Tonino Scala

Tonino Scala – Intervista sulla creatività

Tonino Scala è un musicista, scrive canzoni, commedie musicali e parodie. La sua passione per il mondo delle musica emerge da bambino, quando si esercitava in casa con il pianoforte della sorella. Ha studiato architettura, ma quella non era la sua strada. Ha sempre fatto il musicista suonando in diversi gruppi.

 

Arianna: che cos’è per lei la creatività?

Tonino Scala: La creatività è la capacità che ognuno di noi ha di creare con la fantasia, con il proprio estro. Tutti siamo in possesso di fantasia e ognuno di noi la manifesta in un modo diverso: chi con il disegno, chi con la musica, chi con la scrittura.

Asia: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Tonino Scala: Gli ingredienti per aver un buon prodotto finale sono innanzitutto l’ispirazione, la ricerca delle cose che ti fanno stare bene e la fantasia. Un altro ingrediente principale è la tecnica che si usa per dare forma e organicità alla parte creativa, quindi lo studio. Lo studio permette di acquisire tecniche per realizzare la propria opera: ad esempio, nel mio campo devo sapere la teoria musicale, come si accostano le note in modo da creare un motivo melodioso.

Arianna: che cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Tonino Scala: Il mio non è un lavoro di ufficio; non mi alzo al mattino e dico “adesso creo una canzone”, ma devo essere ispirato. Anche solo guardando un quadro, ascoltando una canzone, mi metto a creare qualcosa. Non ho un orario preciso e dei vincoli, non è schematico il mio lavoro, ma devo trovare ispirazione. In questo periodo ad esempio non sono ispirato, sono arrabbiato con il mondo intero, e quindi non potrei scrivere della buona musica. Guardo delle foto, ascolto la radio e ogni tanto mi viene l’ispirazione. A Luigi Tenco, un cantautore, avevano chiesto perché scrivesse cose tristi e lui ha risposto ‘Perché quando sono allegro esco e vado a divertirmi’. Lo stesso vale per me: quando ascolto qualcosa che mi ispira scrivo, però deve essere il momento adatto.

Asia: che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Tonino Scala: Io sono una persona che vive tranquilla, con la mia famiglia, ho una moglie, due figli fantastici, è tutto bello. Ho vissuto una gioventù fantastica in Sicilia, in un posto bellissimo sul mare. Quindi il mio stato d’animo è tranquillo e pulito e questo secondo me è fondamentale per fare musica. Quando scrivo musica lo faccio perché vivo delle sensazioni positive, anche quando può sembrare che scriva una canzone triste. La musica è l’espressione dell’animo, quindi scrivendo musica esprimo il mio stato d’animo. Io vivo dei momenti belli con la mia famiglia, con i miei amici e scrivo di conseguenza. L’animo è importante per esprimere la propria parte creativa.

Arianna: che incidenza ha, che conseguenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stesso o dell’autore in genere?

Tonino Scala: Quando creo qualcosa che piace agli altri e che suscita in loro delle emozioni io sto bene. Vuol dire che ho creato un buon prodotto e ho fatto una bella cosa. Gli altri usufruiscono della mia musica e questo è un successo, mi fa stare bene. Se invece faccio qualcosa che agli altri non piace cerco di capire dove ho sbagliato e cerco di correggermi. Se faccio qualcosa che agli altri piace e fa stare bene loro allora sto bene anche io. Io ho fatto per tanti anni l’animatore nei villaggi turistici e la cosa fondamentale era divertirsi per fare divertire gli altri, perché se io mi diverto riesco a far divertire gli altri. Allo stesso tempo se faccio una bella canzone, che piace agli altri, io sto bene.

Asia: nel rapporto con gli altri la sua musica che cosa determina?

Tonino Scala: Mi permette di dialogare con gli altri, mi permette di confrontarmi. Quando faccio ascoltare una mia canzone agli altri, non mi importa che la ascoltino e basta, per me è importante che la ascoltino e che poi se ne parli insieme. Ieri, ad esempio, ero in studio a registrare e siamo stati più di quattro ore a discutere e confrontarci su una frase. È giusto che ci sia un confronto, perché altrimenti scriverei solo per me stesso. Invece secondo me il successo sta nel confrontarsi con gli altri sui propri prodotti.

Arianna: e quindi quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Tonino Scala: Il riconoscimento degli altri è importante. Ci sono stati dei periodi, quando ero più giovane, in cui scrivevo ma non facevo ascoltare le mie canzoni. Ancora oggi quando devo far ascoltare ad altri la mia musica ho una certa apprensione, ad esempio quando suono nei locali: le altre persone ascoltano la mia musica ma non mi conoscono davvero. Quindi per me è importante che gli altri ascoltino le mie canzoni, ma soprattutto che mi conoscano, che capiscano quello che penso, quello che sento, quello che vivo. Penso che se non conosci questi aspetti di me non puoi realmente apprezzare il brano che ho scritto. Tuttavia, in generale il fatto che gli altri ascoltano la mia musica e si emozionino per me è molto importante.

Asia: Chi sono i suoi principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Tonino Scala: Direi quelli che vengono nei locali in cui suono e gli amici. Quando confeziono un brano lo mando soprattutto ai miei amici per avere un giudizio prima ancora di inviarlo al pubblico che non conosco. Quindi i miei amici, coloro che mi conoscono e che sanno cosa faccio, sono i miei principali ascoltatori da cui voglio un’approvazione prima di pubblicare un brano. Allo stesso tempo suono anche nei locali, dove c’è gente che non mi conosce e a cui magari non interessa ascoltare la mia musica. Però se c’è anche solo una persona che mi sta ascoltando per me è importante; possono anche essere uno o due su mille, ma l’importante è che ci sia qualcuno che ascolti perché significa che sto comunicando qualcosa.

Arianna: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Tonino Scala: Penso al mio cane che ho perso da due mesi, mi ispirano tanto le sue foto. Mi piace in generale guardare le foto e farmi ispirare dai ricordi, quindi un’immagine di una persona cara, di un amico… Ora l’immagine di Maki, il mio labrador bellissimo che non c’è più. L’immagine è importante.

Asia: pensa che possa esistere una relazione tra depressione e creatività?

Tonino Scala: La depressione è una brutta cosa, non penso che aiuti la creatività. Quando mi capitano momenti di depressione non ho la testa per creare, l’unico pensiero che ho è di stare bene. Non credo ci siano delle persone depresse che abbiano prodotto delle belle cose, la depressione per me non favorisce la creazione. Nei momenti depressivi una persona deve pensare a curarsi soltanto, non credo ci sia una relazione con la creatività. In questo periodo ho scritto “Si troverà una sera”, perché spero che si tornerà presto a condividere momenti tutti insieme; non ho scritto altro perché non ho voglia di pensare ad altro, ho desiderio di stare bene e per me stare bene significa tornare a lavorare.

Arianna: quando il suo brano può dirsi davvero concluso?

Tonino Scala: Quando lo cantano gli altri. Quando un prodotto arriva agli altri, lo cantano, lo usano per un documentario, quel prodotto è finito. Se invece lo tengo in casa mia è finito ma non concluso del tutto perché per poterlo definire tale devono usufruirne gli altri provando le emozioni che ho sentito io mentre lo scrivevo.

Asia: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Tonino Scala: La creatività deve avere una funzione sociale, tutti dovremmo avere la possibilità di esprimerci con creatività, soprattutto i giovani nelle scuole. La creatività è importante perché, come la musica che è lo specchio dell’animo, fa entrare in contatto con la propria essenza. La creatività aiuta a comunicare, per cui tutti dovremmo avere la possibilità di creare ed essere aiutati in questo. Ad esempio, nelle scuole la musica è importante perché aiuta a creare, unendo delle note si crea un brano. È importante aiutare tutti a crescere con della creatività.

