Intervista con Max Rigano

Conversazione con un giornalista libero dalla compulsione
di dover vendere eccitazione a tutti i costi e a basso prezzo

1. Che cos’è il gruppo della trasgressione?
Un laboratorio di ricerca sulle condizioni soggettive e ambientali che portano un ragazzo a negare la propria e altrui fragilità, a diventare sempre più sordo alla voce dell’altro e a inquadrare come obiettivi della propria vita ricchezza e potere invece che conoscenza e nobiltà. Ma il gruppo è anche un laboratorio dove detenuti, studenti universitari e familiari di vittime di reato si sollecitano vicendevolmente a superare la sordità e a recuperare frammenti di coscienza di sé e dell’altro. Quando le cose funzionano, tale attività permette di vivere nuove alleanze e di uscire dalle paludi morali e psicologiche nelle quali a volte si finisce.

2. In che modo questo processo di autocoscienza smuove la psicologia dei detenuti arrivando a cambiarli?
Uno dei processi che avvengono quando si frequenta il gruppo per anni è l’investimento sulla propria curiosità e il piacere di scoprire che si possono utilizzare risorse personali cui prima non si faceva caso. In ognuno di noi ci sono parti della mente che somigliano a un pianoforte di cui non ci siamo mai accorti o sul quale non avevamo mai avuto il coraggio di mettere le mani. Al gruppo della trasgressione le persone (detenuti, studenti, familiari di vittime) prendono confidenza con lo straniero e, gradualmente, sviluppano una lingua e delle procedure che permettono di giocare lo stesso gioco e di prenderci gusto, cioè di vivere il piacere di allargare i confini della coscienza e della conoscenza.

3. Come hai conosciuto Giacinto Siciliano e quando hai capito di poter cominciare questo percorso con i detenuti?
Ci siamo conosciuti nel 2007, poco prima di portare anche a Opera e a Bollate il gruppo della trasgressione, fino a quel momento attivo solo a San Vittore. I detenuti che frequentavano il gruppo a San Vittore (carcere che ospita chi non ha ancora ottenuto la condanna definitiva) chiedevano di poterne far parte anche dopo il trasferimento in altre carceri. Con il provveditore regionale di allora, Luigi Pagano, con il direttore di Opera, Giacinto Siciliano, e con la direttrice di Bollate, Lucia Castellano, abbiamo quindi concordato di far partire il gruppo anche negli istituti di Opera e Bollate.

4. Cosa significa cambiare un uomo? Come avviene il cambiamento?
Il cambiamento suscita sempre delle resistenze. Se poi una persona deve cambiare nella direzione predefinita e dettata da un’altra, allora il cambiamento viene vissuto come una minaccia alla propria identità e la resistenza aumenta. Ciò detto, Il cambiamento meglio accetto, più significativo e duraturo è quello che avviene senza che la persona si accorga di cambiare e, soprattutto, senza che un agente esterno imponga di cambiare. Il cambiamento, dunque, avviene intanto che si gioca, si lavora, si progetta insieme. Quando si hanno obiettivi comuni, ciascuno mette in campo risorse utili al raggiungimento dell’obiettivo. Gli obiettivi che si coltivano al gruppo della trasgressione fanno sì che autori e vittime di reato, studenti e comuni cittadini investano parte delle proprie risorse e delle proprie energie per raggiungere lo stesso scopo: oggi prendere lo straccio e il detersivo per pulire la sede che abbiamo appena aperto, domani andare in una scuola dove detenuti e studenti insieme mettono in scena il mito di Sisifo per poi stimolare gli studenti a riflettere sui possibili percorsi dell’arroganza e della polverizzazione della coscienza.

