Quella porta che si apre

La serata inizia con alcuni volti noti fra i detenuti, che mi accolgono con un vibrante “ciao prof!”, rido, non sono prof, almeno per ora, chissà. “Ma che gelo”, rispondo – “eh sai com’è. Qui siamo al fresco” ribattono. Uno scambio di battute che mi ha fatto sorridere, sensazione di essere entrata in una comunità di cui mi sento di qualche modo di far parte, un pezzo di casa. Assurdo trovare questa sensazione da queste parti, a pensarci bene, ma tant’è. Il calore dei saluti contrasta col freddo. Il riscaldamento non funzionante, in gennaio, purtroppo, è un benvenuto che racconta di fondi mancanti e incuria. Nel novembre scorso, sempre da queste parti, ho dovuto far attenzione a non scivolare sul pavimento bagnato: acqua infiltrata per la pioggia battente. Mi sovviene un esperimento sociologico studiato ai tempi dell’università in cui era stato dimostrato che il degrado genera, ovunque, sempre maggior degrado, per una dinamica intrinseca e caratterizzante il comportamento umano. Occorre più cura, soprattutto qui dentro.

Il teatro è gremito. Mi guardo intorno. Ho l’impressione che tanti stasera entrino in carcere per la prima volta. Obiettivo centrato, sala piena. Me ne compiaccio.

Con i saluti di rito arriva potente l’invito di Aparo agli agenti di polizia penitenziaria, di mettersi in gioco ed entrare a fare parte del gruppo. Aparo, immaginazione al lavoro, che alza sempre la posta. Sarebbe bello. (Mi chiedo: non sarà forse troppo difficile proprio nel carcere e nei reparti dove lavorano?)

Iniziamo. Delitto e castigo, oggi. Penso a quel libro parcheggiato lì, sulla mia libreria, in attesa di essere letto, sorpassato da altri di cui ho sentito più urgenza. Così, arrivo a questo incontro curiosa e impreparata; aspetto impaziente di vedere questo corpo a corpo con un libro, di capire come temi, personaggi, protagonisti siano stati avvicinati, fatti propri dal gruppo.

Il più anziano riassume una trama complessa in maniera efficace. Nonostante l’accento, mi pare di poter pensare, molto bene.

Dal pomeriggio mi porto a casa due cose, una domanda e la figura di Sonja/Marisa.

 La domanda, anzitutto: il protagonista a un certo punto si chiede: “Ma io, sono come un pidocchio o sono come Napoleone?”.

Dice Nori, in sanguina ancora, riferendosi a questa domanda “e ho avuto, mi ricordo perfettamente, la sensazione che quella cosa che avevo in mano, quel libro pubblicato centodieci anni prima a tremila chilometri di distanza, mi avesse aperto una ferita che non avrebbe smesso tanto presto di sanguinare. Avevo ragione. Sanguina ancora.”

Quanto mi affascina, da sempre, sentire chi può permettersi di soppesare le parole, indugiare in una traduzione, con la responsabilità di chi intende condurre per mano senza tradire. Così affascina Nori, quando snocciola parole in una lingua che suona ostica e impronunciabile, mentre cerca di farci mettete a fuoco quell’insetto: immaginatevi una carogna, peggio, una carogna tremante, un essere spregevole – diciamocelo pure, un giovane oggi direbbe, semplicemente: una merda. Ci penso. Personalmente opto per pidocchio, quegli insopportabili parassiti che un anno fa ho combattuto per tre mesi sulla testa di mia figlia, e che non riuscivo a debellare in nessun modo. Un parassita, un essere che vive nutrendosi di sangue altrui. Che si moltiplica incontrollato, ne lasci uno libero e te ne trovi 100.

 Sono un eletto o sono un pidocchio? Se uno, come me, rifiuta categoricamente la divisione del mondo in due categorie di uomini, (pericolosissima, se è vero che Nietzsche dirà di aver trovato in chi scrive Delitto e castigo un “fratello di sangue”), tenderei a pensare che la domanda ci interroga sulla misura del nostro spessore, dell’impronta che ciascuno lascia nella società, del contributo offerto nel costruirla o viceversa nell’affossarla.

A te chi ti ha dato l’autorizzazione di uccidere? Domanda Aparo a uno che qui sembra rinchiuso da parecchio tempo. “Me la sono presa”. Certo, continua, l’ambiente era degradato e degradante. Certo, ci sono le circostanze, le attenuanti, i ma, i però, le congiunzioni avversative o le concessive. Ma in fin dei conti l’autorizzazione, ciascuno, se la prende da solo, è la risposta corale.