Arianna: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Tonino Scala: È accessibile a tutti e deve essere allenata. Tutti abbiamo la possibilità di creare, anche quelli che creano delle cose brutte sono allenati per questo; in base agli allenamenti che si fanno si creano delle cose più o meno belle. Il Gruppo della Trasgressione si occupa di recuperare degli allenamenti giusti e di portare delle persone che hanno creato in passato delle cose sbagliate, per allenarsi a creare delle cose positive. L’allenamento è importante. È fondamentale aiutare tutti a creare degli allenamenti positivi.


Dentro ognuno di noi“, eseguita da Juri Aparo e da Tonino Scala (che ne è l’autore) e commentata da Roberto Cannavò al Festival dell’Arte Negletta del 2017.

Asia: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Tonino Scala: Certo, la creatività è importante a scuola. Gli insegnanti devono aiutare i ragazzi a creare delle cose belle nella vita, non solamente ad assimilare le nozioni scolastiche; non serve imporre il proprio insegnamento, l’insegnante deve aiutare a far crescere l’alunno. La stessa cosa vale per il condannato, occorre aiutarlo a crescere, a cambiare stile di vita, a fargli capire che qualunque persona può creare qualcosa di buono. L’allenamento va fatto da piccoli, ambienti malsani producono allenamenti negativi, per cui in questi casi devono intervenire la scuola e la società.

Intervista ed elaborazione
di Arianna Picco e Asia Olivo

  Interviste sulla creatività

Adriano Avanzini

Adriano Avanzini – Intervista sulla creatività

Adriano Avanzini divide la sua produzione creativa in due ambiti differenti: il primo relativo al campo professionale, in particolare quello di art nel settore grafico-pubblicitario, che lo vede impegnato da 40 anni; il secondo comprende l’attività di cui si occupano coloro che solitamente vengono definiti “artisti”, i quali, secondo l’intervistato, rientrano nel mondo della creatività pura e semplice, non strettamente vincolato dalle regole rigide della vendita e del mercato. È all’interno di quest’ultimo campo che Adriano produce quadri e, più in generale, lavori creativi.

Nonostante realizzi in prima persona opere creative, Avanzini afferma di non potersi definire un artista vero e proprio. Questo perché, innanzitutto, non si mantiene economicamente grazie alle sue produzioni creative e non produce con costanza e continuità, a differenza di chi fa della propria arte una professione. In aggiunta, nonostante egli sia da sempre interessato all’arte e circondato da amici artisti, la sua realizzazione di opere creative inizia tardi. Le origini della sua produzione artistica risalgono a circa 15 anni fa quando, proprio grazie alla frequentazione con il Gruppo della Trasgressione, egli realizza i primi lavori, più simili a illustrazioni che a vere e proprie opere artistiche, prendendo spunto dalle canzoni di Fabrizio De André, molto apprezzate dal gruppo e spesso riprodotte durante i concerti della Trsg.Band.

La città vecchia – Adriano Avanzini

La città vecchia di Fabrizio De André, Trsg.band

In questo periodo Avanzini ha in cantiere alcuni progetti creativi con i quali si prefigge di esplorare nuove forme espressive e l’uso di nuovi materiali.

 

Arianna: che cos’è per te la creatività?

Adriano: direi che questo è un termine che si presta ad interpretazioni personali e diversificate a seconda di chi ne parla, con contenuti, preconcetti e significati tutt’altro che univoci.

La mia esperienza con la creatività mi permette comunque di affermare che esistono almeno due accezioni differenti di questa. Se si prende in considerazione l’attività creativa nell’ambito professionale, nel mio caso quello grafico-pubblicitario, la si deve considerare e analizzare come creatività fortemente finalizzata. Essa infatti ha un obiettivo preciso da raggiungere e ha come principale preoccupazione quella di essere facilmente comprensibile dal pubblico a cui è rivolta. Il suo linguaggio, immagini e parole, si deve adattare al linguaggio di che ne fruisce, pena la totale inefficacia, l’inutilità del prodotto creativo.

Quella che invece considero come creatività pura e semplice, segue un po’ il processo inverso: è il fruitore del prodotto creativo a doversi “adattare” al linguaggio dell’artista. Quest’ultimo, infatti, è detentore di una propria sintassi, un proprio idioma artistico. In aggiunta a ciò, essere immediatamente comprensibile non è la sua prima preoccupazione, anche se ovviamente, la comprensione del messaggio sotteso all’opera creativa è un desiderio dell’autore reale ed auspicabile. Il veicolo di tale comprensione, però, è e rimane il linguaggio espressivo creato dall’artista.

Natura morta – Adriano Avanzini

Quindi, nel caso di quella che chiamerei “creatività professionale”, il processo creativo segue linee guida e schemi precisi, predefiniti e comprensibili, procede sempre verso una forte e indispensabile razionalizzazione. Nel caso della creatività semplice e pura, al contrario, i contenuti del processo creativo possiedono la potente caratteristica di essere svincolati dalle regole convenzionali, sono più liberi e seguono, per così dire, una strada maggiormente diretta ed immediata per arrivare al fruitore. L’opera, anziché dire o descrivere, evoca.

Quelli che ho appena indicato sono due mondi creativi paralleli, simili per certi versi e molto differenti per altri. Pur nella loro diversità, però, pescano entrambe nelle stesse acque. Alle origini cioè, la creatività è pensabile come la capacità di trovare combinazioni e relazioni nuove tra le cose, in opposizione o nel tentativo di svincolarsi da collegamenti e abbinamenti già consolidati e/o dettati puramente dalla logica razionale.

La creatività è quell’attività psichica, e successivamente concreta, che rompe le regole della convenzione, ed è in questo senso che spesso può risultare trasgressiva. Arrivati a questo punto però, è dovere precisare che la trasgressione di per sé non è necessariamente creativa. Rompere le regole tanto per romperle, o tanto per sfidare una qualche forma di autorità, non porta a nessun tipo di risultato proficuo, tantomeno creativo. Piuttosto si può affermare che gli ostacoli e i limiti possono essere utilizzati come carburante per la realizzazione dell’atto creativo. In questo senso, la creatività è un alleato potente, che può aiutare a trovare soluzioni nuove, originali, a far fruttare gli errori, le difficoltà, a non avere paura di sbagliare ed a considerare materia creativa le proprie fragilità ed imperfezioni.

Don Chisciotte e Sancho Panza – Adriano Avanzini

Un ulteriore aspetto che trovo importante e che, apparentemente, potrebbe sembrare in contraddizione con quello che ho appena detto è che la creatività, per quanto concerne la mia esperienza, non è da pensare come un terreno stabile, sicuro, dove ci si possa facilmente orientare. Non esiste una bussola che indichi quale sia la strada giusta da seguire. Anche se con il passare degli anni ho imparato a percepire questo terreno come famigliare, accogliente e fertile, rimane comunque uno spazio in cui ci si muove con incertezza, un contesto che richiede di essere fortemente duttili e mentalmente aperti. Quest’ultimo aspetto, credo sia il carattere più importante della creatività.

 

Elisabetta: quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Adriano: per quanto concerne la mia esperienza, l’ingrediente principale del processo creativo è la capacità, principalmente non razionale, intuitiva, di mettere in connessione feconda immagini, forme, parole e materiali che possono essere anche molto lontani fra loro, accostandoli ad “orecchio”, per così dire. E per quanto gli elementi alla base possano essere semplici, il prodotto finito risulta innovativo, originale. Tale processo creativo si basa sulla possibilità di lasciare che le cose accadano nella piena libertà di manifestarsi, senza spingere verso un fine ultimo predefinito. È questa per me la vera bellezza dell’atto creativo, ciò che fa sì che venga vissuto come appagante e liberatorio.

