Interrogarsi sulla trasgressione

Anita Saccani, Matricola: 792514
Tirocinio professionalizzante – Albo A, Area Sociale
Tipo di attività: Stage esterno
Periodo: 15 Aprile 2021 – 14 Ottobre 2021
Titolo: Interrogarsi sulla trasgressione

Caratteristiche generali dell’attività svolta
Ho svolto il secondo semestre del mio tirocinio professionalizzante presso il Gruppo della Trasgressione, una realtà composta da studenti, detenuti e liberi cittadini, fondata e coordinata dal Professor Angelo Aparo, psicologo e psicoterapeuta. L’associazione opera nelle case di reclusione di San Vittore, Bollate e Opera, e nel territorio milanese, con l’obiettivo di favorire la collaborazione e il dialogo tra detenuti e cittadini.

Il Gruppo della Trasgressione utilizza la devianza, in tutte le sue forme e sfaccettature, come punto di partenza per generare riflessioni sull’essere umano e sulla società in generale. Lo scambio reciproco di pensieri e idee favorisce la costruzione di un rapporto sincero tra i membri del gruppo, vengono abolite le etichette, non ci sono più detenuti, studenti, ex-detenuti o parenti di vittime, ma ci sono cittadini che insieme lavorano per costruire una società in continua evoluzione e miglioramento. È fondamentale ricordare che la trasgressione è una componente presente nell’animo umano e non basta “rinchiuderla” in una cella e dimenticarsi della sua esistenza per far sì che cessi di esistere, al contrario è necessario interrogarsi su di essa, formulare domande sulle sue origini e i suoi sviluppi e, in seguito, proporre risposte che possano aiutare a comprenderla e, nel possibile, a contrastarla.

Il particolare tipo di approccio del Professor Aparo consente ai membri del gruppo di interrogarsi su loro stessi, sulle proprie fragilità e certezze, sulle esperienze di vita e sui valori in cui ognuno crede, consentendo così un percorso di crescita e di conoscenza del sé atto a comprendere e riconoscere le responsabilità che ogni persona possiede nei confronti della società, sia come individui che come collettività. Le iniziative del Gruppo della Trasgressione mirano quindi a costruire relazioni e dinamiche di gruppo che consentano a un detenuto, o ex-detenuto, di sentirsi parte integrante della società e, di conseguenza, di sentirsi responsabile di essa.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte
Nel Gruppo del Trasgressione il tirocinante è prima di tutto un membro del gruppo
; quindi, è richiesta la sua partecipazione attiva a tutte le attività e iniziative del gruppo. A livello pratico, inizialmente ci si occupa della stesura dei verbali degli incontri; in seguito, man mano che si prende confidenza e conoscenza della filosofia del gruppo, si partecipa ai vari progetti in corso. Nel mio caso ho partecipato alle Interviste sulla Creatività e alla costruzione di progetti di prevenzione della devianza da attuare nelle scuole di Rozzano. Inoltre, lo studente è invitato a contribuire alle riflessioni trattate dal gruppo producendo degli scritti argomentati e coerenti, che verranno in seguito pubblicati sul sito.

Personalmente, ho avuto anche la possibilità di partecipare agli ultimi mesi di vita della Bancarella di Frutta & Cultura che si teneva il sabato mattina al mercato di Viale Papiniano, dove studenti e detenuti lavoravano insieme per promuovere le attività e ampliare le reti di conoscenze del gruppo, oltre che per vendere la frutta.

Infine, ho partecipato ai vari eventi organizzati dal gruppo durante il periodo del mio tirocinio, quali:

  • Il Concerto della Trsg-Band a Parabiago (24 Giugno)
  • L’evento di Pulizia del Parco delle Memorie Industriali di Milano e la messa in scena dello spettacolo “Il mito di Sisifo” (17 e 18 Luglio)
  • L’incontro tra Scout e detenuti nella casa di reclusione di Opera (18 Settembre)

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati
Gli incontri tradizionali del Gruppo della Trasgressione si tengono il Lunedì e il Martedì (14-17). Durante gli incontri vengono trattati diversi temi e ognuno può contribuire alla discussione, arricchendola con le proprie riflessioni. Quando ho iniziato il tirocinio, l’incontro del Lunedì verteva sulla “Banalità del Male”: ogni settimana si sceglieva un film da vedere e durante l’incontro si sviluppavano riflessioni intorno al film scelto. È stato molto arricchente, soprattutto perché sono state analizzate varie strade che portano al “male”: dall’abuso di sostanze stupefacenti alla carenza di affetto da parte dei famigliari, dalla nascita in contesti socioculturali sbagliati alle micro-scelte che portano sulla via della perdizione. Gli incontri del Martedì invece erano focalizzati sul rapporto “Genitori e Figli”: venivano quindi discusse le dinamiche famigliari che portano alla costruzione di rapporti difficili tra genitori e figli, soprattutto quando il genitore è un detenuto e, di conseguenza, è impossibilitato ad esercitare il proprio ruolo di genitore.

Successivamente, con l’attenuarsi della situazione pandemica, mi è stato possibile frequentare anche gli incontri interni alla casa di Reclusione di Opera, sia con i detenuti in alta sicurezza che con i detenuti comuni. Gli incontri interni sono molto simili come “modus operandi” agli incontri esterni: detenuti e tirocinanti si confrontano sui vari temi che tratta il Gruppo della Trasgressione e in questo modo contribuiscono alla crescita reciproca. Il detenuto, che spesso ha il doppio dell’età del tirocinante, condivide pezzi della sua vita ed elabora riflessioni sulle possibili origini della propria devianza e in che modo il percorso fatto all’interno del carcere lo abbia aiutato a prendere coscienza di sé stesso e delle proprie azioni; il tirocinante, d’altra parte, offre un punto di vista giovane, sincero e da esterno ai fatti, cercando di silenziare i pregiudizi e di mettersi in gioco attivamente.

Inoltre, ho partecipato anche al progetto delle “Interviste sulla Creatività”: sono state progettate interviste da rivolgere ad artisti, figure istituzionali e giornalisti, utilizzando la creatività come tema centrale. Lo scopo di questo progetto è duplice: da una parte, si vogliono evidenziare le funzioni che la creatività può avere nella prevenzione della devianza e nelle attività di recupero di un detenuto, dall’altra si cerca di suscitare un maggiore interesse da parte del “pubblico” verso il mondo della devianza anche per fare prevenzione e per poter divulgare ed ampliare le relazioni sociali del gruppo.

Infine, ho avuto la possibilità di partecipare alla stesura di un progetto di prevenzione della devianza nel comune di Rozzano. I membri del gruppo, insieme ad altre associazioni e a figure istituzionali, hanno progettato attività utili a informare i cittadini sulle varie forme di devianza e a comprendere come prevenirla, con particolare riguardo ai più giovani. A questo proposito, è stato organizzato un ciclo di incontri con due scuole superiori che partirà a Novembre e vedrà collaborare studenti, detenuti ed ex-detenuti nel cercare di comprendere le varie definizioni di devianza e, soprattutto, come contrastarle.

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte
Il professor Angelo Aparo è il fulcro del Gruppo della Trasgressione. È presente ad ogni incontro e sprona continuamente gli studenti tirocinanti a togliersi di dosso fin da subito la definizione di “tirocinanti” e ad essere membri attivi del gruppo, invitandoli a contribuire con riflessioni e scritti personali. Si mette personalmente in contatto con i tirocinanti e chiede aggiornamenti continui sulle attività svolte e sull’andamento dei progetti.

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)
Trovo estremamente difficile definire e catalogare tutte le conoscenze che ho acquisito durante questo tirocinio. In linea generale, ho compreso l’importanza e le funzionalità di un lavoro di gruppo: le relazioni tra i membri devono essere incentrate sul rispetto, sull’ascolto reciproco e sulla presenza costante, in questo modo si crea un clima positivo e stimolante.

Inoltre, ho compreso come sia necessario utilizzare le proprie energie mentali per costruire, analizzare ed elaborare una linea di pensiero che sia coerente con la persona che si crede di essere. Ho passato molte ore a rielaborare le varie discussioni avvenute durante gli incontri, cercando di analizzarle attraverso diversi punti di vista per arrivare a formulare un mio pensiero personale. Il Gruppo mi ha insegnato che ad analizzare le situazioni mettendosi nei panni dell’altro: questo permette di non cadere nell’errore di cercare verità assolute e consente di elaborare al meglio ogni aspetto di una determinata situazione.

Infine, mi sono avvicinata al mondo carcerario e ho avuto la possibilità di conoscere meglio sia le nozioni prettamente tecniche, sia i percorsi educativi che sono presenti all’interno. Credo che la cosa più significativa che ho imparato sia l’importanza di non parlare del carcere durante gli incontri con i detenuti: in questo modo, loro possono sentirsi liberi anche dentro il carcere; parlare troppo delle ingiustizie subite all’interno, come sostiene il dott. Aparo, rende i detenuti più rabbiosi verso le istituzioni e, spesso, dispensa dall’impegno su riflessioni e strategie volte al miglioramento del sé.

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)
In primo luogo, l’esperienza al Gruppo mi ha permesso di sviluppare un ascolto empatico e “puro” dell’altro. La condivisione di storie di vita così diverse dalla mia mi ha aiutato ad abbattere i pregiudizi e a cercare di sviluppare relazioni fondate sul rispetto reciproco. In secondo luogo, partecipare alla stesura dei verbali e alla trascrizione di interviste e testi di detenuti, mi ha consentito di migliorare la mia capacità di scrittura, aiutandomi nella rielaborazione dei contenuti. Infine, mi sono anche avvicinata al mondo organizzativo, imparando come si costruiscono progetti di prevenzione e di miglioramento del benessere.

