Rinascita

Io e i miei compagni abbiamo partecipato a due incontri con il Gruppo della Trasgressione coordinato dallo psicologo Angelo Aparo, che si occupa del recupero dei detenuti del carcere di Opera.

Durante questi incontri, avvenuti via web, abbiamo discusso delle trame e delle tematiche dei film “Strane storie” e “I Cento passi” (visti in precedenza). Il primo film è stato scritto e diretto da Alessandro Baldoni e vuole raccontare, attraverso una serie di storie e in modo ironico, la vita moderna, fatta di contraddizioni e mostruosità; il secondo film si svolge in un paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare. Cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino è un bambino molto curioso che non accetta il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire. Nel 1068 egli si ribella come tanti altri giovani al padre.

Trovo che questa esperienza ci ha aperto la mente su realtà a noi lontane, come la vita in carcere o sui motivi per cui queste persone hanno compiuto queste azioni.

Sentendo parlare persone che hanno vissuto in prima persona questa esperienza, non certo facile, ho capito che è giusto che a ognuno di noi venga data una seconda possibilità per rimediare agli errori commessi, che io vedo come una sorta di rinascita.

Eleonora Penna

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Spaesamento

Ho creato un ‘collage digitale’ raggruppando ciò che mi ha colpito e fatto riflettere sul percorso intrapreso.

Il tema centrale affrontato nelle ore di educazione civica è la banalità (e complessità) del male: ho deciso di intervenire sulla copertina del libro di Hannah Arendt (per l’appunto, ‘La banalità del male’).

A questo concetto ho unito un’opera di Banksy, simboleggiante la solitudine, che secondo me si collega all’idea di ‘male’ in maniera implicita ma assolutamente centrata, come è emerso dalle riflessioni durante gli incontri.

Il cemento, le texture ed i colori sono richiami al percorso, mie citazioni dei film analizzati: il cemento per la città; i colori per la passione, il dolore e le emozioni; la carta strappata per la mancanza generalizzata di un pensiero condiviso, di una riflessione comune e approfondita sul concetto di male.

Il fatto di aver inserito l’immagine in un francobollo riporta all’idea dell’emigrazione e dello spaesamento che porta alla crisi della propria identità (altro tema affrontato in “Rocco e i suoi fratelli”)

La scritta ‘banalità’ rappresenta ciò che si potrebbe pensare guardando l’opera finita, è l’espressione del concetto di male, affrontata nella nostra attività.

Ma è davvero banale come sembra, il male, o c’è una complessità dietro ad un gesto sbagliato?

Francesca Casarini

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Ingoia il mio vuoto

Durante il terzo anno, molto prima che iniziasse la pandemia, siamo andati ad incontrare i detenuti direttamente a Opera. Ci siamo disposti tutti in cerchio, gomito a gomito, una cosa che ora non si può più fare.

Mi ricordo che è stato strano pensare di essere a contatto così ravvicinato con persone così diverse,, con un passato carico di azioni colpevoli.

Non ricordo di cosa abbiamo parlato sinceramente, ma ricordo benissimo la sensazione che ho provato durante la testimonianza di uno di loro. Mi ha scossa per la crudezza del racconto, la calma e la consapevolezza delle azioni e delle conseguenze che raccontava. Ho sentito l’intensità di quelle parole fino alle ossa e mi sono messa a piangere in silenzio, mi sono immedesimata a fondo nelle emozioni che mi ha trasmesso la storia di quell’uomo e ho scritto ascoltando il suo racconto, come se parlassi per lui, queste esatte parole sul mio telefono:

 

Ti urlo contro,
ti svuoto,
ti privo del tuo sangue e della tua pelle.

Avverto solo un forte vuoto,
lo sento scivolare in fondo alla gola e
stringere da dentro il mio stomaco.

Così, a mani nude, disperato e arrabbiato
lo tiro fuori e te lo faccio ingoiare.

E non sono insensibile.
Sento cosa provi.

Ma la tua paura aumenta la mia rabbia.
Non chiedermi di smettere perché!
Non mi fa smettere.