Un altro aspetto del processo creativo per me importante è il continuo tentativo di mettermi in gioco, di misurarmi senza sosta con i miei contenuti mentali e con i limiti della mia psiche. È un costante confronto con immagini di me stesso e con i miei limiti e condizionamenti.


Grattacieli a vento – Adriano Avanzini

Arianna: che cosa avvia, come si sviluppa la tua creatività e in quali condizioni?

Adriano: solitamente la mia creatività prende forma in maniera inaspettata ed imprevedibile, senza che io mi sia prefissato fin dall’inizio particolari risultati. È un cammino che si fa camminando, tanto per citare una delle celebri frasi del poeta spagnolo Antonio Machado, che penso descriva bene il processo creativo: mentre si comincia a fare, prende forma qualcosa che, mano a mano, si precisa sempre più chiaramente.

Le condizioni che possono attivare la creatività sono molteplici. Esse sono legate a stimoli interni ed esterni. Prendono spunto proprio da quegli accostamenti e associazioni di immagini, idee e concetti di cui parlavo prima, che possono anche non essere molto congruenti tra di loro, e senza particolari legami con le situazioni psicologiche o ambientali che mi circondano in quel preciso momento.

A volte capita che, la creatività che apparentemente si sviluppa a partire da questi stimoli, sia il risultato di un processo lento, mentre a volte può, al contrario, prendere forma da un’intuizione istantanea, la quale non saprei spiegare in maniera limpida da dove nasca, ma percepisco che deriva da un intenso lavorio interiore.

Silenzio – Adriano Avanzini

Elisabetta: che conseguenze ha sulle tue emozioni e sul tuo stato d’animo la produzione creativa?

Adriano: generalmente la mia produzione creativa mi fa sentire bene. Mi diverte associare e mettere insieme forme, colori, materiali, in quanto questo fermento creativo ha il potere di stimolare le parti migliori di me. Inoltre, il piacere estetico che deriva dal prodotto creativo finale, mi fa sentire appagato e soddisfatto. Vivo la creatività come una grande risorsa che è lì, dentro di me, disponibile e percepibile, una specie di alleato fantasioso, imprevedibile e rassicurante allo stesso tempo.

 

Arianna: che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso o dell’autore in genere?

Adriano: sapere di essere in grado di creare un oggetto capace di comunicare, indipendentemente da quale tipo di prodotto si tratti, un quadro, una poesia, una scultura, dà l’idea di avere qualcosa di prezioso che ti appartiene. È come sapere di avere una sorta di potere speciale che puoi mettere in gioco in ogni momento.

Sicuramente l’atto creativo è un ingrediente importante che contribuisce a creare autostima e fiducia in sé. In fondo la creatività non è altro che un gesto di cura verso sé stessi. Durante l’atto creativo è come se si stabilisse una relazione e una linea diretta con i luoghi più profondi di sé. Il prodotto creativo finito, il quadro, la poesia o la canzone che sia, è uno specchio che restituisce all’autore un suo stesso riflesso e il creatore, pur rivedendosi in tutte le sue imperfezioni, non può che volergli bene.

 

Elisabetta: nel rapporto con gli altri il tuo atto creativo cosa determina?

Adriano: Il prodotto creativo è una chiave di accesso a parti di sé importanti, intime, più o meno profonde. Nella relazione con gli altri mette in gioco molte cose, tra cui la disponibilità a lasciar cadere barriere psicologiche, ideologiche, culturali. Nell’atto creativo sono presenti anche nodi del nostro equilibrio, aspetti della nostra intimità molto fragili e vulnerabili, anzi, per molti aspetti, questa è la parte più importante dell’opera e condividerla con gli altri espone l’autore a sguardi e giudizi a volte gratificanti, altre volte frustranti, altre volte ancora capaci di dare  avvio a crisi costruttive che inducono l’autore a esplorare nuove vie. C’è bisogno quindi di cura reciproca; se c’è questo processo, possono nascere nella relazione piani di comunicazione, più fecondi, più appaganti.


Grattacieli a vento 2 – Adriano Avanzini

Arianna: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Adriano: Il prodotto creativo non viene fatto solo per sé stessi, qualunque cosa si faccia viene inevitabilmente a far parte del mondo e quindi della relazione con gli altri. Il riconoscimento o non riconoscimento esterno incide molto. Qui si presenta una grande opportunità da cogliere: essendo una forma di comunicazione non convenzionale e connessa con l’interiorità dell’autore, il linguaggio creativo offre l’opportunità di interagire su un piano più diretto. Se si riesce a stabilire una comunicazione su questo livello, il riconoscimento reciproco risulta più immediato e gratificante, oltre che più ricco. Lo strumento creativo può contribuire a costruire relazioni produttive, coinvolgenti, socialmente utili, fertili.

 

Elisabetta: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Adriano: Quello creativo è un linguaggio universale. Chiunque, volendo, lo può comprendere, fruirne; per giovarsene basta lasciare aperte porte e finestre della testa, essere disponibili a mettere in discussione le proprie certezze, recuperando una certa freschezza dell’osservare, cercando di guardare ciò che si ha davanti da un punto di vista il meno soggettivo possibile, almeno in un primo momento. Il processo che viene messo in moto in modo automatico di gradire o sgradire, interpretare etichettando, complica e può compromettere la percezione di ciò che si ha davanti agli occhi. Se c’è disponibilità e apertura, si può trarre giovamento dallo scambio reciproco a partire proprio dal prodotto creativo.

 

Arianna: Quale immagine ti viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Adriano: Non c’è un’immagine particolare, forse perché una specifica immagine rischierebbe di ridurne la portata e il significato, circoscrivendoli a qualcosa di troppo riconoscibile per poter rappresentare la creatività, che per sua natura sfugge a descrizioni e definizioni. Quella che però potrebbe venirmi in mente in questo momento è l’immagine della fucina, anche perché rimanda a molti miei lavori in cui dare forma alle cose con il fuoco ha una parte importante. La fucina come luogo in cui la materia grezza viene modellata con le mani e si trasforma in cose nuove e inaspettate.

Ferro – Adriano Avanzini

Elisabetta: Pensi esista una relazione tra depressione e creatività?

Adriano: Io credo di sì. Se lo stato depressivo è quello che compromette fortemente la fiducia in sé oscurando tutto, allora non si può vedere nulla all’orizzonte, tantomeno la possibilità di creare qualcosa. Se però mi baso sulla mia esperienza della dimensione depressiva allora sì, perché la depressione per certi versi potrebbe favorire la creatività. Dopo tutto lo stato depressivo è una modalità del sentire, e dato che è differente da quello normale, può essere una fonte di stimoli creativi fecondi e nuovi.

 

Arianna: Quando un prodotto creativo è per te davvero concluso?

