Il nostro Mito di Sisifo

Dalla complessità del male alla banalità del male;
dal delirio di onnipotenza alla presa di coscienza.

Il nostro Sisifo tratta temi ricorrenti nelle nostre vite da delinquenti, ma che si ritrovano anche in altre vite, non solo nelle nostre. Ma forse dovrei iniziare parlando di Sisifo e raccontarvi il suo mito…

Ci troviamo nella città di Corinto, in Grecia, dove il re Sisifo viene pressato dai suoi cittadini che protestano per la mancanza di acqua. Durante una delle sue passeggiate, egli assiste per caso a una scena i cui protagonisti sono Giove, massima divinità dell’Olimpo, ed Egina, figlia del dio delle acque fluviali Asopo. La giovane è appena uscita da una lite con il padre, assente e autoritario; la ragazza, arrabbiata e sfiduciata, scappa di casa e incontra Giove, il quale non si lascia sfuggire l’occasione di sedurla, promettendole vita facile fra le stanze dorate dell’Olimpo.

Prima i conflitti fra Asopo ed Egina e, subito dopo, la scena della seduzione mettono in evidenza l’importanza del rapporto genitori-figli e le possibili conseguenze sull’adolescente. L’adulto, che dovrebbe trasmettere valori positivi ed essere una guida per i ragazzi, viene invece vissuto come poco credibile e per nulla rispettabile. L’adolescente, non sentendosi accudito e sostenuto dalla famiglia, si lascia sedurre dalla mira del potere e dei soldi facili o, come diciamo noi, dal virus delle gioie corte, quando invece avrebbe bisogno dell’adulto per comprendere le proprie fragilità.

Sisifo, che ha osservato la scena di nascosto, incontra subito dopo Asopo in cerca della figlia e dopo una serie di reciproche accuse gli propone un compromesso: in cambio dell’acqua per il suo popolo, egli dirà al dio dell’acqua che la figlia Egina è stata portata via da Giove.

Tutto il dialogo è caratterizzato da un gioco di ruoli tra i due personaggi: Sisifo, travolto dalla rabbia per la trascuratezza di Asopo verso i cittadini di Corinto, ma anche dalla voglia di rivalsa e dalla sua stessa arroganza, cade in balìa del delirio di onnipotenza, supera i limiti arrivando a far inginocchiare la divinità ai suoi piedi, che per il bene della figlia si adeguerà alla richiesta dell’uomo.

Questa scelta è inconsciamente dettata da quello che è, come raccontano molti miti, il sogno di ogni uomo ed è, di sicuro, il delirio mai addomesticato di Sisifo: vivere senza limiti, raggiungere l’immortalità, poter decidere, come un dio, della vita e della morte degli uomini

Asopo viene indirizzato verso Giove il quale, accogliendolo con sufficienza, si inalbera quando viene a conoscenza dell’accaduto e decide, visti i problemi che Sisifo sta causando, di farlo uccidere.

Giove interpella il fratello Ade, dio degli inferi, che a sua volta, seppur titubante, si rivolge al suo braccio destro: Thanatos, il dio della morte, al quale comanda di portare Sisifo agli Inferi.

Viene quindi azionata quella che la celebre Hannah Arendt definisce “Catena di Comando”, basata sull’individuo che, succube della società, annulla la propria coscienza morale ed esegue quasi meccanicamente ciò che gli viene comandato.

La vita di Sisifo è ora nelle mani di Thanatos, che ha il compito di ucciderlo, ma che viene tuttavia ingannato e immobilizzato grazie alla furbizia con cui Sisifo circuisce e ubriaca il sicario.

Ma con Thanatos impossibilitato a svolgere il proprio compito, sulla terra non muore più nessuno; chiunque adesso diviene immortale! Giove viene immediatamente avvisato da Marte della gravità della situazione e, dopo una rapida consultazione fra i due, sarà lo stesso Marte a riprendere Sisifo e a portarlo da Giove.

A questo punto Giove, finalmente con Sisifo in suo potere, condanna l’astuto re di Corinto a spingere per l’eternità un masso su una montagna alta e scoscesa, che ricadrà giù ogni volta che arriverà in cima.

Così come avviene nei gironi infernali della “Divina Commedia”, dove le pene che affliggono i dannati dell’Inferno sono assegnate in base alle colpe commesse in vita, anche nel caso di Sisifo, la corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, pare essere regolata dalla legge del contrappasso: Sisifo, bramoso del potere di chi non muore mai, viene condannato a vivere in eterno una pena senza senso e senza fine.

Ma paradossalmente, quella che sembrava essere la fine della storia, prelude invece a un nuovo e inaspettato inizio: Sisifo, costretto a convivere con questa pena, inizia a dialogare con il masso (che nel nostro lavoro rappresenta la coscienza lasciata a tacere per lungo tempo). La comunicazione tra i due condurrà verso la crescita della coscienza di Sisifo e alla comprensione degli errori commessi.