Il gruppo è per me da anni quel lusso – che vale la mezza giornata di ferie – in cui concedersi del tempo per ragionare. È evidente che questa dinamica, questa parabola discendente che va dal non sentirsi compreso al sentirsi legittimato a un abuso, questa altalena che trasforma un senso di impotenza in un senso di onnipotenza menefreghista non si trovi solo in chi uccide.

Penso ai colleghi che fanno quiet quitting al lavoro, a chi trova un amante. Accomunano le circostanze, e le premesse. Di chi si sente non adeguato, non sufficientemente valorizzato, non compreso, a volte addirittura in gabbia, di chi non vede all’orizzonte una progettualità possibile. Tempo fa qualcuno mi disse: se sei in una stanza e ti accorgi di sentire caldo, di solito hai sempre più di una opzione: togliere il maglione, aprire la finestra, abbassare il riscaldamento, uscire dalla stanza, ovviamente anche stare a lamentarti per il caldo, anche morire per il caldo, nel caso in cui diventasse veramente eccessivo.

Negli anni ho constatato che non sempre da soli si riesce a mettere a fuoco quanto si sta male, perché si sta male o cosa si potrebbe fare per cambiare. O non sempre si riesce ad avere, da soli, la forza o la possibilità di mettere in atto un cambiamento. Lo osservo in maniera così netta ed evidente sui miei figli… tipicamente sclerano e si urlano addosso in circostanze sbagliate di cui hanno ben poca responsabilità (ritmi della giornata costruiti male, fame, stanchezza..). Ma è una dinamica che rileggo anche su di me o su altri adulti che ho di fianco. Però, certo, l’adulto deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Sempre? Quando osservo contesti in cui il degrado è troppo iniquo mi verrebbe da interrogarmi sul grado di “responsabilità dei burattini”.

Alla me adulta suggerirei quantomeno l’importanza di sapersi fermare e trovare le giuste strategie, i giusti alleati, che ti aiutino ad aumentare di spessore e non a diminuirlo. Ecco. Quali, in questo periodo? Mentre sosto, spersa in queste derive del ragionamento, stasera, si impone la figura di Marisa, che sbaraglia tutti.

 Marisa viene chiamata in causa quando si parla del personaggio di Sonja, figura da scoprire, l’amore che tiene in equilibrio il mondo, che non giudica ma convince. Per me Sonja è Marisa, dice un detenuto. E allora Marisa Fiorani, a 84 anni, inizia a parlare con una forza così prorompente che io, che di anni ne ho la metà, penso che se arrivassi a 84 anni con la metà della sua forza ne sarei onorata.

Si presenta in maniera sintetica, Marisa: io sono una a cui hanno ammazzato la figlia. (Non si può capire però, in questa sintesi, quante ne abbia passate, quanti schiaffi abbia ricevuto, anche dalle autorità che non dovevano proprio permetterselo. Io, che in altre occasioni ho ascoltato un pochino di più della sua storia, penso che questa sintesi non le renda sufficiente ragione).

Eppure lei stasera sta alla sfida della sintesi e incanta. Quando c’è un dolore così grande, così grande, dice, ti viene voglia di piegarti in due e chiuderti su te stesso, piegare le braccia: questa sarebbe la reazione naturale. Ma io no, io ho deciso che dovevo impormi di stare dritta e aprire le braccia, amare, stare dritta e incontrare chi ha un dolore che assomiglia al mio. È con questa postura che da anni viene in carcere, con una presenza potente che non dubito possa trasformare gli animi. Questa immagine meravigliosa di chi nel dolore, nell’ingiustizia, impone a se stesso di stare a schiena dritta e a braccia spalancate credo mi interrogherà a lungo.

Francesco dice che questa serata c’è stata e ha avuto questa forma anche perché anni fa io gli ho regalato il libro “noi la farem vendetta” di Paolo Nori.

Che cosa vuol dire, vendetta, cerca di spiegare Nori a sua figlia nel finale del libro. “la punizione migliore è guardarlo e pensare La tua punizione è essere quello che sei”. Ma l’impressione, stasera, è che la “vendetta” del gruppo non si fermi qui, a illuminare una presa di coscienza di sé, con tutto il dolore che comporta. Il passo successivo, oltre a dirti “tu sei quel che sei” è prendere per mano e condurre a immaginare una progettualità, su di sé e per la società, e accompagnare nel metterla in atto.

