Il nostro Mito di Sisifo

Dalla complessità del male alla banalità del male;
dal delirio di onnipotenza alla presa di coscienza.

Il nostro Sisifo tratta temi ricorrenti nelle nostre vite da delinquenti, ma che si ritrovano anche in altre vite, non solo nelle nostre. Ma forse dovrei iniziare parlando di Sisifo e raccontarvi il suo mito…

Ci troviamo nella città di Corinto, in Grecia, dove il re Sisifo viene pressato dai suoi cittadini che protestano per la mancanza di acqua. Durante una delle sue passeggiate, egli assiste per caso a una scena i cui protagonisti sono Giove, massima divinità dell’Olimpo, ed Egina, figlia del dio delle acque fluviali Asopo. La giovane è appena uscita da una lite con il padre, assente e autoritario; la ragazza, arrabbiata e sfiduciata, scappa di casa e incontra Giove, il quale non si lascia sfuggire l’occasione di sedurla, promettendole vita facile fra le stanze dorate dell’Olimpo.

Prima i conflitti fra Asopo ed Egina e, subito dopo, la scena della seduzione mettono in evidenza l’importanza del rapporto genitori-figli e le possibili conseguenze sull’adolescente. L’adulto, che dovrebbe trasmettere valori positivi ed essere una guida per i ragazzi, viene invece vissuto come poco credibile e per nulla rispettabile. L’adolescente, non sentendosi accudito e sostenuto dalla famiglia, si lascia sedurre dalla mira del potere e dei soldi facili o, come diciamo noi, dal virus delle gioie corte, quando invece avrebbe bisogno dell’adulto per comprendere le proprie fragilità.

Sisifo, che ha osservato la scena di nascosto, incontra subito dopo Asopo in cerca della figlia e dopo una serie di reciproche accuse gli propone un compromesso: in cambio dell’acqua per il suo popolo, egli dirà al dio dell’acqua che la figlia Egina è stata portata via da Giove.

Tutto il dialogo è caratterizzato da un gioco di ruoli tra i due personaggi: Sisifo, travolto dalla rabbia per la trascuratezza di Asopo verso i cittadini di Corinto, ma anche dalla voglia di rivalsa e dalla sua stessa arroganza, cade in balìa del delirio di onnipotenza, supera i limiti arrivando a far inginocchiare la divinità ai suoi piedi, che per il bene della figlia si adeguerà alla richiesta dell’uomo.

Questa scelta è inconsciamente dettata da quello che è, come raccontano molti miti, il sogno di ogni uomo ed è, di sicuro, il delirio mai addomesticato di Sisifo: vivere senza limiti, raggiungere l’immortalità, poter decidere, come un dio, della vita e della morte degli uomini

Asopo viene indirizzato verso Giove il quale, accogliendolo con sufficienza, si inalbera quando viene a conoscenza dell’accaduto e decide, visti i problemi che Sisifo sta causando, di farlo uccidere.

Giove interpella il fratello Ade, dio degli inferi, che a sua volta, seppur titubante, si rivolge al suo braccio destro: Thanatos, il dio della morte, al quale comanda di portare Sisifo agli Inferi.

Viene quindi azionata quella che la celebre Hannah Arendt definisce “Catena di Comando”, basata sull’individuo che, succube della società, annulla la propria coscienza morale ed esegue quasi meccanicamente ciò che gli viene comandato.

La vita di Sisifo è ora nelle mani di Thanatos, che ha il compito di ucciderlo, ma che viene tuttavia ingannato e immobilizzato grazie alla furbizia con cui Sisifo circuisce e ubriaca il sicario.

Ma con Thanatos impossibilitato a svolgere il proprio compito, sulla terra non muore più nessuno; chiunque adesso diviene immortale! Giove viene immediatamente avvisato da Marte della gravità della situazione e, dopo una rapida consultazione fra i due, sarà lo stesso Marte a riprendere Sisifo e a portarlo da Giove.

A questo punto Giove, finalmente con Sisifo in suo potere, condanna l’astuto re di Corinto a spingere per l’eternità un masso su una montagna alta e scoscesa, che ricadrà giù ogni volta che arriverà in cima.

Così come avviene nei gironi infernali della “Divina Commedia”, dove le pene che affliggono i dannati dell’Inferno sono assegnate in base alle colpe commesse in vita, anche nel caso di Sisifo, la corrispondenza tra colpe e pene, fra peccato e punizione, pare essere regolata dalla legge del contrappasso: Sisifo, bramoso del potere di chi non muore mai, viene condannato a vivere in eterno una pena senza senso e senza fine.