La presa di coscienza costituisce il passo fondamentale affinché lo sbaglio non si ripeta. Ogni essere umano, infatti, ha la spinta a ripetere situazioni e/o azioni dolorose fino a quando non ne comprende il senso.

Museo di Addis Abeba

Così come avviene tra Sisifo ed il masso, al Gruppo della Trasgressione il detenuto all’interno viene guidato ad interrogarsi sempre e questo conduce all’evoluzione e al conseguente sviluppo della coscienza. Questo processo introspettivo, che a volte somiglia alla “maieutica” di Socrate, porta il soggetto a dar luce a verità interne, del tutto trascurate all’epoca dei reati, e questo renderà gradualmente più leggero il masso, il peso della pena.

Quando si fanno le scelte sbagliate le conseguenze sono inevitabili, questo un detenuto lo sa bene. Frequentare il gruppo comporta un lungo percorso alla scoperta di tematiche molto complesse e importanti, quali: il potere, il delirio di onnipotenza, i limiti umani, la banalità e la complessità del male, l’arroganza e tante altre. I continui reati, governati dall’arroganza, fanno perdere il senso e la misura di ciò che si sta compiendo e allontanano sempre di più dall’altro.

Via via che si pratica il male, si produce un’assuefazione, ci si abitua ed è proprio quando il male diventa abitudine che diviene pericoloso perché non viene riconosciuto come tale. Si assiste quindi al passaggio dalla complessità alla banalità del male.

Approfondendo il mito di Sisifo e conoscendo il personaggio che io stesso ho interpretato diverse volte, ho riscontrato molte affinità caratteriali e comportamentali, che mi hanno portato a riflettere.

Parlando di scelte, spesso non ci rendiamo conto di quanto esse siano importanti, partendo da quelle più piccole, le cosiddette micro-scelte, apparentemente insignificanti ma che conducono verso le macro-scelte, che apportano profondi cambiamenti nelle nostre vite. Possono essere positive o negative e conducono a strade diverse. Esse definiscono in parte chi siamo, ma soprattutto cosa stiamo cercando. Proprio come Sisifo, molti di noi si sono fatti guidare dal proprio delirio di onnipotenza oltre i limiti consentiti, dimenticando la complessità dell’impasto che porta ciascuno a praticare il male, fino ad assuefarsi al suo esercizio quotidiano e ad anestetizzare la propria coscienza.

Passando attraverso l’illegalità, si entra in contatto con realtà difficili, fatte non solo di soldi sporchi e violenza, ma anche di povertà e costrizioni, circoli viziosi in cui si entra con relativa facilità e da cui poi difficilmente si riesce a venir fuori. Ciò comporta l’annullamento della coscienza, proprio come è successo al protagonista del nostro mito e da questo seguono comportamenti messi in atto per il gusto di sentirsi potenti e invincibili.

Tuttavia, prima o poi bisogna necessariamente fare i conti con i propri errori, poiché si arriva inevitabilmente al capolinea e sopraggiungono le conseguenze delle scelte fatte precedentemente.

A questo punto, sono possibili due opzioni:

  • la prima è quella di coloro che, nonostante gli sbagli commessi, continuano a non rendersi conto del male causato e, imperterriti, non appena se ne dà l’occasione, imboccheranno nuovamente le strade della criminalità, senza alcuna presa di coscienza;
  • la seconda riguarda coloro i quali, trovandosi di fronte al grande masso con cui scontare la propria pena e, seppur consapevoli di poter fare ben poco per rimediare agli errori commessi, decidono, come il re di Corinto, di intraprendere un dialogo con la propria coscienza, cercano di ricostruire la  propria storia, di conoscere le motivazioni che avevano indotto alle scelte fatte e di ridare vita ai valori messi a tacere già nei primi anni dell’adolescenza.

Il cambiamento è possibile e le Istituzioni svolgono un ruolo fondamentale insieme a tutti coloro che hanno a che fare con i tribunali e i luoghi di detenzione. Tuttavia è proprio il detenuto a dover compiere dei passi in avanti, che daranno poi il via a tutto il resto.

L’obiettivo del gruppo è l’evoluzione dei detenuti e per questo è necessario che ognuno di noi abbia dei punti di riferimento, “un posto sicuro”, delle certezze e buone relazioni: questo è ciò che con l’Associazione e con la Cooperativa Trasgressione.net si cerca di fare all’interno e fuori dal carcere. Si promuove la cultura, il lavoro, la comunicazione, si torna indietro, nel passato, al male per raggiungere le emozioni dell’epoca perché si ha bisogno di “sentire”, di immergersi nelle proprie emozioni e riviverle per potersi guardare dentro con persone che ti accompagnano nella tua evoluzione.