Caratteristiche personali sviluppate
Questo tirocinio mi ha permesso di crescere professionalmente mostrandomi la psicologa che vorrei diventare, ma soprattutto mi ha aiutato nella crescita personale. Ho imparato che ci vuole del tempo per conoscere le diverse realtà e che non sempre la prima impressione è quella giusta.

Il Gruppo mi ha spinto a prendere conoscenza di me stessa, spronandomi ad uscire dal mio guscio e ad affrontare le mie fragilità senza vergognarmi di essa. Trovo enormemente soddisfacente l’essere riuscita a combattere la mia ritrosia a parlare in pubblico ed essere riuscita ad intervenire senza il bisogno di stimoli esterni.

Il lavoro prodotto dal Gruppo della Trasgressione dimostra come ognuno di noi può e deve avere un ruolo nella società e, di conseguenza, come siamo tutti responsabili nella costruzione di un percorso volto al miglioramento. La società ha il dovere di stimolare chiunque a sentirsi parte di essa, partendo da chi è sul gradino più basso e coinvolgendolo attivamente nello sviluppo di una responsabilità collettiva: solo così saremo in grado di costruire un futuro migliore, per tutti.

Andrea Gianni

Andrea Gianni – Intervista sulla creatività

Andrea Gianni è un giornalista e si occupavdi temi diversificati inerenti alla cronaca giudiziaria, al mondo del lavoro e all’economia. Secondo l’intervistato, nel suo lavoro è fondamentale la capacità creativa, in quanto tutti i giorni deve trovare il modo per scrivere una notizia che altri giornalisti non hanno intercettato o, al contrario, una notizia largamente diffusa che deve essere riportata in maniera originale rispetto ad altre testate giornalistiche. Ogni giorno ha davanti a sé una pagina bianca di giornale da riempire e deve andare alla ricerca di una notizia interessante da raccontare, con l’obiettivo di attirare il lettore con un articolo sensato e non ripetitivo. Secondo Andrea Gianni però, la creatività nel suo lavoro si esprime anche nella capacità di risolvere problemi, come può essere, per esempio, l’andare alla ricerca della fonte più credibile di informazioni su cui poi scrivere la notizia.

 

Anita: Che cos’è per te la creatività?

Andrea Gianni: Definirei il concetto di creatività riportando ciò che fanno i miei due figli piccoli, uno di due anni e l’altro di sei mesi. I bambini sono pieni di creatività e tutto ciò che fanno è da intendersi come azione creativa. La creatività quindi, secondo me, è un’attitudine con cui si nasce, ma che tuttavia si perde crescendo. Sarebbe utile per ciascuno di noi cercare di prendere parte ad iniziative creative e sviluppare progetti che ci permettano di coltivarla durante l’intero arco della vita.

 

Elisabetta: Cosa fa scattare, come si sviluppa la creatività e in quali condizioni?

Andrea Gianni: La creatività scatta, in primo luogo, in una situazione di bisogno o in un contesto che in qualche modo riesce a rompere gli schemi della quotidianità. Per esempio, per quanto concerne la mia persona, credo che la creatività scatti dal mio soggettivo bisogno di esprimere qualcosa, attraverso metodi, strumenti e linguaggi che già possiedo, oppure andando alla ricerca di nuove forme di espressione. Anche per quanto riguarda lo sviluppo della creatività penso che esso sia favorito da contesti e situazioni di bisogno. Inoltre, per far sì che la creatività si sviluppi in modo prolifico, non è per forza necessario un ambiente ricco di stimoli. Infatti, una persona si può trovare anche in un ambiente sterile dal punto di vista creativo e proprio questo particolare contesto potrebbe indurla a cercare di renderlo fecondo. Questo diverso approccio all’ambiente circostante dipende dall’atteggiamento soggettivo di ogni singola persona.

 

Anita: Quali immagini possono ben rappresentare l’atto creativo?

Andrea Gianni: Pensando al mio settore, mi viene in mente l’immagine di un foglio bianco da riempire e credo che la creatività possa essere rappresentata come la capacità di collegare insieme diversi spunti e riflessioni e riuscire a dargli un senso.

 

Elisabetta: Che conseguenze può avere l’atto creativo nel rapporto con se stessi e con gli altri?

Andrea Gianni: La conseguenza principale di un approccio creativo alla vita è sicuramente un miglioramento della propria autostima e della propria immagine. Questo perché, dopo aver portato a termine un atto creativo, è inevitabile che la persona si senta meglio, in qualche modo più soddisfatta e appagata. Ciò vale sia nel rapporto con se stessi, sia con gli altri e, come se ciò non bastasse, l’azione creativa può portare benefici sia alla persona che la compie, sia all’individuo che la riceve o la osserva.

Se penso al mio lavoro di giornalista è chiaro che ogni atto creativo ha delle conseguenze benefiche per me in quanto, una volta terminato di scrivere il pezzo, mi sento appagato, soddisfatto e capace, ma provoca dei riscontri positivi anche nel caso del lettore, il quale apprende una notizia a lui sconosciuta o, se non altro, scritta in maniera originale e comprensibile. Io penso che la creatività abbia sempre delle conseguenze positive.

 

Anita: quanto è importante il riconoscimento degli altri per chi realizza un prodotto creativo?

Andrea Gianni: il riconoscimento degli altri è sicuramente molto importante per l’autore. L’atto creativo è difficilmente fine a se stesso ed è sempre rivolto ad una fruizione da parte di qualcuno. Il riconoscimento degli altri ricopre certamente un ruolo considerevole all’interno del processo creativo, da cui le frustrazioni di un artista che non si sente riconosciuto e di uno scrittore che non si sente apprezzato.

 

Elisabetta: esiste un modo ideale di fruire del prodotto creativo e chi sono i suoi principali destinatari?

Andrea Gianni: mi risulta difficile pensare ad un modo universale di usufruire del prodotto creativo, in quanto dipende dai singoli ambiti. Se penso per esempio al mio campo professionale, credo che il metodo migliore di fruizione di un articolo creativo si riferisca non tanto alle caratteristiche peculiari della persona che lo legge, quanto a quelle dell’ambiente in cui esso viene letto, il quale deve permettere al lettore di mantenere l’attenzione. Sicuramente è meglio leggere un articolo di giornale interessante e creativo in riva al mare, in silenzio e con la possibilità di avere il tempo necessario per riflettere su ciò che si è letto. Oppure seduti ad un tavolo di un bar mentre si beve un caffè, che sicuramente è una modalità di fruizione migliore rispetto a quella che si verifica quando un articolo di giornale viene letto di fretta in metropolitana.

I destinatari sono tutte le persone in generale, il pubblico in toto, in quanto credo che, quando un autore compie un atto creativo, difficilmente lo immagina come rivolto solo ad uno specifico settore del pubblico. Per esempio, quando uno scrittore realizza un libro, la sua ambizione è quella di raggiungere e di comunicare con una fetta della popolazione il più ampia possibile. Deve per forza essere così, altrimenti rimane un gesto creativo e artistico confinato ad una nicchia specifica e all’interno di un percorso già tracciato.

 

Anita: la creatività ha o può avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Andrea Gianni: sì, sicuramente ha una funzione sociale. Tanto per citarne alcuni, molto importanti sono i progetti con i disabili o con gli alunni all’interno delle scuole. In questi contesti è facile trovare numerosi progetti e attività che si pongono come obiettivo quello di sviluppare la creatività fin dai primi mesi di vita.

La creatività ricopre una funzione sociale importantissima, in quanto senza di essa saremmo dei robot che si limitano a lavorare, mangiare e dormire. Inoltre, ha una funzione sociale utile non solo per gli utenti che fanno parte categorie svantaggiate ma, al contrario, per tutti i cittadini.

 

Elisabetta: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

Andrea Gianni: Secondo me, per il bambino tutto è creativo: se penso alla mia esperienza pratica con i bambini, il fatto di riuscire a gattonare o di riuscire a superare un ostacolo per arrivare ad un giocattolo è tutto un atto creativo perché rappresenta un modo di risolvere i problemi nella maniera più efficace possibile. L’adolescente invece si trova in una fase di mezzo tra la perdita della creatività “pura” del bambino e il bisogno di ricercare una creatività che possa poi accompagnarlo nell’età adulta. Io credo che per la persona adulta sia più difficile sviluppare la creatività perché non si hanno strutture intorno che aiutino a incentivare la propria creatività e si è lasciati un po’ a sé stessi.

 

Anita: E in che modo può incidere nelle relazioni sociali del soggetto?

Andrea Gianni: Secondo me, l’incidenza della creatività nelle relazioni sociali è molto importante. L’atto creativo è sempre rivolto all’altro, quindi è parte fondamentale della costruzione della percezione che gli altri hanno di te. Inoltre, è sicuramente un modo per mettersi in comunicazione con gli altri, trasmettendo le proprie emozioni e sentimenti. Per esempio, la stesura di un articolo di giornale ha sempre lo scopo di trasmettere al lettore determinate sensazioni e vi è un lavoro creativo nella ricerca delle parole o della sintassi da utilizzare.