5. Essere uno psicologo ti mette a confronto anche con le tue parti più profonde, con la tua affettività o con la tua aggressività: come le gestisci quando vengono sollecitate nel lavoro di gruppo?
Mi sono allenato negli anni a far diventare la mia aggressività un gioco, un esercizio per riformulare i termini della relazione fra lo psicologo e il detenuto. Negli anni, l’affetto che cresce col tempo fra me e i detenuti e la mia stessa aggressività sono diventate risorse per riformulare i criteri delle gerarchie e rendere tangibile che il potere più duraturo e gratificante viene dalla capacità di aiutare l’altro a crescere e a migliorarsi. Quando ho bisogno di affermare la mia forza e il mio legame con loro mi metto a parlare di cose complicate e un po’ disorientanti. Per esempio, li rimbambisco sostenendo che il delinquente è una persona che ha bisogno di ripristinare una giustizia violata, ma non avendo strumenti adatti per farlo, si serve della pistola. In questo modo, spesso riesco a convincerli che loro hanno bisogno di me per capire meglio quale giustizia cercavano quando usavano la pistola o la cocaina.

6. Ho fatto la stessa domanda a Giacinto Siciliano: che significa essere un uomo?
Cercare, evolversi, contribuire all’evoluzione della specie e della realtà in generale. La velocità con cui la specie umana è cambiata e ha prodotto cambiamenti nell’ambiente non ha paragoni con quello che possono fare gli altri animali. Essere uomo per me vuol dire coltivare il piacere di conoscere e di evolversi, utilizzando i percorsi degli altri uomini per migliorare il proprio e viceversa.

7. Rifaresti tutto quello che hai fatto?
Nei fatti sto continuando a farlo. Saranno poi gli altri a decifrare se l’ho fatto perché ostinato come un mulo o perché ne valeva la pena. Dopo tanti anni di impegno, oggi vedo crescere il numero e la portata delle iniziative e delle collaborazioni fra il gruppo della trasgressione e la realtà istituzionale e questo mi fa pensare di poter fare ancora strada verso l’obiettivo con cui sono partito quando ho aperto il gruppo 23 anni fa, cioè contribuire a una cultura della pena che abbia come unico scopo l’evoluzione della persona condannata e delle istituzioni che se ne occupano. Non ci sono infatti pene afflittive, retributive o riparative che, di per sé e senza un progetto oltre la pena, permettano alla collettività di ottenere gli stessi vantaggi che vengono raggiunti con l’evoluzione psichica e morale di chi ha abusato del proprio potere sull’altro. Evolversi è una necessità per l’uomo e un dovere per ogni cittadino e per ogni collettività. La pena, dal mio punto di vista, deve consistere solo nel costringere la persona ad evolversi, ricordando che la sola evoluzione possibile avviene quando non ci si sente costretti a cambiare.

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Te chiedo scusa a Ma’

A Ma’ stasera nun torno
va a letto nun m’aspetta’
faccio ‘n sarto all’artro monno…
Te chiedo scusa a Ma’
c’era n’amico ‘n difficoltà
nun me la sentivo de scappa’…
Erano tutti grossi e muscolosi
c’avevo na paura
se vedeva che erano pericolosi…
M’hanno ammazzato come n’animale
ma che ho fatto de male ?!?!?
A Ma’ hai visto come so piccolo
però so dovuti veni ‘n tanti
co sto sorriso li sdrajavo tutti quanti …
Mortacci loro come menavano
io ar massimo je sorridevo…
Te chiedo scusa Ma’
ma quarcuno li doveva affronta’ …
Quarcuno je doveva fa capì che sbajaveno
c’avevano troppo veleno…
Quello che nun capisco de sta gente
invece de divertisse e ride
vanno in giro a cerca’ e sfide…
Se sentono forti e onnipotenti
ma a strigne so na massa de deficienti…
A Ma’ io volevo solo mette pace
de litiga’ nun me piace…
Aho’ mo non voglio passa’ da eroe
l’ho affrontati
ma c’avevo na paura de sti tatuati…
Poi a Ma’ non ho più sorriso
Ma che se fa così
senza neppure n’avviso
Me so spento
lento lento…
Ancora adesso me sto a chiede er perché
de tutta sta cattiveria e rabbia verso de me…
Ora te saluto a Ma’
Che c’ho da fa’…
Sto a sali e scale
Me devi promette che nun starai male…
Ammazza quante so che fatica
ricorda che la vita nun è finita…
Ogni vorta che te manco pensa a sto sorriso
Che er fjo tuo te sta vicino dar paradiso