Ma paradossalmente, quella che sembrava essere la fine della storia, prelude invece a un nuovo e inaspettato inizio: Sisifo, costretto a convivere con questa pena, inizia a dialogare con il masso (che nel nostro lavoro rappresenta la coscienza lasciata a tacere per lungo tempo). La comunicazione tra i due condurrà verso la crescita della coscienza di Sisifo e alla comprensione degli errori commessi.

La presa di coscienza costituisce il passo fondamentale affinché lo sbaglio non si ripeta. Ogni essere umano, infatti, ha la spinta a ripetere situazioni e/o azioni dolorose fino a quando non ne comprende il senso.

Museo di Addis Abeba

Così come avviene tra Sisifo ed il masso, al Gruppo della Trasgressione il detenuto all’interno viene guidato ad interrogarsi sempre e questo conduce all’evoluzione e al conseguente sviluppo della coscienza. Questo processo introspettivo, che a volte somiglia alla “maieutica” di Socrate, porta il soggetto a dar luce a verità interne, del tutto trascurate all’epoca dei reati, e questo renderà gradualmente più leggero il masso, il peso della pena.

Quando si fanno le scelte sbagliate le conseguenze sono inevitabili, questo un detenuto lo sa bene. Frequentare il gruppo comporta un lungo percorso alla scoperta di tematiche molto complesse e importanti, quali: il potere, il delirio di onnipotenza, i limiti umani, la banalità e la complessità del male, l’arroganza e tante altre. I continui reati, governati dall’arroganza, fanno perdere il senso e la misura di ciò che si sta compiendo e allontanano sempre di più dall’altro.

Via via che si pratica il male, si produce un’assuefazione, ci si abitua ed è proprio quando il male diventa abitudine che diviene pericoloso perché non viene riconosciuto come tale. Si assiste quindi al passaggio dalla complessità alla banalità del male.

Approfondendo il mito di Sisifo e conoscendo il personaggio che io stesso ho interpretato diverse volte, ho riscontrato molte affinità caratteriali e comportamentali, che mi hanno portato a riflettere.

Parlando di scelte, spesso non ci rendiamo conto di quanto esse siano importanti, partendo da quelle più piccole, le cosiddette micro-scelte, apparentemente insignificanti ma che conducono verso le macro-scelte, che apportano profondi cambiamenti nelle nostre vite. Possono essere positive o negative e conducono a strade diverse. Esse definiscono in parte chi siamo, ma soprattutto cosa stiamo cercando. Proprio come Sisifo, molti di noi si sono fatti guidare dal proprio delirio di onnipotenza oltre i limiti consentiti, dimenticando la complessità dell’impasto che porta ciascuno a praticare il male, fino ad assuefarsi al suo esercizio quotidiano e ad anestetizzare la propria coscienza.

Passando attraverso l’illegalità, si entra in contatto con realtà difficili, fatte non solo di soldi sporchi e violenza, ma anche di povertà e costrizioni, circoli viziosi in cui si entra con relativa facilità e da cui poi difficilmente si riesce a venir fuori. Ciò comporta l’annullamento della coscienza, proprio come è successo al protagonista del nostro mito e da questo seguono comportamenti messi in atto per il gusto di sentirsi potenti e invincibili.

Tuttavia, prima o poi bisogna necessariamente fare i conti con i propri errori, poiché si arriva inevitabilmente al capolinea e sopraggiungono le conseguenze delle scelte fatte precedentemente.

A questo punto, sono possibili due opzioni:

  • la prima è quella di coloro che, nonostante gli sbagli commessi, continuano a non rendersi conto del male causato e, imperterriti, non appena se ne dà l’occasione, imboccheranno nuovamente le strade della criminalità, senza alcuna presa di coscienza;
  • la seconda riguarda coloro i quali, trovandosi di fronte al grande masso con cui scontare la propria pena e, seppur consapevoli di poter fare ben poco per rimediare agli errori commessi, decidono, come il re di Corinto, di intraprendere un dialogo con la propria coscienza, cercano di ricostruire la  propria storia, di conoscere le motivazioni che avevano indotto alle scelte fatte e di ridare vita ai valori messi a tacere già nei primi anni dell’adolescenza.

Il cambiamento è possibile e le Istituzioni svolgono un ruolo fondamentale insieme a tutti coloro che hanno a che fare con i tribunali e i luoghi di detenzione. Tuttavia è proprio il detenuto a dover compiere dei passi in avanti, che daranno poi il via a tutto il resto.

L’obiettivo del gruppo è l’evoluzione dei detenuti e per questo è necessario che ognuno di noi abbia dei punti di riferimento, “un posto sicuro”, delle certezze e buone relazioni: questo è ciò che con l’Associazione e con la Cooperativa Trasgressione.net si cerca di fare all’interno e fuori dal carcere. Si promuove la cultura, il lavoro, la comunicazione, si torna indietro, nel passato, al male per raggiungere le emozioni dell’epoca perché si ha bisogno di “sentire”, di immergersi nelle proprie emozioni e riviverle per potersi guardare dentro con persone che ti accompagnano nella tua evoluzione.