 

Elisabetta: La creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Andrea Gianni: Io credo che possa essere entrambe le cose: per un artista è un dono innato, che lo spinge durante lo sviluppo della propria arte; tuttavia, credo che chiunque possa svilupparla e coltivarla.

 

Anita: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

Andrea Gianni: Sicuramente degli effetti positivi: è importantissimo secondo me iniziare a sviluppare la creatività da bambini; quindi, la scuola dovrebbe dare a tutti la possibilità di avere spazi comuni e ore dedicate allo sviluppo di essa.

 

Elisabetta: Pensi che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

Andrea Gianni: Si, avendo la creatività un effetto sempre positivo, può essere utilizzata nelle attività di recupero sia all’interno che all’esterno del carcere. Credo che sia soprattutto un modo per educare alla creatività persone che magari non hanno mai avuto la possibilità di interrogarsi su di essa e quindi di scoprirne il potenziale.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani ed Elisabetta Vanzini

Interviste sulla creatività

Margherita Lazzati

Margherita Lazzati – Intervista sulla creatività

Margherita Lazzati è una fotografa, nonché volontaria in carcere da circa dieci anni. Racconta che ha sempre fotografato, malgrado non abbia mai fatto un corso di fotografia a causa della sua dislessia, scoperta durante gli anni del liceo; per lei un manuale è sempre stato qualcosa di inaccessibile rispetto alla realtà e all’utilizzo della macchina fotografica.

Nel 2009 un giornalista e critico d’arte ha visto i suoi scatti e le ha suggerito di pubblicarli. Con l’insosituibile lavoro di raccolta di scatti, di selezione e progettazione da parte degli amici della “Galleria l’Affiche” di Milano, è stato possibile realizzare esposizioni collettive e personali. Quindi ha iniziato a fare una serie di mostre a tema creativo. In occasione dell’Expo le è stato chiesto di fare una serie di scatti sugli homeless di Milano: una ricerca fotografica di visibili, le architetture nuove per l’Expo, e gli invisibili che vivevano le strade sotto queste architetture. In seguito a questa mostra Margherita Lazzati è stata contattata dal direttore della Sacra Famiglia di Cesano Boscone che desiderava effettuare un servizio fotografico sulle persone gravemente disabili, in occasione dei 120 anni dell’Istituto. Per sei mesi ha fotografato luoghi e volti di queste persone e ne sono nate due mostre. La prima dal titolo “Sguardi”, esposta nella Fondazione Ambrosianeum, la seconda dal titolo “Un paese aperto”, esposta in via Dante e in piazza a Cesano Boscone.

Dal 2011 Margherita Lazzati ha iniziato il suo lavoro di fotografa in carcere diventando volontaria nel laboratorio di lettura e scrittura creativa del carcere di Opera. Nel 2015 ha chiesto al direttore del carcere Giacinto Siciliano il permesso di fotografare quello che avveniva all’interno del laboratorio: il tavolo intorno al quale ci si trovava e i volti delle persone. Il progetto è talmente piaciuto al direttore che ne è nata una mostra: “Ritratti in carcere”. La sfida era riconoscere chi fosse il volontario e chi la persona detenuta. Il lavoro è stato presentato al MIA ed è stata installata una mostra nella casa di Rigoletto durante il Festival della poesia di Mantova.

 

In seguito, il direttore Siciliano ha chiesto a Margherita Lazzati di fotografare tutto il carcere di Opera e lei ha trascorso più di sei mesi a fare scatti nel carcere di settimana in settimana. Quando il dottor Siciliano è diventato direttore della casa circondariale di San Vittore Margherita ha iniziato qui un nuovo progetto di viaggio fotografico durato altri sei mesi, durante i quali ha conosciuto Carla Chiappini e Laura Gaggini, le quali avevano presentato un progetto di biografie delle persone che vivono in carcere: i detenuti e gli agenti penitenziari, ma anche una moltitudine di persone che gravitano nella casa circondariale per i motivi più disparati: lavoro, volontariato, missione. Con l’approvazione del dottor Siciliano, Margherita Lazzati ha usato parte delle fotografie raccolte durante il viaggio fotografico a San Vittore per questo progetto, ma con una determinazione assoluta nel non voler mostrare le persone. Infatti, desiderava che le persone emergessero dalle biografie raccolte e chi vedeva la mostra chiamata “San Vittore, quartiere della città”, vedesse i luoghi dove queste persone vivono, lavorano, operano. L’immagine dei luoghi che Margherita ritrae non vogliono essere né un racconto retorico del carcere né una denuncia, ma semplicemente una raccolta di immagini lungo un viaggio.

Michela: Che cos’è per lei la creatività?

Margherita Lazzati: per me la creatività è un capitale di magia. Io credo che sia qualcosa iscritto nel DNA e solo in un secondo momento questa capacità può trovare il modo di esprimersi.

 

Asia: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Margherita Lazzati: innanzitutto trovare il linguaggio per esprimere questa creatività, che io considero un atteggiamento, uno sguardo sulle cose, sulla vita e su ciò che accade, compreso il modo di porgersi nei confronti delle persone, il vestirsi, il cucinare, la scelta dei colori, delle letture. È tutto un atteggiamento creativo.

 

Michela: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Margherita Lazzati: la mia creatività credo che nasca da una difficoltà, cioè dalla mia dislessia. Ai miei tempi non si sapeva assolutamente di che cosa si parlasse. Mi ricordo di essere stata considerata una pessima scolara, quando invece ci mettevo tutta la mia volontà possibile.

Durante le lezioni di matematica guardavo le cartine geografiche che erano dietro la cattedra e viaggiavo guardando queste mappe, per cui non imparavo i numeri.

Un’altra grande difficoltà era la scrittura: mi chiamo Margherita e nel mi nome c’è la H che non sapevo mai dove mettere. Per me la scrittura era un disegno e cercavo di ricordare la composizione delle lettere per scriverle. Quindi per me la creatività è riuscire a fare uno slalom nelle tue difficoltà.

 

Asia: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Margherita Lazzati: se per produzione creativa parliamo solo della fotografia, questa è una cosa che mi piace da pazzi. La fotografia è il mio modo di raccontare, che sia per le strade di Milano o stando coi miei nipoti o in carcere o in un viaggio, la fotografia è il mio linguaggio di espressione silenzioso. Questo linguaggio ha un impatto molto positivo sulle mie emozioni.

 

Michela: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina? Per esempio, nel lavoro in carcere con i detenuti, la sua creatività cosa determina con gli altri?

Margherita Lazzati: in carcere è una cosa bellissima, è successo qualcosa di veramente sorprendente quando mi hanno visto arrivare in laboratorio con la macchina fotografica. C’è stata un’accoglienza molto fiduciosa: io non avrei mai usato le fotografie che scattavo se non per mostrare una realtà nella quale anche io ero immersa alla pari. Loro donano le proprie composizioni poetiche e io ricambio con i miei scatti. La cosa sorprendente è quella del lavoro con i ritratti perché la maggior parte delle persone non si è riconosciuta perché non è abituata a vedersi allo specchio. Tutti, compresi i più giovani, vedendo il proprio ritratto si sono visti vecchi o si immaginavano diversi in quanto la loro immagine interiore corrispondeva a vent’anni prima. È stato un lavoro che mi ha fatto molto riflettere. Alcune persone invece si sono talmente riconosciute da mandare felici il proprio ritratto a casa come se fosse un trofeo.

 

Asia: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di te stesso o dell’autore in genere?

Margherita Lazzati: io lo considero il mio modo di esprimermi. L’unico social che uso è Instagram, ma non sono solita inserire commenti: inserisco il luogo e poi sottopongo il lavoro allo sguardo degli altri.

 

Michela: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Margherita Lazzati: diciamo che fino al 2009 erano le persone alle quali regalavo le fotografie che sceglievo come dono… possiamo chiamarle cartoline di viaggio o ritratti. Questo instaurava un rapporto privato tra me e chi riceveva questi doni. Ho una raccolta di album tematici con foto stampate… poi dal 2009 ci sono le mostre. Mi stupisco sempre molto dell’accoglienza che ricevono i progetti nel pubblico e anche in alcuni giornalisti sensibili.

 

Asia: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Margherita Lazzati: non saprei. Credo che centri in un qualche modo nello star bene con sé stessi. C’è chi scrive un diario, c’è chi raccoglie immagini, io raccolgo immagini.

 

Asia: Siccome ha parlato dell’importanza di raccogliere immagini, quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Margherita Lazzati: non ce n’è solo una. Posso dire che io lavoro con una macchina fotografica semplice, una Leica, in modo quasi automatico e uso tantissimo il telefonino. Questi due mezzi sono molto diversi nella raccolta delle immagini. Oltre al fatto che in carcere non si possa portare il telefonino, capisco che la raccolta di foto da me scattate con la Leica richieda un’elaborazione, una archiviazione complessa. Invece la raccolta di immagini per mezzo del telefonino è come un “prendere appunti” sulla vita. Alla fine della giornata seleziono sempre la mia scelta ma vedo, per esempio, i miei nipoti prendono spesso in mano il mio telefonino e guardano le foto che scatto loro…quasi come se le foto che scattassi raccontassero dei momenti di vita insieme. Per me è il modo di rivedere una giornata.

 

Asia: Quindi, se dovesse paragonare l’atto creativo a una fotografia, a un’immagine o a un dipinto, quale potrebbe rappresentarlo al meglio?

