di raccontare tutto l’insieme, costruendo un percorso di lettura per chi leggerà. Credo siano molteplici i fattori che contribuiscono al processo creativo: dall’esperienza passata all’emotività di un momento preciso, dal rapporto con gli altri alla capacità di cercare strade alternative.

 

Elisabetta: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Giusi Fasano: A volte mi capita di non sentirmi in grado di trasmettere agli altri quello che le persone di cui devo scrivere mi raccontano e, quando mi succede, m’incazzo. Questa mia incapacità di farmi portatore del messaggio mi induce ad avviare un processo che diventa creatività. Informarsi e cercare di approfondire il più possibile le cose dà luogo a un processo che ti permette di costruire un articolo partendo da un dettaglio. Questa ricerca, quindi, permette a me di sviluppare la mia creatività. Le condizioni, nel mio caso di giornalista, dipendono dal desiderio di essere il più possibile comprensibili, empatici e capaci di riprodurre il  pensiero altrui.

 

Anita: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Giusi Fasano: Conseguenze benefiche. Se creatività è lavorazione del pensiero che tu vuoi trasmettere, lavorazione delle parole e lavorazione anche dei pezzetti di vita o di cose che stai facendo per poter convivere con gli altri, se creatività è tutto questo, allora è benefico ed è salvifico avere la possibilità di incamerare pensieri e, in qualche modo, plasmarli per poterli fare tuoi e per poterli trasmettere agli altri. Io non credo ci sia un’accezione negativa della parola creatività, a meno che per creatività non s’intenda la creatività di un sadico nell’uccidere una persona.

 

Elisabetta: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stessa?

Giusi Fasano: Nel mio caso personale, l’atto creativo ha un’incidenza relativa perché io non riesco ad essere molto compiaciuta di quello che faccio. Per carattere, io sono una persona piena di dubbi, sempre disposta a rivedere le cose e, quindi, l’auto-esaltazione per un processo creativo non è una cosa che mi appartiene. Sono in grado di capire bene quando una cosa che ho fatto ha un valore, ma non riesco a gioirne pienamente.

 

Anita: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina?

Giusi Fasano: Essere singolari, essere unici: ognuno di noi può scegliere di essere banale, di seguire un flusso, di accodarsi a qualcosa oppure di essere particolare e di cercare un modo che caratterizzi se stesso per la persona che si è. Secondo me, le persone uniche si riconoscono sempre perché hanno sicuramente della creatività nel loro modo di fare.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Giusi Fasano: Tutto quello che noi facciamo rispetto al mondo e agli altri lo facciamo perché gli altri riconoscano in noi il nostro modo di essere e che approvino, chi più e chi meno, il nostro modo di fare e il nostro comportamento. Io credo che senza gli altri non avvieremmo gran parte dei nostri processi creativi, perché non avremmo nessuno a cui mostrarli. L’accettazione e l’approvazione degli altri sono una grande spinta per il processo creativo. Al di fuori del bisogno del consenso altrui rimane quella piccola parte che facciamo per noi, che è uno spazietto che ci ricaviamo per crescere con noi stessi.

 

Anita: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Giusi Fasano: Direi che le prime persone che beneficiano del prodotto creativo sono gli autori stessi. Io penso che l’esplosione della creatività nella vita sia anche legata all’età: i giovani sono dei fruitori assoluti del loro prodotto creativo. Lo scoprire di avere un talento creativo durante l’età adolescenziale o nei primi anni da adulti è un’esplosione di sensi e di sensazioni che dura a lungo, che fa crescere e che aiuta l’orologio della vita a segnare delle ore precise, che possono ricordarti i diversi modi in cui sei cresciuto. Inoltre, credo che i fruitori del prodotto creativo siano anche quelle persone che hanno curiosità nella vita e anche coloro che sanno utilizzare il loro pensiero creativo applicandolo sia alla creazione manuale che alle cose di ogni giorno. Banalmente, la fruizione del prodotto creativo può andare da mio padre che s’inventa soluzioni creative per riparare gli oggetti in casa sino al grande scienziato che sperimenta qualcosa e si ritrova con l’invenzione del secolo.

 

Elisabetta: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Giusi Fasano: di primo impatto mi viene in mente il film Ghost, in particolare la scena in cui la protagonista sta costruendo un vaso in argilla. Se penso alla creatività intesa come realizzazione di un prodotto creativo fisico, come per esempio un vaso, un quadro, un’opera di architettura, mi viene in mente qualcosa che si realizza sotto gli occhi dell’autore… ad esempio, gli artigiani che a Murano creano il vetro allungandolo, gonfiandolo e stringendolo.

Per quanto riguarda i prodotti della creatività intesa in senso astratto invece, come per esempio la scrittura di un libro, un articolo o un saggio, non mi viene in mente nessuna immagine che possa ben rappresentarla, in quanto è un processo molto più lento, che può durare per giorni, mesi o anni. Per esempio in questo periodo sto scrivendo un libro che è stato definito come un esperimento letterario creativo, e penso davvero lo sia, però, se penso a un’immagine che ben rappresenti la creatività, non mi viene in mente il mio libro e il pensiero che vi sto scrivendo, ma qualcosa di tangibile e concreto.