Adriano: Quando lo tiro fuori dal forno – quello della fucina – e vedo che ha fatto quella bella crosticina in superficie, ed è lievitato al punto giusto da farmi venire voglia da farlo assaggiare anche agli amici e agli altri, che poi magari se lo gustano pure. Fuor di metafora, il prodotto creativo deve rispondere alle mie aspettative, al mio intento di comunicare od evocare qualcosa, un’emozione, un sentimento, o anche semplicemente suscitare il piacere del puro godimento estetico.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Adriano: Si può avere un talento particolare, ma la creatività non è pensabile come privilegio di un’élite. È sicuramente accessibile a chiunque, siamo potenzialmente tutti creativi, i bambini lo sono spontaneamente, è sempre presente nel gioco, e la creatività è anche un gioco. È una qualità accessibile che ha bisogno di essere coltivata e fatta crescere. Può essere che per fattori strettamente soggettivi, che fanno parte della storia personale di ognuno, questa qualità sia particolarmente attiva già nell’infanzia, e che poi venga continuamente stimolata ed allenata nel tempo. Personalmente mi ha sempre accompagnato sin da piccolo, ma non è detto che non la si possa far fiorire negli anni, basta volere prendersene cura, coltivarla e affinarla. Ciascuno di noi, del resto, nel momento in cui riesce a combinare insieme parole, colori, forme, che comunicano con forza e originalità un’emozione, produce un atto creativo.

Luci e ombre – Adriano Avanzini

Arianna: Pensi che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Adriano: La creatività, intesa come quello specifico prodotto artistico di cui abbiamo parlato sin qui, ha sempre avuto una funzione sociale. Se pensiamo alla storia dell’arte e ai grandi artisti, si può dire che la creatività ha contribuito a modificare la nostra percezione del mondo. Anche oggi certe forme artistiche, certi artisti, concepiscono e producono arte in questa funzione. Ma, più concretamente, credo che la funzione sociale a cui ci sta riferendo sia quella calata nel concreto della realtà a noi più vicina, ad esempio quella del Gruppo della Trasgressione.

Qui la creatività può essere uno strumento potentissimo che può avere una grande funzione nella prevenzione, inclusione, crescita. Soprattutto pensando ai giovani più problematici ma anche ai detenuti. Perché la creatività è una specie di fucina che ci portiamo dentro: attivare la fucina significa attivare le parti più costruttive, l’autostima, la fiducia in sé; è un mezzo potente per educare a prendersi cura di sé e degli altri, combinando insieme le diverse parti che ci appartengono: tonalità emotive forti e fragili, luci, ombre, cose nobili e meno nobili.

Citazione – Adriano Avanzini

Aspetti come aggressività, imperfezioni, incertezze, debolezze possono diventare veramente la materia prima su cui lavorare, una materia che, messa in relazione con gli altri, può dare facilmente adito a rielaborazioni, trasformazioni e nuove creazioni che favoriscono il riconoscimento reciproco. Credo che la creatività, se bene accudita, possa costituire uno strumento per l’inclusione sociale, per la valorizzazione delle differenze, di età, cultura, identità; in generale, un modo per crescere nella diversità.

Intervista ed elaborazione di 
Arianna Picco ed Elisabetta Vanzini

La galleria di Adriano Avanzini  –  Interviste sulla creatività

Il dolce e l’amaro

IL GRUPPO DELLA TRASGRESSIONE 8 MARZO 2021
Cineforum su ‘’Il dolce e l’amaro’’ (Andrea Porporati, 2007)

LA TRAMA
Saro Scordia è il figlio di Vito Scordia, mafioso siciliano morto in carcere durante alcune rivolte. Dopo la morte del padre, Saro viene introdotto gradualmente nella vita mafiosa tramite un amico di famiglia, Don Gaetano, il quale gli assegna diversi “lavori” da portare a termine. Saro diviene presto “uomo d’onore”, giurando fedeltà a Cosa Nostra e assicurandosi così il “rispetto” di tutto il paese. Arriva a compiere anche degli omicidi su commissione. Inoltre, per obbedire alle indicazioni di don Gaetano, si sposa con una donna che non ama e mette su famiglia. La sua vita da deviante lo porta ad allontanarsi dal suo unico amore, Ada, la quale si rifiuta di sposarlo per la vita che conduce. Più avanti Saro inizia a guardare con una certa perplessità le dinamiche all’interno della mafia e decide di fuggire in una città del Nord Italia per rifarsi una vita sotto protezione; qui si ricongiunge con Ada, dalla quale nasce una figlia. Si rende così conto della bellezza delle cose semplici come tornare a casa dalla propria famiglia, cucinare per sua figlia e per sua moglie, lontano dalla sua vecchia vita nella mafia. 

 

L’INGRESSO
Il protagonista descrive l’ingresso nella mafia come l’ingresso nella famiglia perfetta, dove “tutto viene fatto alla luce del sole e ci si dice sempre la verità”,  principi che contrastano molto con ciò che nei fatti è la mafia. Nella prima parte del film viene ben descritto come chi entra a far parte di queste associazioni mafiose viva in una realtà parallela dove tutto viene distorto e si pensa che il rispetto e l’invidia altrui siano quello che più conta nella vita. E così, passo dopo passo, si giunge a fare giuramento a un’associazione che si vede come perfetta. 

 

LA SEDUZIONE DEL MALE
In certi ambienti e in certi contesti sociali è facile essere sedotti dal male e dalla criminalità in giovane età; è una seduzione che avviene in maniera così rapida che il soggetto quasi non se ne accorge. Il male, in questi tipi di realtà, ha un potere seduttivo molto forte. Questo film rimanda a quello che al gruppo della trasgressione viene definito ‘’il virus delle gioie corte’’: è più facile godere di qualcosa la cui fruizione è immediata piuttosto che di quello che deve essere costruito con un impegno costante. Questo vale anche per la costruzione di affetti e di relazioni durature. 

 

LE MANCANZE DI SARO
Quello che manca a Saro nella sua vita è la libertà; Saro non è libero di scegliere, deve semplicemente eseguire degli ordini, deve “riconoscere la Luna al posto del Sole” e annullare la sua individualità e i suoi affetti. Ada gli dice in maniera chiara che non può condividere la vita con un soggetto che ha uno stile di vita criminale. Saro in questi incontri con Ada esprime tutta la sua violenza, dentro di lui c’è solo l’idea di afferrare quel che considera una sua proprietà privata. Saro sposa Antonia, la prima moglie, perché il padrino ha pensato fosse il momento per lui di mettere su famiglia; la sua vita è scandita minuto per minuto dalla volontà e dalle aspettative di qualcuno che lo domina, che è estraneo ai suoi sentimenti, ma al quale ha deciso di consegnare la sua libertà. Questo film rende bene l’idea delle associazioni criminali in cui si è inglobati senza fermarsi mai a pensare, in cui viene anestetizzato tutto, dove c’è solo azione e non riflessione. 

 

CRIMINALITÀ E GIUSTIZIA
Durante il nostro incontro ci siamo soffermati sull’idea che “il delinquente pratica una sua giustizia”: egli viene da una storia che lo ha abituato a percepire solo cose appariscenti e poi a procedere in conseguenza ai suoi abbagli. Egli capisce bene che quando sequestra qualcuno o uccide non sta praticando la giustizia, ma ritiene, con il conforto dei suoi complici, che quella è la cosa da fare; tutte le sollecitazioni interne che suggeriscono altro vengono messe a tacere e, in conseguenza di ciò, egli commette abusi e azioni criminali che nel suo delirio hanno lo scopo di ristabilire un equilibrio violato. Il  “cavaliere della giustizia”, motivato a “mettere le cose a posto”  vive in un suo mondo fatto di poche cose importanti. Dal suo punto di vista,  all’interno del mondo che considera significativo si deve procedere con giustizia; ad esempio, nel film, i ragazzini accusati di aver derubato la madre di Sciacca dovevano essere puniti e non uccisi; ma dopo aver legiferato insieme, il sig. Sciacca decide che occorre procedere secondo una giustizia più appropriata e, se gli altri non capiscono, pazienza. Il mafioso, insomma, pratica la giustizia nell’Hic Et Nunc,  senza troppo preoccuparsi delle regole fissate da lui stesso o dal suo clan il giorno prima. Il suo senso della giustizia è quello del miope che inquadra ciò che conta solo all’interno perimetro che la sua miopia gli permette di raggiungere. Ciò che succede al di là non lo riguarda. Mosso dalle frustrazioni, dalla rabbia e dai modelli con cui è cresciuto, trova nel clan l’ambiente per diventare forte e ristabilire la giustizia nel mondo (nel suo cortile), senza accorgersi o senza dare rilievo al fatto che tante volte i suoi figli giocano con i bambini del cortile accanto.