Marcello Portaro, Katia Mazzotta e Angelo Aparo

Torna all’indice della sezione

Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Cibo a domicilio…

Cibo a domicilio per famiglie in difficoltà,
i “fattorini” sono detenuti in semilibertà

Il Gruppo della Trasgressione fondato 22 anni fa nelle carceri
ottiene l’incarico e una sede in via Sant’Abbondio

IL GIORNO – Andrea Gianni

Milano, 1 giugno 2020 – Dopo una frenata, c’è una ripartenza. In momenti di crisi, quando tutto sembra immobile, nascono occasioni di crescita. Detenuti delle carceri milanesi in regime di semilibertà o ex detenuti in libertà condizionale hanno ottenuto l’incarico di distribuire cibo a famiglie disagiate a Rozzano e Peschiera Borromeo, riuscendo a garantirsi uno stipendio minimo nei mesi dell’emergenza sanitaria. Un’occasione di incontro tra persone che stanno cercando di ricostruirsi una vita fuori dal carcere e famiglie fragili, che rischiano di finire ai margini.

Un risultato del Gruppo della Trasgressione, iniziativa creata 22 anni fa dallo psicologo Angelo Aparo per il recupero di detenuti attraverso l’auto-percezione delle proprie responsabilità, attiva nelle carceri di Opera, Bollate e San Vittore. Oltre all’aggiudicazione dei bandi per la distribuzione di cibo nei due Comuni dell’hinterland milanese, il Gruppo ha ottenuto una nuova sede a Milano grazie al bando di Palazzo Marino “Valori in gioco“. Si tratta di un appartamento in via Sant’Abbondio, zona Chiesa Rossa, che diventerà una base per le iniziative anti-degrado nel quartiere.

“Dopo decenni di sudore, paradossalmente, in un periodo terribile per tutti, il nostro gruppo raccoglie frutti sui quali avevamo quasi perso le speranze”, spiega Angelo Aparo, fondatore del progetto che all’epoca contò tra i primi partecipanti il manager Sergio Cusani, in cella per la maxi-tangente Enimont, e ha offerto un percorso di recupero anche a persone condannate per omicidi e associazione mafiosa. Percorsi fatti anche di incontri con le vittime di reati e di lavoro in aziende partner e nella cooperativa sociale Trasgressione.net, che vende e distribuisce frutta e verdura.
“Con l’emergenza coronavirus il lavoro della cooperativa si è fermato – spiega Aparo – e per fortuna abbiamo ottenuto gli incarichi a Rozzano e Peschiera che ci permettono di sostenerci anche economicamente. In questo periodo non possiamo più lavorare nelle carceri: abbiamo avviato iniziative alternative online come un cineforum sulla “banalità del male“ che coinvolge detenuti, magistrati, studenti e vittime di reati, in attesa di riprendere i percorsi”.

Torna all’indice della sezione

Il Covid 19

Covid 19, che sgomento!
Un vero sfacelo,
l’unica nota positiva
è che c’è meno inquinamento
e che forse è più pulito il cielo

Quanta gente contagiata
tanta gente spaventata
tanta gente ci ha lasciato

Momenti difficili da superare
qualcuno solo in casa si è dovuto fermare
altri chiusi in convivenze forzate

Tante donne maltrattate
uomini impotenti davanti alle difficoltà
che pensano alla morte
per mantenere la loro dignità

Qualcuno, riuscendoci, si è dovuto reinventare
altri hanno smesso di credere e di amare

Io vivo in un’altra realtà, sono chiuso da un’eternità
altro che quarantena, sto scontando la mia pena
ma tra meno di due anni sarò fuori
e, se il vaccino non verrà trovato,
per non essere contagiato o contagiare,
i miei amici non potrò più riabbracciare

Che dolore, che sfacelo!
Mai una gioia, tanta noia
in carcere a morire di monotonia
e tutto trasformato in paranoia

Ma per uscire da questa agonia
basta avere fiducia e un po’ di fantasia

Se ti guardi attorno puoi osservare
che sono proprio tanti quelli
che non hanno mai smesso di aiutare

Medici e infermieri, guerrieri determinati
a rischiare la vita per il loro ammalati
e persino noi, nel nostro piccolo,
a portare frutta con la Squadra Anti-Degrado
a chi rischia di far sera senza aver mangiato

Ma se vogliamo andare avanti
è chiaro cosa c’è da fare
guardare in faccia la realtà
e camminarci dentro
ciascuno con la propria responsabilità

                                   Pino Amato e Angelo Aparo

Torna all’indice della sezione

Sul Corona Virus in carcere

Buongiorno, sono Rosario Roberto Romeo e saluto tutto il gruppo. Lunedì scorso, durante l’incontro on line, una ragazza ha chiesto qualche testimonianza sulle conseguenze del corona virus all’ interno delle carceri per un eventuale progetto.

Sono stato scarcerato da  Bollate il venti aprile e quindi la mia testimonianza può essere utile perché vissuta in prima persona.

Fino a quando ero ristretto non ci sono stati casi di contagio tra i detenuti, circolava la voce che alcuni agenti della polizia penitenziaria fossero stati colpiti dal virus.