Allora grazie al gruppo per questa serata, per avermi fatto venire voglia di leggere delitto e castigo, per avermi incuriosito su questo impronunciabile Raskolnikov e questa Sonja, prostituta sì, ma così dolce ed efficace nel suo “stare affianco”. Per aver aperto una porta sulle vostre vite, vissute senza dubbio nei loro chiaroscuri, e, soprattutto, per avermi fatto indugiare su parti luminosissime del quadro.

Grazie ai professionisti presenti e futuri (che bravi, gli studenti sul palco!) che trovano gli strumenti per umanizzare la loro professione.

Io ci credo, nella necessità di fare cultura, nella cultura come strumento insostituibile di crescita. Antonio Gramsci scriveva nel 1916, a 25 anni: «La cultura… è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri». E ogni volta che qualcuno riesce a fare cultura, aprendo una porta – sia essa quella di un libro, o quella di un carcere, quella di un incontro… ecco: trovo ci sia da festeggiare.

Delitto e Castigo

Marisa e Paolo in aula Dostoevskij

“In carcere?!”

E’ questa la reazione media delle persone alle quali racconto dell’esperienza alla quale ho avuto la fortuna di partecipare, tutte tra lo stranito e il preoccupato per il mio entusiasmo all’idea di mettere piede (e testa) in un luogo del genere.

Mi sono resa conto sempre di più che il carcere è un mondo a porte chiuse, dall’esterno è pressoché impossibile comprendere lo slancio e la voglia, quasi l’urgente bisogno di chi cerca di rendersi utile in tale ambiente. Di chi cerca, in sostanza, di fare il proprio dovere di cittadino.

Tanto le persone non cambiano, non ne vale la pena.”
“Ma non hai paura a stare o a parlare con loro?”
“E’ un mondo così pesante, ma chi te lo fa fare?”

Penso che ciascuno di noi potrebbe molto contribuire all’elenco di luoghi comuni e pregiudizi che sente ogni giorno appena pronuncia la fatidica parola “carcere”. Tuttavia, proprio per questo motivo è importante parlarne. Ammetto di avere provato anche un po’ di soddisfazione nel vedere nelle facce di amici, parenti e addirittura un taxista tanti bei preconcetti un po’ messi in discussione al sentire cosa stavamo portando avanti a Opera.

Ci sono esperienze che segnano un prima e un dopo e, senza dubbio, “Delitto e castigo” è tra queste. L’impatto umano di questi incontri mi ha segnato profondamente.

Innanzitutto, sento di dover ringraziare gli ideatori di questo progetto, Cajani e Juri, perché ci hanno insegnato a crederci. E’ difficile pensare di poter cambiare il mondo, però si può certamente cambiare il pezzetto di terra che ci circonda. Basta “semplicemente” volerlo e attivarsi in tal senso, con onestà e dedizione, come ci è stato mostrato.

Il dott. Nobili è stata una presenza rassicurante, non solo per l’enorme esperienza da elargire, ma anche perché ha reso tangibile il fatto che sia possibile fidarsi delle istituzioni, anche se non di tutte. Sono “credibili, serie, rispettose e rispettabili” solo le istituzioni costituite da uomini e non da funzionari. Credo che per avere anche solo una vaga idea di chi sia il dott. Nobili bastino le parole di Emanuele, uno dei detenuti, che durante uno degli incontri ha reso noto allo stesso magistrato che all’interno del carcere egli viene definito “severo, serio e umano” dagli stessi detenuti.

Banalizzando e pensando allo schema di un gioco come ‘guardie e ladri’, credo non sia affatto scontato il riconoscere l’uomo dentro a chi, dal tuo punto punto di vista, ti dà la caccia: chi nella tua storia ha il ruolo del cattivo.

Sorge spontanea una domanda: cosa ho imparato?

Innanzitutto, ho imparato fin dove si può arrivare. L’ultimo incontro è stato scandito dalle parole di Juri che cercava in ogni modo di farci riflettere su quale fosse il bagaglio culturale e di esperienza che avremmo portato a casa a fine ciclo di incontri. A parer mio, il fulcro è che tutti possono cambiare, ma non tutti vogliono. Di conseguenza, il nostro compito è quello di far vedere ai detenuti che ci sono alternative, che c’è una seconda possibilità anche per loro, ma che dipenderà proprio da loro il coglierla o il continuare a vivere nell’irrimediabile antitesi tra la “società degli esclusi” e la “società di quelli che escludono”, cioè, a parer loro, noi.