 

LA LEGGE MORALE
Bisogna esplorare il percorso che porta l’adolescente a operare le sue prime scelte.  Quello che sentiamo non è solo il risultato di ciò che noi scegliamo, ma anche dello spazio che ci viene presentato dalle figure significative che ci aiutano a crescere. Saro si comporterà da burattino nelle mani del padrino Butera fin quando non capirà  di aver perso il controllo sulla sua stessa vita. A questa nuova visione delle cose contribuisce Ada, che, nonostante il contesto siciliano, rifiuta lo stile di vita di Saro; non è un rifiuto all’amore, ma della scelta di vita sbagliata fatta da Saro. 

 

AMORE E DELINQUENZA
Prendiamo ora in considerazione il rapporto con Ada, la donna di cui Saro si mostra innamorato e che continua a ricercare nel corso del film per convincerla ad avere una relazione con lui. Il forte sentimento di Saro è ricambiato, ma Ada gli dice con fermezza di non poter condividere i suoi abusi e il suo stile di vita.

Durante la discussione del film ci si è chiesti se il sentimento che Saro prova nei confronti di Ada si possa chiamare davvero “amore”, un amore assoggettato al potere e ad abusi continui. Saro non è in grado di far coesistere i suoi reali interessi: da un lato fare strada nella mafia, dall’altro l’amore per Ada.

E Ada come può  amare un violento, un assassino? Ma forse Ada riesce a vedere la violenza nei suoi confronti come una debolezza dell’uomo e questo le permette di non rifiutarlo in modo definitivo. Il sentimento della donna va oltre il delinquente, vede lontano e vede anche per Saro: alla fine l’uomo va dove la donna indica. Forse ci va perché a lui conviene, o forse perché a loro due conviene.

È bene sottolineare comunque che non tutti sono in grado di andare dove gli altri indicano: Saro invece ci è riuscito e dalla scelta di Saro di inseguire Ada nasce una famiglia.

 

L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA: UNA FAMIGLIA CON GERARCHIE E REGOLE
Quando un giovane entra in un’organizzazione criminale qualcuno gli dice che deve vedere “la Luna in cielo e non il Sole”, per fargli capire chi decide l’ordine del mondo. 

Nel momento in cui a Saro viene chiesto di uccidere il giudice, egli vive un turbamento, che vorrebbe condividere con l’amico, con il quale però non riesce a confidarsi. A questo punto inizia a toccare la solitudine. Il delinquente e il mafioso a poco a poco si ritrovano soli. Di fatto, il padre aveva avvertito Saro che, entrando a far parte di quella realtà, non ci sarebbe stato solo il dolce che stava assaporando, ma anche l’amaro.

Ci sono persone che sono arrivate a uccidere le proprie sorelle, il padre, le proprie figlie perché non rispettavano le regole della loro vera famiglia, Cosa Nostra. Infatti, ai componenti dell’associazione mafiosa viene imposto il disconoscimento della propria famiglia d’origine perché la prima vera famiglia deve essere la mafia.

All’interno della “famiglia” si deve fare strada perché chi rimane indietro muore. Tuttavia, si deve accrescere il proprio potere cercando di non superare mai chi è più potente,  altrimenti si muore. 

Una regola di Cosa Nostra è quella di saper fare il padre e il marito e infatti anche Saro viene spinto a sposarsi e formare una famiglia. Tuttavia, il mafioso pensa di rispettare la moglie e i figli, ma non è capace né di essere un marito né di essere un padre. 

Nel momento in cui si entra a far parte di Cosa Nostra e si fa un giuramento, si diventa un uomo d’onore. Un “uomo d’onore” non può mai mentire ad un altro “uomo d’onore”. Per questo motivo agli occhi di Saro quel mondo appare come perfetto, come una bella famiglia di cui fidarsi.

 

IL CAMBIAMENTO
È difficile accettare l’idea che persone che hanno fatto parte di associazioni mafiose possano cambiare. Nel corso della discussione ci si chiede se Saro sia riuscito a fare un serio percorso di autocritica. Guardando il film si ha la sensazione che l’evoluzione di Saro non sia sorretta da una reale presa di coscienza del male che ha fatto. Non c’è stata una rielaborazione effettiva del suo passato e del suo vissuto emotivo. È un po’ come se si fosse trovato con le spalle al muro e si fosse rifugiato in Ada, scappando dal suo passato.

 

LA FIGURA DI ADA
Ada è una donna con una capacità straordinaria di leggere la realtà e saper guardare oltre. All’inizio dei film vediamo Ada e Saro passare insieme una giornata ed emerge chiaramente tra loro un trionfo di affettività, desiderio e amore. Lei ha affrontato molte difficoltà e fatto una scelta complessa composta da molteplici passaggi, che permetteranno a Saro di costruire un nuovo futuro, diventando una persona diversa. Non è chiaro nel film se Saro sia stato capace di aggiornare la sua visione della donna e del loro rapporto. Si intuisce però che la coppia che si è formata vive nell’universo morale della donna. Ada non scende a compromessi con Saro, lascia la Sicilia e si trasferisce in un paese del Nord Italia, paese dove Saro cercherà di aprirsi a una nuova vita,  allontanandosi dall’ambiente mafioso e consegnando ad Ada le proprie fragilità.

 

LA COLLABORAZIONE CON GLI ORGANI DI GIUSTIZIA
La collaborazione con la giustizia di Saro ha chiaramente dei connotati di interesse personale e privato e gli serve per salvarsi la vita, per portare avanti il rapporto con Ada che è stata la sua “molla”, essendo l’elemento che l’ha salvato e pungolato fino al momento della scelta di collaborare.

Al gruppo ci si chiede quale evoluzione abbia avuto la coscienza di Saro quando decide di raggiungere Ada. Prima di questa scelta, Saro si dimostra perplesso rispetto all’ordine di uccidere il giudice di cui è amico, ma non dimostra un rifiuto dei principi della mafia.

Il pentito non passa attraverso un processo di ricostruzione della coscienza, dell’identità, di un “percorso di cittadinanza”. Questo espone la categoria dei pentiti a quanto viene presentato nel film: recidive, commistione, ambiguità, ritrattazione e ricatti. Diverso è il discorso su persone che, attraverso un percorso personale di molti anni, tornano ad essere cittadini. Esistono inoltre anche i cosiddetti “dissociati”, ovvero coloro che non hanno più nulla da raccontare o comunicare, ma solo brandelli di verità da vendere per motivi differenti, che si dissociano dall’ambiente criminale per avere dei ritorni in termini di benefici modesti. Il pentito, il dissociato e il trasgressore sono tre figure che hanno caratteristiche, percorsi e lavori individuali profondamente diversi. 

 

LA PERPLESSITÀ DI SARO
In diversi momenti del film, Saro consegna allo spettatore la sua perplessità e il suo turbamento nonostante continui a procedere per la sua strada. Saro non è il fanatico che crede a quel che viene dichiarato col giuramento mafioso. I passaggi in virtù dei quali diventa progressivamente uomo d’onore non sono accompagnati da un’intensificazione del suo delirio. Potrebbe essere interessante allora chiedersi come si sente e cosa vive una persona durante il giuramento come uomo d’onore.

