La lotta con il Leviatano

La lotta con il Leviatano
Alessandro Crisafulli

Non c’è dubbio: l’uomo ha la tendenza al tradimento. Spesso lo attua per negligenza, superficialità o perché assillato da incombenze che gli sottraggono tempo ed energie da destinare, ad esempio, al proprio figlio; altre volte tradisce inconsciamente, adottando un comportamento che ha origine dal tradimento che a sua volta ha subìto. Ma c’è anche chi tradisce colpevolmente, con spirito vendicativo, nella convinzione che è arrivato il momento di far provare agli altri le sofferenze che ha patito. Come dice il dott. Angelo Aparo, “In ogni criminale c’è un bambino tradito che desidera proiettare sugli altri il proprio dolore”.

Poiché quasi sempre il tradimento è stato perpetrato da persone dalle quali ci aspettavamo amore, protezione e considerazione, tornare a fidarsi è un’impresa titanica. Ritengo, infatti, che finché non si instaura un rapporto sempre più intimo e profondo con la propria coscienza, quella sorgente luminosa che in assenza di grossi traumi ci infonde la saggezza per discernere il bene dal male, sia impossibile liberarsi dell’impronta originaria del tradimento. Se si desidera trasformare i tradimenti, bisogna farsi coraggio e aprire le porte che da troppo tempo teniamo sigillate. I traumi dell’infanzia causano cicatrici indelebili che contribuiscono alla creazione di una personalità malata, incapace di affrontare le sfide della vita tenendo conto dei limiti necessari alla convivenza civile.

Non c’è bisogno di una laurea in psicologia per comprendere che tutto ciò che ci ha fatto soffrire e che non siamo stati capaci di elaborare, non è magicamente scomparso solo perché abbiamo fatto finta di nulla; quei dolorosi pezzi di vita violati sono finiti nell’inconscio, quel mondo sotterraneo e pericoloso che sembra abbia vita propria. L’inconscio è come una polveriera, basta un evento per innescare una reazione a catena in grado di provocare danni enormi.

Dopo molti anni di introspezione, ho imparato ad ascoltare il mio dolore; qualche volta, in un atteggiamento quasi masochistico, sono arrivato a crogiolarmi nella sofferenza provocata dai ricordi della mia infanzia, nella convinzione che questa fosse la maniera per depotenziare la carica negativa che è insita in ogni tradimento. Infatti, penso che solo dialogando con il male si possa trovare la chiave per rinnovarsi, ma per farlo occorre uscire dalla spirale distruttiva che il tradimento inevitabilmente porta con sé. Come affrontare, allora, questo Leviatano che ci impedisce di vivere in armonia con noi stessi e che quotidianamente esige che gli sacrifichiamo nuove vittime?

Come dice Jung: “Non ci si illumina immaginando figure di luce ma dialogando con le tenebre”. Tanto per iniziare, occorre divenirne consapevoli. Naturalmente non ci sono formule alle quali rifarci: ognuno deve seguire la strada che gli viene indicata dalla propria voce interiore. Personalmente, dopo aver rovistato per anni in solitaria tra le macerie del mio passato, mi sono reso conto che da solo non ce l’avrei fatta a superare i miei traumi: da soli si muore dentro. Pertanto ho iniziato a cercare alleati con i quali potevo condividere il mio fardello e, contemporaneamente, ascoltare le loro storie, perché è soprattutto grazie alle relazioni con gli altri che si può fare luce su episodi della nostra vita che, a causa della sofferenza che ci hanno procurato, vengono seppelliti nell’inconscio.

Avendo deciso di smettere di vivere con superficialità, ho incontrato molte persone disposte a questo salutare scambio. Sono certo, però, che  i primi  risultati  importanti  che ho raggiunto sono stati possibili grazie al profondo supporto che molti anni fa ho ricevuto da due psicologi, la dott.ssa Pasci e il dott. Giacci, i quali mi hanno tenuto per mano in questo necessario percorso a ritroso infondendomi il coraggio che mi ha permesso di rintracciare le origini del tradimento che ho subìto da mio padre, il quale non solo non voleva che nascessi ma è arrivato al punto di non rivolgermi, sostanzialmente, la parola finché non sono diventato un criminale…come voleva lui… Non è un tradimento questo?!

Ho portato questo enorme macigno per una vita; il peso era così reale che sino a una decina di anni fa avevo un blocco al plesso solare. Naturalmente a quei tempi non ne ancora ero consapevole; tale disvelamento, come ho detto, non sarebbe stato possibile senza il lavoro, durato un anno e mezzo, fatto assieme agli psicologi, ai quali sarò per sempre grato. Solo successivamente sono stato in grado di mettere a fuoco anche i molti tradimenti da me commessi ai danni di un’infinità di persone alle quali ho tolto la gioia di vivere.

Ritengo che solo bonificando il tradimento una persona possa reinserirsi, come cittadino, nella società. Tentare di rielaborare il passato cercando di comprendere e, soprattutto, accettare i propri sentimenti e pensieri dell’epoca, è certamente un’impresa ardua, ma il sacrificio ne vale assolutamente la pena poiché in palio c’è la prospettiva di vivere un’esistenza all’insegna della costruzione e del piacere costante che da essa deriva.