Un carcere che funziona punisce perché deve, ma responsabilizza perché vuole. I detenuti, nella maggior parte dei casi, poi rientreranno in società, quindi è assolutamente necessario far capire loro che diritti e doveri vanno di pari passo e che, per partecipare a pieno titolo ad un determinato “gioco”, è fondamentale rispettarne le regole. Allo stesso modo, è necessario trovare chi queste regole sia disposto a insegnargliele, con pazienza e cercando di parlare “la loro lingua”, e poi trovare chi sia disposto a “giocare” con loro.

Fuor di metafora, è nostro compito tendere loro una mano, convincerci e far comprendere alla società civile che il carcere non è un posto dove parcheggiare gente scomoda, in attesa che ci si scordi di loro, perché tanto loro non saranno mai come noi. Il carcere è un male necessario, ma non sufficiente affinché i detenuti si ricordino di essere e si riconoscano uomini, con tutto ciò che questo comporta nei confronti di se stessi e degli altri.

Credo che la vera sfida arriverà quando dovremo essere noi a condurre i detenuti, sin dall’inizio, lungo questo tortuoso percorso, perché finora noi abbiamo visto se non percorsi conclusi, per lo meno percorsi iniziati.

Ho anche imparato che ho ancora tanto da imparare. Indipendentemente da quale sarà il mio specifico ruolo nel mondo del Diritto, per essere credibile, seria, rispettosa e rispettabile come persona credo di aver bisogno di confrontarmi ancora con chi ci è riuscito, che si tratti di magistrati che vivono il proprio ruolo e le proprie responsabilità in un certo modo o di familiari di vittime che non hanno demonizzato e anzi hanno teso una mano. Ci sono poi i detenuti, che stanno con fatica imparando a mettersi in discussione e a “osservarsi dall’esterno”, ora con gli occhi dei familiari delle vittime, ora con quelli dei magistrati, ora con quelli degli studenti, ora con quelli dei loro stessi familiari.

Questa molteplicità di punti di vista, che io ho avuto la fortuna (e in alcuni casi l’onore) di vivere in prima persona, dovrebbe essere la prassi e non l’iniziativa che fa scalpore a livello nazionale. E’ necessario che la società entri in carcere e che chi sta dentro al carcere esca fuori. E’ necessario ricordarsi che le mura del carcere hanno delle porte e che queste porte vanno usate.

“Chi sono io? Perché sono così? Che genitori ho avuto? Che incontri ho avuto? Cosa voglio farne di ciò che sono?

Questi interrogativi di Cajani durante uno degli incontri mi colpirono profondamente, facendo anche riaffiorare qualche reminiscenza liceale sul contrasto tra Nomos e Physis.

Un discorso è chiedersi chi sei, altro è chiedersi cosa tu decidi di fare con ciò che sei. Credo non sia affatto indifferente o scontata la presa di responsabilità e consapevolezza che implica e consegue all’accettare che abbiamo non solo la possibilità, ma anche il dovere e la responsabilità di scegliere. Fare i conti con cos’hai fatto e con cos’hai fatto di te stesso ritengo sia il fulcro del percorso rieducativo dei detenuti.

L’ultimo elemento sul quale mi soffermerò è un aspetto sul quale non avevo mai realmente riflettuto prima di questi incontri: il mondo della Giustizia è profondamente, quasi intrinsecamente, permeato di dolore. Dolore di chi subisce. Dolore di chi commette, perché significa che c’è una sottostante situazione di disagio più o meno consapevole. Dolore di chi condanna, perché non si priva qualcuno della libertà a cuor leggero. Dolore di coloro che stanno accanto a tutte queste persone.

Probabilmente anche per questo motivo, maggiore è il livello di consapevolezza che si prende di tali dinamiche ed equilibri (o forse squilibri), più quell’illusione di poter fare del bene diventa un’urgenza, un bisogno quasi spasmodico di toccare personalmente con mano ciò che non funziona e provare ad aggiustarlo.

Tra tutti, sono sicuramente quelli con Marisa e Paolo i due incontri che più mi hanno segnato. A seguito di un reato, mentre il pubblico è concentrato sul reo (rischiando di alimentare le sue manie di protagonismo), la vittima spesso priva di nome passa subito in secondo piano, priva di una qualsiasi caratterizzazione o attenzione. Il reo è una persona, la vittima è un’ombra. Figurarsi i familiari di quest’ultima.