 

TESTIMONIANZA DI EX-DETENUTO
“Nel momento in cui si entra in Cosa Nostra non viene estromessa la famiglia che uno si è creato, ma necessariamente viene messa in secondo piano, perché la prima famiglia è Cosa Nostra. Ci sono persone di Cosa Nostra che hanno ucciso alcuni familiari in quanto non rientravano nei canoni prestabiliti. Spesso all’interno di Cosa Nostra la donna subisce, oppure capita che per poter sposare una donna sia necessario ucciderne il padre (in quanto carabiniere ad esempio), senza che questa sia a conoscenza di chi abbia commissionato la morte del padre. Quando una persona diventa parte di un’organizzazione criminale, si è già avvicinato a quella famiglia, commettendo alcuni reati. Un tempo mi sentivo grande, oggi mi chiedo perché ho fatto tutto questo” 

 

RICOSTRUIRE LA CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO SÉ
Il recupero delle persone non è cosa facile. Il regista propone la collaborazione con la giustizia come alternativa per far giungere Saro alla presa di coscienza della parte amara della vita, innescando una crescita, un percorso di purificazione, redenzione e consapevolezza del proprio sé. 

Diversamente dai detenuti del Gruppo della Trasgressione, che rivendicano il valore di un percorso fatto a proprie spese, a Saro viene proposto di ricostruirsi una vita e gli viene offerto un lavoro in edicola, veicolando l’idea che egli sia diventato in grado di sudarsi la vita, accettando l’amarezza e il rischio che vivono tutti i cittadini.

 

TESTIMONIANZA DI UN EX-DETENUTO
“Noi che veniamo da tantissimi anni di carcere, non siamo collaboratori di giustizia, ma collaboriamo con le autorità e in questo caso specifico attraverso il Gruppo della Trasgressione. Non arretriamo nelle nostre responsabilità. Se una persona entra in carcere e collabora fin da subito, in questo modo non si evolve. Penso che il lavoro fatto in dieci anni con il Gruppo della Trasgressione sia una vera collaborazione: bisogna impegnarsi e mettere al proprio interno semi che possano germogliare. 

Alcuni, avendo collaborato, non hanno mai fatto un giorno di carcere. Io invece penso che sia necessario sudarsi le cose, facendosi aiutare da altre persone capaci di fornirti gli strumenti per far nascere dentro di te qualcosa, per vedere cosa c’è in questa parte di mondo che tu da solo non sei capace di vedere. Se non si trovano persone che ti portano a vedere l’altra parte del mondo, questo in carcere non succederà mai, perché prevalgono gli interessi del capo branco e non il desiderio di aiutare l’altro”.

 

Alessia, Asia, Federica e Arianna

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Le attività di Trasgressione.net

Arianna Picco, Matricola 482607
CORSO DI STUDIO: Psicologia
TIROCINIO CURRICULARE PRESSO: Associazione Trasgressione.net
PERIODO DEL TIROCINIO: dal 17/11/2020 al 30/12/2020

CARATTERISTICHE GENERALI DELL’ATTIVITÁ SVOLTA
Il “Gruppo della Trasgressione” è stato fondato dal Dott. Aparo, psicologo e psicoterapeuta che opera da più di 40 anni in carcere e che circa 20 anni fa ha avuto l’idea innovativa di favorire il confronto tra detenuti, ex detenuti, studenti, famigliari di vittime di reato e comuni cittadini perché ognuno potesse trarne beneficio. Nel 2006 dal gruppo è nata l’Associazione “Trasgressione.net” e nel 2012 una Cooperativa Sociale, che permette, attraverso la consegna di frutta e verdura a domicilio alle persone bisognose e con la vendita nei mercati, un’entrata economica e un lavoro a ex detenuti, favorendo un loro reinserimento “assistito” nella società.

Obiettivi principali del Gruppo della Trasgressione sono il percorso per giungere alla consapevolezza dei propri strappi, dei propri errori; il riconoscimento delle proprie fragilità senza provarne vergogna ma accogliendole e valorizzandole; il recupero del rapporto con i propri cari; la responsabilizzazione e la ricostruzione di una credibilità agli occhi della propria famiglia; il riconoscimento delle proprie emozioni e la condivisione delle stesse. Tutto questo avviene agli incontri del Gruppo della Trasgressione, presieduti dal Dott. Aparo, che si pone come figura guida nella ricostruzione di sé dopo un passato di devianza.

Di norma, gli incontri tra i diversi componenti del gruppo si svolgono ogni settimana presso la sede di via Sant’Abbondio a Milano e nelle carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore; al momento, a causa della situazione di emergenza sanitaria, sono invece online sulla piattaforma Zoom.

Sono previsti periodicamente incontri con le scuole in cui tirocinanti ed ex detenuti parlano agli studenti degli istituti inferiori e superiori raccontando la loro esperienza e facendo loro comprendere il danno che si crea a se stessi e agli altri attraverso la devianza.

Il lunedì le attività online sono improntate sul Progetto di Cineforum “La Banalità e la Complessità del Male” durante il quale si discute di film inerenti la tematica della devianza, cercando di analizzare i fattori di rischio e di protezione nello sviluppo di delinquenza, tossicodipendenza e bullismo. A questi incontri hanno partecipato anche gli studenti del Liceo Artistico Brera di Milano, collaborando attivamente nell’esprimere le loro riflessioni e dare i loro contributi. Durante questi incontri si tratta anche il tema della Criminalità Organizzata, su cui vengono visti alcuni film di cui si discute; durante un incontro abbiamo avuto modo di confrontarci con la dott.ssa Monica Forte, Presidente della Commissione Antimafia della Lombardia.

Il martedì si svolge il progetto “Genitorialità responsabile”, grazie al quale ci si confronta sulla tematica della spesso difficile relazione tra genitori detenuti e figli: i figli infatti fanno fatica a vedere un genitore detenuto come punto di riferimento, provano sentimenti contrastanti nei suoi confronti, oppure maturano rabbia verso gli agenti penitenziari e verso l’autorità che considerano ingiuste nei confronti del proprio genitore. La situazione di disagio che spesso questi giovani vivono può condurre alla devianza di seconda generazione. Occorre per questi motivi agire per favorire maggiori momenti di incontro tra genitori detenuti e figli, aiutando i genitori a ricostruire una credibilità agli occhi del figlio, attraverso attività svolte insieme ai propri cari.

A tal proposito si è ideato un progetto di cucina in carcere, nel quale i genitori detenuti possano preparare e consumare un pranzo con i loro figli e con gli agenti penitenziari, per facilitare attraverso un’attività creativa come la cucina un rapporto funzionale tra le tre parti.

Il giovedì si tratta invece il progetto “Palestra della creatività”, discutendo di possibili iniziative di prevenzione della devianza, del bullismo e della tossicodipendenza attraverso la creazione e la valorizzazione di elaborati artistici (musica, poesie, disegni, sculture). L’idea di fondo è che un ambiente dove le risorse individuali vengono accolte e coordinate per coltivare obiettivi comuni possa essere utile a prevenire il disagio e i vissuti di marginalità, che sono non di rado anticamera della devianza.

Un altro obiettivo del Gruppo della Trasgressione è favorire l’integrazione delle persone straniere in Italia: a tal proposito si è pensato di facilitare dei momenti in carcere in cui i detenuti a turno cucinino un piatto tipico del loro Paese di provenienza per offrirlo a tutte le altre persone. Questo si pensa possa facilitare i rapporti difficili che spesso si vengono a creare in carcere tra detenuti, rendendo ancora più complicato e quindi disfunzionale il periodo di detenzione.