Ma la svolta decisiva è certamente avvenuta nove anni fa, quando ho incontrato sulla mia strada quello che definisco il mio gruppo di appartenenza: il Gruppo della Trasgressione, il quale oggi per me rappresenta un’oasi di tranquillità in un deserto di incertezza. In questo gruppo mi sento libero di aprirmi completamente e, grazie al continuo stimolo dei miei compagni e, in particolare, del dott. Aparo, ho rintracciato vicende del mio passato che giacevano nei recessi più bui dell’inconscio. In questo gruppo ho maturato la consapevolezza che la perfezione non fa parte dell’uomo; anzi, è proprio grazie all’imperfezione che abbiamo la possibilità di crescere ed evolverci, perché accettandola ci predisponiamo ad includere nella mente le diversità che rendono ricco e variegato il nostro viaggio esistenziale.

Oggi sono cosciente che l’infanzia mi è stata negata; per sopravvivere a ciò mi sono costruito una prigione nella quale mi sono illuso di essere protetto: in realtà, ho solo seppellito le mie emozioni. Ma da quando ho deciso di riprendermi la mia vita, tutti i sentimenti che ho negato sono tornati in superfice, esigendo l’attenzione che non è stata loro dedicata a suo tempo. Continuare a negare questi bisogni sarebbe folle, perché perderei l’opportunità di continuare il cammino evolutivo che è alla base dell’esistenza e da cui scaturisce quella meravigliosa sensazione che mi fa sentire in armonia con tutto quello che mi circonda.

Io non sono padre, ma ritengo che questo cammino possa aiutare chi lo è a spezzare definitivamente la catena familiare, quella coazione a ripetere che ti zavorra e che inconsciamente ti porta a trasmettere ai figli i tradimenti subìti e i peccati commessi.

Noi non siamo nulla se non ricordiamo chi siamo stati

“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io”. 

[Luigi Pirandello]

 

 

Scendere sottoterra è come morire, e io non sono ancora pronto.

Tuttavia all’improvviso inizia a piovere a dirotto e io, in questo tardo pomeriggio lavorativo a Tirana, ho solo due ore d’aria e di libertà. Quindi non mi rimane altra scelta, e mi avvio lungo i gradini di questa strana scala al contrario.

Che sia un bunker balza subito agli occhi. Avanzo lungo lo stretto corridoio e, in sottofondo, sento rumori di passi veloci e latrare di cani. Mi accompagneranno, da una serie di altoparlanti nascosti, fino all’uscita: è Arte, dice il cartello all’ingresso. E’ Memoria per le vittime del terrore comunista, capisco sempre più mentre percorro le varie stanze.

L’immagine degli occhi persi di Hatlije Tafai, morta dopo indicibili crudeltà. L’odore dei vestiti di lana, appesi alle pareti, dei prigionieri politici. Il suono della macchina da scrivere nella sala buia degli interrogatori. L’aria pesante che a tratti ti svuota i polmoni. …

Questa “esperienza di immedesimazione”, così forte per me quanto non programmata, mi rafforza nella idea che da lì a pochi giorni dovrà necessariamente diventare realtà.

Al carcere di Opera arriva “Lo strappo” e io – fino a quel momento – ero più che mai convinto che queste “Quattro chiacchiere sul crimine” dovessero necessariamente, in quel luogo così significativo, partire proprio dall’inizio. Per consentire a tutti i presenti di fare i conti con quella realtà inenarrabile.

Ma come riprodurre, appunto, una ferita mortale? Come rappresentare quel dramma che, all’improvviso, cambia le vite per sempre?

Convinto sì ma ancora dubbioso: il pericolo di una spettacolarizzazione del dolore e di una mancanza di rispetto per le vittime stesse mi sembrava sempre dietro l’angolo.

Eppure conobbi Manlio Milani il 21 Marzo 2010, a Milano…. arrivò alla Camera del Lavoro con alcuni files da caricare sul mio computer prima del suo intervento: alcune fotografie e l’audio originale dello scoppio della bomba in Piazza della Loggia, quella mattina del 28 maggio 1974 a Brescia. Rimasi colpito da questa sua intenzione e sollevato dal fatto che, per una serie di eventi, non ce ne fu poi l’occasione.

Solo anni dopo, avendo occasione di conversare a lungo con lui durante la registrazione della sua intervista per il nostro documentario, mi fu tutto più chiaro. Del resto le fotografie in bianco e nero dei minuti immediatamente successivi allo scoppio di quella bomba, come scrive Benedetta Tobagi e a differenza di quelle di altre stragi della storia del nostro Paese, “brulicano di persone. Gente che grida, corre, scappa, piange, resta impietrita. Manifestanti che soccorrono le vittime”. Immagini queste “simili soltanto alle incisioni di Goya o alla carne urlante delle crocifissioni di Bacon”.

Eccomi qui: mentre ripenso a tutte queste cose sono seduto  dietro ad un mixer accanto a Salvatore, detenuto al carcere di Opera con ergastolo. E’ con lui che sto prendendo accordi sempre più fitti, perché mancano 10 minuti e la sala del teatro è quasi tutta piena.