Marcello Portaro, Katia Mazzotta e Angelo Aparo

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Il cineforum su “La banalità e la complessità del male”

Sliding doors

Anche se non mi è stato possibile partecipare le ultime due volte, ho visto i film delle ultime settimane. Immagino che la discussione sul film di Cucchi sia stata interessante. A me aveva colpito la totale mancanza di fiducia di Stefano nelle autorità, anche in quelle che hanno provato autenticamente a tendergli una mano.

Abbiamo anche visto La terra dell’abbastanza, il film per l’incontro del 6 luglio. Mi sono persa alcune frasi che, a causa della parlata dialettale, non sono riuscita a decifrare. Ad esempio quando banchettano tutti insieme e il boss sceglie i due ragazzi perché loro “non hanno consapevolezza”, poi conclude con una frase che mi è sfuggita.

Alcuni dei film che stiamo vedendo, sia questo che L’Odio, mi lasciano un senso di angoscia; dentro, mi sembra manchi il pezzo dell’alternativa. Se potessimo pensare ad una sorta di “sliding doors”, dove la potremmo collocare nel film? Quando il padre dà il consiglio sbagliato? O prima ancora? Forse lì era già troppo tardi? Quando nasce la “consapevolezza” e di cosa si nutre?

Mirko, il protagonista, mi ha ricordato tante persone che conosco. Un ragazzo, Leonardo, ha fatto l’alberghiero come Mirko e viene da una situazione familiare difficile. Guardando il film, mi sono chiesta cosa avrebbe fatto Leo al posto di Mirko: sarebbe tornato indietro con la macchina dopo avere investito un uomo? Avrebbe poi accettato di seguire il suo amico nel clan?

Chissà quanti ragazzi in qualche momento della loro vita si sono trovati di fronte a un bivio simile a quello in cui si è imbattuto Mirko! Ma alla fine qualcuno va di qua, altri di là. Perché? In fondo, anche Leonardo ha vissuto quotidianamente la notte dei locali e delle discoteche, dell’alcol che scorre a fiumi e delle droghe.

Beh, non lo so perché, ma sta di fatto che Mirko e Leonardo hanno preso strade diverse. Questo per dire che un’alternativa possibile quasi sempre c’è. Penso che a volte abbiamo bisogno di storie che parlino delle alternative, di dove trovarle e come coltivarle.

Tiziana Pozzetti

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Per quanto voi vi crediate assolti…

“Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti “
Fabrizio de André

Mi aggancio alla citazione finale di De André nello scritto di Manuela per proporre una riflessione ulteriore sul film “L’insulto” di Ziad Doueiri.

Riparto dalle parole finali del giudice del film che prima di emettere la sentenza assolutoria dice:”Qui ci sono due persone che sostengono di essere vittime e ci chiedono di decidere chi ha più torto”.

In questa premessa ci sono a mio avviso due concetti utili per nutrire la riflessione sulla banalità e complessità del male.

Concetto numero uno: “ La dialettica dei pugni”. Ovvero stabilire chi ha più torto ha senso solo se si suppone che esista una sola ragione.

Nel film vengono presentate ragioni opposte, entrambe valide, che determinano un conflitto insanabile finché le posizioni restano orientate l’una contro l’altra.

Nel caso del film le posizioni conflittuali vengono sintetizzate dai due avvocati difensori e sono le seguenti:

  1. Anche se Yasser fosse l’uomo più oppresso de mondo, nessuno gli dà il diritto di farsi giustizia da solo.
  2. Yasser Salem reagisce a parole che hanno offeso la sua identità e quella del suo popolo. Quando si oltrepassa il limite, ci si deve aspettare una reazione. È normale, inevitabile, umano.

Gli avvocati argomentano dialetticamente a favore dell’una e dell’altra tesi: ciascuno segue una traiettoria riconoscibile, sensata, condivisibile a seconda dell’orientamento personale di chi ascolta. Tuttavia ciascuna posizione corre parallela all’altra: è impossibile che si incontrino e si accordino.

La prima affermazione sta alla base dello Stato di diritto.

La seconda ha a che fare con il conflitto tragico da Antigone in poi: ovvero la legge naturale che esiste ed ha valore anche quando entra in conflitto con la legge stabilita.

Mi vengono in mente le parole di papa Francesco che fecero grande scalpore nel mondo cattolico all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo in Francia: “Abbiamo l’obbligo di parlare apertamente. Avere questa libertà, ma senza offendere. È vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno”.