A seguito di ogni incontro era mio compito redigere dei verbali insieme ad altri studenti tirocinanti, riportando tutto ciò che veniva trattato durante la giornata. Era richiesto inoltre ai tirocinanti di partecipare attivamente agli incontri, dando contributi e idee inerenti ai progetti in programma.

Ho avuto modo di partecipare alla preparazione e realizzazione dello spettacolo teatrale “Il mito di Sisifo” con la collaborazione di Municipio 5 di Milano. Questa rappresentazione, attraverso il mito greco, permette di trattare tematiche legate alla devianza, al delirio di onnipotenza di chi delinque, al rapporto contrastato tra genitori e figli, fino alla presa di consapevolezza da parte del detenuto del proprio percorso e dei propri errori e alla formazione del cittadino, cioè della persona interessata alla “Cosa pubblica”. Questo spettacolo permette a studenti tirocinanti, cittadini, famigliari di vittime di reato, detenuti ed ex detenuti di dialogare, confrontarsi ed interagire in maniera creativa e produttiva.

Durante il mio tirocinio ho avuto la possibilità inoltre di partecipare come membro attivo del Gruppo della Trasgressione a incontri con la comunità Oklahoma di Milano, un centro di accoglienza di giovani in messa alla prova o con problematiche famigliari, con i quali si è pensato di svolgere attività creative e azioni socialmente utili in collaborazione con Municipio 5 di Milano per prevenire la devianza ed il disagio.

 

OBIETTIVI RAGGIUNTI
Grazie a questo tirocinio ho acquisito più sicurezza in me stessa, più consapevolezza delle mie risorse e potenzialità. Ho avuto modo di aprirmi a riflessioni e punti di vista differenti, collaborando insieme agli altri membri dell’Associazione per obiettivi comuni, dando il mio contributo per idee di progetti in ambito sociale e potenziando le mie capacità di ascolto attivo, fondamentali per la professione di psicologo.

Ho imparato a riconoscere i fattori di rischio e di protezione del disagio e della devianza, ed a progettare piani di intervento e di prevenzione degli stessi. Ho conosciuto una realtà, quella carceraria, le cui problematicità riguardano tanti settori e sono ancora poco prese in considerazione dalla società: l’applicazione effettiva della funzione rieducativa della pena; il reinserimento sociale del detenuto durante e dopo la conclusione della pena; un supporto nella coltivazione di rapporti famigliari e, soprattutto, nel rapporto con i figli.

Ho conosciuto persone con vissuti differenti dal mio, che attraverso le loro parole mi hanno portato estremo arricchimento interiore, utile a livello personale e formativo per il mio futuro lavoro di psicologa. Attraverso questa esperienza ho imparato a dialogare e non solo a litigare con la mia timidezza e ho ampliato le mie conoscenze, confrontandomi costantemente su tematiche come l’importanza della figura genitoriale per un figlio, il rapporto con l’Autorità, la presa di coscienza dei possibili “strappi” subiti durante l’adolescenza e l’infanzia e la rielaborazione degli stessi, i sensi di colpa, l’importanza del riconoscimento dell’Altro, il percorso di cambiamento, di maturazione e di responsabilizzazione.

Il Gruppo della Trasgressione è uno strumento fondamentale per la società, in quanto permette un confronto sano e funzionale tra le persone favorendo l’emergere delle risorse insite in ognuno. Reputo di estrema importanza gli interventi svolti da questa Associazione all’interno ed all’esterno delle carceri in quanto permettono la prevenzione della devianza ed il recupero e la ricostruzione di un Cittadino.

Come citato dalla nostra Costituzione infatti, la funzione della pena deve essere rieducativa: questo appare in profonda contraddizione con la situazione reale delle carceri italiane e le modalità di detenzione; la chiave per il recupero di una persona, affinché una volta uscita dal carcere possa contribuire attivamente al benessere della società, non è l’emarginazione sociale ma il confronto attivo con la società civile che permetta un suo graduale reinserimento lavorativo nella società stessa attraverso il riconoscimento delle sue risorse. La ricostruzione di un cittadino è un processo lungo ma realizzabile e i cui effetti benefici si ripercuotono sul singolo, sulla sua famiglia (anche prevenendo la devianza di seconda generazione) e sulla società intera.

Poiché reputo i progetti del Gruppo della Trasgressione utili e innovativi, ho deciso di restare come membro attivo dell’Associazione.

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Le competenze che vorrei

Coompetenze per un futuro da psicologa penitenziaria

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio di idee, riflessioni e creatività in cui ogni incontro porta arricchimento per chiunque ne prenda parte. Al gruppo vengono affrontati temi complessi e a volte anche dolorosi, ma questo avviene in un luogo non giudicante, in cui ci si sente accolti.

Si affronta la tematica della Banalità e della Complessità del Male, cercando di rintracciare e analizzare le origini del disagio personale, alla base della devianza, della tossicodipendenza e del bullismo; si fa prevenzione attraverso incontri con studenti di scuole medie primarie e secondarie e laboratori di creatività con Comunità di giovani che provengono da storie di vita difficili. Vengono realizzate rappresentazioni teatrali come il Mito di Sisifo, che racchiude in sé una metafora della devianza, includendo i concetti di delirio di onnipotenza, rapporto genitori figli e recupero della coscienza. Nell’inscenare il Mito studenti e detenuti interagiscono e si confrontano sul palcoscenico.

Si compiono inoltre azioni sul territorio, con consegna di frutta e verdura alle persone più bisognose grazie all’impegno costante di detenuti ed ex detenuti che si sono ricostruiti una vita nuova, offrendo contributi e benessere alla società ed in primis a se stessi, attraverso il riconoscimento delle proprie fragilità che ora non sono più tenute nascoste nella “nicchia” , coperte dalla “crosta”, ma che attraverso la riscoperta delle cose semplici, genuine ed autentiche, ovvero il “profumo del rosmarino”, sono diventate punti di forza.

Con le attività di tirocinio ho imparato ad avere più fiducia nelle mie risorse e a far emergere le mie potenzialità senza troppa paura di fallire o di sbagliare. Ho imparato a confrontarmi con un gruppo, collaborando in vista di obiettivi comuni, esprimendo il mio punto di vista, ascoltando attivamente l’altro, capacità fondamentale nella professione di psicologo.

Ho conosciuto un gruppo composto da persone con vissuti differenti, alcuni molto difficili e traumatici. Oggi reputo sia una ricchezza enorme aver conosciuto il Gruppo della Trasgressione perché ogni singolo membro ha dato e ogni giorno continua a dare un contributo a tutti, raccontandosi, aprendosi, fidandosi. È questa per me la vera ricchezza: entrare in contatto con persone con vissuti differenti che attraverso le loro parole mi hanno aperto a prospettive nuove che non conoscevo. Reputo che la chiave per abbattere ogni paura e giudizio sia per chiunque la conoscenza ravvicinata e il contatto con il vissuto dell’altro e ho visto che scoprire e avere cure delle proprie e altrui fragilità  permette di sentirsi simili e di collaborare

Non si può chiamare conoscenza dell’altro quella studiata sui libri senza un contatto diretto. Cio che porta arricchimento per studenti e detenuti è la conoscenza diretta, attraverso il confronto, la condivisione di emozioni, con esperienze e obiettivi comuni e la collaborazione per raggiungerli. Credo oltretutto che sia proprio questa la chiave per il recupero della coscienza del detenuto.

Per il mio futuro lavoro di psicologa, dato che vorrei proseguire la carriera in ambito penitenziario, vorrei acquisire più nozioni riguardanti le leggi in ambito penale; venendo da una formazione psicologica non ho mai avuto modo di studiare la materia, ma credo sia fondamentale se si desidera operare nel settore penitenziario.