Er Poeta Romantico Fastidioso

In ricordo di Willy Monteiro Duarte

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Un vaso a me caro

Sto ristrutturando un vaso a me molto caro.
Andato a pezzi molti anni fa.
In parte già ricostruito.
Ora devo colmare una voragine.
Sto mettendo stucco.
Un pezzetto alla volta.
Lascio asciugare e poi vado avanti.
Ci vuole tempo
Tanto tempo
E pazienza.

Quando sarà finito lascerò ben evidenti le fratture.
Le dipingerò con pittura dorata.
Come nell’arte giapponese del kintsugi.
Ciò che ne verrà fuori sarà qualcosa di diverso .
Ma pur sempre un vaso.
Bellissimo e prezioso, almeno ai miei occhi.

Fin troppo facile il paragone con la mia vita.
Andata a pezzi.
Ricostruita un pezzetto alla volta.
Con i segni evidenti di ciò che fu, di ciò che rimase e di ciò che ora è.

Ma è pur sempre vita.
Meraviglioso dono di un Dio che ho rinnegato troppo a lungo
Ma al quale ora la affido dicendogli
Sia fatta la tua volontà.

Elisabetta

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Per quanto voi vi crediate assolti…

“Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti “
Fabrizio de André

Mi aggancio alla citazione finale di De André nello scritto di Manuela per proporre una riflessione ulteriore sul film “L’insulto” di Ziad Doueiri.

Riparto dalle parole finali del giudice del film che prima di emettere la sentenza assolutoria dice:”Qui ci sono due persone che sostengono di essere vittime e ci chiedono di decidere chi ha più torto”.

In questa premessa ci sono a mio avviso due concetti utili per nutrire la riflessione sulla banalità e complessità del male.

Concetto numero uno: “ La dialettica dei pugni”. Ovvero stabilire chi ha più torto ha senso solo se si suppone che esista una sola ragione.

Nel film vengono presentate ragioni opposte, entrambe valide, che determinano un conflitto insanabile finché le posizioni restano orientate l’una contro l’altra.

Nel caso del film le posizioni conflittuali vengono sintetizzate dai due avvocati difensori e sono le seguenti:

  1. Anche se Yasser fosse l’uomo più oppresso de mondo, nessuno gli dà il diritto di farsi giustizia da solo.
  2. Yasser Salem reagisce a parole che hanno offeso la sua identità e quella del suo popolo. Quando si oltrepassa il limite, ci si deve aspettare una reazione. È normale, inevitabile, umano.

Gli avvocati argomentano dialetticamente a favore dell’una e dell’altra tesi: ciascuno segue una traiettoria riconoscibile, sensata, condivisibile a seconda dell’orientamento personale di chi ascolta. Tuttavia ciascuna posizione corre parallela all’altra: è impossibile che si incontrino e si accordino.

La prima affermazione sta alla base dello Stato di diritto.

La seconda ha a che fare con il conflitto tragico da Antigone in poi: ovvero la legge naturale che esiste ed ha valore anche quando entra in conflitto con la legge stabilita.

Mi vengono in mente le parole di papa Francesco che fecero grande scalpore nel mondo cattolico all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo in Francia: “Abbiamo l’obbligo di parlare apertamente. Avere questa libertà, ma senza offendere. È vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno”.

Nel film è proprio un pugno ad aprire il conflitto e poi è un altro pugno a fargli cambiare rotta.