Per noi gli effetti sono stati la fine di tutte le varie attività, sia quelle lavorative presso l’aria industriale sia quelle sociali presso l’aria trattamentale. Quindi un senso di grande solitudine, la mancanza di incontri a partire dalla scuola, ai vari gruppi terapeutici e alle varie religioni, anche l’accesso alla biblioteca era sospeso.

Praticamente, tutto quello che fa la differenza tra Bollate e altri istituti è stato azzerato con grande rammarico di noi detenuti, presi dall’aumento della noia e della tristezza.

Per quanto riguarda gli effetti di questa pandemia, credo che per tutti i miei compagni la mancanza dei colloqui settimanali sia il peso maggiore da sopportare. Per me è stata la più grande sofferenza, ho due figli molto piccoli e non abbracciarli per quasi due mesi è stato molto triste. Poi, ognuno di noi aspetta i propri familiari, l’unico vero legame con la vita esterna; il cibo portato ogni settimana è una grande gratificazione, ti fa sentire meno solo e ti aiuta per altri sette giorni.

Certo ascoltavamo i telegiornali, sentivamo il crescente numero dei decessi ma non potevamo capire la gravità della situazione. Può sembrare un paradosso ma il carcere è diventato quasi un’isola felice contro questo terribile contagio. Poi sono uscito, ho visto la città deserta, tutte quelle mascherine e ho capito quanto era grave la situazione.

Sono tornato libero dopo tre anni di detenzione ma non potevo portare i bambini al parco giochi o mangiare un bel gelato, per fortuna c’è stata una apertura e la vita è migliorata.

Tanti saluti, Rosario Romeo

Torna all’indice della sezione

Joker

Joker è un film che ho amato. L’escalation delle azioni del protagonista, accompagnate dalla risata impossibile da fermare, danno realmente il senso del solco che progressivamente si crea quando si comincia a camminare in una direzione, fino a sentirsi obbligati, ogni giorno di più, a camminare solo dentro quel solco e in quella direzione.

La risata non si può fermare. Mamma l’ha chiesto: ha detto che ha una missione, portare allegria e gioia. La prima maschera che Joker indossa è questa. Non può esimersi dal farlo, anche se questo significa non avere un contatto con le proprie emozioni, disconoscerle a tal punto da non poterle neanche contattare.

Una maschera, una gabbia. Un luogo in cui rimanere chiusi: da iniziale protezione a prigione invalicabile.

La seconda maschera è quella che vediamo dipinta, la seconda maschera è Joker. Talmente connaturata con chi la indossa da non vederne più un confine. Quella maschera diventa la sua identità. Quella maschera è il suo volto, non esiste altro oltre essa. Tutto ciò che può emergere, nascere, affiorare viene filtrato da quella maschera, l’unica certezza della sua esistenza. Al di fuori di essa lui è vulnerabile. Senza essa è stato picchiato e maltrattato. Perché dovrebbe lasciarla?

Lasciarla significherebbe tornare vulnerabile,  significherebbe soffrire per i rifiuti subiti. Con la maschera i rifiuti sono cercati. Con la maschera crea quella distanza che gli serve per mantenersi vivo. La maschera È la sua identità. Lui È Joker.

La scena più bella del film dura una decina di secondi e spiega il disagio meglio di mille pagine di psicologia. È la scena in cui assiste allo spettacolo comico: lui ride quando gli altri non ridono e non ride quando gli altri ridono. Avvertire di non essere MAI in sintonia col mondo, di non avere affinità, di essere “fuori”, un outsider. Questo è ciò che accade quando ci si avverte incompresi, quando ci si percepisce diversi. Questo è il primo passo verso quelle maschere che rischiamo di identificare con noi stessi. Maschere rigide, con regole precise al di là delle quali non si può andare, al di là delle quali c’è la disintegrazione del sé.

Commenti alla prima giornata

Commenti alla giornata del 27/04/2020

Se dovessi sintetizzare questa esperienza direi che si tratta di un ciclo di incontri che prevedono di collegarsi ad un link tramite la piattaforma zoom, si può fare anche da cellulare. Oggi eravamo 41 persone.

Il Gruppo della Trasgressione include studenti di psicologia, filosofia e giurisprudenza, avvocati, magistrati, professori delle scuole medie e superiori, detenuti e vittime di reati.

Il tema di questo ciclo di incontri è “La banalità e complessità del male“. Oggi abbiamo iniziato dal significato della parola “banalità” partendo dallo spunto di una collega giornalista, laureata in filosofia, che ha citato il libro di Hannah Arendt sul processo ad Eichmann, per spiegare come la maggior parte delle volte il male si distribuisce su piccoli gesti apparentemente “banali” che non ci danno la sensazione di star facendo qualche cosa di male e che non ci fanno sentire proprietari di un’identità “deviante”, anche quando stiamo pericolosamente precipitando senza rendercene conto in quella direzione lì.