Margherita Lazzati: per me è una fotografia. Rubo una frase del grandissimo Giovanni Gastel, il quale diceva “la più bella fotografia è quella che non ho ancora scattato”.

 

Michela: Pensa esista una relazione tra depressione e creatività?

Margherita Lazzati: su questa domanda ho riflettuto parecchio. Secondo me dipende dal tipo di espressione artistica. Io se ho delle preoccupazioni o dei pensieri importanti, non vedo e non fotografo. Lo sguardo è come rivolto a me stessa e al mio vissuto. Io fotografo nel momento in cui sto bene, in cui mi accorgo del sole. Credo che, invece, un poeta abbia molta più confidenza con l’espressione della propria depressione rispetto all’emozione di un atto felice che forse considera più banale.

 

Asia: Quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Margherita Lazzati: io credo mai. Anche quando si progetta una mostra, è sempre tutto un divenire, non si riesce mai veramente a mettere un punto e dire “non potrebbe esserci altro”.

 

Michela: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Margherita Lazzati: sì, è importantissimo. La scuola difficilmente aiuta questa sensibilità o fa crescere questo capitale di magia. Per lo meno, questo avviene fino alle scuole materne, dopo è l’apprendimento ciò che prevale e non si cerca di capire se la difficoltà nell’apprendimento può essere invece espressione di creatività. Io sono molto preoccupata di questo…concedere ai bambini o ragazzi più grandi di creare o produrre qualche cosa di diverso dall’apprendimento stesso, è un dono di pochi insegnanti.

 

Asia: Quindi, collegandoci anche a questa domanda, la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata in qualche modo?

Margherita Lazzati: entrambe le cose. Ci sono persone che hanno nel proprio DNA qualche capitale di magia in più, ma in tutti va educato il senso creativo del vivere. E, soprattutto nelle persone che possiedono questo capitale di magia, va sostenuto, va fatto crescere e va riconosciuto.

 

Michela: Già in precedenza abbiamo parlato del ruolo della scuola nello sviluppo della creatività e dell’importanza della stessa per il condannato. Vorrei chiederle se, secondo lei, lo sviluppo della creatività potrebbe essere gestito in modo migliore sia all’interno delle scuole che nelle carceri?

Margherita Lazzati: sicuramente, in entrambi i casi, ma è qualcosa che dipende molto dagli incontri. É chiaro che se una persona detenuta dovesse incontrare la poetessa Silvana Ceruti, il poeta e giornalista Alberto Figliolia o il Professor Aparo, avrebbe un’occasione di espressione e di scoperta delle proprie doti creative al di là del crimine commesso, a differenza di chi, non avendo il dono di questi incontri, rimane recluso nella propria condanna. Lo stesso discorso vale per la scuola. Dalle elementari fino all’università, la fortuna di incontrare un buon insegnante a tutto campo che, oltre all’apprendimento riconosca nello studente qualche cosa su cui puntare e su cui far crescere l’interesse per lo studio, è quanto di più importante si possa fare. Io penso che questa scuola “a crocette”, di risposte a test, sia un massacro dell’educazione.

Intervista ed elaborazione di
Asia Olivo e Federica Turolla

Interviste sulla creatività

La differenza tra me e loro

C’è una vecchietta seduta davanti a me. È molto minuta e sembra quasi scomparire dentro la sedia gialla delle metro milanesi. Osservandola attentamente, però, è facile notare come la sua fragilità sia solo un’apparenza: il piede della gamba destra continua a fare avanti e indietro, ad un ritmo regolare e veloce, che ad osservarlo a lungo si rimane quasi ipnotizzati, e dietro i piccoli occhiali viola, due grandi occhioni vispi e allegri osservano il mondo intorno.

Il suo sguardo interrogativo e vivace si posa su ogni persona e cosa e, a un certo punto, arriva anche il mio turno diventando così un altro oggetto della sua curiosità. A mia volta la osservo, di sottecchi però, con fare intimidito, cercando di non farmi notare, ma mi ci vuole poco per capire che, anche se la guardassi dritta negli occhi, lei non se ne accorgerebbe, tanto è l’interesse con cui analizza ogni centimetro della copertina del libro che sto leggendo.

Di lì a pochi istanti, mi rivelerà che non è stato tanto il titolo ad attirarla, “Di cuore e di coraggio”, quanto l’associazione insolita tra questo titolo, il quale le ricordava i romanzi rosa che amava leggere da ragazzina, con l’immagine di una stereotipata uniforme arancione da detenuto, tuttavia vuota, senza un corpo che la riempia, e dalla quale si libra uno stormo di uccelli bianchi che attraversano gli interstizi tra le sbarre di una prigione.

“No, non è un romanzo” le rispondo facendo viaggiare a cento all’ora la sua curiosità. “È il racconto di un direttore di carcere e della sua esperienza decennale all’interno di numerosi istituti di pena italiani”.

E via subito che inizia ad incalzarmi ed interrogarmi: perché una ragazza giovane come me dovrebbe interessarsi di argomenti così complessi e ispidi? Perché mai una studentessa ventitreenne dovrebbe aver voglia di frequentare degli uomini che sono reclusi da anni a causa di condanne e sentenze gravose, come ad esempio spaccio, rapina, associazione mafiosa e omicidio? Quale può essere il giovamento di una ragazza derivante dall’incontro con delle persone, in definita, tanto diverse da lei?

E io inizio a chiedermi: ma io e “loro” siamo davvero così tanto diversi?

Durante la mia preadolescenza sono stata protagonista di un evento molto doloroso, il quale mi ha catapultato, senza tanti preamboli, nel mondo dei grandi e mi ha costretta a confrontarmi faccia a faccia con la Giustizia. Sono rimasta segnata profondamente da questo episodio e, durante tutti gli anni successivi fino ad oggi, ho dovuto imparare a combattere contro il retro pensiero immobilizzante che fossi una persona cattiva, maligna, sbagliata e inadeguata.

Tuttavia, più che l’evento tragico in sé, sono state le conseguenze ad essere ancora più distruttive. Le prese in giro dei compagni, l’isolamento sociale perpetrato dagli altri come se fosse una punizione della comunità allargata per ciò che (non) avevo commesso, il continuo giudizio, i pettegolezzi di paese, le dispute tra gli avvocati e la sofferenza dei miei genitori (a nulla erano valsi i loro immensi sforzi per difendere la propria figlia), hanno reso il mio terreno sempre più fertile per la rabbia e l’odio.

Percepivo continuamente una spada di Damocle al di sopra della mia testa, pronta ad infliggermi una punizione da un momento all’altro, e la cosa peggiore era che, in fondo, sentivo di meritare il castigo che di lì a poco sarebbe sicuramente arrivato. Dopo due anni di costante pressione e sofferenza psicologica mi sono convinta che, per essere accettata e lasciata in pace, avrei dovuto incarnare l’immagine della cattiva ragazza che gli altri mi avevano cucito addosso. Ho cominciato così ad uscire con una compagnia di “amici” molto più grandi di me, che non frequentavano mai la scuola ed erano impegnati in attività al limite del lecito.

Oggi mi rendo conto che cercavo di soffocare il dolore di non essere creduta e accettata, anche se vi sommavo altro dolore imponendomi di essere chi non ero, auto-punendomi, come se spargessi il sale su ferite già aperte. Tuttavia, l’enorme sofferenza che provavo reclamava una via d’uscita, e quindi mi ferivo per punirmi e sostituire il dolore fisico al dolore psicologico.

Intorno ai 15 anni, la trama della mia vita ha subito una brusca inversione. Mi sono iscritta in un liceo, pur se a scuola non studiavo mai. Ho cominciato a coltivare nuove amicizie, pur se non mi fidavo di nessuno. Ho incontrato dei professori che mi hanno fatto capire l’importanza di avere una guida credibile e autorevole, pur se fino a quel momento avevo odiato e avevo avuto paura di tutto ciò che rappresentava l’autorità e le istituzioni.

Oggi sono passati un po’ di anni, mi sono laureata con il massimo dei voti, ho al mio fianco una persona fantastica e degli amici che considero la mia famiglia, non di sangue ma per scelta, i quali spesso mi hanno letteralmente salvata nei miei momenti bui.

Ma se non avessi avuto la possibilità di andare in un’altra città a studiare in una scuola attenta al rispetto delle regole? E se non avessi incontrato professori capaci di non farmi più sentire sbagliata, malata, incapace di raggiungere qualsiasi obiettivo e se non mi avessero insegnato ad apprezzare valori importanti come la disciplina, il rispetto e la perseveranza? Se non avessi trovato un gruppo di amici capaci di farmi sentire parte di qualcosa, quando mi credevo non meritevole delle relazioni e del riconoscimento altrui?

Da piccola avevo una sorella gemella. Qualche mese prima che mia mamma portasse a termine la gravidanza, l’Altra Me non ce l’ha fatta e sono nata solo io. Spesso faccio questo gioco nella mia mente, in cui mi immagino che lei si trovi in un universo parallelo e che sia la me che non ha compiuto quella grande inversione a U a 15 anni. La immagino prima come un’adolescente allo sbando, lasciata a se stessa e provata dalla mancanza di guide che la riportino sulla strada giusta, e poi come una tossicodipendente fallita o una delinquente.