Il conflitto che per buona parte del film sembra essere insanabile comincia a cambiare direzione quando, dopo una buona dose di dolore e fatica, ciascuna delle parti in causa, Toni e Yasser, riconosce nella propria storia la presenza dei torti subiti dall’altro: solo quando ciò avviene diventa possibile chiedere scusa.

Yasser non era disposto a chiedere scusa a un arrogante che credeva di avere il diritto di insultare lui e il suo popolo: inizia a cambiare idea quando scopre che Toni gli assomiglia. Da parte sua Toni inizia a mostrare che la sua ferita ha qualcosa in comune con quella di Yasser quando decide di aiutarlo a far ripartire la macchina.

Ma non basta questo, Yasser non vuole essere perdonato o compatito.
Prima di chiedere scusa Yasser ha bisogno di sentire la reciprocità: ha bisogno di sapere che Toni è consapevole di non essere né meglio né peggio di lui ma pari, almeno nella sofferenza. Per questa ragione va per la seconda volta alla sua officina, lo provoca e si fa sferrare un pugno. Solo in quel momento, in cui è innegabile il torto di entrambi Yasser chiede scusa.

Personalmente questa scena del film mi ha colpita molto: i due protagonisti si riconoscono nelle spinte problematiche che li hanno reciprocamente portati a sferrare il pugno l’uno contro l’altro è non nelle loro legittime ragioni.

Per quanto prima si sentissero assolti ciascuno dalla propria ragione è a suon di pugni che scoprono di essere coinvolti in un torto comune che provoca dolore.

Concetto numero due: sentirsi vittime

Frequentando il Gruppo della Trasgressione credo di avere imparato che nella mente di chi commette un reato c’è quasi sempre, in qualche forma più o meno chiara, consapevole e sensata, la sensazione di essere vittima di qualcosa o qualcuno.

Questa sensazione di mancanza e/o di sopruso subito e non riconosciuto è una “fame” che autorizza la sedicente vittima a trasformarsi in carnefice che fa altre vittime, le vittime dei reati appunto.

Ma, a reato avvenuto questa “fame” del carnefice/vittima viene disconosciuta da tutti: dal giudice che non è chiamato a giudicarla, dalla vittima che fa i conti solo con il proprio dolore e dal reo stesso che spesso ha bisogno di convincersi di aver agito come ha reagito perché voleva farlo e non perché spinto da una “fame” sulla quale non ha nessun controllo.

Finché il reo non trova le condizioni per fare spazio all’ascolto della propria “fame”, riconoscerla e darle in pasto vissuti differenti, difficilmente riconoscerà la sua e le altre vittime e si muoverà nella direzione del reinserimento nella società.

Mentre il giudice in tribunale può, anzi deve, sulla base della legge decidere chi ha più torto tra le vittime più o meno manifeste, il Gruppo della Trasgressione cerca, in accordo con il dettato costituzionale, di promuovere il riconoscimento di tutte le ferite per permettere di ricucire “lo strappo” avvenuto nel tessuto sociale.

In questo senso, come diceva giustamente Manuela “per quanto noi ci sentiamo assolti siamo per sempre coinvolti”.

Infine, come sintesi dei due concetti di cui sopra, mi viene in mente l’intervento di Paolo in risposta alla domanda di Roberto che si chiedeva come facessero le persone che gli dimostrano stima e simpatia a fare i conti con il terribile passato che lui oggi disapprova ma comunque non rinnega.

Paolo gli ha risposto raccontando di quella volta in cui è arrivato sul punto di uccidere un uomo. Poi ha detto che, per certi versi, il dolore per la consapevolezza che avrebbe potuto uccidere è più pesante del dolore che ha subito per la morte violenta della sorella Emanuela.