Nel film è proprio un pugno ad aprire il conflitto e poi è un altro pugno a fargli cambiare rotta.

Il conflitto che per buona parte del film sembra essere insanabile comincia a cambiare direzione quando, dopo una buona dose di dolore e fatica, ciascuna delle parti in causa, Toni e Yasser, riconosce nella propria storia la presenza dei torti subiti dall’altro: solo quando ciò avviene diventa possibile chiedere scusa.

Yasser non era disposto a chiedere scusa a un arrogante che credeva di avere il diritto di insultare lui e il suo popolo: inizia a cambiare idea quando scopre che Toni gli assomiglia. Da parte sua Toni inizia a mostrare che la sua ferita ha qualcosa in comune con quella di Yasser quando decide di aiutarlo a far ripartire la macchina.

Ma non basta questo, Yasser non vuole essere perdonato o compatito.
Prima di chiedere scusa Yasser ha bisogno di sentire la reciprocità: ha bisogno di sapere che Toni è consapevole di non essere né meglio né peggio di lui ma pari, almeno nella sofferenza. Per questa ragione va per la seconda volta alla sua officina, lo provoca e si fa sferrare un pugno. Solo in quel momento, in cui è innegabile il torto di entrambi Yasser chiede scusa.

Personalmente questa scena del film mi ha colpita molto: i due protagonisti si riconoscono nelle spinte problematiche che li hanno reciprocamente portati a sferrare il pugno l’uno contro l’altro è non nelle loro legittime ragioni.

Per quanto prima si sentissero assolti ciascuno dalla propria ragione è a suon di pugni che scoprono di essere coinvolti in un torto comune che provoca dolore.

Concetto numero due: sentirsi vittime

Frequentando il Gruppo della Trasgressione credo di avere imparato che nella mente di chi commette un reato c’è quasi sempre, in qualche forma più o meno chiara, consapevole e sensata, la sensazione di essere vittima di qualcosa o qualcuno.

Questa sensazione di mancanza e/o di sopruso subito e non riconosciuto è una “fame” che autorizza la sedicente vittima a trasformarsi in carnefice che fa altre vittime, le vittime dei reati appunto.

Ma, a reato avvenuto questa “fame” del carnefice/vittima viene disconosciuta da tutti: dal giudice che non è chiamato a giudicarla, dalla vittima che fa i conti solo con il proprio dolore e dal reo stesso che spesso ha bisogno di convincersi di aver agito come ha reagito perché voleva farlo e non perché spinto da una “fame” sulla quale non ha nessun controllo.

Finché il reo non trova le condizioni per fare spazio all’ascolto della propria “fame”, riconoscerla e darle in pasto vissuti differenti, difficilmente riconoscerà la sua e le altre vittime e si muoverà nella direzione del reinserimento nella società.

Mentre il giudice in tribunale può, anzi deve, sulla base della legge decidere chi ha più torto tra le vittime più o meno manifeste, il Gruppo della Trasgressione cerca, in accordo con il dettato costituzionale, di promuovere il riconoscimento di tutte le ferite per permettere di ricucire “lo strappo” avvenuto nel tessuto sociale.

In questo senso, come diceva giustamente Manuela “per quanto noi ci sentiamo assolti siamo per sempre coinvolti”.

Infine, come sintesi dei due concetti di cui sopra, mi viene in mente l’intervento di Paolo in risposta alla domanda di Roberto che si chiedeva come facessero le persone che gli dimostrano stima e simpatia a fare i conti con il terribile passato che lui oggi disapprova ma comunque non rinnega.

Paolo gli ha risposto raccontando di quella volta in cui è arrivato sul punto di uccidere un uomo. Poi ha detto che, per certi versi, il dolore per la consapevolezza che avrebbe potuto uccidere è più pesante del dolore che ha subito per la morte violenta della sorella Emanuela.

È come se Paolo avesse voluto dire a Roberto che oggi loro due possono avere a che fare l’uno con l’altro in modo autentico, non perché Paolo sia disposto a sorvolare sul passato di Roberto o faccia uno sforzo magnanimo nei suoi confronti. Tutt’altro, Paolo può accettare di fare strada con Roberto perché non lascia che il dolore per la perdita di Emanuela gli impedisca di riconoscere le parti più problematiche del proprio sentire. Sono queste infatti che gli permettono di riconoscere Roberto, tutto Roberto, comprese la sua storia passata e la fatica della sua evoluzione.

Sofia Lorefice

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Riconoscersi

Cari tutti, permettetemi di aggiungere qualche riflessione a quelle che sono emerse in questi giorni sulla scia del film L’insulto.

Per la prima volta da quando è stato avviato il cineforum c’è stato una ripresa dei temi sollevati dal film, che ha stimolato diversi contributi, che non avevano trovato spazio in precedenza.