È un po’ come il film Sliding doors, non so se ce lo avete presente. È quello in cui, in base alla porta del treno su cui sale il protagonista, il corso della sua vita cambia completamente. Forse è proprio per questo che la voce della signora della sedia gialla ha continuato a domandarmi per giorni quale fosse la differenza tra me e “loro”. Forse si tratta solo di condizioni di vita diverse in cui si cresce, di possibilità fortunate di redimersi e di salvifici incontri con guide credibili che riconducano sulla strada giusta.

Quindi innanzitutto cancellerei la parola “loro”, riferita a questi fantomatici esseri mitologici senza cuore che sono approdati in carcere perché hanno solo saputo fare del potere, del denaro e dell’arroganza gli unici binari della propria vita. La differenza tra NOI esseri umani sta spesso nelle condizioni soggettive e oggettive, ambientali e contestuali, materiali ed emotive a cui siamo sottoposti, le quali influenzano fortemente il percorso di vita verso una direzione piuttosto che un’altra.

Ora che si è detto ciò, potremmo anche concludere che sembra quasi che si tratti, in buona parte, di una questione di fortuna, quella di nascere in condizioni favorevoli al proprio sviluppo. E se accettassimo tale conclusione, non verrebbe facile pensare che noi cittadini civili non possiamo fare niente per prevenire e combattere la devianza?

Tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Dobbiamo prendere una decisione: o subiamo passivamente ciò che accade all’interno di una società che ci vuole spaventati da tutto ciò che non conosciamo per tenerci lontani e per percepire gli “altri” come diversi, oppure diventiamo partecipanti attivi della nostra società ed esercitiamo il potere di cambiare il mondo e rivoluzionare il pensiero. Badate bene a quale strada scegliete perché, nel caso optaste per la seconda opzione, allora dovrete cominciare ad impregnarvi oggi stesso, seduta stante, a rivoluzionare il vostro pensiero e, di conseguenza, la società stessa.

La cosa più semplice da fare sarebbe quella di impegnarsi affinché quanto più cittadini possibile inizino a portare la società civile all’interno del carcere, contaminandolo come un morbo benefico. È bene che sempre più persone entrino come volontari negli istituti di pena e ascoltino le storie di quei “loro” tenuti tanto lontani da noi da sembrare alieni.

Non abbiate paura del dolore altrui e del male perché soltanto conoscendo e studiando il male, lo si può affrontare con le armi giuste per poi riuscire addirittura a prevenirlo. Studiamo le condizioni che conducono alla devianza non usando come cavie gli ex criminali, ma servendoci del loro aiuto di neonati cittadini responsabili per salvare chi oggi ha bisogno di un salvagente per ritornare sulla terraferma.

Il tempo per diventare una società responsabile è arrivato, ed è oggi.

Sotto il carro ponte

Il corridoio divenne lunghissimo, quel minuto durò un’ora.
Finalmente al bivio, “Posso, non posso”; “Voglio, non voglio”. L’aria è libera sul mio volto paonazzo. Mi incammino verso la meta, assaporo la semplicità, sono un uomo che ama vivere e finalmente l’ho capito…

Sono immerso nel verde, alzo gli occhi al cielo e i pappagalli colorano per incanto la mia fantasia. Respiro a pieni polmoni, riesco a socializzare con me stesso, non sono più solo! Siamo una grande famiglia: l’albero, la fontana, il tram, il pullman, la panchina, il fiumiciattolo, i palazzi, il cielo, le zanzare… ah sì, le zanzare… purtroppo anche loro sono parte della grande famiglia… assieme a noi…

Che bello camminare sotto il sole lavorando su me stesso, “assopito dai pensieri”. Due giorni, due interi giorni: che meraviglia nutrirmi degli sguardi di chi non conosce il passato… Sono stato zio, fratello, figlio, amico, e sono stato Giove: ho diviso la mia persona, cercando di non far mancare la mia attenzione all’affetto e allo scopo…

Ad un certo punto volevo tapparmi le orecchie, chiudere gli occhi e risvegliarmi nel letto di ferro, ma quando avevo questo desiderio puntualmente un viso appariva davanti ai miei occhi, spronandomi… come se lui riuscisse a capire quando il frastuono arrivava nella mia testa…

Ho cercato di tenere ben presente lo scopo, il bivio “posso, non posso”, “voglio, non voglio”. Avrei potuto dire “non posso farlo, mai riuscirò a far capire dei concetti”, potevo dire “non voglio farlo” … Invece, io volevo a tutti i costi immergermi nell’impegno e sentivo di potere raggiungere il nostro scopo, il mio scopo…

Il masso è stato spinto sempre più avanti e adesso non torna più giù, ma quanta fatica… zanzare, sole e caldo, ma la voglia di superarci ci ha permesso di vincere.

Lo dimostra il fatto che ho rapinato un vecchio al Parco delle Memorie Industriali, ho cercato di ucciderlo ma il vecchio mi ha spaccato la faccia. E nonostante la faccia mi facesse veramente male, ho terminato lo spettacolo…

Ho visto ciò che il mio cuore voleva vedere: ho visto Simone lavorare con noi come se il gruppo fosse già dentro di lui. Sono rimasto stupefatto, è vero che io ho gridato, come è vero che anche Simone ha gridato tutto il tempo e a me le sue urla mi sfondavano la testa, infastidendomi. Solo uno ha raccolto le nostre grida e io ne sono fiero, grazie Prof. …

Poi, per incanto tutto tace. il cielo diventa nero, la notte cala su questa grande famiglia. Ritorno alla realtà, il corridoio è diventato piccolissimo e in un attimo sono alla cella n°5 e ripercorro questi due incantevoli giorni…

Marcello Cicconi

Al Parco delle Memorie IndustrialiFoto della giornata

Giusi Fasano

Giusi Fasano – Intervista sulla creatività

Giusi Fasano è scrittrice e giornalista. Lavora per il Corriere della Sera dal 1989, occupandosi principalmente di cronaca nera e giudiziaria. Nel suo lavoro applica la creatività nella ricerca delle parole per trasmettere al meglio i fatti di cui scrive.

 

Elisabetta: Cos’è per lei la creatività?

Giusi Fasano: Ho imparato nel tempo che la creatività è come la fame: viene mangiando. Nel mio caso personale, la creatività è imparare a utilizzare le parole e il linguaggio, facendo tesoro sia della quotidianità sia dell’emotività. La creatività aiuta l’empatia e la comprensione delle cose, così come le parole giuste: noi siamo parole, i fatti sono parole e la capacità di trasporre l’emotività nelle parole è creatività.

 

Anita: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Giusi Fasano: Nel processo creativo in generale gli ingredienti sono legati a ciò che tu puoi attingere dalla vita per quello che fai. Per esempio, se tu sei una persona che nella vita è sempre stata in contatto con il dolore dei bambini in ospedale, come può essere un pediatra oncologico, il processo creativo potrebbe prendere spunto dal bisogno che gli altri hanno di stare meglio, quindi, in questo caso, il medico potrebbe travestirsi da clown per far si che un bambino prenda con più leggerezza una medicina.

Per me personalmente il processo creativo riguarda l’utilizzo e la mescolanza delle parole; riguarda anche il modo particolare di raccontare tutto l’insieme, costruendo un percorso di lettura per chi leggerà. Credo siano molteplici i fattori che contribuiscono al processo creativo: dall’esperienza passata all’emotività di un momento preciso, dal rapporto con gli altri alla capacità di cercare strade alternative.

 

Elisabetta: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Giusi Fasano: A volte mi capita di non sentirmi in grado di trasmettere agli altri quello che le persone di cui devo scrivere mi raccontano e, quando mi succede, m’incazzo. Questa mia incapacità di farmi portatore del messaggio mi induce ad avviare un processo che diventa creatività. Informarsi e cercare di approfondire il più possibile le cose dà luogo a un processo che ti permette di costruire un articolo partendo da un dettaglio. Questa ricerca, quindi, permette a me di sviluppare la mia creatività. Le condizioni, nel mio caso di giornalista, dipendono dal desiderio di essere il più possibile comprensibili, empatici e capaci di riprodurre il  pensiero altrui.

 

Anita: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Giusi Fasano: Conseguenze benefiche. Se creatività è lavorazione del pensiero che tu vuoi trasmettere, lavorazione delle parole e lavorazione anche dei pezzetti di vita o di cose che stai facendo per poter convivere con gli altri, se creatività è tutto questo, allora è benefico ed è salvifico avere la possibilità di incamerare pensieri e, in qualche modo, plasmarli per poterli fare tuoi e per poterli trasmettere agli altri. Io non credo ci sia un’accezione negativa della parola creatività, a meno che per creatività non s’intenda la creatività di un sadico nell’uccidere una persona.

 

Elisabetta: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di se stessa?

Giusi Fasano: Nel mio caso personale, l’atto creativo ha un’incidenza relativa perché io non riesco ad essere molto compiaciuta di quello che faccio. Per carattere, io sono una persona piena di dubbi, sempre disposta a rivedere le cose e, quindi, l’auto-esaltazione per un processo creativo non è una cosa che mi appartiene. Sono in grado di capire bene quando una cosa che ho fatto ha un valore, ma non riesco a gioirne pienamente.

 

Anita: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina?

Giusi Fasano: Essere singolari, essere unici: ognuno di noi può scegliere di essere banale, di seguire un flusso, di accodarsi a qualcosa oppure di essere particolare e di cercare un modo che caratterizzi se stesso per la persona che si è. Secondo me, le persone uniche si riconoscono sempre perché hanno sicuramente della creatività nel loro modo di fare.