È come se Paolo avesse voluto dire a Roberto che oggi loro due possono avere a che fare l’uno con l’altro in modo autentico, non perché Paolo sia disposto a sorvolare sul passato di Roberto o faccia uno sforzo magnanimo nei suoi confronti. Tutt’altro, Paolo può accettare di fare strada con Roberto perché non lascia che il dolore per la perdita di Emanuela gli impedisca di riconoscere le parti più problematiche del proprio sentire. Sono queste infatti che gli permettono di riconoscere Roberto, tutto Roberto, comprese la sua storia passata e la fatica della sua evoluzione.

Sofia Lorefice

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La sede di Via Sant’Abbondio

Al Gruppo della Trasgressione

Da un lato, sono contento perché dopo decenni di sudore, paradossalmente, in un periodo terribile per tutti, il nostro gruppo raccoglie frutti sui quali avevamo quasi perso le speranze:

    • il bando di Rozzano già vinto e per il quale cominceremo a lavorare probabilmente a settembre;
    • quello per cui Adriano e Roberto distribuiscono attualmente cibo a famiglie disagiate di Rozzano e Peschiera e riescono ad avere uno stipendio nonostante il Covid 19 abbia messo in ginocchio tante aziende;
    • adesso anche la sede di Sant’Abbondio (sono almeno 15 anni che cerchiamo una sede e finalmente ce l’abbiamo).

Dall’altro, quando raggiungo qualcosa, è per me impossibile rallegrarmi del risultato senza desiderare di condividerlo con le persone grazie alle quali la meta è stata raggiunta: le primissime con le quali il gruppo è nato e le centinaia di detenuti, studenti e docenti con cui abbiamo mosso i primi passi. Ma i risultati che stiamo raggiungendo adesso sono legati soprattutto alle persone che hanno dato energia al gruppo negli ultimi 6/8 anni.

A tutte queste persone, grazie. E grazie anche alle persone che nel frattempo sono morte. La settimana scorsa è morta Luciana Invernizzi e prima di lei tanti detenuti e non detenuti che sono nella storia del gruppo.

In questo momento ho l’impressione che il Gruppo della Trasgressione, nonostante il Covid 19, sia all’inizio di una nuova epoca:

  • abbiamo la sede di Via Sant’Abbondio;
  • siamo partner ufficiali del comune di Rozzano, del Galdus e del carcere di Opera nella lotta alla marginalità, nel recupero e nella valorizzazione di funzioni sociali senza le quali si annega in una cancerogena marginalità;
  • abbiamo il titolo ufficiale per entrare a San Vittore con la qualifica di testimonial di civiltà invece che di delinquenti;
  • abbiamo un’associazione che dal 2002, in collaborazione con decine di scuole di Milano e delle vicine provincie, utilizza le storie e l’acquisita consapevolezza dei detenuti del gruppo per lottare contro il bullismo e le varie dipendenze;
  • abbiamo persino una cooperativa col conto corrente in blu… come il nostro furgone e come la lettura del mondo di chi decide di darci una mano.

Nati 22 anni fa come gruppo di delinquenti che cercava di non marcire in carcere, siamo cresciuti fino ad avere oggi fra i nostri alleati anche magistrati e direttori di carcere e ad avere in un gruppo come quello del Rotary club Milano Duomo il nostro più antico e generoso sostenitore.

Se chi si è preso una vacanza o chi si è dedicato ad altro in questi anni volesse tornare per brindare ai risultati raggiunti o addirittura per collaborare nella costruzione dei prossimi che probabilmente otterremo, questa sarebbe proprio l’ora di farlo.

In ogni caso, grazie! So per certo che anche chi non tornerà mai più al Gruppo della Trasgressione ha contribuito a farlo crescere e so altrettanto bene che anche coloro che non vedrò mai più ne hanno tratto stimolo e nutrimento per procedere verso le proprie mete personali.

Grazie a tutte queste persone il gruppo procede da oltre due decenni fra gioco e realtà.

La Squadra Anti-Degrado

Proveremo con la squadra di adesso ad andare ancora avanti, pur se credo che non arriverò mai a capire se… zappiamo la terra per sognare le stelle o viceversa.

