The Place

CINEFORUM

The Place, di Paolo Genovese – 08/06/2020

Spunti dall’incontro

“Sei un mostro”
“Diciamo che do da mangiare ai mostri”

Mefistofele mostra ai vari personaggi come uno specchio le parti che tutti abbiamo dentro: una spinta più costruttiva e una spinta più distruttiva, non è altro che l’alter ego dei personaggi che di volta in volta si siedono di fronte a lui; tutti, in un modo o nell’altro, fanno i conti con la propria coscienza.

Mefistofele è di fatto la personificazione dei demoni malvagi che fanno parte della coscienza di ciascuno di noi, non riconosciuti come propri, anzi respinti all’esterno e a lui, al mostro, demandiamo poi la responsabilità di dare da mangiare mostri ulteriori.

“Perché chiedi cose così orrende?”
“Perché c’è chi è disposto a farle”

Tutti i personaggi del film hanno la possibilità di scegliere, non c’è nessuna coercizione fisica, tutta la coercizione è di tipo psicologico o di tipo motivazionale: lo sviluppo e la realizzazione progressiva della scelta dei singoli personaggi passano esclusivamente da una serie di piccole scelte consecutive che si sommano, ma non c’è nessuno dall’esterno che impone un certo tipo di comportamento.

Per uno una determinata cosa può essere una sorta di bene, per un altro il male (perché ad esempio viene danneggiata una persona).

È questione di moralità individuale, quindi fino a che punto tu sei disposto ad arrivare, quale è il tuo limite, e il limite può nascere nel momento in cui i soggetti singoli si rendono conto o abbracciano nella loro visione la potenziale vittima, e solo lì trovano dei freni alla perdita di morale.

Attraverso la relazione la possibilità di crescita ed evoluzione esiste: se riesco ad identificarmi con l’altro difficilmente arrivo a uccidere una persona.

In Sisifo ad esempio il disagio di Thanatos cosi come l’abbiamo interpretato a  un certo punto arriva a dire “non ne posso più di essere visto soltanto come portatore di morte”,  non ne può più di stare ad ascoltare tutto il male del mondo.

Nel film tutte le storie in qualche modo si intrecciano, per cui l’idea che ogni nostra azione/gesto in qualche modo può avere delle ricadute sulle storie e le vite degli altri, è qualcosa che ci dimentichiamo a volte di ricordare.

 

SCELTA DELL’OBIETTIVO

l’obiettivo costringe a riflettere e mette alle strette, facendo prendere una determinata decisione. Come un induttore di riflessione, Mefistofele di fatto attraverso l’obiettivo pone queste persone a confrontarsi con se stesse.

A volte la forza del soggetto permette al soggetto stesso di sottrarsi alla seduzione, la seduzione non riesce perché per coincidenza si producono situazioni positive e, se si riesce ad arrivare all’età adulta senza essere stato catturato dalla seduzione che ti fa credere che in un modo onnipotente puoi raggiungere chissà che cosa, hai discreta probabilità di farcela, diversamente sei molto a rischio di arroganza e devianza.

 

CONCETTO DI “GIRO CORTO E DI GIRO LUNGO”   

Il giro corto porta ad ottenere la soddisfazione immediata di un impulso, di un bisogno, di una necessità, di una voglia. Il giro corto rimanda alla scorciatoia, al tema della magia: bruciare le tappe in qualche modo porta a una deresponsabilizzazione perché non metto in campo le mie capacità, è quindi un evitare di mettersi in gioco realmente. Anche se non funziona la magia non è colpa mia, perché io non ho messo in campo nulla di mio per il raggiungimento dell’obiettivo, non viene per cui in qualche modo declassata la mia persona, è un po’ come l’idea che, se non funziona la magia, io non fallisco mai, fallisce la magia, il sistema magico, per cui tutto ciò che riguarda me non viene assolutamente toccato.