Penso innanzitutto che il gruppo sia importante come crogiuolo in cui vanno a fondersi i diversi punti di vista, ma che al tempo stesso il ruolo principale sia quello di accogliere tutti coloro che su quel palcoscenico mettono in gioco i loro vissuti, con i loro contributi personali, oltre a partecipare all’analisi teorica del film e della trama. Questo è ciò che penso di capire dal richiamo di Juri alla partecipazione di ognuno di noi.

Quanto al film: il ruolo svolto dalle istanze sociali ha dimostrato i suoi limiti, non riuscendo a far progredire, a smuovere oltre la situazione congelata, il cui sblocco può avvenire solo a partire da un cambiamento interiore, dalla rinuncia allo stereotipo, dalla rottura delle convenzioni, degli automatismi, della riproposizione coatta di schemi comportamentali.

Solo nel momento in cui avviene la rinuncia alla reazione attesa, umanamente comprensibile, ma paralizzante e sterile benché immediatamente allettante e gratificante, solo allora si crea il presupposto per un cambiamento fruttuoso, generatore di crescita.

Uscire dagli schemi è tutt’altro che facile perché essi sono molto seduttivi. Costano poca fatica, sono “naturali”, condivisi, riconosciuti, attesi, “umani”. Per giungere al punto di rottura, alla rinuncia, allo “scongelamento” occorre coraggio e la voglia di provare strade nuove, impervie, dove il senso di colpa del “tradimento” della tua carne ti attende dietro ogni curva.

Credo che la scintilla fondamentale stia nel non riuscire più a vivere schiacciati dalle convenzioni, nella solitudine di un dolore che comunque non si placa. Nella coscienza che la formalità retorica non aggiunge nulla alla tua solitudine, non scalda né scioglie il gelo interiore. Da qui nasce il coraggio di percorrere strade nuove. Da un bisogno impellente di provare a cambiare, dalla consapevolezza di non poter reggere oltre il ruolo, dalla necessità di stare meglio, dalla voglia di sfidare la sorte, poiché non hai più null’altro da perdere. E spesso d’istinto.

Riconoscere l’altro al di là degli schemi, riconoscere l’uomo che è in ognuno di noi, tendere una mano a quel coagulo indistinto che intravedi, offrire una possibilità a te stesso prima ancora che all’altro, per uscire dal tuo dolore, per allontanarti dal buio che ti circonda, per cacciare i tuoi fantasmi: è un brivido, qualcosa che rischia di precipitarti di nuovo nella disperazione, ma è l’unica possibilità che ti rimane per crescere, per allontanarti dall’abisso, per salire a rivedere le stelle.

Riconoscere il ruolo, la funzione, la semplice esistenza dell’altro è l’innesco. Scintille capaci di incendiare praterie sconfinate. Faticosamente, passo dopo passo, ti rendi conto che un altro modo di essere e di vivere è possibile, comprendi che altri si muovono specularmente, che può cominciare un dialogo innanzitutto con te stesso, poi col tuo doppio, che il tuo dolore è simile al suo, in quanto frutto di una presa di coscienza, e che la rilettura critica del passato può essere altrettanto dolorosa, figlia di un’ascesa faticosa dal fondo di un baratro e della difficile ricucitura di brandelli di coscienza…

che rispecchiano anni di solitudine, di disperazione e di dolore spesso autoreferenziale, ma che possono aiutare ad innalzarsi fino ad abbracciare l’orizzonte più ampio della comunità violentata e delle vittime.

Paolo Setti Carraro

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La nostra palestra

E’ un divertente paradosso che l’uomo, mentre insegue l’infinito, diventa se stesso nella realtà finita.

A me non è chiaro se punta all’infinito allo scopo di dialogare meglio con la realtà o se, nell’incapacità di rassegnarsi all’irritante esclusione dall’infinito, cerchi di costruire con la realtà una scala che gli permetta di accedervi.

Al momento ho capito solo che, molto facilmente, quando ci si dimentica di una delle due spinte (inseguire l’Infinito e dialogare con la Realtà) cominciano i guai! A smarrire la strada, siamo in tanti; e qualche volta questa dimenticanza porta in carcere.

Visto che a San Vittore ci lavoravo già, 22 anni fa mi è venuto in mente di aprire una palestra, tuttora in continua evoluzione. La disciplina che vi si pratica consiste nell’Addomesticare l’Arroganza. Le sedute di allenamento sono effettuate quasi sempre in squadra, i cui componenti sono persone che hanno commesso reati, persone che li hanno subiti, studenti universitari in tirocinio, comuni cittadini e, da qualche tempo, figure istituzionali che si interrogano, insieme con detenuti e vittime, su come si giunge al reato e sugli strumenti per emanciparsene.