Lui – nel mio immaginario – dovrebbe essere l’esperto, anche di bilanciamenti di suoni e di accensioni di luci, ma alla fine la parte che avrei voluto evitare tocca proprio a me.

Schiacciare quel tasto.

Scorrono sullo schermo le frasi di bambini di 10 anni ma, nonostante questa speranza di un futuro migliore, tutto per me rimane difficile. Oggi come ieri.

Cosa si prova a far saltare per aria delle persone? In una piazza, o lungo la strada che costeggia Pizzolungo una mattina di 33 anni fa, o Capaci? Oppure in un teatro, che sia durante una rappresentazione come a Dubrovka oppure durante un concerto come al Bataclan?

Buio in sala.

Schiaccio, a fatica, quel tasto perché non c’è altro modo per far sentire a tutti quell’audio.

Sono 67 i secondi prima dello scoppio. Ripenso a mio figlio quando, raccontandogli di quelle persone che in carcere “stanno pensando agli errori che hanno fatto”, mi chiede: “papà, ma le persone in cielo sono contente che loro stanno pensando?”.

Non riesco a trovargli, ancora oggi, una risposta.

Ma poi ritorno a quella sera a Tirana quando, ringraziando all’uscita del ristorante lo chef Aldo per quelle superbe delicatezze di mare che aveva cucinato appositamente per noi, mi ero emozionato vedendo che aveva messo in vetrina – accanto ad un Dom Pérignon di una annata incredibile – una bottiglia di Hiso Telaray.

Dalla terra bagnata di sangue l’uomo saggio può provare a far crescere qualcosa.

Mi aggrappo a questo. Manca 1 secondo. Io sono pronto a fare questo passo verso il 21 marzo 2018, mettendomi le scarpe di Manlio Milani e di Margherita Asta.

Grazie a voi e a tutti gli altri Familiari che ho avuto il dono di conoscere in questi ultimi 8 anni: per aver illuminato drammi che non riuscivo a vedere ed amplificato voci che non riuscivo a sentire (come pure la tecnologia – ostile anche al carcere di Opera – ha teatralmente fatto capire a tutti…. Alex che inizialmente non vedeva la pagina del libro Sola con te in un futuro aprile, Chiara che inizialmente non riusciva a farsi sentire sul testo di Vittime per sempre).

Ma soprattutto per aver avuto la forza di lasciare che le scarpe di quel giorno non appartenessero più (soltanto) a voi, evitando che diventassero sempre più pesanti ed insostenibili, come cemento che fa annegare.

Le luci in sala si riaccendono.

A distanza di più di venti giorni ancora mi rimangono – di tutta questa serata intorno al fuoco – emozioni forti. E contrastanti, quantomeno nella mia pancia, come l’effetto di quelle letture iniziali (scritte da alcuni Familiari di vittime) riflesse nelle parole che tutti hanno sentito uscire sincere dalla bocca di chi ha ucciso.

Ma quel buio, ora, forse fa meno paura a tutti.

Anime verdi

Anime Verdi
di Mario Buda

L’anno scorso ho partecipato alla giornata di Commemorazione delle vittime delle mafie. Figure istituzionali, comuni cittadini e detenuti, siamo andati al microfono per leggere, ognuno di noi, 28 dei 940 nomi in elenco.

Sentire nominare, una dopo l’altra, le persone uccise da chi, come me, ha fatto parte di quelle mafie, è stato come ricevere una martellata in testa. E la martellata mi ha obbligato a scegliere da quale parte stare… se ancora dalla parte dei colpevoli o dalla parte di chi condivideva il dolore di quelle vittime.

Ho aspettato il mio turno e poi, senza remore o ripensamenti, ho letto i 28 nomi presenti sulla lista che mi era stata consegnata. Questo mio atto di pubblica partecipazione mi ha fatto sentire più pulito e più degno del presente che voglio vivere e del futuro che sto tentando di costruire.

Qualche settimana fa il dottor Aparo ci ha detto che il Rotary club Milano-Duomo vuole donare alla città di Milano 50 alberi, da piantare in parte qui, nel carcere di Opera, in parte nel carcere di Bollate e in parte al Coming out(1). Inoltre, ci ha chiesto di scrivere qualcosa circa una eventuale correlazione tra noi del Gruppo della Trasgressione e questi alberi.

lo ho subito percepito che il senso di questi alberi era da collegare a quella commemorazione e a quelle vittime e per questo propongo di intitolare qualcuno di questi alberi al nome di qualcuna delle vittime ricordate quel giorno.

Poi, attraverso la Direzione o attraverso il P.M. Cajani, sarebbe opportuno inviare una lettera alle famiglie di queste vittime, mettendole al corrente di questa iniziativa, nella speranza che accettino questa sorta di “mediazione penale”.

Infine, se questi alberi saranno da frutto, proporrei di preparare dei cestini regalo con i primi frutti che gli alberi produrranno, inviandoli alle rispettive famiglie, proprio per dare un valore simbolico a questa iniziativa.

Sarebbe fantastico creare qui in carcere un giardino della commemorazione nel quale, il giorno della ricorrenza, parenti, istituzioni e detenuti che abbiano preso “coscienza della prossimità” possano dar voce alle vittime e a chi, uccidendole, aveva tolto la vita a loro e a se stesso.