Dal momento in cui cerco un giro corto e la magia, mimo quell’onnipotenza che in realtà sto già attribuendo però a qualcun altro o a qualcos’altro a un organo, a qualcosa che mi sta permettendo in qualche modo di poter utilizzare la magia.

Il giro lungo è più connesso al lavoro, ad un senso di fatica o di ottenimento dell’obiettivo con passi, step, scalini saliti uno alla volta.

Possiamo pensare che l’uomo si dibatte tra seduzione del ricorso alla magia/pensiero onnipotente e impegno sul lavoro.

 

L’ONNIPOTENZA

Invece di divaricare le due polarità di bene e male, è utile soffermarsi sul cosa è nell’uomo il senso di onnipotenza.

Siamo permeabili alla seduzione per la spinta all’onnipotenza e alle volte c’è anche un contributo da circostanze esterne. Il concetto di devianza è complesso, nel film non si fa del male perché si è cattivi, ma perché c’è una condizione di bisogno, e ci possono essere dei “diavoli seduttori” con il pensiero vigliacco che allettano le spinte a risolvere le cose onnipotenti, ed è un modo magico. Non è bene e male, ma bisogno di risolvere le cose e il bisogno di risolvere non arriva necessariamente dal fatto che uno è cattivo ma perché la realtà mette a dura prova.

Uno dei mali per cui ci si lascia sedurre dalle fantasie onnipotenti è la mancanza di fiducia. Nel film tutte le persone che transitano da Mefistofele hanno in questa persona una fiducia incondizionata, è come se avessero bisogno di una presenza salvifica, come se avessero bisogno di qualcuno a cui rivolgersi per risolvere il proprio problema.

 

LA MAGIA

Da bambini la magia ha un bel sapore, tra le braccia di mamma e papà permette ai bambini buoni di vedere desideri realizzarsi, quando si diventa grandi e soprattutto quando si combina col male, la magia diventa estremamente inquinante, inquina la festa. All’uomo la magia fa male, la magia della droga, la magia dello stordire il pensiero, il male, il dolore, ecc.

Nel film, ma non solo, ricorrere alla magia per appagare l’istanza onnipotente porta a uno scivolamento progressivo verso il male, perché se si prende consuetudine e confidenza con la magia ciò induce la persona a perdere il senso del limite e le redini di se stessi.

Il problema diventa più grave via via che  il ricorso alla magia diventa abitudine.

 

STRAVOLGIMENTO D’IDENTITÀ

Si può provare a sostituire l’idea del MALE assoluto con un modello più terreno di pratica del male, cioè con il ricorso all’onnipotenza e alla magia, non nel senso che la magia è cattiva, ma nel senso che prevede un modo di procedere che invece che fare i conti con la realtà, fa capo a un seduttore che ti fa credere che puoi raggiungere la meta non rimanendo la persona che sei, che lavora, ma ricorrendo a qualcosa di magico che interviene nella realtà permettendoti di fare un salto radicale dalla condizione in cui tu sei tu, alla condizione che in realtà sei diventato un altro di  categoria superiore, categoria sovrumana.

Ad esempio la signora anziana del film con il marito malato di Alzheimer prima di decidere di non compiere l’azione terribile della bomba è dibattuta in un labirinto di pensieri che stravolgono la sua identità (“chi sono io per ergermi ad onnipotente sia nei confronti del male, ma soprattutto nei confronti del bene”)

Il ricorso alla magia a maggior ragione quando ti fa cambiare lo status e ti porta dalla condizione di chi non può a quella di chi può, ti mette a rischio di sentirti Dio e, se ti senti Dio, ti trovi anche nella condizione di superare i limiti (come anche nel mito di Sisifo).

Tradire se stessi per raggiungere la meta comporta la fregatura che la si raggiunge dopo essersi trasformati in qualcos’altro: ma per poter godere di qualcosa che desideri, occorre essere se stessi.

Olivia Ferrari e Stella Tonelli

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