Il concetto di “complessità” ci invita invece a riflettere su come il male finisca con il tempo con il rispondere ad una funzione, ovvero quella di darci un’identità, tendenzialmente negativa, ma pur sempre un’identità riconoscibile e facilmente indossabile, che è molto meglio rispetto a non avere alcuna identità e molto più facile rispetto ad un’identità che ci chiede di crescere attraverso il lavoro e la fatica quotidiana.

Da qui diverse persone hanno fatto un collegamento al bullismo, perché chi più di un dodicenne che commette un reato è alla ricerca di un’identità?
E poi anche perché l’obiettivo è di portare gli scritti finali nelle scuole che nel tempo hanno creato un’alleanza con il Gruppo, per costruire interventi di crescita personale e di educazione alla legalità.

Collegandosi al bullismo si è parlato quindi di giovani che, più o meno consapevolmente, compiono dei reati. Spesso all’inizio di questo percorso verso il mondo dei reati succede che i ragazzi si giustifichino affermando “ero lì per caso” e i genitori a loro volta confermano questa versione “mio figlio si trovava lì per caso, non è cattivo, è un bravo ragazzo che ha trovato gli amici sbagliati”. Ed è vero, non sono ragazzi “cattivi”. Ma oggi abbiamo iniziato a riflettere su come il “caso” diventi spesso una scorciatoia che ci libera dalla responsabilità di dover fare bene.

Aggiungo che questo apre la strada a numerosissime domande, perché quasi sempre chi ci chiede di “fare bene” è un’Autorità (interna o esterna) con cui inevitabilmente sentiamo di avere un conflitto aperto.

Così gli amici sbagliati rispondono ad una domanda ben precisa, che è la domanda di chi non si sente riconosciuto e sta cercando di crescere sostituendo inconsapevolmente il diventare grande con il sentirsi “grande”.
Ma il fare senza l’essere è un castello di carte senza fondamenta.

Personalmente questo tema mi interessa particolarmente essendo stata coinvolta nel mio lavoro in ospedale in un progetto dal titolo “minori autori di reato“.

Quindi possiamo dire che vengono trattati temi difficili nel corso di questi incontri, ma l’esperienza di GRUPPO crea una sintonizzazione tra le persone e una sorta di stomaco condiviso che permette a tutti di “digerire” temi complessi, che ci chiedono lo sforzo di ascoltare con attenzione per contribuire anche noi all’incontro, per dare un senso alle nostre esperienze e ai nostri vissuti, che sono sempre al centro della discussione del gruppo.

L’incontro anche nella sua forma on-line costituisce qualcosa di creativo e galvanizzante che con il tempo incide sulle nostre vite dandoci la sensazione di aver utilizzato queste ore per fare qualche cosa di utile, perché “dare” significa mettersi in gioco attivando tutta una serie di funzioni di holding che inevitabilmente ci spingono ad assumere la responsabilità dell’altro e quindi a crescere come persone.

Nel carcere di Opera una volta un detenuto ha scritto una poesia: “Timbro il tempo per esserci, sapendo che ogni secondo sprecato è una parte di me che muore“. Abbiamo tutti bisogno di timbrare il nostro tempo per sentire di esserci.

Mi piacerebbe coinvolgere in questo percorso i genitori dei ragazzi che hanno commesso un reato perché penso che potrebbero arrivare a dare ai ragazzi delle scuole un importante contributo, rendendosi contemporaneamente conto che possono fare qualcosa anche per aiutare i loro figli a crescere. E forse alla fine di questo percorso potremmo cambiare il nome del progetto da “minori autori di reato” a “minori autori del proprio destino”.

Tiziana Pozzetti

Commenti alla prima giornata

Commenti alla giornata del 27/04/2020

Conosco il gruppo della Trasgressione da quando è nato, anzi da prima, dal giorno in cui è stato concepito direi, un tempo in cui si potevano fare le gite a Bologna (…e si potevano mangiare anche le fragole!), ma non avevo mai partecipato, se non ad alcuni dei convegni aperti al pubblico.

Il Corona Virus e la mia conseguente disoccupazione mi hanno regalato il tempo di farlo, voi mi avete concesso il piacere di esserci. Grazie è la prima cosa che vorrei dirvi.

La seconda è che ho apprezzato l’attenzione e l’impegno di tutti i partecipanti per più di 2 ore, anche quelli che non abbiamo parlato ma che eravamo presenti “per davvero” (il virgolettato è una citazione della Livia dei vecchi tempi); sarà che nel mio lavoro di moderatrice di focus group con “gente comune” sono abituata a faticare per ottenerli, ma constatare come nel giro di pochi minuti si instauri un clima idoneo nel vs gruppo mi ha fatto sentire in una gran bella compagnia 😊.  Lo strumento web che avete testato funziona alla grande secondo me (e, tra l’altro, apre a nuovi utenti che non possono venire in carcere, per non dire che ho potuto fumare una sigaretta senza danneggiare gli altri!).