Come dice un famoso detto ebraico:
L’immortalità consiste nel ricordo di chi ci vuole bene...
e fino a quando il nostro nome risuonerà nell’universo,
noi saremo realmente i
mmortali

  1. Gli alberi del Rotary Club Milano Duomo verranno piantati il 22/03 e il 04/04 nelle carceri di Bollate e di Opera e il 05/04 al Coming out

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Ideologia conservatrice o evoluzione culturale?

  1. Premesso che il carcere è un posto che non risponde agli obiettivi dichiarati e che in Italia su circa 210 carceri, ce ne sono meno di 10 appena compatibili con gli standard europei,  arrestare le persone che commettono reati pesanti è cosa di cui possiamo fare a meno?  Esistono metodi alternativi all’arresto per fermare rapinatori, spacciatori e assassini?
  2. Il gruppo Trsg negli ultimi 20 anni ha contribuito a far evolvere un certo numero di coscienze in carcere. Queste coscienze avremmo potuto intercettarle se le avessimo incontrate sulle strade della Sicilia, della Calabria, della Campania e della Lombardia intanto che ammazzavano la gente e che contribuivano al degrado sociale con organizzazioni come Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra?
  3. I tre detenuti che erano sul palco venerdì sera, tutti e tre rappresentanti di primo piano di obiettivi e metodi del gruppo Trsg, hanno maturato la competenza espressiva dimostrata nel corso della serata grazie a 5/8 anni di esperienza col gruppo e ad altri percorsi paralleli. Il risultato è un livello di coscienza che all’epoca dei reati non esisteva. Ciò detto, la coscienza dei tre detenuti in questione oggi è per la società un guadagno o un ideologico supporto alla nefandezza delle carceri italiane?
  4. Sono partito 20 anni fa, dopo avere assistito alla supposta rivoluzione cui aspiravano le BR, per tentare una rivoluzione culturale senza mitra. Questo lavoro di graduale rinnovamento degli schemi nell’ambito delle carceri  possiamo considerarlo un valore sociale o dobbiamo temere che si tratti di un escamotage del sistema per perpetuare se stesso? Chi conosce il mondo penitenziario sa bene che passeranno decenni prima che quello che avviene nelle carceri milanesi si estenda alle altre carceri italiane. Ma esistono altre forme di rinnovamento?

Ancora… i detenuti che parlano nel documentario “Lo Strappo” sono tutti del Gruppo Trsg, cioè sono tutte persone nelle quali è stato aperto il dialogo con la loro coscienza e con la coscienza dell’esistenza dell’altro. I delinquenti, quelli presi nella fase in cui contribuiscono al degrado sociale, non hanno niente da dire, non perché non abbiano niente dentro, ma perché non motivati o del tutto incapaci di entrare in contatto con la propria coscienza, che rimane quindi muta e sorda. Se noi facciamo incontrare delle vittime con uno che nel corso di una rapina ha appena ucciso un gioielliere, avremo da una parte una moglie e una figlia allagate dal dolore e dall’altra una persona che non ha imparato la lingua per stare al mondo e per mettere a fuoco che esiste il prossimo (Istruire una prossimità).

In sostanza, il gruppo Trsg coltiva la prossimità in carcere e fuori dal carcere… ma fuori questo diventa possibile solo dopo essere riusciti ad attivare, con il lavoro che viene fatto dentro, quel tanto di coscienza che permette di uscire dal carcere in permesso o a fine pena senza riprendere a fare il fante, il cavaliere o il condottiero del degrado sociale.

Questo lavoro lo consideriamo un contributo all’evoluzione della società o un mezzo ideologico per sostenere il sistema? Una società è una realtà complessa che si evolve poco a poco. Ma pur se la strada da fare è moltissimo più lunga di quella già fatta, venerdì 23/03 a FAI LA COSA GIUSTA credo di aver visto, appunto, i frutti del mio lavoro, non la conferma della mia alleanza con l’ideologia riformista.

A beneficio di chi pensa che la cosa migliore per i delinquenti sia chiuderli e buttare la chiave, va anche detto che, una volta fuori, le persone cresciute nella devianza avranno grande difficoltà a mantenere saldo il ruolo del cittadino costruttivo, se non c’è una rete sociale che permetta loro di sentirsi parte significativa del progetto collettivo. Dopo anni di esperienza, credo di poter dire che i delinquenti e gli ex delinquenti soffrono tutti di protagonismo. Se non dai loro qualcosa da fare, un obiettivo in cui riconoscersi e per cui essere riconosciuti, si deprimono e corrono il rischio di farsi riacciuffare dal  virus delle gioie corte.

Sono comunque lieto di aggiornare la mia lettura delle cose a partire dai contributi che potremo leggere su queste pagine e, prossimamente, su www.lostrappo.net. E’ possibile lasciare un commento qui o, solo per gli utenti registrati, andare al Forum collegato

Angelo Aparo

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Ai confini del dolore

Lo Strappo, ai confini del dolore, dentro il carcere di Opera
di Max Rigano

“Quando uccidi qualcuno, muore anche una parte di te: sebbene, sentendoti Dio, ti è difficile ammetterlo. Ma è cosi”.