Marisa e Paolo hanno invece dimostrato con il loro vissuto che probabilmente è proprio loro il ruolo principale nel percorso rieducativo dei detenuti. L’impegno profuso in iniziative come questa, il coraggio di ascoltare e instaurare una reale comunicazione con chi alle parole ha sempre preferito altri mezzi, la forza di tendere loro la mano e il profondo e sincero rispetto con cui li ho sempre visti trattare i detenuti sono qualcosa di incredibile.

Vedere Marisa abbracciare i detenuti, vedere questi ultimi provare nei suoi confronti quello che potrei definire sincero affetto e sentire lei stessa interrogarsi su come fosse possibile per lei essere diventata in un certo senso amica di alcuni di loro: serve tempo per metabolizzare a pieno tutto ciò, per comprenderne fino in fondo il peso e il valore.

Quest’esperienza più che risposte, perché infatti me ne ha date ben poche, mi ha piuttosto regalato domande e uno sprone a pormene altre ancora. E’ bene interrogarsi su tutto ciò che ci circonda e, soprattutto, su chi ci circonda. Lo stesso dott. Nobili ha sottolineato quanto sia importante vivere nella cultura del dubbio.

E tra tutti gli interrogativi che dopo quest’esperienza continueranno ad accompagnarmi per un bel po’, ce n’è uno in particolare per il quale, mio malgrado, non riesco a trovare neanche un principio di risposta: dove si trova il coraggio di non lasciarsi incattivire dal dolore?

Elena Tribulato

Delitto e Castigo

 

L’abuso come ascensore di casta

La complessa opera di Delitto e Castigo fornisce molti spunti di riflessione su cui è possibile confrontarsi. Primariamente il protagonista del romanzo, a seguito di un conflitto interiore, decide di uccidere una vecchia usuraia.

Questo fatto centrale, già di per sé, avvicina i detenuti all’opera, in quanto alcuni di essi hanno commesso la stessa azione e, in generale, il protagonista si discosta dalla via del lecito compiendo un atto di trasgressione in cui i carcerati si possono riconoscere.

Nel corso degli incontri ci si è chiesti se potesse essere utile per i detenuti affrontare un’iniziativa su quest’opera. Il protagonista del romanzo, infatti, vive la decisione dell’omicidio in modo diverso rispetto a quanto accaduto per molti di loro.

Nonostante ciò, i detenuti che frequentano il Gruppo della Trasgressione, hanno imparato ad affrontare quello stesso conflitto, soltanto che sono stati in grado di viverlo a seguito dei loro reati.

Inoltre, a mio avviso, l’iniziativa è utile in quanto Dostoevskij è in grado di rivelare la complessità del mondo interiore dei protagonisti e questa caratteristica avvicina e apre la prospettiva di tutti i lettori. Portare questo romanzo in carcere, inoltre, dimostra a tutti noi quanto si possa ricavare dalla lettura: la bellezza di immergersi in un mondo, di ritrovarsi in certe azioni, caratteristiche e stati d’animo.

Personalmente non ho potuto vivere l’esperienza dei cinque incontri all’interno del carcere di Opera, ma ho “soltanto” ascoltato e condiviso le riflessioni che sono state svolte durante gli incontri con gli esterni. Eppure, nonostante questi incontri fissi non fossero obbligatoriamente centrati su Delitto e Castigo, ho notato come diversi detenuti abbiano messo il romanzo al centro delle riflessioni che condividevano, intrecciando le loro impressioni riguardo all’opera con ciò che hanno vissuto durante la loro vita, soprattutto relativamente alle esperienze vissute prima della detenzione.

In tali riflessioni alcuni di essi si ritrovavano nel personaggio di Raskol’nikov, in quanto vedevano loro stessi come dei pidocchi che hanno tentato di entrare  nella categoria degli eletti commettendo degli abusi, proprio come ha fatto il protagonista del romanzo.

Ma la teoria dei pidocchi e degli eletti, in fondo, non è applicabile anche alla quotidianità di tutti noi? Non è frequente ogni tanto sentirsi persone ordinarie, e altre, invece, qualcuno con qualcosa da dare al mondo?

E ancora, a volte non ci impegniamo a fondo nelle cose per dimostrare a noi stessi di valere, proprio come ha fatto Raskol’kov nel suo tentativo di sentirsi un eletto?