 

Elisabetta: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Giusi Fasano: Tutto quello che noi facciamo rispetto al mondo e agli altri lo facciamo perché gli altri riconoscano in noi il nostro modo di essere e che approvino, chi più e chi meno, il nostro modo di fare e il nostro comportamento. Io credo che senza gli altri non avvieremmo gran parte dei nostri processi creativi, perché non avremmo nessuno a cui mostrarli. L’accettazione e l’approvazione degli altri sono una grande spinta per il processo creativo. Al di fuori del bisogno del consenso altrui rimane quella piccola parte che facciamo per noi, che è uno spazietto che ci ricaviamo per crescere con noi stessi.

 

Anita: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Giusi Fasano: Direi che le prime persone che beneficiano del prodotto creativo sono gli autori stessi. Io penso che l’esplosione della creatività nella vita sia anche legata all’età: i giovani sono dei fruitori assoluti del loro prodotto creativo. Lo scoprire di avere un talento creativo durante l’età adolescenziale o nei primi anni da adulti è un’esplosione di sensi e di sensazioni che dura a lungo, che fa crescere e che aiuta l’orologio della vita a segnare delle ore precise, che possono ricordarti i diversi modi in cui sei cresciuto. Inoltre, credo che i fruitori del prodotto creativo siano anche quelle persone che hanno curiosità nella vita e anche coloro che sanno utilizzare il loro pensiero creativo applicandolo sia alla creazione manuale che alle cose di ogni giorno. Banalmente, la fruizione del prodotto creativo può andare da mio padre che s’inventa soluzioni creative per riparare gli oggetti in casa sino al grande scienziato che sperimenta qualcosa e si ritrova con l’invenzione del secolo.

 

Elisabetta: quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Giusi Fasano: di primo impatto mi viene in mente il film Ghost, in particolare la scena in cui la protagonista sta costruendo un vaso in argilla. Se penso alla creatività intesa come realizzazione di un prodotto creativo fisico, come per esempio un vaso, un quadro, un’opera di architettura, mi viene in mente qualcosa che si realizza sotto gli occhi dell’autore… ad esempio, gli artigiani che a Murano creano il vetro allungandolo, gonfiandolo e stringendolo.

Per quanto riguarda i prodotti della creatività intesa in senso astratto invece, come per esempio la scrittura di un libro, un articolo o un saggio, non mi viene in mente nessuna immagine che possa ben rappresentarla, in quanto è un processo molto più lento, che può durare per giorni, mesi o anni. Per esempio in questo periodo sto scrivendo un libro che è stato definito come un esperimento letterario creativo, e penso davvero lo sia, però, se penso a un’immagine che ben rappresenti la creatività, non mi viene in mente il mio libro e il pensiero che vi sto scrivendo, ma qualcosa di tangibile e concreto.

 

Anita: pensa che esista una relazione tra depressione e creatività?

Giusi Fasano: Semmai, io vedo un collegamento tra depressione e mancanza di creatività. Pensiamo ad una persona ipercreativa, come ad esempio Andy Warhol che io definisco a metà tra la sfera intellettuale e quella pratica o anche Monet. Secondo me, persone di questo tipo, nel momento in cui non riescono più a dipingere, a creare e a trasmettere il loro messaggio, risultano esposte a un abbassamento del livello della felicità, della soddisfazione e della voglia di vivere, con la conseguenza che possono addirittura sviluppare una  depressione. Se io oggi non riuscissi a scrivere più niente, se non avessi più un pensiero che mi soddisfacesse dal punto di vista della comunicazione, penso che probabilmente mi deprimerei. In questo senso non intendo dire che la depressione inibisce la creatività; dico piuttosto che la persona ipercreativa, con mille idee sempre innovative, credo sia difficile che possa deprimersi perché si fa forte di questa sua capacità di vedere il mondo in modo creativo. Al contrario, una persona che per mille ragioni non trova più l’ispirazione oppure non riesce a metterla in pratica, è pericolosamente esposta alla depressione proprio perché non si percepisce più come persona creativa.

 

Elisabetta: quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Giusi Fasano: un prodotto creativo si può considerare concluso quando l’autore si sente soddisfatto guardando ciò che ha creato, non ha importanza se lo è davvero o meno. Se il creativo percepisce che il suo prodotto creativo è concluso, è come se all’interno di esso non ci potesse più entrare nemmeno un grammo di creatività. Il tentativo di eccedere nella creatività, stimolarla ancora e ancora fino a portarla allo stremo, diventa distruttivo per la stessa creatività.

 

Anita: pensa che la creatività possa avere una funzione sociale, e se sì, quale?

Giusi Fasano: la creatività ha sicuramente una funzione sociale, più nello specifico rieducativa. Può essere utile per tutte quelle categorie fragili di persone che si trovano in difficoltà e che hanno bisogno di essere seguite nel loro percorso di vita. Se questi individui vengono esposti e stimolati alla creatività, sicuramente la creatività potrà restituire loro pezzi di vita perduti, pezzi di felicità dispersi o pezzi di sé.

 

Elisabetta: la creatività è un dono naturale privilegio di pochi o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

Giusi Fasano: di base penso che la creatività sia un dono naturale. A conferma di ciò, penso ad alcune persone dotate di una creatività esplosiva come ad esempio Mozart che, a quattro anni, sapeva riconoscere se un musicista avesse prodotto una nota di un’ottava più alta o più bassa rispetto all’intera melodia. Ecco, in questo caso sicuramente la sua creatività era un dono innato. Nonostante sia un dono, è possibile anche coltivarla allenandosi continuamente ad esprimerla anche nelle attività quotidiane.

Questo però non vuol dire che l’accesso alla creatività regali automaticamente la capacità di metterla in pratica. Per esempio, se paragonassimo la creatività ad una stanza con le pareti piene di colori e di immagini, il semplice fatto che una persona abbia accesso alla stanza e riesca ad entrarci, non significa che automaticamente diventi in grado di produrre qualcosa di creativo. Tutto dipende dalla propensione, dalla curiosità e dalla personalità di un individuo.

Il fatto che la creatività sia accessibile a tutti può essere confermato anche dai risultati benefici provenienti dai laboratori creativi destinati alle persone con qualsiasi tipo di disabilità, fisica o mentale, grave o lieve che sia. Pur avendo delle evidenti difficoltà, se tali individui vengono stimolati alla creatività e vengono forniti loro gli strumenti necessari per sostituire le mancanze dovute alla condizione di disabilità, riescono anch’essi a produrre, a giocare e a vivere la loro vita in maniera creativa.

 

Anita: la creatività può avere un ruolo utile a scuola e/o nelle attività di recupero del condannato?

Giusi Fasano: in entrambi i casi, sia a scuola che per il condannato, in quanto la creatività è da considerarsi tale a prescindere da chi la vive e la pratica. La funzione benefica che la creatività può ricoprire per un condannato nella sua cella o in un laboratorio all’interno del carcere è universale. È un risultato magnifico quello che si raggiunge quando si riesce a stimolare una persona e la si spinge a dare voce alla sua vena creativa, in quanto questo processo aggiunge automaticamente ricchezza alla nostra umanità e alla nostra specificità individuale. L’elemento importante, come detto prima, è la stimolazione alla creatività, la quale per un condannato o per un bambino con problemi di salute gravi può arrivare da parte degli educatori.

Sicuramente la stimolazione alla creatività potrebbe avere un ruolo fondamentale e benefico anche per gli adolescenti che nascono e crescono in quartieri disagiati o quelli in cui le attività della criminalità organizzata avvengono alla luce del giorno. Non ha importanza chi sia la persona in condizioni difficili, quanti anni abbia, quale ruolo ricopra o quale educazione abbia ricevuto. La creatività può, a prescindere, aiutarla.

Intervista ed elaborazione di
Anita Saccani e Elisabetta Vanzini

Giusi FasanoInterviste sulla creatività

Come fa a chiamarmi papà?

Un ricordo indelebile affiora nella mia mente: mia madre, quando mi raccontò il giorno della mia nascita, mi disse che mio padre era lì presente accanto a lei, felicissimo di prendermi in braccio e coccolarmi. Un ricordo che da una parte mi riempie di gioia, dall’altra mi rattrista tantissimo, catapultandomi nel presente.

Anno 2010, due mesi dopo il mio arresto la mia compagna diede alla luce mio figlio, un evento speciale, meraviglioso, unico… beh, a me è stato negato… per colpa mia. La cosa che mi ha procurato tanto dolore è che in quel preciso momento non potevo essere lì per gioire insieme alla mia compagna di nostro figlio. La sua nascita mi ha spalancato un mondo che non credevo esistesse, proprio come mi aveva detto mia madre a proposito di mio padre.

La prima volta che ho potuto vederlo, toccarlo, baciarlo, coccolarlo è stato dopo sei mesi dalla sua nascita. L’incontro fu straordinariamente bello, sembrava quasi stessi sognando, tanto forte era l’emozione, scoppiai in un fiume di lacrime che bagnarono il viso del piccolo. La gioia di prenderlo in braccio è stata fantastica, indimenticabile e ancora oggi quando la vivo, mi riporta al passato, a vivere ciò che ha vissuto mio padre. Sono consapevole che la relazione con mio figlio inizia con un distacco assordante, prolungato nel tempo per via della mia carcerazione.