Alessandro Crisafulli è stato un uomo della criminalità organizzata del quartiere della “Comasina” a Milano. Ha una condanna: fine pena mai. Ergastolo. Al carcere di Opera c’è ormai da un decennio, e in galera da oltre 24 anni.

“Cosa direi al me stesso che 25 anni fa uccideva e spacciava? Più che altro lo ascolterei. Lo accompagnerei a vedere cosa si è perso della vita, per farsi ascoltare da una famiglia che era sempre rimasta in silenzio”.

Alessandro ha fatto un lungo percorso di psicoterapia. Ha guardato dentro il suo abisso “da cui non si riemerge mai completamente perché quando uccidi, una parte di te muore”.  Rivendica tuttavia il diritto a riabilitarsi attraverso il carcere, di riscoprire la vita proprio in un penitenziario. Visto che per lui la strada ha rappresentato le tenebre della sua esistenza. “Mi sono sentito libero per la prima volta in vita mia il giorno in cui mi hanno arrestato”.

Al carcere di Opera questa volta il Prof.  Angelo Aparo, psicoterapeuta che lavora nelle carceri da 38 anni, ha proposto un incontro dal titolo: “Lo Strappo, quattro chiacchiere sul crimine”. Un evento cui hanno preso parte detenuti, condannati di Alta Sicurezza appartenenti al Gruppo della trasgressione, nato grazie al lavoro del professore per far emergere il dolore profondo di coloro che si sono macchiati di reati gravissimi; magistrati, società civile, giornalisti, che si sono confrontati sul come agire per trasformare la pena non in uno strumento di vendetta ma di riabilitazione del reo. Ciò che la riflessione comune ha fatto emergere è che le categorie di bene e di male sono inficiate dal personale passato di ogni singola persona. L’aula teatro del Carcere di Opera, dove si tiene la serata aperta al pubblico, propone una parte di un lungometraggio curato dal giornalista Carlo Casoli, dal PM Francesco Cajani, dal sociologo Walter Vannini e dallo stesso Aparo sul ruolo del carcere nella psicologia del detenuto. Riflessioni fatte ad alta voce sulle esigenze che il singolo ha di vedere riabilitata la propria esistenza, acquisendo quello spessore morale di cui è di fatto stato privato in giovane età.

“Sono stato anch’io un uomo di mafia; ho ucciso” – dice ad un certo punto Roberto Cannavò, catanese ed ex appartenente a Cosa Nostra. ”Tuttavia nel sentire di dovere scontare questo male profondo, ho preso atto che io stesso sono stato vittima della mafia: quando avevo 12 anni mio padre fu ucciso per sbaglio dall’imboscata di una cellula mafiosa. Prima di diventare carnefice, sono stato anzitutto una vittima”.

Nessuno di questi ragazzi si atteggia. Ognuno di loro è consapevole di aver inflitto dolore al suo prossimo. Tuttavia è nella coscienza di ciascuno,  di aver compiuto atti tremendi.  Da lì si dispiega la possibilità oggi di poter andare nelle scuole e individuare “potenziali nuovi delinquenti” che potrebbero reiterare le istanze del male, rinnovando il proposito di uccidere. “Quando riesco a riconoscere uno di loro so che sto impedendo che il gioco della morte torni a mietere le sue vittime. Solo così sento di stare ripagando il mio debito. Evitando che altri facciano i miei stessi errori e provochino ulteriore dolore”. Sul palco insieme a Roberto e Alessandro, ci sono Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, assassinato dalla mafia, Il neo direttore del Carcere di Opera Silvio Di Gregorio, l’ex direttore Giacinto Siciliano adesso a San Vittore, Franco Roberti, già Procuratore Nazionale anti mafia, Paolo Colonnello caporedattore de La Stampa di Torino e appunto Alessandro Crisafulli, Roberto Cannavò e Adriano Sannino, tutti e tre appartenenti al Gruppo della trasgressione del Prof. Aparo.

Come sempre in questi casi, tra i detenuti presenti “iscritti” alla serata, ci sono anche gli ultimi arrivati. Coloro cioè che non sono ancora ammessi al percorso del gruppo della trasgressione, ma autorizzati ad assistere al loro lavoro. Al tentativo quindi di reintegrazione nella società civile che passa anche attraverso incontri aperti al pubblico, di questo tenore. Nelle ultime file, dove sono schierati in fila i detenuti con “minore anzianità” oppure non ancora considerati “pronti”, c’è fermento. Alcuni di loro hanno un atteggiamento di sfida verso le guardie penitenziarie. Che a loro volta non guardano sempre con comprensione il lavoro svolto dai ragazzi del gruppo. Questione di pelle. Alcuni dei detenuti il loro odio verso le guardie se lo sono tatutato: Acab (All cops are bastards) recita più d’uno sulle braccia o sul collo. Dentro serate come queste allora c’è anche l’intento di dare voce a quanto resta sopito nelle giornate interne al penitenziario tra il personale e i carcerati. La volontà cioè di creare un ponte attraverso l’ascolto. È una delle cose che mi colpisce di più: per un paradosso, vedo volti più distesi tra i carcerati che non tra i le guardie penitenziarie che sembrano più stressate. È l’effetto del processo di responsabilità. La guardia risponde di quanto accade dentro il penitenziario. Il carcerato invece finendo dentro, ha cominciato a scontare subito il suo debito. E dopo anni, è come se questo debito venisse “scontato” poco alla volta attraverso un cammino di coscienza. Come se lo stare dentro desse modo loro di pensare a quanto commesso. Mentre una guardia penitenziaria deve rispondere ogni giorno della responsabilità che ha di seguire i detenuti. Ma senza poter “pensare”. Eseguono degli ordini, delle direttive.