In questa palestra, gli attrezzi che vanno per la maggiore sono il confronto, la scrittura, l’invenzione creativa. Uno dei nostri risultati è la rappresentazione teatrale del Mito di Sisifo, un gioco sul palcoscenico, mai uguale alla volta precedente, dove gli attori cercano, ogni volta con parole scelte al momento, le origini, i percorsi e gli esiti dell’arroganza.

Nella stessa direzione vanno la recente iniziativa del cineforum su La banalità e la complessità del male e i nostri giochi musicali, dove alcuni amici musicisti e i componenti del Gruppo della Trasgressione uniscono aspirazioni, riflessioni e competenze nei concerti della Trsg.band.

Obiettivo principale delle iniziative che portiamo avanti con la nostra cooperativa, con l’associazione Trasgressione.net e, in particolare, con la Squadra Anti-Degrado è far sì che chi aveva fatto in passato cattivo uso della propria libertà e contribuito al degrado sociale raggiunga, grazie al costante allenamento e alla varietà delle iniziative,  una consapevolezza di sé e motivazioni tali da poter collaborare efficacemente con comuni cittadini e con le istituzioni nella lotta al degrado, alle dipendenze e al bullismo.

Angelo Aparo

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Note sulle musiche e i testi:

  • File audio n.1: Canzone “San Vittore”, testo di Paolo Donati, musica di Paolo Donati e Alessandro Radici, arrangiamento della Trsg.band, canta Angelo Aparo
  • File audio n.2: Canzone “Malaika” Canzone tradizionale keniota, arrangiamento della Trsg.band, canta Angelo Aparo; all’interno della canzone il testo di “Sogni miei”, di Ernesto Bernardi e del Gruppo della Trasgressione, è letto da Cisky MCK
  • File audio n 3: Canzone “A Cimma”, musica di Mauro Pagani e Fabrizio De André, testo di Angelo Aparo, arrangiamento della Trsg.band, canta Angelo Aparo; il testo introduttivo, “Non era questo il primo sogno” è del Gruppo della Trasgressione, legge Cisky MCK
  • La Trsg.band: Angelo Aparo, Alessandro Radici, Ippolito Donati, Michele Montanaro, Paolo Donati, Silvia Casanova,

Nessuno può crescere da solo

Nessuno può crescere da solo
Manuela Re

Mi aggancio al finale del testo di Tiziana, “Nessuno può crescere da solo”, per tessere le lodi del Gruppo della Trasgressione dove ognuno è guidato ad esercitare la propria FUNZIONE -se ne parlava ieri a proposito di Toni che aggiusta l’auto a Yasser nel film (e, tra parentesi, la mia auto di terza mano è stata più volta riparata da Adriano Sannino senza il quale sarei rimasta N volte in mezzo alla strada e invece ora va come una lippa!)- e anche a diventare una guida per gli altri impegnati a combattere i fantasmi del passato. Penso per esempio al progetto Peer Support con i detenuti del Gruppo che entrano nel carcere di San Vittore per stimolare la riflessione e la crescita degli attuali reclusi, ma penso anche a chi è diventata psicologa come te Tiziana e anche Marta e al vs lavoro quotidiano con bambini/adolescenti l’una e adulti l’altra, incarnando in modo mirabile lo spirito del Gruppo.

Come accennavo ieri, credo che quando il conflitto tra le parti è molto aspro e si porta dietro un dolore atavico -come ne “L’insulto”- sia ancora più difficile uscirne da soli. La riconciliazione è possibile ci dice il film, ma occorre fare un percorso difficile di elaborazione e “scambio simbolico” come hai scritto tu Tiziana. Aggiungo che occorre anche che la società -alias tutti noi- svolga una funzione mediatrice e non si limiti a sperare che le parti avverse trovino da sé la strada per tornare a riconoscersi. Nel film le donne provano a svolgere questa funzione, con scarsi risultati d’accordo, ma fanno la loro parte. Anche il datore di lavoro di Yasser ci prova a modo suo, un po’ per motivi economici e un po’ per spinta compassionevole, ma è difficile con chi “a un certo punto inizia a vedere nemici dappertutto, anche in chi stava solo cercando di aggiustarti un tubo… (peraltro tubo abusivo!) …allora forse quel nemico non è lì sotto al tuo balcone, ma è dentro di te, indissolubilmente legato a ciò che sei diventato….” .

Interviene la legge, anche in questo caso con le proprie imperfezioni (è comunque fatta da uomini), ma mi sembra anche con il merito di aver sostituito la parola all’azione/al farsi giustizia da sé, il pensiero al tumulto di vissuti ed emozioni “non bonificate” (cit. Roberto).  E, in qualche modo, contribuisce a interrompere quel “paradosso della coazione a ripetere”.