In preda a una fame nervosa
lascio scivolare dentro di me granellini di soddisfazione.
Sono piccoli ma pesanti,
mi provocano la sensazione di pienezza
di cui sento il disperato bisogno,
anche se so che tra poco mi abbandonerà.

Non mi accorgo di nulla.
non vedo
non sento
non percepisco questa pazza ricerca interna
che sbatte che sbraita.

Non sento perché non voglio sentire
la ricerca dell’amore e dell’affetto
che mi mancano da una vita,.

L’ho scavata io ho questa voragine?
Mi sono costruito io la mia cella?
Granello dopo granello,
per ingabbiarmi  solo
nel mio stesso vuoto.

È un grande Circuito spento, tutto nero.
Sono schiavo del mio stesso bisogno, della mia stessa fame.

Una bestia arrabbiata,
con il vuoto nella testa e nella pancia.
Distrutto attacco la mia preda
per placare la fame
che mai
mai potrà soddisfarsi.

Rebecca Sucameli

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Una giornata particolare

I film che abbiamo analizzato nel cineforum con il gruppo della trasagressione sono: Rocco e i suoi fratelli, Ladri di biciclette, Strane storie, I cento passi, Una giornata particolare.

Ho deciso di concentrarmi sull’ultimo, perché è quello che durante la visione mi ha stupito più volte, mi ha coinvolto e mi ha fatto immedesimare di più.

Con la mia opera scelgo di rappresentare la scoperta dello spettatore durante la visione del film, ma anche la riscoperta interiore dei protagonisti in quella che diventerà una giornata particolare. Sono inserite alcune citazioni e immagini dal film e alcune frasi da me trascritte durante l’incontro del cineforum con il Gruppo della Trasgressione.

I fogli da lucido rappresentano i passaggi e le evoluzioni del nostro pensiero attraverso l’analisi del film. Le due immagini sono posizionate in modo da coprire gli occhi di Antonietta, dapprima succube di un’ideologia di discriminazione, ma girando le pagine e avanzando con la lettura delle riflessioni che nascono si rivela il volto della protagonista che prende consapevolezza di se stessa.

Un’evoluzione ulteriore è rappresentata dai disegni semplificati e man mano acquistano forma. In conclusione la forma del mio elaborato vuole ricordare un libro, ad evidenziare l’elemento di cultura e di conoscenza mortificato nel contesto storico fascista e che è uno dei motivi che unisce i nostri due protagonisti.

Giulia Napodano

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Il danno e la parola

Il danno precede un affanno
Il panno squarciato:
spaccato sull’anima e sulla ragione
il cui sonno genera mostri.
Mostri difficili da placare se non
Con il danno, panno squarciato.
Cura la parola più pura
Che nel tempo dura
nonostante il danno
che perdura.

 

Questa poesia l’ho composta durante il primo lockdown pensando al gruppo della trasgressione e alla giustizia riparativa, ma penso che possa essere tanto più attuale in questa seconda reclusione vissuta in cui ho perso, in soli 13 giorni, uno zio a cui ero particolarmente legato e i miei due nonni.

Ho deciso di raccontare con questo testo le cose che  ho capito e che ho recepito dai vari incontri di cineforum con il gruppo della trasgressione. Forse c’entra poco con la banalità e la complessità del male. Ma forse no, questa domanda la faccio perché la giustizia dovrebbe creare pace tra gli esseri umani e non rispondere all’odio e alla violenza semplicemente punendo il criminale, il quale va reintrodotto e rieducato alla pace e alla giustizia, in tutte le loro declinazioni.

Nella mia poesia c’è una citazioni ad una incisione del preromanticismo di Goya:”il sonno della ragione genera mostri”.

Davide Mastrolia

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Nodi da sbrogliare

L’esperienza con il gruppo della Trasgressione si è svolta a partire dalla terza superiore. Gli incontri con i detenuti sono stati emozionanti.