La serata è stato uno sguardo lucido sul dolore. Sulla consapevolezza del suo linguaggio che si esprime non solo in capo alle vittime della violenza criminale ma anche in capo ai suoi carnefici. Una serata umanamente toccante. Dove bene e male si sfiorano. E dove se ne esce tutti più arricchiti. “Sia chi se torna a casa a dormire, sia chi se ne torna in branda in cella”.

La vita continua, anche se non è più la stessa.

Lo Strappo, ai confini del dolore, dentro il carcere di Opera

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Dopo lo strappo, il dibattito…

Dopo la serata di venerdì al carcere di Opera, ho ricevuto molti complimenti per il lavoro che svolgo col Gruppo della Trasgressione. Le persone in sala sono rimaste colpite dalla ricchezza della serata e, in particolare, dalla profondità delle dichiarazioni dei detenuti del gruppo, dalla intensità e dalla ricchezza delle loro osservazioni.

Ma il 16 marzo è anche la ricorrenza del sequestro di Aldo Moro; in questi giorni è andato in onda sulla RAI un film documentario su quei terribili giorni e il film è stato seguito da dichiarazioni di alcuni degli ex terroristi che hanno suscitato indignazione in moltissimi cittadini.

Molte persone presenti alla serata su “Lo strappo” si sono trovate dunque il sabato mattina nella condizione di far convivere dentro di sé:

  • da un lato, le proprie reazioni emotive alle affermazioni di alcuni ex terroristi delle BR che, ammesso che l’articolo sul giornale non le abbia pesantemente distorte, risultano intollerabilmente tracotanti;
  • dall’altro, le emozioni vissute venerdì sera, ascoltando i detenuti del Gruppo della Trasgressione, le cui parole parrebbero incompatibili con lo stile di vita e gli intenti di chi in passato ha ucciso, spacciato e ha fatto parte di organizzazioni criminali.

Da parte mia, ho avuto modo di  confrontarmi personalmente con qualcuno che aveva fatto parte a suo tempo delle BR e, in quella circostanza, ho ricavato, nettissima, la sensazione di persone il cui delirio megalomanico non si è ancora estinto.

Per alcuni degli ex terroristi, il loro principale errore consiste nell’avere calcolato male i tempi, nell’aver mal soppesato la coscienza della massa oppressa che loro intendevano liberare dall’oppressore; secondo alcuni di loro, l’errore è consistito nell’avere iniziato la lotta armata quando la gente non era ancora matura per condividerla, non nell’essersi arrogati la facoltà di decidere col mitra come dovessero andare le cose. In sostanza, si sa che in guerra si muore, l’errore dunque non è stato nella decisione di uccidere, ma nella prefigurazione che dagli omicidi potesse derivare l’evoluzione sociale alla quale loro puntavano.

Ma a chi mi manda il link all’articolo sulla repubblica come se potesse essere una risposta alla serata di venerdì chiedo:

  • l’atteggiamento dei terroristi, a vostro avviso, ha qualcosa a che fare con quello che avete sentito dai detenuti del gruppo della trasgressione?
  • il link all’articolo, privo di commento, mi viene inviato per invitarmi a condividere che alcuni degli ex terroristi  sono dei pazzi ancora oggi o per sostenere che chi produce lo strappo deve tacere per tutta la vita, indipendentemente dalla natura del suo percorso?
  • infine, dei detenuti, che dopo anni di confronti serrati al gruppo stupiscono e commuovono per il livello di consapevolezza raggiunto, a giudizio di chi ha seguito la serata e visto il documentario, si pensa che siano più dei soggetti in cammino che stanno beneficiando del pionierismo del gruppo Trsg e di altri gruppi di volontariato che lavorano in carcere nonostante i limiti e le negligenze istituzionali o dei documenti ideologici viventi a sostegno del perbenismo e del sistema?

I vostri commenti sono molto graditi sia su questo sito, che non a caso si chiama Voci dal ponte, sia sul sito dedicato a Lo strappo

Angelo Aparo

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Un commento su “Lo strappo”

Il Commento di Paola Tanara
(Giudice presso la Corte di Appello di Milano)

Ho visionato il documentario con gli occhi di un giudice del dibattimento penale avendo io svolto per molti anni tale funzione (e mai quella del Pubblico Ministero e del Magistrato di Sorveglianza) presso il Tribunale Ordinario di Milano (prima nella sezione che si occupa di violenze sessuali ed infortuni sul lavoro e successivamente in una sezione specializzata di criminalità organizzata) e per alcuni anni presso il Tribunale per i Minorenni di Milano.