Angelo Aparo

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Vittime e autori di reato alleati contro il Covid 19

Dal Giorno, di Valeria Giacomello

L’articolo su Il GIORNO

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A Marcella

Milano, 21 marzo 2020

 

Perdonaci, Marcella.

Hai dovuto aspettare 29 lunghissimi anni perché, in un atto a firma di un rappresentante dello Stato italiano, potessimo leggere queste parole: «si può affermare con certezza, sia per quanto dichiarato da numerosi collaboratori di giustizia, sia per quanto emerso nel corso dei due maxiprocessi leccesi, come la causa della morte di Marcella DI LEVRANO sia da individuarsi senza ombra di dubbio nella collaborazione da lei prestata sin dal lontano 1987 con la Squadra Mobile della Questura di Lecce. Va detto, per inciso, che tale collaborazione appare oggi ancor più meritoria per essere stata totalmente disinteressata nonchè per essere avvenuta in un periodo nel quale nessun beneficio era previsto o anche lontanamente ipotizzabile».

Perdona, Marcella, quelli che ancora oggi dubitano di te e della tua storia: apertamente o nascondendo il tutto nel profondo del loro miope animo in cerca d’autore.

Forse arriverà presto il momento nel quale non dovranno più risuonare, a tua difesa, le parole che scrivevi nei tuoi diari prontamente recuperati e gelosamente custoditi in tutti questi anni da amorevoli mani.
Perché nella richiesta di archiviazione della Procura Distrettuale Antimafia di Lecce, che ha interessato anche Eugenio Carbone (riconosciuto quale materiale esecutore della tua tragica morte nel bosco dei Lucci tra Brindisi e Mesagne, ed ucciso a sua volta nel 2000), si legge anche questo: «che poi Marcella DI LEVRANO fosse “contigua” agli ambienti criminali mafiosi, lungi dallo sminuire il valore della sua collaborazione, rende ancora più encomiabile, anche a distanza di tanti anni, la decisione di allontanarsene rompendola logica di omertà e di intimidazione che li caratterizzava».

Aiutami, Marcella.

Vorrei anche io sognarti, come una sera ci ha raccontato la tua dolce mamma, e al risveglio sussurrare ai miei bimbi che quel fiore è davvero magico: capace di fare in modo che persone apparentemente lontane possano davvero avere un luogo dove potersi incontrare, ogni volta che ne sentono il bisogno.

Gli occhi grandi color di foglia

Dopo i saluti delle figure istituzionali e la presentazione della giornata dell’avvocato Alessandro Giungi, organizzatore dell’evento, la Trsg.band e il Gruppo della Trasgressione propongono una selezione delle canzoni di Fabrizio De André intervallate da interventi di autori di reati e di vittime degli stessi.

L’obiettivo è rendere pubblici le modalità e i risultati di un dialogo difficile ma proficuo sia per il reo sia per la vittima, risultati che il gruppo della trasgressione usa poi come materiale per contrastare bullismo e tossicodipendenza nelle scuole e sul territorio dove lavoriamo in sintonia con le carceri di Bollate, Opera e San Vittore, con la Magistratura di sorveglianza e con il Provveditorato agli studi.

L’ingresso è gratuito; la prenotazione  non è necessaria, ma è utile visto il ridotto numero di posti disponibili. Per prenotarsi occorre seguire le istruzioni riportate sulla locandina. In  caso di difficoltà, scrivere alla mail elisabetta.cipollone@gmail.com indicando con chiarezza nome e cognome dei singoli interessati.

Per prendere posto nella sala Alessi (150 posti) è particolarmente opportuno arrivare entro le 16:00; diversamente si andrà in una saletta adiacente (di 50 posti) dove il concerto verrà proiettato su un maxischermo.

Distanza e vicinanza

Il diritto penale è per noi vicino e lontano alla stesso tempo. Nel caso concreto rifuggiamo i suoi interventi, di cui abbiamo timore. Ma dal diritto penale ci lasciamo anche affascinare e, naturalmente, viviamo all’interno del suo ordine.