Mi ricordo in particolare un momento, in uno dei primi incontri in terza, nel quale uno dei detenuti che era venuto in visita a scuola, aveva recitato una sua poesia. Non ricordo di cosa parlasse, ma ricordo che avevo vividamente percepito l’umanità di chi mi trovavo di fronte. I detenuti sono in diversi casi disumanizzati e ridotti soltanto al crimine che hanno commesso.

L’elaborato grafico che ho realizzato prende ispirazione da una frase di Stephen King, che recita “monsters are real, ghosts are real too. They live inside us and sometimes they win

Penso che questa frase possa racchiudere efficacemente il concetto di banalità e complessità del male, in quanto i “mostri” che tutti noi ci portiamo dentro possono essere frutto di un milione di cose, anche se spesso sono ridotti semplicemente a poche frasi, o addirittura soffocati, fingendo che non ci siano.

La giustizia riparativa a mio parere serve proprio a questo: non soffocare semplicemente i mostri perché non tornino ad uscire violentemente, ma piuttosto capirli nella loro essenza, sbrogliando i fili che li annodano alle persone.

Amanda Manfredini

I contributi del Liceo Brera al cineforum

La forza della comunicazione

Ho trovato molto potente la scelta dei film per il laboratorio con il gruppo della trasgressione e ho composto questa immagine perché scopro sempre di più, anche attraverso questa nostra attività, che la comunicazione è alla base di tutto.

Strane storie di Sandro Baldoni ha reso perfettamente, con la sua ironica esagerazione, i concetti di mercificazione, indifferenza e ‘’assurdo’’ che, nonostante il lungometraggio sia stato girato più di vent’anni fa, continuano ad essere terribilmente attuali; abbiamo, inoltre, avuto la possibilità di discuterne direttamente col regista, rendendo la conversazione davvero stimolante.

Durante l’incontro sui Cento passi, invece, si è sviluppata una discussione su come il male riesca facilmente ad entrare nella vita di tutti, diventando quotidianità; è in parte questo, infatti, il concetto del film di Marco Tullio Giordana; anche quel giorno abbiamo avuto il piacere di ascoltare le parole di una persona fortemente impegnata sulla questione trattata: Monica Forte, presidente della Commissione antimafia della Lombardia.

Con il terzo film, di Ettore Scola, quello che ho personalmente preferito, si è parlato maggiormente della violenza nei confronti della donna e di chiunque non fosse un ‘’vero uomo’’ (padre, marito e soldato, come scriveva Antonietta nel suo album) ai tempi del fascismo.

In parte grazie all’invito della Prof.ssa Stanganello e del Dottor Aparo, in parte perché è un argomento che ho particolarmente a cuore, è stato l’unico incontro in cui ho trovato il coraggio di intervenire e di esprimere la mia opinione; ho tenuto a far notare quanto fosse disturbante e insistente l’abuso psicologico subito dalla protagonista, nonché da tutte le donne del tempo, tale da non permetterle nemmeno di rendersene conto; di come, inoltre, Gabriele non venisse riconosciuto uomo, per via del suo orientamento sessuale, ma venisse estraniato dalla società perché, a differenza delle ‘’macchine’’ che un tempo venivano considerate persone, sentiva il bisogno di essere se stesso, di esternare le proprie emozioni; ma è questo che, a parer mio e di molti, rende realmente un uomo tale, umano.

Un’altra piccola considerazione che mi preme fare riguarda proprio l’orientamento sessuale, forse per dare uno spunto di riflessione a chiunque sia contrario a ciò che non è eterosessualità: con tutto il male di cui si discute durante gli incontri e che fa purtroppo parte della nostra storia, perché dovremmo sentirci straniti o addirittura schifati quando finalmente c’è l’amore? quando finalmente c’è un po’ di umanità?

Beatrice Ajani

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Cento passi dal male

Nelle ultime settimane la mia classe ha partecipato a degli incontri con il gruppo della trasgressione. Il tema principale è stato la banalità e la complessità del male, considerando il significato attribuitogli da Hannah Arendt nell’opera omonima del 1963.