In tale veste, il documentario mi ha sollecitato alcune riflessioni, anche se non ho potuto non essere affascinata da quella parte corposa del documentario dedicata alla funzione rieducativa ed all’esecuzione della pena, rispetto alla quale la strada da percorrere da parte del “sistema”, mi pare, sia ancora molto lunga e difficile.

Il documentario ha il pregio di fotografare in modo sintetico, ma straordinariamente esaustivo, la complessità dell’evento “reato” in tutte le sue molteplici implicazioni, psicologiche, sociologiche, emotive, implicazioni che riguardano tutti i soggetti coinvolti sia antecedentemente, sia durante, sia successivamente all’agìto criminoso; scandaglia da un lato, le conseguenze dell’azione criminale nella vita sociale, ma anche e soprattutto nella vita personale della vittima, e dall’altro illustra, con encomiabile equidistanza, alcuni minimi comuni denominatori psicologici del reo rispetto ai suoi agiti, nonché alcune delle tappe più significative del percorso rieducativo dell’autore del reato.

Emerge un quadro articolato e dalle mille sfaccettature, emotivamente molto toccante, spunto di innumerevoli riflessioni anche “de iure condendo”, un quadro  che, come ben sottolinea il dott. Alberto Nobili nello stesso documentario, nel processo (e nel dibattimento in particolare) viene solo lambito (e, purtroppo, non sempre, attesa la non sovrapponibilità tra realtà e verità processuale), e comunque solo nei limiti dello stretto indispensabile per arrivare ad una sentenza il più possibile giusta e ad una pena equa rispetto alla “gravità del fatto”.

Ed è proprio quest’ultima espressione tecnico-giuridico, non di rado utilizzata in modo tralatizio per indicare esclusivamente il disvalore sociale di un agìto criminoso, che dopo la visione del documentario si arricchisce di significati spesso nella prassi giudiziaria non sufficientemente valorizzati.
Come in tutto ciò che ha a che fare con l’umano, anche nel crimine, ogni situazioni ha caratteristiche sue proprie: il legislatore ha opportunamente cristallizzato normativamente le varie tipologie di agiti effettuando una valutazione “ex ante”, della gravità delle medesime indicando i parametri da un minino ad un massimo della pena applicabile. Al giudice l’arduo compito di commisurare la pena nello specifico caso al suo esame, con un giudizio “terzo” discrezionale, ma rigorosamente verificabile alla luce dei parametri normativamente prestabiliti. Le tipizzate coordinate entro le quali il “giudicante” ha il dovere di muoversi per esercitare l’azione punitiva dello Stato, contengono molteplici sfaccettature e il giudizio sarà tanto più equo quanto più completo: una sorta di delicatissima alchimia nella quale debbono trovare spazio norme processuali, sostanziali, valutazioni sociali, sociologiche, psicologiche, prognostiche con un percorso argomentativo il più possibile chiaro proprio per garantirne la verificabilità.

Le interviste che si susseguono nel documentario, rappresentano in modo “plastico” tale complessità. Il documentario, strumento certamente preziosissimo nell’ambito di un percorso educativo alla legalità per i giovani – in quanto completo ed al tempo stesso intellegibile – ha anche il pregio, di stimolare la riflessione degli operatori del diritto e di coloro che gravitano nel “mondo giustizia”, spesso pressati dai tempi e dalla statistica, sul significato e l’importanza per la società di oggi e per la società futura, del delicato compito che sono chiamati a svolgere, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze.

Paola Tanara

Lo Strappo nel carcere di Opera

LO STRAPPO
Quattro chiacchiere sul crimine

Venerdì, 16 marzo 2018, ore 20:00-22:45
Teatro del Carcere di Opera

Dopo la proiezione di un estratto del documentario, autori di reati, vittime, autorità istituzionali e giornalisti ne discutono in presenza di un pubblico, composto in particolare da detenuti, insegnanti, studenti degli ultimi anni delle superiori e università cui l’evento è dedicato.

Partecipano: 

  • Franco Roberti, già Procuratore Nazionale Anti Mafia
  • Umberto Ambrosoli, Presidente onorario associazione civile “Giorgio Ambrosoli”
  • Paolo Colonnello, Responsabile redazione milanese La Stampa
  • alcuni componenti del Gruppo della Trasgressione

Aprono e chiudono la serata Giacinto SicilianoSilvio di Gregorio, rispettivamente ex direttore e attuale direttore di Opera

Una iniziativa guardando al 21 marzo,
XXIII giornata nazionale della memoria e dell’impegno
in ricordo delle vittime innocenti di mafia

INFO LOGISTICHE:
Presentarsi entro le ore 19:15 all’ingresso del carcere
(Via Camporgnago, 40- Milano)
col documento di identità e senza oggetti elettronici

Per prenotarsi, è necessario compilare il modulo che trovate su Lo Strappo e inviare i dati entro le ore 24 di martedì 13 marzo.

GUARDA IL DOCUMENTARIO
Lo Strappo – Quattro chiacchiere sul crimine – Un percorso di educazione alla cittadinanza per scuole e associazioni.