Cosa voglio dire? Che non credo che i due protagonisti del film sarebbero arrivati ad una riconciliazione senza l’interesse della società civile -cui fanno parte- e la funzione mediatrice che ha svolto.

Ecco, il Gruppo della Trasgressione svolge egregiamente questa funzione, crede nella Legge e, contemporaneamente, ci ricorda con De André che “… Per quanto voi vi crediate assolti  Siete per sempre coinvolti …”

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L’insulto – male e realtà

L’INSULTO – male e realtà
Tiziana Pozzetti

Siamo a Beirut e due uomini, Toni, Libanese, e Yasser, rifugiato Palestinese, entrano in conflitto per un incidente apparentemente banale: un tubo che si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il diverbio potrebbe risolversi velocemente, ma ad un certo punto arriva l’insulto. Yasser guarda Toni e, puntandogli il dito contro, con disprezzo dice: “Sei un cane”.

Ora, la mia domanda è: siamo sicuri che Yasser stia veramente insultando Toni? E quando Toni denuncia, sta denunciando Yasser?

Con lo scorrere del film diventa sempre più evidente la cecità dei personaggi: Toni e Yasser non vedono l’altro per ciò che egli è veramente, ma per ciò che l’altro rappresenta per loro. La realtà di oggi viene interpretata, quindi, non per quello che è, ma sulla base del male subito nel passato: un insulto ancora vivo, che ha il potere di cambiare il modo in cui i due uomini vedono le cose, di far scivolare progressivamente le loro azioni verso un’orizzonte sempre più ristretto.

Se all’inizio del film si tratta di un banale incidente, che tutto sommato lascia loro la libertà di scegliere quale direzione prendere, alla fine diventa una questione di stato talmente grande che sfugge dalle mani dei protagonisti, i quali non possono nemmeno più scegliere di tirarsi indietro.

A quel punto, infatti, ogni scelta è gravida di conseguenze: porti avanti il processo? Distruggerai una famiglia. Rinunci? Sarai uno sporco traditore della patria.

Ma mentre le piccole scelte che i personaggi compiono ogni giorno li portano piano piano, e quasi senza rendersene conto, attraverso un imbuto sempre più stretto che si incunea progressivamente nell’oscurità del loro rancore, Toni improvvisamente sceglie di fermarsi. Scende dalla propria macchina e aiuta Yasser a rimettere in funzione la sua. Una piccola scelta, apparentemente banale, ma che in qualche modo orienterà il futuro di entrambi.

Il film sembra dirci qualcosa: al timone delle piccole scelte di ogni giorno, ci siamo noi. Dunque possiamo scegliere se usare le nostre competenze da meccanico per manomettere la macchina dell’avversario, oppure per aiutarlo a restare in gioco. Toni sceglie, e si percepisce che in quel momento del film accade qualcosa di diverso, di importante. Quel gesto all’improvviso squarcia l’oscurità che progressivamente stava avvolgendo i personaggi e riporta la luce, permettendo a Toni, forse per la prima volta, di vedere Yasser per ciò che realmente è: un uomo, non un nemico.

Perché è questa la verità: per tutta la parte iniziale del film Toni guardando Yasser vede il persecutore della sua famiglia. E quando Yasser di notte va fuori dalla sua officina e lo provoca fino a farsi dare un pugno, gli sta facendo un importante regalo: la possibilità di chiudere i conti con il passato.

Infatti, a chi ha dato quel pugno Toni? A Yasser veramente? O al nemico che tanti anni prima ha perseguitato la sua famiglia? O ancora a quella parte di sé che oggi rappresenta quel nemico? Perché se ad un certo punto inizi a vedere nemici dappertutto, anche in chi stava solo cercando di aggiustarti un tubo, allora forse quel nemico non è lì sotto al tuo balcone, ma è dentro di te, indissolubilmente legato a ciò che sei diventato, tanto da determinare le tue scelte e azioni.

Se questo è vero, Toni sferrando un pugno a Yasser non colpisce solo un uomo o un palestinese, ma sferra finalmente un pugno al passato che lo perseguita. Un passato che lo ha maltrattato, umiliato, privato dei suoi affetti, cacciandolo dalla propria casa come un “cane”. È quel passato che lo ha insultato, e non gli ha mai chiesto scusa.

Yasser però, dopo aver incassato il pugno, non risponde nello stesso modo in cui il passato di Toni ha sempre risposto. Risponde in un modo nuovo: gli chiede scusa. Chi guarda il film, in questo frangente ha la netta percezione che un conto in sospeso sia stato finalmente regolato. Tra i due personaggi certo ma, ancora più importante, tra ciascun uomo e il proprio passato.