Credo inoltre che, nonostante la precisa introduzione di Sofia sul concetto “Banalità del Male” della Arendt, ci siano stati dei fraintendimenti sul tema/titolo del dibattito, il che è più che comprensibile dal mio punto di vista poiché si tratta di un pensiero difficile e palesemente ostico: accostare le parole BANALITÀ e MALE è già di per sé disturbante, suscita reazioni emotive forti da cui viene spontaneo prendere le distanze prima ancora di cercare di capire… è un pensiero difficile da pensare e questo forse dobbiamo dircelo!

Con questa premessa di difficoltà in mente (che Eleonora ha esplicitato nel suo intervento -che tra l’altro mi è piaciuto molto anche per le altre cose che ha detto, in particolare quando ha parlato del “Male come ricerca di libertà di non scegliere”, un’intuizione che da sola ripaga dell’intera partecipazione all’evento per quanto mi riguarda!), possiamo forse provare ad addomesticare un po’ il concetto di Banalità del Male utilizzando un sinonimo di banalità, e cioè MEDIOCRITÀ.   Per la verità, ho trovato la spiegazione di Juri su cosa si intende per “banalità” molto chiara ed esaustiva (ordinario come opposto a straordinario, scontato come opposto a eccezionale, parcellizzazione delle responsabilità -che non vuol dire che non ci siano responsabilità o che il fenomeno diventi meno grave!), ma forse ricordare che “banale” vuole anche dire MEDIOCRE ci aiuta ad accettare/avvicinarci al concetto di “banalità del male” che si vuole lavorare anche nei futuri incontri.

E aggiungo che il titolo del vs webinar è “banalità E complessità del male”, E congiunzione che collega le due parole, non O congiunzione disgiuntiva che introduce un’alternativa tra i due concetti, tipo che uno esclude l’altro… almeno a me sembra così. Quindi potremmo rinunciare allo sforzo di decidere se il Male sia banale ocomplesso per provare piuttosto ad accettare che possa essere entrambe le cose e indagare se nella ns esperienza ci sono tracce di tutto questo. Personalmente, ho senz’altro esperienza di vivere in una “realtà conflittuale e multifattoriale” (cito l’intervento di Juri questa volta), ma non ho la più pallida idea di come (e se) io agisco il Male con la M maiuscola, e non certo perché io sia buona, non saprei cosa dire nemmeno su come (e se) io agisco il Bene! Chissà, forse non ne ho sufficiente esperienza diretta e anche per questo sono molto interessata alle testimonianze di chi sente di aver toccato “il Male” in passato, prima di essere rinchiuso in carcere. E qui mi interrogo solo sul Male (e non sul Bene) perché questo è il titolo degli incontri e non mi piace andare fuori tema. Sono pedante, lo so! Magari della Banalità e Complessità del Bene ne parliamo in un altro convegno, ma in questo a me piacerebbe ci focalizzassimo tutti sul tema che avete deciso.

Ho notato che le “vecchie guardie” del gruppo (Delia, Marta, Sofia, Roberto, etc.), diventate ormai illustri avvocate, psicologhe, prof di filosofia, spacciatori di Frutta&Cultura, etc., sono bravissime/i a stare sul pezzo, cogliere gli input di Juri e provare a rispondere alle sue domande da 100milioni di dollari come le chiamo io (“Esiste una funzione del male per la persona che la compie?” alla faccia! Perché non chiederci direttamente Chi siamo, Da dove veniamo e soprattutto dove andiamo?!)

Sarò felice di conoscere meglio anche le “nuove guardie” del gruppo dal fronte studenti, dal fronte detenuti, dal fronte cittadini liberi.
“Liberi” si fa per dire.

E chissà se proprio il concetto di libertà di ognuno di noi -lo spazio che ci concediamo per recepire gli stimoli che provengono dal ns mondo interno e dall’ambiente esterno- centri qualcosa con la banalità/mediocrità con cui organizziamo le nostre risposte a questi stessi stimoli…

Mi sembra che, molto spesso, noi banalmente REAGIAMO agli stimoli anziché RISPONDERE agli stimoli; per poter rispondere occorre prima accoglierli, accettarli, lavorarli, pensarli, insomma fare tutta quella faticaccia da uomini! Gli animali sono avvantaggiati. In questo periodo sto diventando quasi amica di un merlo che ha fatto il nido sul ns terrazzo (ne ho parlato con cari amici come Adriano e Vittorina, e anche l’Adriano nostro della coop a cui ho mandato anche le foto!) …beh, più lo osservo mangiare le briciole che gli lascio ogni pomeriggio e più lo invidio, anzi invidio soprattutto i suoi piccoli per i quali ha costruito un nido duro e protettivo all’esterno e morbido all’interno. Impulsi regressivi a manetta in questo periodo di quarantena. Voglia di volare in questo periodo di quarantena. Ma a noi tocca crescere, @azz@!  D’altro canto, o cresciamo o siamo infelici, quindi siano benedetti i pensieri difficili e le domande ostiche dei filosofi!