Dallo Strappo al Kintsugi

Ferve in sartoria l’impegno per ricucire Lo Strappo!

Tra l’altro, gli incontri del Gruppo della Trasgressione esterno, dal 6 febbraio 2018, avranno luogo nella sede dell’Associazione Libera di Milano, in Via G. Donizetti, 8/4, Milano, tutti i martedì dalle ore 14:00 alle ore 17:00.

E intanto si moltiplicano le alleanze in favore del Kintsugi

A volte ti ritrovi, all’improvviso, in un posto dove sembra che solo un missile ti avrebbe potuto portare; e invece anche lì sei arrivato grazie alle persone che ti hanno aiutato a zappare.

Una serata per bulli

Una serata per bulli
di Katy Romeo

Siamo nel carcere di Opera a uno dei primi incontri dell’anno del Gruppo della Trasgressione. Oggi si parla della rappresentazione di “Una serata per bulli, che avrà luogo il 26 Gennaio 2018, presso il Centro di Aggregazione Giovanile di Locate di Triulzi. L’incontro parte da una scenetta della durata di 15 minuti circa, rappresentata dai componenti del Gruppo della Trasgressione, detenuti e membri esterni. I protagonisti sono quattro adolescenti di una banda e una vittima: il leader, il gregario del leader, l’incerto, l’astinente, la vittima.

Il leader propone una serata da sballo… discoteca, droga, e quanto possa contribuire a spezzare la monotonia di una serata di un gruppo di adolescenti annoiati. Non essendo in possesso di denaro né di un mezzo di trasporto per raggiungere l’ambita discoteca, il leader propone il furto di un’automobile. Constatato che l’auto ha il serbatoio vuoto, il gruppo commette anche un secondo furto a un distributore di carburante! Ma durante la loro irrefrenabile euforia incontrano una clochard che legano a una sedia e chiudono dentro un cerchio di benzina cui danno fuoco per inscenare una danza indiana. La situazione però sfugge loro di mano…

Dopo aver messo in atto la scena, sono state raccolte osservazioni e proposte e sono stati aggiunti altri protagonisti: il bullo pronto ad immortalare col cellulare le prepotenze del gruppo; uno spacciatore; il genitore di un loro coetaneo defunto.

Ecco il profilo dei protagonisti principali:

  • Il leader: ha un forte bisogno di potere e di auto-affermazione, è impulsivo, aggressivo verso i coetanei e verso gli adulti; usa la violenza come un mezzo per acquisire prestigio agli occhi degli altri componenti della banda; è privo di empatia e indifferente alle conseguenze di ciò che fa. La sua scelleratezza è spesso rafforzata dall’adorazione dei bulli gregari;
  • Il gregario del leader: con la sua dedizione al capo, egli contribuisce a rafforzarne lo status; allo stesso tempo, brilla di luce riflessa agli occhi del resto della band. L’approvazione del capo lo fa sentire potente, imbattibile e superiore agli altri;
  • l’incerto: è un insicuro con una bassa autostima. Ha sempre bisogno di qualcuno che lo spinga nelle decisioni e nelle scelte, soprattutto in quelle negative; frastornato dalle contrapposizione fra il leader e chi lo contesta, finisce per seguire la massa;
  • l’astinente: è già stato in carcere, ma oggi ha chiara coscienza delle conseguenze a cui potrebbe andare incontro ed è concentrato sui suoi riferimenti affettivi e sulle prospettive future.

I protagonisti vengono da un unico contesto, caratterizzato da grave degrado familiare e marginalità sociale. Tranne il ragazzo che si astiene,
 nessuno degli altri comunica con i genitori, nessuno ha progetti per il futuro, nessuno ha relazioni o interessi alternativi alla ricerca quotidiana dello sballo.

Note aggiuntive
Come sappiamo, l’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti, quasi una rinascita, non più dai genitori ma da se stessi, cambiamenti che coinvolgono in prima persona i ragazzi, ma anche i genitori, i quali, talvolta, possono avere difficoltà a rapportarsi con loro e a comprenderne le peculiari esigenze.

A volte, ancor più che del dialogo, l’adolescente ha bisogno di essere ascoltato. In questa fase la voglia di parlare e i silenzi si alternano e diventa dunque importante tanto mantenere dei segreti per sé o all’interno del gruppo dei pari, quanto poter confidare timori e incertezze all’adulto. Quest’ultimo deve quindi osservare e ascoltare anche il silenzio, che è comunque comunicazione.

A volte è opportuno considerare il silenzio degli adolescenti non come un blocco, ma come un progetto di separazione. Il loro silenzio a volte non richiede parole ma una presenza rispettosa, disponibile a riconoscere il silenzio del ragazzo come un tentativo di coltivare il proprio diritto all’alterità. Molte volte, attraverso il riconoscimento del proprio silenzio, l’adolescente si sente riconosciuto anche come individuo indipendente; in questo modo impara a non contrapporsi alle indicazioni dategli dall’adulto, con buone possibilità di diventare, a sua volta, un adulto maturo e responsabile.

Educa i bambini e non sarà necessario punire gli uomini
Pitagora

Articolo sulla serata a Locate di Triulzi