Elisa Parravicini

Delitto e Castigo

Diventare cittadini

Chiara Palma – Relazione finale di Tirocinio
Corso di studio: Scienze e Tecniche Psicologiche
Tipo di attività: Stage esterno

A fine settembre 2022 ho deciso di entrare a far parte del gruppo della trasgressione come tirocinante. Ho conosciuto il gruppo per la prima volta a un evento esterno al parco Ravizza di Milano. Le mie sensazioni sono state fin da subito positive, la lettura di alcune poesie dei detenuti e il modo in cui determinati argomenti sono stati affrontati mi hanno fatto capire che era proprio quello che stavo cercando, un’esperienza da vivere a 360 gradi.

Sono entrata per la prima volta ad Opera il 12 ottobre, giornata in cui è iniziato il progetto su Caravaggio e sul suo famoso dipinto “La vocazione di San Matteo”. Ognuno di noi durante questi incontri si è chiesto chi fosse il protagonista, quale emozione esprimesse il volto di Matteo o in che modo gli abiti indossati fossero rilevanti. Secondo il mio punto di vista il quadro, visto nell’insieme, era diviso in due parti: da un lato colui che è stato chiamato (Matteo) e dall’altro il chiamante (Cristo).

Nel dipinto chi è stato chiamato era circondato da altre figure, che potevano avere influenza o meno sulla sua persona. Nella vita spesso siamo chiamati verso qualcosa, ma siamo noi a scegliere che strada prendere, e queste decisioni in alcuni momenti sono condizionate da altri fattori, che possono essere persone, soldi o altri beni materiali. Delle volte, infatti, come è successo per i detenuti, si accetta quella ‘chiamata’ negativa (come la mafia, le rapine o lo spaccio) dove ci si comporta come se non si avesse una coscienza. Si perde il proprio “ruolo”, non facendo emergere le proprie qualità, ma ognuno deve ricercare il proprio posto nel mondo, imparare a riconoscere i propri talenti e “considerare la propria semenza”.

Tutto questo è stato possibile ed è possibile grazie al gruppo della trasgressione, il quale fa sì che i detenuti riescano a compiere un percorso lungo e critico su sé stessi, su quello che hanno commesso e su ciò che hanno provocato alle vittime, per poi raggiungere l’obiettivo principale di ritrovare la coscienza latente.

Sono stata spesso più osservatrice di quello che mi accadeva intorno, rispetto all’essere partecipante attivo, fino a quando il professore mi ha fatto la domanda “e tu cosa ci fai qui?”. Presa dall’emozione, da ciò che era stato raccontato in precedenza, e presa da quella che è la mia situazione personale, sono finita in una valle di lacrime. Nel momento in cui mi è stata fatta la domanda mi sono tornati in mente tantissimi momenti che io ho passato quando una persona a me cara è stata in carcere. Il momento in cui a 12/13 anni sono entrata nel carcere di Poggioreale e quello in cui finalmente quella persona è uscita di prigione. Un mix di emozioni che mi hanno fatto entrare in empatia con i detenuti e con quella che è tutta la sfera familiare che li circonda.

Ma tutto questo non era nei miei piani, non avrei voluto piangere e non avrei voluto mostrare questa mia fragilità, e mi chiedo perché. Perché ho paura di esprimere i miei sentimenti? Forse per paura di essere giudicata, di dire la cosa sbagliata, di non essere semplicemente all’altezza? Probabilmente mi pongo sempre il limite di osservare le situazioni, non riuscendo a mettere in gioco quelle che sono invece le mie abilità, ma mi rendo conto, incontro dopo incontro, che il gruppo sta smussando questo mio limite. Grazie al gruppo ho capito l’importanza della relazione, del dialogo, dell’ascolto. Il metodo utilizzato dal gruppo fa si che tutti possano scambiarsi idee e opinioni, e vorrei riuscire a partecipare di più, far emergere quella che sono, ma anche questo è un percorso personale e piano piano so che potrò farcela.

Sono stati motivo di riflessione anche gli incontri su “Delitto e Castigo”, in particolare quando ci siamo posti il quesito “Raskolnikov aveva una coscienza, ma i detenuti l’hanno sempre avuta oppure no?”. Le risposte ci hanno fatto constatare che la coscienza c’è sempre stata nella loro vita, ma ad un certo punto era diventata una minaccia, un ostacolo, qualcosa da zittire e annullare per concentrarsi su un altro obiettivo, tant’è che Ignazio ha parlato addirittura di “coscienza bugiarda e vigliacca”.

