Tango spara al cimitero

di Michele Focarete -LIBERO 17/11/2020

Di questi tempi punta la pistola alla fronte delle persone. Ma si tratta del termoscanner per misurare la febbre a chi deve entrare nel cimitero Monumentale. In altri tempi avrebbe puntato il “ferro” contro le forze dell’ordine e i gioiellieri per guadagnarsi la fuga o rapinare.  E sì perché Antonio Tango, 57 anni, 29 dei quali passati dietro le sbarre di 20 prigioni italiane, ora è un bandito in cerca di riscatto. Un balordo che, come dice lui, “voglio diventare un cittadino”.

Tango è detenuto nel carcere di Bollate, ma gode dell’articolo 21, che gli permette un lavoro all’esterno. Dalle 8.30 alle 19.30. Poi rientro in cella. Quando lo hanno beccato l’ultima volta, nel 2008, gli affibbiarono 7 rapine e lo condannarono a 18 anni. Vista la buona condotta dovrebbe uscire nel settembre 2022.  Adesso, intanto, lavora al Monumentale. Dove la gente chiede informazioni e ha l’obbligo di provare la febbre per accedere alle tombe. In passato aveva già dato una mano durante Expo.

Non ha tatuaggi, ma solo ferite da mostrare. “Mi hanno sparato quattro volte”, ricorda senza imbarazzo, “alla schiena, al braccio, alla pancia. Anche una coltellata durate una rissa in discoteca, con la lama che si era spezzata dentro al polmone destro”. Ferite che gli sono valse l’appellativo di Robocop. E ricorda quando i complici lo scaricarono mezzo morto davanti al San Carlo. “Devo sempre ringraziare quei medici che hanno compiuto il miracolo. Fu durante un conflitto a fuoco con un gioielliere, ma a colpirmi fu un proiettile di un mio compagno. La pallottola rimbalzò sul tettuccio dell’auto e mi entro nella schiena zigzagando. Attraversò l’intestino, la milza lo stomaco i polmoni e si impiantò nella punta del cuore. I dottori chiamarono subito mia madre per acconsentire all’intervento. Dodici ore sotto i ferri. Tre giorni in coma, 15 in rianimazione e poi immobile su una sedia. Ripresi a camminare dopo circa 4 mesi”.

Di rapine ne ha fatte tante. E le sue prime condanne furono per colpi messi a segno a Cattolica. Tre in un giorno solo, che in gergo viene chiamata la tripletta. I suoi obiettivi le banche, i supermercati, i Bingo. “Poi quando ti prendono”, continua Tango, “racconti che lo facevi per soldi, per la famiglia che aveva bisogno. Tutte balle. Ero rancoroso, ce l’avevo col mondo intero e incolpavo tutti del mio disagio. Rapinare mi faceva sentire vivo e mi dava un senso di potere. Quando andavo in giro per Milano, guardavo solo le banche, le gioiellerie. Ero maniacale. Un disagio mentale che mi portavo addosso fin da piccolo”.

Poi, 13 anni fa, la svolta. L’incontro in carcere con Angelo Aparo, lo psicoterapeuta che trasforma i detenuti in cittadini. Il medico che tutti chiamano Juri, nome preso in prestito da antichi pensieri sul dottor Zivago. “Entrai così nel suo “Gruppo della Trasgressione”, accanto a assassini, corrotti, ladri, poco importa. Per farne parte e avere diritto di parlare dovevi recitare una poesia o il teorema di Pitagora. Dovevi insomma dimostrare che ti eri impegnato a imparare qualcosa. Per viaggiare, come direbbe De André, “in direzione ostinata e contraria” al nostro passato criminale. Autoanalisi, analisi di gruppo, incontro con le vittime di reato e uscite nelle scuole e con le istituzioni”.

E poi il figlio. Che Tango aveva di fatto abbandonato quando aveva 15 mesi. “L’ho ritrovato. Adesso fa la terza media e ha ottimi voti e ne sono orgoglioso. Dentro di me ho dovuto ricreare un equilibrio e togliere i conflitti. Ma come, mi sono detto, per lui avrei dato la vita e l’ho abbandonato. Così ho scoperto un lato buono di me e l’amore di un figlio. Lui ha capito che suo padre si è riscattato, che adesso è un ex bandito”.

 

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