Non vi è giorno che non pensi a lui e alle mie mancanze nei suoi confronti, emotive e fisiche, che non mi senta in colpa. Spesso mi domando quanto le mie mancanze di padre influiscano in quel piccolo ometto.

Un figlio non dovrebbe mai vivere una situazione come questa che per vedere suo padre deve varcare le mura di un carcere. Quando viene a trovarmi l’intensità è fortissima, anche se il tempo che trascorriamo insieme è poco e mi rimane sempre una parola non detta. Ma durante l’incontro sento tutto il suo amore, l’affetto e la gran voglia di vivermi. Mi sono accorto della sua crescita facendo riferimento al tavolino dei colloqui come misura della sua altezza. Vorrei poter entrare nella sua testolina per comprendere come quel piccolo ometto può sopportare tutto questo e mostrarmi tanto affetto e amore nonostante la mia assenza.

L’importanza fondamentale è quella di avere una compagna che in mezzo a tanta sofferenza non perde giorno per ricordare a mio figlio la figura del padre e per questo gliene sono e sarò sempre grato. Mi rendo conto della difficoltà della mia compagna di farlo crescere il più sereno possibile, cercando di non fargli pesare troppo la mia condizione oggettiva e di trasmettergli tutto l’amore che non riesco a donargli.

Purtroppo è una presenza riportata, non reale. Mi chiedo come mio figlio riesca a chiamarmi papà, vista la mia forzata assenza. Questo però da una parte mi inorgoglisce, dall’altra mi distrugge perché non gli ho dato nulla di quello che un padre sogna di dare al proprio figlio: la sua presenza, l’amore, la guida in un cammino positivo e costruttivo per se stesso e per la società. Non passa giorno che non mi chieda se potrà mai perdonarmi per tutto ciò.

Non posso saperlo, però cercherò, nei limiti di quanto mi verrà concesso, di colmare il vuoto di questi anni d’assenza fisica ed emotiva. Sicuramente non credo di potere risolvere tutti i traumi che la situazione prolungata ha creato, ma se potrò avere un’opportunità di un rapporto più continuativo, lo dedicherò esclusivamente a mio figlio e alla mia compagna, la mia famiglia, la mia luce, la mia speranza.

Rosario Curcio

Genitori e Figli

Parco Memorie Industriali

Il Gruppo della Trasgressione con Municipio 5
sabato e domenica 17 e 18 luglio
al Parco delle memorie industriali

 

L’obiettivo di Municipio 5 è quello di intervenire sul quartiere Spadolini per arginare la deriva che spesso i giovani del quartiere prendono e per valorizzare la zona e il suo parco. A tale scopo, su suggerimento di Municipio 5, si è pensato di intervenire con la Squadra Antidegrado del Gruppo della Trasgressione con un programma di cui elenco i momenti principali:

  • Sabato, ore 10:00: Gruppo della Trasgressione e abitanti del quartiere fanno conoscenza intanto che lavorano a pulire il parco e la roggia;
  • Ore 12:30, Pranzo a sacco comune fra residenti che avranno lavorato e gruppo con cibo acquistato a spese della cooperativa e/o anche offerto dai residenti;
  • Primo pomeriggio, continuazione della pulizia fino alle ore 16:30
  • Ore 17:00, Gruppo della Trasgressione all’aperto per favorire la reciproca conoscenza fra detenuti e abitanti del quartiere;
  • Ore 18:30 fino alle 19:30, esibizione di un gruppo musicale che ha già preso accordi con Municipio 5 e con studenti musicisti del Gruppo della Trasgressione;
  • A seguire, primo approccio col Mito di Sisifo
  • Fine evento alle ore 22:00 circa
  • Domenica mattina ore 10:00, continuazione della pulizia del parco, con approfondimenti sul Mito di Sisifo e mentre giovani e abitanti della zona vengono coinvolti nello studio ed, eventualmente, nella interpretazione di alcuni personaggi del mito;
  • Domenica ore 20:30, rappresentazione del Mito di Sisifo;
  • Domenica, ore 21:30, teatro forum e dibattito sulla rappresentazione
  • Domenica ore 22:00, Componenti del gruppo e abitanti del quartiere spingono il masso di Sisifo e lanciano l’idea della Palestra della creatività per i giovani della zona.

 

Cooperativa Trasgressione.net

Carla Chiappini

Carla Chiappini – Intervista sulla creatività

Carla Chiappini, laureata in lettere moderne e in giornalismo, docente della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, si impegna da più di vent’anni nella scrittura autobiografica, utilizzandola come strumento di aiuto nelle realtà carcerarie. Carla Chiappini è la coordinatrice di un gruppo di detenuti della sezione di alta sicurezza del carcere di Parma, con i quali lavora alla redazione di Ristretti Orizzonti”, il giornale nato all’interno della Casa di reclusione di Padova e diretto da Ornella Favero. L’incontro tra cittadini liberi e cittadini reclusi è alla base dell’umanizzazione della pena; per questo Ristretti Orizzonti lavora in favore dell’apertura delle carceri al mondo esterno e alimenta il dialogo tra queste due realtà. Va nella stessa direzione il suo lavoro su frammenti autobiografici dal carcere.

 

Ottavia: cos’è per lei la creatività?

Carla Chiappini: per me la creatività è un atto generativo; è mettere al mondo qualcosa che prima non c’era, anche solo un pensiero, un’intuizione, un progetto. È inventare, generare qualcosa di nuovo.

 

Alice: come si sviluppa la creatività? In quali condizioni?

Carla Chiappini: penso che la necessità di essere creativi sia qualcosa con cui si nasce; la creatività caratterizza alcuni individui, ma ha bisogno di stimoli per essere mantenuta viva, necessita curiosità. Non riesco ad immaginare un creativo che non sia curioso.

 

Ottavia: secondo lei, esiste un’immagine che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Carla Chiappini: la prima immagine che mi viene in mente è una lampadina che si accende, ma essendo la creatività fatta di connessioni, penso che possa essere ben rappresentata dall’immagine di due mani che si uniscono.

 

Alice: quanto è importante il riconoscimento degli altri per un artista? Come può incidere sulle relazioni?

Carla Chiappini: io credo che l’atto creativo dia gioia e soddisfazione all’artista già di per sé. Se però l’arte diventa la propria fonte di sussistenza, è evidente che serva anche un riconoscimento, oltre che una critica costruttiva da parte degli altri.

 

Ottavia: chi sono i principali destinatari del prodotto creativo?

Carla Chiappini: è difficile definire quali siano i destinatari di un prodotto creativo; io direi tutti: la creatività arricchisce il mondo ed io, personalmente, amo l’arte che riesce ad arrivare a tutti. È chiaro, però, che ci sono diversi tipi di creazioni e che alcune di queste non comunicano con tutti.

 

Alice: La creatività ha o può avere una funzione sociale? Se sì, quale?

 Carla Chiappini: Sicuramente sì, credo che la creatività sia una delle forme più elevate della comunità. Secondo me, attraverso la creatività viene rappresentato il meglio di noi stessi. Un gesto creativo può essere anche un gesto d’aiuto, non concepisco la creatività come atto riservato agli artisti. Un atto creativo è rappresentato anche dalla domanda giusta al momento giusto, ben esemplificato da ciò che fa il Gruppo della Trasgressione. La creatività è qualcosa di interdisciplinare e che può apportare benefici a tutti.

 

 Ottavia: Parliamo dell’atto creativo nelle diverse età. Cos’è per il bambino, per l’adolescente, per la persona adulta?

 Carla Chiappini: Per quanto riguarda l’infanzia, io trovo molto creativa la mia nipotina di tre anni che fa parlare i suoi peluche, si vede che ha una grande fantasia e non tutti i bambini sono così. Inoltre, nei bambini piccoli, la fantasia permette di creare un mondo che non c’è. Per quanto riguarda gli adolescenti, mi sembra che la creatività venga maggiormente canalizzata, non si tratta più di creare un mondo ma di esprimersi all’interno di quel mondo. Per l’adulto, invece, la creatività è ritornare bambino, è conservare quello scatto, quella forza che il bambino possiede. Credo che la creatività sia anche molto prepotente: se c’è, bisogna lasciarla parlare con tutta la sua forza.

 

 Alice: La creatività è un dono naturale, privilegio di pochi, o si tratta di una competenza accessibile a tutti e che può essere allenata?

 Carla Chiappini: Secondo me è un bisogno che alcune persone sentono in maniera molto più forte di altri, non è uguale per tutti. Sicuramente la creatività può essere stimolata e incentivata, però conosco gente estremamente intelligente che non si sfida attraverso la creatività, non ne sente l’esigenza né il desiderio. In definitiva, non trovo sia un requisito comune a tutti come lo sono il camminare o il parlare.

 

 Ottavia: A scuola che ruolo e quali effetti potrebbero avere delle ore dedicate alla creatività?

 Carla Chiappini: La curiosità si connette molto bene con la creatività, un autore che mi piace molto diceva che la persona curiosa è migliore un po’ in tutto. Oggi mi accorgo, rispetto ai miei tempi, che la creatività si esprime moltissimo anche in cucina, cosa che a me non interessava minimamente. Invece, vedo i miei figli e i loro compagni che in cucina sono estremamente creativi.