La filosofa e storica tedesca ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale, ma possano essere invece l’assenza di radici e la privazione del proprio pensiero a trasformare personaggi spesso banali in artefici del male stesso.

È questa stessa banalità a rendere, com’è accaduto nella Germania nazista, un popolo esecutore di terribili eventi della storia e a far sentire l’individuo non responsabile dei propri crimini e incapace di comprenderne la gravità. Ed è così che una persona normale può ritrovarsi a fare del male se inserita in un meccanismo politico–sociale che la spinge ad agire senza pensare.

Se inizialmente non avevo compreso cosa si intendesse realmente per banalità e complessità del male, con il corso degli incontri e dei contributi da parte dei partecipanti, il tema si è delineato sempre di più, diventando più chiaro. Ad arricchire questi colloqui e me stessa sono stati i numerosi interventi di uomini e donne che hanno raccontato frammenti della propria vita e che, grazie alla loro esperienza, sono stati capaci di comprendere dei significati più profondi dei film, che a volte non ero riuscita a cogliere.

Ancora di più, però, mi hanno colpito gli interventi dei carcerati e degli ex detenuti: essi hanno condiviso in modo emozionante le loro esperienze. Questo è stato per me un enorme regalo. Mettendomi nei loro panni, ho potuto comprendere la difficoltà e la vergogna a parlare di capitoli dolorosi del proprio passato. Loro in realtà portano con sé questi ricordi tutti i giorni e ne hanno parlato con una tale naturalezza e sincerità che mi ha affascinato e arricchito.

È grazie alla condivisione di esperienze altrui che l’uomo, ma soprattutto noi ragazzi apprendiamo, impariamo a dare significato alle cose, miglioriamo, mettiamo in discussione noi stessi e il nostro pensiero. Quello che più mi rimarrà di questi incontri sono la consapevolezza che il male è ovunque, qualcosa di infido con cui è molto facile entrare a contatto, e la coscienza di come esso possa assumere diverse forme.

Abbiamo visto come nel film “I cento passi” viene sottolineata la vicinanza con il male, che, appunto, si trova metaforicamente e letteralmente a soli cento passi da noi. Ognuno può fare esperienza del male, ma tutti possiamo salvarci anche grazie a una persona che ci aiuta e che ci guida. Un genitore, un figlio, un amico o istituzioni come la scuola, chiunque può essere fondamentale in questo percorso. Ci sono tante persone che possono indirizzarci verso una via migliore, che ci influenzano positivamente e che portano con sé un senso di speranza per il futuro; queste figure le abbiamo individuate in Ciro in “Rocco e i suoi fratelli” o nel piccolo Bruno in “Ladri di biciclette”.

Questo è il significato del mio disegno: una persona di spalle, quindi irriconoscibile perché rappresenta ognuno di noi, con lo zaino in spalla che percorre un sentiero che simboleggia la vita, un cammino e una continua scoperta di cose nuove. Sul fondo una figura che tende la mano, che ci guida e che ci tiene lontani dal male, rappresentato da delle mani inconsistenti e piatte, ma molto potenti, che si insinuano nel nostro cammino.

Celeste Nardelli

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Pratica di cittadinanza

Lunghe fasi dominate dal distanziamento sociale, a cavallo tra due anni scolastici, nell’impossibilità di toccarsi, mesi a dannarsi per imparare nuove piattaforme, con ansie vissute in solitaria. Perdere per strada ragazzi più fragili o demotivati, smarriti nei labirinti dei supporti digitali inadeguati o mancanti, delle connessioni che saltano. Scoprirsi una timidezza nel guardarsi in uno specchio, nell’usare un microfono davanti ad una platea spesso invisibile e impiegare mesi a preparare materiali didattici adatti alla nuova situazione.