Questo è il paradosso della coazione a ripetere: facciamo di tutto per rivivere esattamente quel passato che ci ha umiliato, eppur tuttavia speriamo che la storia abbia un epilogo differente questa volta. In pratica torniamo al male nella speranza di poterne estrarre il bene. Raramente però le persone a cui abbiamo dato un pugno hanno voglia di invitarci a cena, o di chiederci scusa.

Eppure Yasser nel film lo fa: viene insultato e denunciato ma torna per restituirgli la possibilità di ricevere finalmente quelle scuse che Toni da tanto, e ormai irragionevolmente, pretendeva di diritto. Perché Yasser si comporta così? È tutto merito delle micro-scelte!

Torniamo un attimo alla scena precedente, alla macchina in panne ferma nel parcheggio, con Yasser fermo lì impotente e chino sopra il cofano, non sapendo dove mettere le mani. L’impotenza è qualcosa che da sempre fa parte della sua vita. Scappato dalla propria casa, rifugiato in un paese dove viene declassato ad un ruolo lavorativo inferiore a quello per cui si era formato e che gli spetta, impossibilitato a trovare un lavoro ufficiale e costretto a dipendere dai favori altrui. Lui la frustrazione e l’impotenza le conosce bene, perché per tutta la vita si è sentito dire “ti lascio a casa perché è troppo rischioso assumerti”.

Quindi, all’inizio del film, quando Yasser dà del “cane” a Toni, cosa vede veramente in lui? Un uomo o un nemico che continua a distruggere i tubi che lui costruisce con sudore e fatica? In verità Toni rappresenta per lui un paese che non riconosce il suo valore e la sua identità. Quindi, quando Toni torna indietro per aiutarlo a far ripartire la sua macchina, sembra che stia facendo un piccolo gesto apparentemente banale, ma ha l’effetto potente di far sentir Yasser visto, riconosciuto, accolto da quel paese da cui aspirava da sempre di essere accettato.

Così, alla fine, scopriamo che i personaggi non stavano combattendo l’uno contro l’altro, ma ciascuno lottava contro i proprie demoni e, dietro ai gesti e alle parole, in un luogo più intimo e profondo, stava avvenendo qualcosa di importante per entrambi: uno scambio simbolico, che ha consentito a ciascuno di chiudere i conti con la propria storia e ricominciare a vedere l’altro per ciò che è realmente e non più come il “nemico” del passato, il cui insulto ci ha procurato una ferita talmente traboccante di rancore da avere il potere di tenere in ostaggio il nostro presente e di tenere in un’incubatrice, in sospeso tra la vita e la morte, il nostro futuro.

Ora, cosa c’entra il film con me, te e tutti noi?
Lo “scambio simbolico” ci riguarda tutti perché nessuno può crescere da solo. Per crescere abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi in modo accogliente e progressivo verso le nostre mete.

Facciamo alcuni esempi. Prendiamo un uomo che ha commesso un reato e mettiamolo in una cella. Potrà crescere? Potrà evolvere stando lì alla sola presenza dei muri, delle sbarre e dei propri fantasmi? Facciamo un altro esempio. Prendiamo un bambino e mettiamolo in una stanza piena di giochi, potrà crescere se lasciato da solo? Per quanto quei giochi siano stati creati per potenziare le sue capacità, non serviranno a niente al nostro bambino se nessun adulto si siederà accanto a lui per fargli vedere come si usano quegli strumenti.

Tutti, a tutte le età, siamo quell’adulto e quel bambino.
Abbiamo il compito di riconoscere le spinte problematiche che si agitano dentro di noi e con cui abbiamo bisogno di imparare a comunicare, per diventare a nostra volta adulti e una guida per gli altri. Un po’ come fanno i detenuti quando portano l’elaborazione dei loro vissuti e delle loro esperienze nelle scuole, nell’ottica della prevenzione al bullismo.
Ma non dobbiamo neanche dimenticarci che tutti noi abbiamo dentro un’identità che ha costantemente bisogno di crescere, di nutrirsi, di arricchirsi, di affinare le proprie capacità, di trovare risposta alle nuove sfide, di accettare i nuovi ruoli che ci chiedono ogni giorno di essere diversi, senza però perdere la nostra essenza, di combattere contro i fantasmi del passato che a volte ci mettono i bastoni tra le ruote. Nessuno può fare tutto questo da solo. Nessuno può crescere da solo.

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PS: Ringrazio davvero per tutti gli spunti e i contributi di ieri. Adriano in particolare per il riassunto iniziale e Roberto perché, non solo non si tira mai indietro quando viene provocato, ma ha fatto davvero un discorso profondo senza perdere di vista i temi centrali che stiamo trattando.  Comunque Roberto, tutto il discorso sul doppio lavoro che stai facendo, devi scriverlo!! non può andare perduto…