Il diritto penale è un po’ come il calcio: senza che ci riflettiamo sopra particolarmente, appartengono entrambi alla quotidianità di molti di noi. Abbiamo quasi tutti una certa idea di quale sia la materia trattata, di quali siano le regole secondo cui si procede e di quali siano alla fine i fattori decisivi. […] Nel calcio come nella punizione, molti di noi hanno un’idea chiara e precisa di cosa vada punito e in che modo, che a punire sia l’arbitro o il giudice penale. Così, non di rado, sia l’arbitro sia il giudice sono attorniati da esperti che la sanno lunga almeno quanto loro, e glielo dicono anche, quando ritengono che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. Quasi sempre questi esperti hanno una idea precisa di cosa sia giusto e cosa sia ingiusto: nel calcio come nel diritto penale, tendiamo a formulare giudizi rapidi e decisi, e spesso il nostro sentire è forte e chiaro […].

Questa però non è tutta la verità. Il diritto penale ha anche un lato oscuro, estraneo. Solo quando entrambi gli aspetti si fondano assieme, il lato vicino e quello lontano, alla fine si delinea un quadro completo della natura del diritto penale e della punizione.

[…] Il diritto nel suo insieme è estraneo alla maggior parte delle persone, e a molti risulta piuttosto sospetto. A scuola si studia tutto quello che più tardi potrà essere utile, dalla matematica alla storia e alla geografia, passando per le lingue straniere. Invece il diritto non è mai riuscito ad affermarsi nei programmi scolastici. Chi lascia la scuola non sa praticamente nulla di diritto, e quello che sa non potrà inquadrarlo in maniera attendibile.

Il fatto è che il pensiero giuridico non è facilmente comunicabile, e per capire le sue regole e la sua prassi occorre molto tempo. Solo una piccola parte, quella meno importante, si lascia osservare e sistematizzare. Il pensiero giuridico non può essere studiato, può essere solo acquisito tramite l’esercizio […].

Ma questa è solo una faccia della medaglia. L’altra faccia è data dalla circostanza che il diritto penale è ed è sempre stato anche uno spettacolo affascinante, una seduzione oscura. […] I moderni mezzi di massa, persino i quotidiani più seri che conoscono il loro pubblico e sanno per tenerselo stretto devono anche intrattenerlo, utilizzando il fascino irradiato dal diritto penale e ne sono allo stesso tempo soggiogati. […] Tale visione del “diritto penale” non ci appare affatto estranea, anzi. Finchè il diritto penale rimane relegato nei libri o nei film, e non ci raggiunge fisicamente, e finchè non è importante sapere con precisione che cosa sia e come funziona, molti di noi non hanno alcun problema ad avvicinarsi a questo ambito della vita, a lasciarsene affascinare e finanche a considerarsi esperti in materia e ad agire di conseguenza.

[W. Hassener, Perché punire è necessario, 2009]

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La partita a bordo campo

L’iniziativa si snoda su tre giornate (10, 11, 12 novembre 2019). Per partecipare è indispensabile seguire le istruzioni sotto indicate e iscriversi entro il 5/11:  partitabordocampo@gmail.com