L’importante è però riuscire a fare riemergere questa coscienza, a modellarla e renderla il proprio “strumento di libertà”. Una frase che mi è rimasta molto impressa da questi incontri è stata quella di Paolo Setti Carraro: “Accettare l’amore degli altri è importante, quando si capisce di essere amati, si inizia ad amare l’altro”. L’amore ha un forte potere anche secondo me, abbiamo bisogno di sentirci compresi, di avere qualcuno su cui poter contare e un luogo di conforto dove potersi riparare, a cui a nostra volta diamo amore.

Nella maggior parte dei casi, i detenuti non hanno questo supporto né l’amore che può dare un gruppo, come quello della trasgressione, e dunque vengono abbandonati a sé stessi. Prima di entrare in carcere come studentessa di psicologia non avevo mai sentito parlare di un gruppo che facesse ricercare l’uomo e la consapevolezza che si era persa. Non avevo mai sentito parlare di professori o psicologi che lavorassero così sulla rieducazione dei detenuti, ma non ne sono rimasta stupita, bensì mi ha fatto pensare “caspita menomale”. Menomale che c’è questo gruppo, che sia un punto di partenza per lo sviluppo di altri gruppi o un’unica organizzazione che si amplierà. Perché ci spero, spero che tutto quello che il gruppo della trasgressione ha fatto, e che fa, venga diffuso e che la società inizi a formulare un pensiero diverso nei confronti di chi è in carcere.

Quando mi capita di parlare con i miei colleghi, amici o conoscenti, della mia esperienza, tutti mi dicono “no, io non ce la farei”, come se stessi entrando in contatto con extraterrestri. Le persone non si rendono conto che anche i detenuti sono uomini, quando spiego cosa si fa al gruppo e tutte le testimonianze sulla presa di coscienza, loro sono sempre scettici, ma forse perché non sono in grado di esprimere a parole quello che questa esperienza riesce a dare?

Come dice il prof Aparo: “Tutti possono potenzialmente diventare cittadini utili, se si lavora per raggiungere il risultato”. Penso che per cambiare le cose e far sviluppare una maggior consapevolezza del percorso che queste persone compiono si debba vivere l’esperienza, cosa che auguro a chiunque, perché a me ha dato tanto, sia professionalmente che personalmente, e non posso fare altro che ringraziare detenuti, ex detenuti, professori, volontari e colleghi, per questa grande opportunità di crescita.

Chiara Palma

Delitto e CastigoCaravaggio in cittàTirocini

Aula Dostoevskij – Pala

Quest’esperienza all’interno del carcere di Opera è stata ricca di momenti carichi delle più svariate emozioni e riflessioni e oggi posso dire che mi porto a casa tantissime cose.

Per primo, un sentimento umanità più ricco rispetto a quello che conoscevo, perché la parola umanità ha un significato decisivo e che dipende sicuramente dal modo in cui concepiamo noi stessi. Ma davanti a questa parola qualsiasi uomo non avrebbe dubbi: l’umanità, intesa come dote, è solidarietà, compassione, comprensione, amore, cura e gentilezza. Durante i nostri incontri non ho potuto fare a meno di pensare che l’umanità sta alla base di qualsiasi sistema educativo e rieducativo.

Ho portato con me poi la consapevolezza della scelta riguardo la mia carriera. Ho sempre sostenuto la necessità di guardare con i propri occhi, sentire senza filtri chi sta dall’altra parte per fare scelte consapevoli, sentite e volute.

Grazie Paolo e Marisa, ho avuto modo di sperare che dal dolore possa nascere sempre qualcosa di buono, nel loro caso un impegno sociale che culmina nella loro umanità.

Grazie alla dedizione, alla passione e alla fiducia nella sua professione, il professor Aparo ha lanciato un importante messaggio sulla rieducazione e sull’importanza della comunicazione.

Grazie al dottor Francesco Cajani, questo progetto ha avuto una struttura intrecciata con pazienza attraverso i fili dell’empatia.

Grazie al professor Malcovati, perché è riuscito a estirpare dal romanzo “Delitto e Castigo” dei significativi spunti di riflessione.

Grazie al professor Nobili perché partecipando a questo progetto ha mostrato dedizione per quello che è stato il suo lavoro.

In conclusione, sono sicuramente grata ad ognuno dei partecipanti per avermi mostrato punti di vista che da sola non avrei potuto osservare.

Ho creduto in questo progetto sin da subito  e sono felice di poter dire che è stata non solo una scelta giusta ma anche necessaria per il mio percorso.

Oggi sono una studentessa di giurisprudenza, se un giorno il mio sogno di avvererà, sarò un pubblico ministero. Mi impegnerò durante il mio percorso a tenere stretti tutti gli insegnamenti di cui ho fatto tesoro grazie a questo progetto.