 

Anita: pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Giusi Fasano: Semmai, io vedo un collegamento tra depressione e mancanza di creatività. Pensiamo ad una persona ipercreativa, come ad esempio Andy Warhol che io definisco a metà tra la sfera intellettuale e quella pratica o anche Monet. Secondo me, persone di questo tipo, nel momento in cui non riescono più a dipingere, a creare e a trasmettere il loro messaggio, risultano esposte a un abbassamento del livello della felicità, della soddisfazione e della voglia di vivere, con la conseguenza che possono addirittura sviluppare una  depressione. Se io oggi non riuscissi a scrivere più niente, se non avessi più un pensiero che mi soddisfacesse dal punto di vista della comunicazione, penso che probabilmente mi deprimerei. In questo senso non intendo dire che la depressione inibisce la creatività; dico piuttosto che la persona ipercreativa, con mille idee sempre innovative, credo sia difficile che possa deprimersi perché si fa forte di questa sua capacità di vedere il mondo in modo creativo. Al contrario, una persona che per mille ragioni non trova più l’ispirazione oppure non riesce a metterla in pratica, è pericolosamente esposta alla depressione proprio perché non si percepisce più come persona creativa.

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Giusi Fasano: un prodotto creativo si può considerare concluso quando l’autore si sente soddisfatto guardando ciò che ha creato, non ha importanza se lo è davvero o meno. Se il creativo percepisce che il suo prodotto creativo è concluso, è come se all’interno di esso non ci potesse più entrare nemmeno un grammo di creatività. Il tentativo di eccedere nella creatività, stimolarla ancora e ancora fino a portarla allo stremo, diventa distruttivo per la stessa creatività.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Giusi Fasano: la creatività ha sicuramente una funzione sociale, più nello specifico rieducativa. Può essere utile per tutte quelle categorie fragili di persone che si trovano in difficoltà e che hanno bisogno di essere seguite nel loro percorso di vita. Se questi individui vengono esposti e stimolati alla creatività, sicuramente la creatività potrà restituire loro pezzi di vita perduti, pezzi di felicità dispersi o pezzi di sé.

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giusi Fasano: di base penso che la creatività sia un dono naturale. A conferma di ciò, penso ad alcune persone dotate di una creatività esplosiva come ad esempio Mozart che, a quattro anni, sapeva riconoscere se un musicista avesse prodotto una nota di un’ottava più alta o più bassa rispetto all’intera melodia. Ecco, in questo caso sicuramente la sua creatività era un dono innato. Nonostante sia un dono, è possibile anche coltivarla allenandosi continuamente ad esprimerla anche nelle attività quotidiane.

Questo però non vuol dire che l’accesso alla creatività regali automaticamente la capacità di metterla in pratica. Per esempio, se paragonassimo la creatività ad una stanza con le pareti piene di colori e di immagini, il semplice fatto che una persona abbia accesso alla stanza e riesca ad entrarci, non significa che automaticamente diventi in grado di produrre qualcosa di creativo. Tutto dipende dalla propensione, dalla curiosità e dalla personalità di un individuo.

Il fatto che la creatività sia accessibile a tutti può essere confermato anche dai risultati benefici provenienti dai laboratori creativi destinati alle persone con qualsiasi tipo di disabilità, fisica o mentale, grave o lieve che sia. Pur avendo delle evidenti difficoltà, se tali individui vengono stimolati alla creatività e vengono forniti loro gli strumenti necessari per sostituire le mancanze dovute alla condizione di disabilità, riescono anch’essi a produrre, a giocare e a vivere la loro vita in maniera creativa.

 

Anita: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Giusi Fasano: in entrambi i casi, sia a scuola che per il condannato, in quanto la creatività è da considerarsi tale a prescindere da chi la vive e la pratica. La funzione benefica che la creatività può ricoprire per un condannato nella sua cella o in un laboratorio all’interno del carcere è universale. È un risultato magnifico quello che si raggiunge quando si riesce a stimolare una persona e la si spinge a dare voce alla sua vena creativa, in quanto questo processo aggiunge automaticamente ricchezza alla nostra umanità e alla nostra specificità individuale. L’elemento importante, come detto prima, è la stimolazione alla creatività, la quale per un condannato o per un bambino con problemi di salute gravi può arrivare da parte degli educatori.

Sicuramente la stimolazione alla creatività potrebbe avere un ruolo fondamentale e benefico anche per gli adolescenti che nascono e crescono in quartieri disagiati o quelli in cui le attività della criminalità organizzata avvengono alla luce del giorno. Non ha importanza chi sia la persona in condizioni difficili, quanti anni abbia, quale ruolo ricopra o quale educazione abbia ricevuto. La creatività può, a prescindere, aiutarla.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Elisabetta Vanzini

Giusi FasanoInterviste sulla creatività