Reputo utile, inoltre, che vengano approfondite ed estese nella società:

  • li criteri e le griglie per il riconoscimento dei fattori che concorrono allo sviluppo della devianza della tossicodipendenza e del bullismo,
  • gli strumenti per prevenirli,
  • le modalità di intervento per favorire il recupero della persona detenuta,
  • le iniziative  per sensibilizzare la società sull’importanza del reinserimento sociale e lavorativo della persona durante la detenzione,  con le misure alternative, e dopo la scarcerazione, con progetti mirati al reinserimento del nuovo cittadino.

Arianna Picco

Le interviste del Gruppo della Trasgressione
 Relazioni di Tirocinio

Nella tana della notte

Era una sera di maggio 2016, era da poco passata la mezzanotte, stavo rientrando a casa dopo una serata divertente passata a casa di un’amica che abita non lontano da me. Faceva caldo ed era piacevole fare una passeggiata fino a casa con il buio e la tranquillità delle strade che a Milano durante il giorno sono sempre trafficate e rumorose. La città era silenziosa e mi rilassava passeggiare ascoltando il silenzio della notte e lasciandomi trasportare dai miei pensieri. Di giorno non mi concedo mai un momento di pace, la vita di Milano è frenetica e non si riesce mai a fermarsi e donarsi del tempo per divagare nei propri pensieri. La notte invece è un momento magico in cui tutto si ferma e ci si permette di ascoltarsi davvero.

Arrivai al portone del mio palazzo, non trovavo le chiavi, cercai meglio nella borsa e dopo averle trovate aprii ed entrai nell’atrio. Salii le scale e arrivai all’ascensore. Nell’attesa, mi venne spontaneo guardare verso il portone poiché essendo a vetri si riesce a vedere fuori. Vidi la testa di un uomo che mi stava osservando e che appena capí di essere stato notato si ritrasse. Quello che provai in quel momento fu paura paralizzante. Era arrivato l’ascensore nel frattempo ma non so perché aspettai qualche secondo prima di entrare e salire, ero come paralizzata. Poi fu come se il mio spirito di sopravvivenza mi chiamasse, cosi mi ripresi e scappai in ascensore premendo insistentemente il tasto del mio piano, come nella speranza di velocizzare la chiusura delle porte e l’arrivo nella mia abitazione. Mi precipitai in casa e corsi subito da mia madre che stava già dormendo in camera sua per raccontarle che c’era un uomo fuori dal nostro palazzo. Ora ero al sicuro, ero a casa, la porta era chiusa a chiave ed ero con mia madre. Quella notte dormii nel letto matrimoniale con lei.

Ad oggi non so se quell’uomo sia rimasto li sotto casa mia nascosto come un predatore ancora per molto o se se ne sia andato subito dopo. Non so cosa sarebbe successo se io ci avessi impiegato due secondi in più a trovare le chiavi di casa. Posso, per fortuna, solo immaginarlo, e per meccanismo di difesa ho rimosso il suo volto. Ricordo solo la scena globale, ma ne ho rimosso i particolari.

Purtroppo non per tutte le donne finisce cosi una vicenda del genere e si ritrovano nel giro di due secondi dall’essere felici e spensierate in una calda serata primaverile al diventare prede di un uomo acquattato nella tana della notte in attesa di calpestare e traumatizzare un’esistenza.

Vorrei che ogni essere umano potesse sentirsi sicuro di tornare a casa ad ogni ora del giorno e della notte, senza la paura di predatori in cerca di prede. Vorrei che ai predatori venisse insegnato che il mondo non è una caccia, non è fatto di predatori e prede ma di Esseri Umani che in quanto tali devono essere Riconosciuti e Rispettati.

Arianna Picco

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Precarietà

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.
Giuseppe Ungaretti

La Violenza mi rimanda al senso di Precarietà personale provato ogni giorno dalla vittima di abuso.

Paura costante di essere picchiata, umiliata e abusata. Una donna vittima dell’ira feroce del suo compagno vive continuamente in uno stato di angoscia e d’incertezza, viene annullata dalle parole e dai gesti aggressivi di chi dice di amarla, ma che fa crescere in lei insicurezza e timore di dire o fare qualunque cosa, paura di ribellarsi, di chiedere aiuto a qualcuno, paura di difendersi da chi dovrebbe proteggerla, causando un suo progressivo isolamento dal mondo intero, fagocitata dal buco nero della Violenza.

Insicurezza è ciò che sente una ragazza che torna a casa da sola alla sera tardi con il buio e le strade deserte, percorrendo gli ultimi metri che la dividono dal suo portone di Casa, sperando che quei secondi passino in fretta e di potersi rifugiarsi al più presto tra le mura della sua abitazione.

Timore è ciò che prova una donna che troppe volte si sente fare “complimenti” squallidi da un branco di uomini che bevono la loro birra fuori da un bar e che rinforzano l’un l’altro i loro comportamenti dominanti.

Inquietudine è ciò che prova una ragazzina appena raggiunta la pubertà che si ritrova a doversi difendere da sola da uomini che come stormi di avvoltoi si fiondano sulle sue foto sui social network con commenti di cattivo gusto.

Terrore è ciò che sente una donna seguita fin sotto casa da un uomo predatore che le causa un trauma tale da rovinarle l’esistenza, perché nulla per lei sarà più come prima.

E violenza che provoca un ulteriore trauma è la furia dei commenti a posteriori sul web carichi di rabbia e odio, oppure di indifferenza, nei quali persone esterne alla vicenda trovano delle giustificazioni all’accaduto: “poteva prendere un taxi anziché tornare a casa a piedi”, “non doveva andare in giro cosi “scosciata””, “non doveva tornare a casa a quell’ora”, rendendosi cosi complici dell’abusante e alimentando un pensiero distorto secondo cui possano essere lecite delle giustificazioni alla violenza.

Angoscia è ciò che prova una donna vittima di stalking, costretta a cambiare indirizzo e numero di telefono perché il suo ex le ha reso la vita un Inferno con pedinamenti, appostamenti e minacce  dopo che lei ha trovato la Forza di lasciarlo.

Perdita dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione e del senso di autoefficacia personale è ciò che prova una moglie il cui marito non le permette di lavorare per esercitare un controllo ossessivo su di lei e, “generosamente”, provvede ad ogni spesa economica.

La violenza è tutto questo e non solo, essa è radicata nei gesti quotidiani di sopraffazione e negli stereotipi di genere ancora presenti in un mondo che si considera tanto moderno per certi versi ma che è ancora tanto retrogrado per altri aspetti e che produce una progressiva assuefazione alla discriminazione e all’abuso, facendo apparire come normali frasi o atteggiamenti di prevaricazione nei confronti della donna perché vissuti ormai come quotidiani e quindi banalizzati, rinforzati dalla pubblicità, dai programmi televisivi e da alcuni politici.

Il principio per il quale alcuni atteggiamenti e comportamenti verso il genere femminile risultano leciti e giustificabili è sbagliato alla base! Non sta a noi donne dover dimostrare il contrario, ma è l’intera società a dover insegnare l’amore ed il rispetto verso qualunque essere umano in quanto tale.

Che si tratti di violenza psicologica, fisica, sessuale o economica, è comunque  Violenza quella per cui si smette di riconoscere l’Altro come una Persona e lo si calpesta per saziare i propri bisogni personali in maniera egoistica e arrogante, riducendolo a mero Oggetto.

Arianna Picco

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Incontri e nuovi orizzonti

Arianna Picco

Le interviste del Gruppo della Trasgressione