Insegno lettere nel liceo artistico di Brera, ho faticato a padroneggiare la didattica a distanza e, nella mia antichità, mi sono posta quest’obiettivo: usare ogni strumento per realizzare il “non uno di meno”. La domanda è stata: come trasformare il problema in una risorsa? La risposta possibile: scegliere tra le pratiche didattiche quelle che sono risultate, nel tempo, più coinvolgenti.  Gli studenti avvertono se quello che fai è per passione o per forza. La condivisione del piacere che nasce dalla curiosità per gli altri, dalla conoscenza è il privilegio del mestiere di insegnante, è una delle rare scintille che si accendono nei ragazzi quando qualcosa ha funzionato oltre l’apprendimento della nozione.

Ho sentito così che in questo periodo di pandemia in cui la reclusione è divenuta, nelle differenze, condizione comune, aveva senso portare avanti il gemellaggio Brera in Opera che conduciamo da anni tra il nostro liceo e il carcere nelle due attività del Laboratorio della trasgressione per il triennio e del Laboratorio di poesia per il biennio. Sapevo che il dottor Aparo (generoso psicologo fuori dagli schemi, con lunghissima esperienza nelle carceri milanesi e coordinatore del gruppo della trasgressione), nell’impossibilità di continuare le attività in carcere, aveva dato inizio nel lockdown ad un cineforum che promuovesse una riflessione su banalità e complessità del male. Sua ambizione era estendere ad una dimensione geografica più allargata il gruppo, costituito da studenti del liceo, detenuti ed ex reclusi, studenti universitari, vittime di reati comuni o di mafia, operatori culturali e sociali, insegnanti. Il tema richiama il testo di Hannah Arendt, che s’intende declinare in chiave di attualità e nei vissuti di ciascuno.

Ci siamo inseriti come progetto Brera in Opera con la proposta di un pacchetto orario sullo stesso tema ma calibrato su un percorso curricolare e interdisciplinare di italiano, storia, filosofia, educazione civica. Abbiamo proposto una rosa di film su neorealismo e “dintorni” in cui il male banale e complesso assumeva una dimensione storica, sociale, individuale nelle declinazioni delle sopraffazioni o della riduzione consumistica degli uomini ad oggetti. E così, anche se non è stato possibile avere nel nostro liceo il gruppo dei detenuti di Opera, né andare nel carcere dove sono cessate durante la pandemia le visite degli esterni, come quelle dei familiari (reclusione nella reclusione) abbiamo scoperto che lavorare con il gruppo della trasgressione poteva riservare sorprese anche nella didattica a distanza.

L’obiettivo ambizioso di far comunicare mondi diversi ha funzionato ancora una volta. Ci si è parlati, ci si è preparati vedendo film, leggendone recensioni, ragionando insieme. Cosa rende così importante il contatto tra i detenuti e i ragazzi? L’intensità dell’esperienza con cui il mondo degli adolescenti ha colto la differenza tra il delinquente di un tempo e l’uomo di adesso che ha fatto una scelta di campo: passare dentro il lancinante percorso di coscienza del male compiuto, che non era percepito come tale, quando il processo di empatia era inibito, il dolore della vittima non avvertito.

Questo hanno testimoniato i ragazzi nel raccontare l’esperienza. Il laboratorio della trasgressione, nei lunghi percorsi psicologici condotti nelle carceri milanesi dal dottor Aparo, libera l’umano sepolto nel carnefice anestetizzato al dolore dell’altro. Non è un percorso facile, si diventa infami agli occhi dei detenuti irriducibili, che etichettano con questo termine chi entra nei percorsi di recupero e sceglie di dare un senso all’educazione come uscita dal lager dell’assenza della propria anima, della propria umanità. Qualcuno può iniziare per tornaconto, per abbreviare la pena o avere permessi, ma il calcolo è sbagliato, il conto non torna: guardarsi dentro, andare al centro del male prodotto ad altri fa male al nuovo sé stesso, quello che sente com-passione.

Salvarsi vuol dire perdere il sé stesso di prima, è il lutto di chi ha prodotto lutto. È una lingua nuova appresa oltre l’odio che albergava tra vittima e carnefice ferendoli entrambi. In questa lingua parlano oggi Roberto, Adriano, che attraverso la cooperativa di frutta e verdura in cui lavorano durante i permessi dal carcere, prestano soccorso in questo tempo di nuove povertà da covid, distribuendo gratuitamente a chi non ha. E’ una pratica nuova il gratuito, è il senso dell’umano ritrovato.