Concludo dicendo che mi spiace che Roberto fosse visibilmente arrabbiato alla fine del gruppo, non so con chi ce l’avesse (forse qualcuno lo ha criticato in separata sede per il suo primo intervento? Ma se era così sul pezzo! Soprattutto quando ha parlato della mediocrità e della eccellenza degli uomini, io seguivo bene il suo discorso… boh!), ma credo e spero che gli sia già passata oggi. Credo anche che nel vs gruppo sia lecito esprimere le proprie emozioni, anzi addirittura incoraggiato come stile, ma mi sembra comunque utile rifarsi al principio del rispetto reciproco e, ancora una volta, all’aspirazione a rispondere anziché reagire agli stimoli. Per essere più esplicita, caro Roberto, non mi piace che qualcuno usi un momento comune per inviare messaggi in codice a qualcuno, ma forse non ho capito niente… e non sarebbe la prima volta! 😊

Fine del mio commento non richiesto al primo webinar gratuito del Gruppo della Trasgressione.

Saluti e baci a tutti,
Manuela Re

Torna all’indice della sezione

#MilanoAiuta e la Squadra Anti-Degrado

SQUADRA ANTI-DEGRADO PER EMERGENZA COVID-19

Grazie al Fondo #MilanoAiuta, Con l’intento di alleviare le difficoltà di famiglie e di anziani nei comuni di Rozzano e Peschiera Borromeo, la bancarella itinerante di Frutta & Cultura, distribuirà frutta e verdura a domicilio.

L’Associazione Trasgressione.net mette in campo la Squadra anti-degrado, una squadra composta da studenti, vittime di reato ma principalmente da detenuti ed ex-detenuti che dopo essere cresciuti nel degrado e averlo alimentato, oggi lo combattono collaborando con le istituzioni.

L’idea nasce dalla convinzione che studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati possa contribuire all’equilibrio sociale e a proteggere la salute e il bene pubblico più di una pena da scontare in carcere fino all’ultimo giorno.

In questo momento storico caratterizzato dall’emergenza Covid-19, l’iniziativa della Squadra anti-degrado vuole dare una risposta concreta alle necessità di approvvigionamento della cittadinanza grazie agli operatori della bancarella itinerante di Frutta & Cultura, che si adoperano per fornire a domicilio frutta, verdura e tutti i generi alimentari che la stessa bancarella commercia nella sua attività generale.

L’intervento è volto a sostenere gli anziani e le famiglie che vivono in condizioni svantaggiate nei comuni di Peschiera Borromeo e Rozzano. In linea con le norme di sicurezza e di igiene imposte dal Consiglio dei Ministri per l’emergenza Covid-19, il progetto intende contribuire al senso di reciproca solidarietà fra tutti i componenti della comunità in un frangente che richiede a tutti noi responsabilità civica nella tutela di sé e degli altri.

L’iniziativa, che parte a maggio 2020 a Peschiera Borromeo e a Rozzano e che andrà avanti per i prossimi quattro mesi, è stata realizzata grazie al sostegno del fondo #MilanoAiuta che ha istituito la Fondazione di Comunità Milano – Città, Sud Ovest, Sud Est, Martesana onlus.

La Fondazione si propone come piattaforma di partecipazione basata sull’ascolto e di prossimità ai bisogni del territorio. Promuove e supporta progetti di utilità sociale per rispondere, in modo innovativo, alle priorità espresse dalla collettività in ambito sociale, culturale e ambientale.

La Fondazione di Comunità Milano catalizza risorse ed energie, promuove la cultura della solidarietà e del dono per una concreta filantropia di comunità che, oltre a rispondere all’emergenza sociale, possa agire per il bene collettivo e contribuire a migliorare la società nel suo insieme.

Torna all’indice della sezione

 

Quarantene e detenzioni

Giusy Seminara

In questi giorni tutti nel mondo vivono i disagi relativi alla quarantena a seguito del Corona Virus. Alcuni la paragonano a una reclusione. Il Gruppo della Trasgressione, che comprende comuni cittadini, studenti, detenuti ed ex detenuti, ha deciso di interrogarsi su questo accostamento e abbiamo avviato un gruppo on line sull’argomento.

La quarantena è a tratti logorante, perché è stata messa in pausa la nostra libertà. Siamo però consapevoli che la restrizione non è uguale per tutti. Chi ha un giardino può comunque godere del verde e del tepore del sole; chi ha un terrazzo può respirare l’aria pulita della città senza traffico; chi ama la musica può farsi accompagnare dai suoi brani preferiti; chi ha dei bambini può dedicare più tempo ai giochi insieme mentre vede crescerli sorprendentemente; chi ama leggere può finalmente aprire tutti i libri accantonati dal “poi lo leggo”.

Siamo però consapevoli che alcune quarantene somigliano più di altre ad una reclusione, ad esempio quando non hai alcuna possibilità di controllare o anche solo di sapere quello che accade dentro l’ospedale dove sono ricoverati i nostri cari.

