La montagna sgretolata

Prima che mi arrestassero avevo già cominciato a sentire la montagna sgretolarsi. Ho iniziato a frequentare questo gruppo con qualche dubbio, che poi col passare delle settimane è andato sciogliendosi e mi sono convinto che mi avrebbe fatto bene. Per questo voglio chiamare la mia esperienza col Gruppo della Trasgressione “la montagna sgretolata”.

Avevamo organizzato per mercoledì 5 giugno questo incontro con i nostri familiari nel carcere di Opera dove siamo detenuti. Lì Vito Cosco ha condiviso con i suoi figli e anche con i nostri parenti quello che aveva detto la settimana prima durante la riunione interna del mercoledì. Ha parlato davanti a tutti della sua bruttissima azione contro la vittima (Lea Garofalo). Ci sono stati molti interventi di noi detenuti e anche dei suoi figli e a un certo punto mi sono girato e ho visto mia moglie e molti dei nostri parenti con le lacrime agli occhi.

Ho ripensato a quel giorno e mi sono detto che con questo gruppo ognuno di noi sta sgretolando quella famosa montagna. E allora le persone interessate devono trovare il sistema per farlo. Molti dei nostri familiari hanno questo interesse e, passo dopo passo, spero che anche altri credano in questo progetto.

Paolo De Luca e Angelo Aparo

Paolo De Luca

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Un commento su “La montagna sgretolata”

  1. Mi è piaciuta molto l’immagine della montagna che si sgretola usata da Paolo De Luca e mi sono interrogata a lungo sul significato attribuitole. Credo sia stata pensata per riferirsi al senso di colpa provato da questo detenuto per le azioni commesse. Incontro dopo incontro, mercoledì dopo mercoledì, come lui stesso scrive, questa montagna sta cominciando a sgretolarsi, fino a cadere quasi completamente. Il piccone che distrugge la pietra è il Gruppo della Trasgressione che, con il potere della parola, sta trasformando Paolo e molti altri uomini.
    Noi cittadini che ci troviamo al di fuori del mondo carcerario siamo abituati a pensare ai detenuti come se fossero dei mostri senza cuore, freddi, cinici e incapaci di comprendere il dolore che hanno causato nelle loro vittime. Eppure, fin dal primo incontro con alcuni di loro, mi sono resa conto che non è affatto così, e credo che l’immagine della montagna possa essere usata anche per spiegare la loro posizione: ripenso ai molti racconti a cui ho assistito e a quanto spesso è stata richiamata l’attenzione sul delirio di onnipotenza che probabilmente, come una nebbia densa e velenosa, ha offuscato la vista di queste persone e ha fatto credere loro di poter raggiungere facilmente la vetta con una semplice azione o meglio, una serie di micro-azioni, “semplici e banali” in quanto vissute come quotidiane, che in realtà sono tutt’altro.
    E dopo essersi issati sulla vetta così velocemente come si può scendere? Mi immagino due modalità di discesa: la prima, la più repentina tanto quanto lo è stata l’ascesa, “il sentiero della distruzione”, da cui si può scendere, o meglio precipitare, solo con la morte violenta. Dalle stelle alle stalle, come si suol dire. L’altro versante invece lo chiamerei “il sentiero della rinascita”, da cui si può scendere piano piano, con le giuste precauzioni e soprattutto non da soli, ma con qualcuno disposto a venire incontro al Paolo della situazione e aiutarlo nella sua discesa verso luoghi maggiormente etici e sicuri.
    E subito mi vengono alla mente persone come il Dott. Angelo Aparo, che sono propense a vedere le potenzialità e il bene in persone che nella loro prima vita sono state dei Diavoli sulla terra. Il cammino però è tutt’altro che facile, occorre tempo ed è necessario che l’anima del detenuto, spesso molto debole, venga sorretta da qualcun altro.
    Credo e spero che, nonostante le continue difficoltà che costelleranno le loro vite, gli ex-detenuti riusciranno a gestire i loro vissuti ed a reintegrarsi all’interno di una società che deve essere, però, disposta ad accoglierli.

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