La presenza negli incontri di persone molto diverse ha portato valore aggiunto, una ricchezza inestimabile a detta degli studenti, che raccontano la loro. Ed ecco il bilancio: ragazzi che non intervengono in classe hanno parlato davanti a una platea virtuale di 70 persone. Lo stesso è accaduto nel laboratorio di poesia per il biennio (con il poeta Vittorio Mantovani, ex recluso di Opera e la regista teatrale Roberta Secchi) sul tema “la ferita e la cura”: una ragazza ha rivelato che si taglia, cosa che nessuno sapeva; lo studente con sordità ha parlato di questa sua ferita. A me e alla mia collega veniva da piangere. E ancora un paio di miracolose situazioni, inattese. Come se il silenzio intorno consentisse una concentrazione diversa, come se un’esposizione paradossalmente meno diretta producesse qualcosa di inconsueto. Insomma, non ho una teoria rigida sulla didattica a distanza, dipende da che tipo di scuola si fa.

Credo che vadano considerate alcune varianti che ci sfuggono, situazioni nuove. Indubbiamente un liceo ha uno spaccato familiare privilegiato rispetto ad altre scuole e la didattica in presenza è insostituibile perché fuori dalle aule cresce il divario sociale. In dad i più piccoli non accendono la videocamera, continuano a sfuggire, ragazzi fragili e in condizioni di svantaggio si perdono. Siccome sono una stalker, uno di loro, introvabile in altro modo, vado a cercarlo su instagram nella disapprovazione di mia figlia a cui chiedo aiuto per usare il mezzo: “Claudia, secondo te mi risponderà? E lei di rimando:” Secondo te? Ma ti pare che rispondono alla professoressa su Instagram?” Infatti aveva ragione lei: non mi ha risposto. Però è venuto all’incontro di poesia e mi ha mandato sue composizioni. Insomma, mi sembra utile osservare tutto e valutare con sguardo sgombro.

Ora che nella scuola l’educazione civica è divenuta oggetto di valutazione, sta a noi riempire di significato non nozionistico questa “disciplina” trasversale, evitando di creare un controsenso. Cosa è educazione civica se non pratica di cittadinanza attiva?

Cosa vuol dire apprendere la Costituzione? Non fare recita arida di articoli scritti con il sangue di chi ha pagato per consegnarcene l’eredità, ma praticare i suoi articoli scritti con linguaggio limpido e chiaro. Per noi fare cosa viva della Costituzione significa praticare l’articolo 27 che fa dell’educazione dei detenuti riscatto e ricostruzione di sé, che rende lo scambio di conoscenze il valore più fecondo.

Giovanna Stanganello

I contributi del Liceo Brera al cineforum

Il male complesso e banale

Un incontro aperto per allargare i confini dell’indagine
che il Gruppo della Trasgressione conduce da anni su

La banalità e la complessità del male

Una intervista registrata di Tiziana Elli e di Edoardo Conti a Roberto Cannavò e ad Adriano Sannino e il dibattito che ne è seguito con loro giovedì 17 dicembre 2020 sulla pagina  Facebook del Gruppo della Trasgressione per

  • esplorare come si sprofonda nella palude del male e con quali mezzi se ne può uscire;
  • comunicare gli obiettivi e le responsabilità del nostro gruppo nella società;
  • conoscere la complementarità fra i diversi componenti del Gruppo della Trasgressione (autori e vittime di reato, studenti e detenuti, cittadini e istituzioni);
  • coltivare le risorse e le alleanze utili per onorare quanto indicato dalla costituzione;
  • investire sulla impegnativa costruzione di nuovi equilibri con nuovi cittadini più che su una lunga e improduttiva segregazione di chi ha offeso in passato il bene comune.

Disamistade (Fabrizio De André), La Trsg.band a Peschiera Borromeo, Novembre 2018

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