La partita a bordo campo  –  Il video di TG Regione

    • la domenica 10/11, ci sarà la partita di calcio vera e propria nel campo del carcere di Bollate. Vi si affrontano due squadre: una costituita da operatori penitenziari, l’altra da detenuti e studenti del Gruppo della Trasgressione e di altri gruppi che perseguono analoghe finalità nelle tre carceri di Bollate, Opera e San Vittore. Giocheranno sul campo Autorità istituzionali e detenuti che, dopo aver vissuto negli anni della devianza e nei primi tempi della carcerazione un sordo rancore verso l’autorità, oggi cercano di interiorizzarne i criteri e gli obiettivi grazie alle iniziative e alle attività rieducative presenti negli Istituti. Scopo della partita è, come in ogni gioco, puntare alla vittoria giovandosi delle regole che vengono interpretate e difese dagli arbitri in campo.
    • Il lunedì 11/11, la Partita a bordo campo continua con un convegno nel teatro del Carcere di Opera sulle finalità della punizione e sui criteri grazie ai quali Punizione possa fare coppia con Rieducazione: magistrati, operatori penitenziari e detenuti si interrogano, in una vera e propria tavola rotonda, sulle caratteristiche di una punizione che abbia come principale finalità l’interiorizzazione dei principi cui la punizione stessa si ispira e, in particolare: se e come la punizione possa avvicinare chi viola la norma con chi ne è interprete e tutore; se e come chi ha praticato e chi ha subito l’abuso possano insieme alimentare la coscienza collettiva ed, eventualmente, portarsi reciproco giovamento.
    • Il martedì 12/11, l’iniziativa si conclude nell’aula magna del Palazzo Giustizia a Milano, sede di grande valore simbolico, dove i protagonisti di conflitti e di contrapposizioni passate questa volta riferiscono e si interrogano su come viene interpretata la punizione in altri paesi europei (ne parleranno avvocati, magistrati, operatori penitenziari, docenti universitari). A conclusione della mattina del martedì, le riflessioni finali e i progetti di ricerca dei protagonisti dell’iniziativa in vista di un appuntamento per l’anno successivo.
    • Alle tre giornate parteciperanno alcuni familiari di vittime della mafia e della criminalità organizzata (Francesca Ambrosoli, Sandro Baldoni, Giorgio Bazzega, Elisabetta Cipollone, Marisa Fiorani, Paolo Setti Carraro), persone che hanno reagito alla perdita dei congiunti aprendosi a una ricerca che da qualche anno portano avanti insieme con i rei che hanno causato i loro lutti.

Le tre giornate sono aperte a tutti cittadini e, in particolare, a studenti universitari, neo professionisti e agli operatori del settore.

Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati entro il 4 novembre alla mail Partita a bordo campo

  • specificando nominativo, luogo e data di nascita, residenza, numero del documento di identità e data di rilascio;
  • indicando nell’oggetto della mail la giornata alla quale si intende partecipare, cioè Domenica, Lunedì, Martedì;
  • inviando due o tre mail con oggetto specifico (“Domenica”, “Lunedì”, “Martedì”) se si intende partecipare a più di una giornata;
  • se, dopo avere ricevuto conferma dell’accreditamento, si decidesse di non partecipare, vi chiediamo di avvertire con mail di rinuncia, specificando nell’oggetto della mail la giornata

Istruzioni per presentarsi nella sede specifica:

  • Partita sul campo di calcio del carcere di Bollate, Domenica 10/11, ore 14:00. Presentarsi entro le 13:30 all’ingresso del carcere di Milano Bollate (Via Cristina Belgioioso, 120 Milano)
  • Convegno sulla punizione nel teatro del carcere di Opera, Lunedì 11/11, ore 9:30. Presentarsi entro le ore 9:00 all’ingresso del carcere di Milano Opera (Via Camporgnago, 40 Milano)
  • La punizione in Italia e negli altri paesi europei, 12/11, ore 9:30-12:30
    presso Aula magna di Palazzo Giustizia, ingresso Via Freguglia o Corso di Porta Vittoria, ore 9:00
    Per le prenotazioni occorre inviare i propri dati (Nome, Cognome, luogo e data di Nascita, Residenza, Numero del proprio documento di identità) entro il 4 novembre a Partita a bordo campo

Le donazioni all’associazione Trasgressione.net, pur se non necessarie, ci sono bene accette, purché non eccessive :). Ci è invece gradito conoscere nella causale del bonifico chi condivide i nostri intenti.

 

 


L’iniziativa rientra nei più ampi progetti:

Come introduzione alla problematica della punizione,