Marika Pala – Studentessa Giurisprudenza

Delitto e Castigo

Aula Dostoevskij – Ciavarella

Sono fortemente convinto che incontri e progetti di questo genere siano determinanti per favorire un cambiamento della visione distorta della realtà che ogni reo può avere.

Mi impegno a trasmettere ai ragazzi che incontriamo nelle scuole e in carcere che è molto facile trovarsi a pagare il prezzo più alto della propria esistenza.

Inoltre, continuerò a scavare sempre più a fondo per cercare le ragioni che mi hanno portato alla devianza. Questa ricerca potrà avere risposta solo attraverso persone come voi, che avete scelto di confrontarvi con noi detenuti del Gruppo della Trasgressione.

Giorgio Ciavarella – Detenuto

Delitto e Castigo

Aula Dostoevskij – Tramontana

Raskolnikov, studente intellettuale, anche se con molta difficoltà, matura nella sua mente di uccidere una vecchia usuraia, convincendosi che attraverso questo omicidio potrà liberare la società di un malessere comune. Dopo l’omicidio capisce di non essere diventato un eroe, come è invece successo a Napoleone, ma è rimasto un assassino che deve fare i conti con la propria coscienza.

Oggi mi impegno a essere una persona migliore, soprattutto per i miei figli che oggi hanno l’opportunità di avere un papà consapevole del suo brutto passato, che oggi credo però possa essere una risorsa importante da mettere a disposizione per tanti giovani e per la società in generale.

Giovanni Tramontana – Detenuto

Delitto e Castigo

Aula Dostoevskij – Masulli

Nel corso dell’esperienza, ho appreso che non esiste una netta distinzione tra vittime carnefici, ma comunanza di sofferenza, sbagli, pentimento e rinascita. Ho compreso appieno l’importanza di conoscere la diversità di vedute e di darsi la possibilità di immedesimarsi ed empatizzare con il diverso.

Rispetto e ascolto di sé e degli altri spero possano essere sempre miei compagni di vita. Mi impegno a mantenere sempre verso chiunque uno sguardo sensibile e consapevole della complessità dell’essere umano, a non lasciarmi trascinare dal pregiudizio e a non negare mai a me e agli altri la possibilità di confronto e quindi l’opportunità di crescita.

Noi stessi possiamo e dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere.

Chiara Paola Masulli – Studentessa Giurisprudenza

Delitto e Castigo

Aula Dostoevskij – Tuccio

Ho capito  che inseguire i falsi miti ci porta a condurre una vita non nostra, fatta soltanto di finzione, per essere una persona che in realtà non si è, costretta imbavagliare e poi a sotterrare del tutto la propria coscienza, per non apparire debole agli occhi di chi ti ha manovrato come un burattino.

Mi impegno a essere me stesso, emozionarmi e piangere di gioia come lo è stato per la nascita dei miei figli. Mi impegno a promuovere altri progetti di questo genere.

Oggi vedere le persone emozionarsi per il racconto del mio passato e per avere raggiunto la consapevolezza degli errori fatti nel passato mi motiva a continuare sulla strada della legalità e del rispetto verso gli altri.

Sergio Tuccio – Detenuto

Delitto e Castigo

 

Aula Dostoevskij – Marrone

L’idea che mi sono fatto dalla lettura del romanzo è che il giovane studente Raskol’nikov ha via via fatto crescere in sé l’idea di uccidere una vecchia usuraia, pensando che così avrebbe liberato la società da una persona cattiva. Ma, secondo me, non c’è nulla di più sbagliato in questo ed è dagli incontri che ho avuto con tutti voi che piano piano mi ha preso il pensiero che, in fondo, Raskol’nikov aveva soltanto l’inconscio bisogno di eliminare un vuoto esistenziale e una insoddisfazione frutto di una vita sofferta e dolorosa.

Non credo sia sbagliato pensare di diventare un eroe, non si tratta di ideali sbagliati ma di scelte errate e alla fine il rimorso lo ha consumato e la sua coscienza ha prevalso.

Oggi desidero costruire una vita nuova per me e i miei figli e frequentare questi incontri, così utili per noi i carcerati. Cercherò di dare voce anche ai miei compagni detenuti perché si può sempre iniziare a cambiare e a recuperare i nostri sbagli per ritornare uomini onesti per la società e la famiglia.

Ignazio Marrone – Detenuto

Delitto e Castigo