C’è chi la quarantena la vive da solo, soffrendo della mancanza di spazi e contatti sociali. Ancor peggio è vivere da soli se si sta male, se si hanno avuti i sintomi di questo virus invisibile che si presenta bravaccio sotto i nostri occhi. E c’è chi, oltre ad essere da solo e ammalato, è lontano dalle persone care che stanno percorrendo il buio sentiero degli ospedali, delle terapie intensive, degli ausili per poter respirare. Infine, c’è chi la quarantena la vive in mezzo la strada, vittima non solo della povertà ma anche del sistema che continua a denunciare chi un tetto non ce l’ha. C’è chi subisce la violenza, fisica, verbale, psicologica e con quella violenza deve conviverci.

Se allunghiamo lo sguardo un po’ oltre, ci accorgiamo anche che la reclusione c’è chi la vive ogni giorno, frustrato da un continuo senso di impotenza, decisamente diverso da quello che stiamo provando da liberi cittadini tra le mura accoglienti di casa.

Chi non è detenuto ha una percezione diretta del pericolo, delle informazioni per difendersene. In carcere questo è più difficile. Rispettare le precauzioni, mantenere il distanziamento sociale, rispondere alle indicazioni igieniche previste, è cosa ben più complicata se gli spazi sono ristretti, le celle sovraffollate e se le indicazioni vengono da un’autorità con la quale si ha un rapporto negativo.

Qual è la differenza fra essere chiusi a chiave e chiudersi in casa?

Abbiamo deciso di occuparci di queste domande nel tentativo di far diventare l’esperienza dei detenuti e delle persone libere che prendono parte al Gruppo della Trasgressione uno stimolo utile per chiedersi cosa è la libertà, quali atteggiamenti è possibile averse verso i limiti,  ecc.

Torna all’indice della sezione

Tartaruga Blues

Enzo Martino

Mi hanno chiamato dal dentista. Sono arrivato con qualche minuto di anticipo, aspetto con pazienza: la mia solita pazienza. Ormai mi sono abituato ad aspettare, che alla fine mi piace perché ho il tempo di riflettere. Mentre sono in attesa gli occhi fissano una piccola piscina a forma di fagiolo, devo dire carina visto che il luogo dove mi trovo è il carcere.

Veniamo però alla piscina. Vedo l’acqua che si increspa, una piccola onda va a sbattere conto la parete con un moto leggero. Guardo attentamente e vedo delle testoline fuori dall’acqua, cosa saranno mai? Non capisco e non riesco a decifrare i dettagli vista la distanza che ci separa.

Intanto il tempo scorre fin quando mi si avvicina un assistente della penitenziaria. Dall’accento capisco che è di origine sarda e mi dice: sette tartarughe. Sette tartarughe di circa venti centimetri; in carcere cosa ci fanno, mi domando, e nello stesso tempo sorrido e mi diverte l’idea di dare loro dei nomi.

Intanto tre delle sette tartarughe emergono dall’acqua e si posizionano in punti diversi. La prima che subito chiamerò Lucilla, si posiziona sull’erba diciamo a bordo piscina, la seconda, cioè Teodora, sopra una piccola lastra di cemento, mentre l’Orietta si nasconde sotto una massa di erba, credo sia più timida delle altre due.

Per mia sfortuna le altre quattro rimangono In acqua e si divertono, a mio avviso giocano tra di loro. Questa cosa che loro giocano mi piace e credo che giocare sia fondamentale per tutti.

Perché racconto questa storia? Perché in questo momento mi sento più libero di non pensare, finalmente! Questi piccoli animaletti non mi fanno stare male, mi distraggono da tutte le piccole cose miserabili che il carcere giornalmente fa vivere, dalla sua inesorabile monotonia a cui si è costretti a sottostare.

Racconto questo piccolo spazio di vita per farvi capire, figli miei, che sento la vostra assenza, la lontananza che ormai ci separa da moltissimi anni. Guardo le tre tartarughe e penso che con voi non ho potuto giocare, non siamo mai andati né in piscina né al mare e questo non è bello e neanche naturale. Sì, ci rimane l’amore fra padre e figli, ma basta?

Il nostro legame è forte e lo sappiamo tutti e tre. Adesso siete adulti e dovrete farvi una vita tutta vostra e io mi sento di troppo. Ci sono giorni che rifletto sul nostro rapporto a distanza; quanto potrà durare? Spero un giorno che, costruendovi una famiglia, avrete del figli e so anche che non li potrò portare al mare o in piscina, non potrò accompagnarli al parco o all’asilo. Con voi non l’ho f atto, non l’ho potuto fare, sono stato sempre in carcere.

Ecco oggi vorrei sentirmi come una delle sette tartarughe; vorrei avervi sulle spalle, come le tartarughe che portano sulle spalle la loro “casa” che è anche la loro corazza, la loro protezione. Come voi lo siete per me, che mi proteggete con il vostro affetto e il vostro amore. Vorrei fare increspare l’acqua, salire sull’erba e prendere il sole, però insieme a voi due.

Vi amo tanto,
papà.

Torna all’indice della sezione