A scuola la creatività dovrebbe essere una dimensione trasversale, le materie dovrebbero aprirsi a un approccio creativo. Purtroppo, invece, le materie umanistiche incanalano le persone in strutture morbose e noiose. La scuola dovrebbe trovare lo spazio per la creatività, ma non mancano i problemi perché, se gli insegnanti non hanno interesse o propensione per la creatività, è difficile che si faccia qualcosa in tal senso. La creatività è difficile da giudicare e da contenere e la scuola è un’istituzione praticamente semi-totale.

 

 Alice: Pensa che la creatività possa avere un ruolo utile nelle attività di recupero del condannato?

 Carla Chiappini: Sicuramente sì, l’espressione creativa potrebbe far provare alla persona detenuta un tipo di soddisfazione alternativa rispetto a ciò che provava prima dell’arresto. Penso che un progetto di rieducazione che non preveda la soddisfazione, il desiderio e la fantasia sia un progetto con forti rischi di ricaduta. Casa, lavoro e famiglia per un condannato non sono abbastanza ai fini di un reinserimento efficace. È importante far provare un tipo di soddisfazione diverso e più funzionale, in modo che non lo si vada a cercare altrove.

Intervista ed elaborazione di
Alice Viola e Ottavia Alliata

Carla ChiappiniFacebook –  Interviste sulla creatività

Claudio Brachino

Claudio Brachino – Intervista sulla creatività

Claudio Brachino è giornalista televisivo, opinionista per i programmi di informazione di La7 ed editorialista per Il Giornale e per l’agenzia di stampa ItalPress. Di recente ha scritto Avere o non avere.

Scoperto l’amore per le opere di Freud durante gli anni del liceo, decide di intraprendere un percorso accademico presso la facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma allo scopo di specializzarsi in Psichiatria. Tuttavia, dopo gli esami del primo biennio superati a pieni voti, abbandona il corso di studi per iscriversi alla facoltà di Lettere della stessa università, frequenta il corso di studi in Letteratura italiana presso la cattedra del maestro Walter Binni e si laurea nel 1985 con una tesi sperimentale e creativa su un poeta, quasi sconosciuto, precursore della scuola romantica: Ambrogio Viale.

Abbandonato il desiderio di intraprendere la carriera di ricercatore di letteratura italiana, si avvicina al mondo della radio per intraprendere delle collaborazioni con la RAI.

Gli anni della gioventù sono altresì caratterizzati da una passione per il teatro, ambiente in cui la creatività viene espressa al massimo grado. In quegli stessi anni un professore geniale come Ferruccio Marotti invita come professore di drammaturgia Eduardo De Filippo. Questi era convinto che la crisi del teatro italiano fosse innanzitutto una crisi della drammaturgia e non tanto una crisi dettata dalla carenza di attori o registi. Dopo un anno di lavoro, l’artista napoletano sceglie il testo di Brachino (dal titolo Mettiti al Passo!) e lo mette in scena.

Per un anno Brachino gira con la troupe nei vari teatri italiani e nel 1987 incontra Nikita Michalkov, il quale era in Italia per portare in scena, assieme a Marcello Mastroianni, uno dei suoi capolavori cinematografici: Partitura Incompiuta per Pianola Meccanica. Brachino scrive, in accordo con Mikhalkov e con l’introduzione di Maurizio Scaparro, il taccuino delle prove.

Nasce il suo secondo libro, La macchina da presa teatrale, pubblicato nei Quaderni del Teatro di Roma. Poco tempo dopo, nel 1987, il giornalista conosce, a una prima di Michalkov, Adriano Galliani che gli propone un lavoro a Milano come autore e consulente della Fininvest per la realizzazione di programmi di seconda serata.

Nel 1995, Brachino diventa vicedirettore del Tg di Italia1, dove conduce varie edizioni tra cui alcune edizioni straordinarie: dai disordini del G8 di Genova all’11 settembre, dalla cattura di Saddam Hussein alla morte di Papa Giovanni Paolo II.

Infine, riesce anche a diffondere l’interesse per la criminologia fra il grande pubblico insieme a Massimo Picozzi con cui ha scritto più di un libro a quattro mani: Top Secret e La morte di Diana.

 

Asia: Cos’è per lei la creatività?

 Claudio Brachino: Vi sono numerose definizioni di “creatività”. Ad esempio, quella che voi praticate fa riferimento all’ambito preventivo ed è perciò di stampo socio-pedagogico. È molto interessante, a questo proposito, soffermarsi sull’adolescenza, età molto importante soprattutto perché si possono verificare episodi di bullismo e da parte dei docenti vi è una totale impreparazione rispetto a questo fenomeno. Inoltre, il bullismo si ripercuote in maniera traumatica non solo sulla vittima ma anche sugli insegnanti che si ritrovano impreparati in termini psicologici. Penso che i professori non siano in grado di riconoscere i danni che gli studenti hanno subito quest’anno dalla Didattica a distanza (DAD) per svariati motivi come il coprifuoco, l’assenza delle relazioni, le nuove regole, ecc. Questo sistema ha provocato forme di rabbia, negazione e disperazione. Non possiamo pretendere che i ragazzi continuino a produrre intellettualmente come se non fosse successo niente.

Ritornando alla creatività, per me rappresenta l’essenza dell’uomo, è ciò che lo distingue dalle altre specie. La produzione di qualcosa di nuovo, che non c’è in natura, è il grande frutto della mente umana, che sia un libro, un brano musicale, ecc. Creatività è ad esempio mettere a punto un format televisivo che non esisteva prima. Un grande poeta che ho amato molto, Jorge Luis Borges, diceva: “Il primo verso della poesia lo fa Dio, l’ultimo lo faccio io”. Significa che nel mezzo dell’atto creativo c’è una sfida col destino, con la creatività, con la capacità di andare dal primo verso all’ultimo facendo un percorso. La creatività ha a che fare anche con la produzione estetica e l’uomo produce bellezza per altre persone che ne riconoscono il valore. La bellezza, come dice Kant, ha a che fare con una categoria dell’animo umano, che possediamo tutti in quanto uomini. È una categoria trascendentale e immateriale, l’architettura invisibile del palazzo. La nostra esperienza sensibile del bello non sarebbe possibile senza le categorie trascendentali del bello in quanto categoria. Davanti a un quadro come la Gioconda, o di fronte a un brano di Shakespeare tutti facciamo l’esperienza del bello.

Ci sono anche altre forme di creatività… prima di iscrivermi a Lettere ho fatto due anni di Medicina perché volevo diventare psichiatra, infatti avevo scoperto Freud al liceo e me ne ero innamorato, soprattutto dell’opera Il motto di spirito in cui analizza il meccanismo della creatività linguistica attraverso la battuta, cioè il motto di spirito. Quando ridiamo facciamo riemergere dal profondo due pulsioni, eros e thanatos. A questo proposito, facendo rassegna stampa per tanti anni mi sono accorto che anche i titoli di giornale spesso si basano su un gioco di parole. Quando mi accingo a scrivere un articolo mi piace iniziare sempre con uno slogan. Ad esempio, quando ho parlato della continua lotta tra lo Stato e le regioni sui vaccini, ho detto “Gian sei talmente arrabbiato che hai perso la ragione, anzi, le regioni”.

Per quanto riguarda la stesura degli articoli, se ne può scrivere uno denotativo in cui significante e significato sono in un rapporto diretto di causa ed effetto. Ad esempio, la parola “cane” significa l’animale a quattro zampe che ben conosciamo (io ho un cane di nome Beatrice e lo amo moltissimo); ma se dico “quel giornalista è un cane!”, il rapporto tra significante e significato diventa di natura connotativa e si apre il mondo della metafora dando al linguaggio un’accezione completamente diversa. I poeti prendono la lingua e, giocando entro un sistema di assonanze e riferimenti di rima e musica, producono effetti diversi nell’animo umano rispetto a quando si fa un uso denotativo delle parole.

 

Ottavia: Quali sono i principali ingredienti del processo creativo?

Claudio Brachino: Tutto dipende dal tipo di creatività che vogliamo considerare: la scrittura, la commedia, la recitazione, ecc. Ricordo la tecnica che ci ha insegnato un maestro, il quale ci diceva sempre che quando si costruisce un personaggio, questo va messo a punto in maniera talmente precisa che dobbiamo sapere anche quante caramelle ha nella giacca. Attraverso il processo creativo creiamo delle immagini, le osserviamo e poi ci immergiamo. La creatività, dopo la prima idea di un personaggio o di una trama, necessita di una capacità mimetica che non è mai una fotocopia della realtà ma è un ulteriore processo creativo.

Grande creatività si esprime anche attraverso il corpo. Venne al teatro di Roma, nel periodo in cui c’era Eduardo De Filippo, Jerzy Grotowski, grande attore polacco degli anni ’60-’70. In quegli anni era stato inventato il “teatro povero” perché nella Polonia del dopoguerra non c’erano molti soldi per fare teatro e Grotowski diceva che la nostra vera ricchezza, che nessuno ci può togliere, è il corpo. Il corpo è il linguaggio dell’attore ed è quindi una forma di creatività. Lui aveva esteso questo rapporto del corpo fino a far tornare l’uomo alle origini. L’iniziativa si chiamava “per un teatro antropologico”. Una volta ci portò in un bosco, vicino a Orvieto, per tre giorni, dove rimanemmo le notti al buio per riscoprire il teatro dell’antichità. Grotowski ci diceva che il teatro nasce dallo sciamanesimo, così come nei riti Wudu: il dio entra nel corpo della persona che perde il proprio Io e accoglie l’Io del dio. Questo è lo stesso processo creativo che fa l’attore che entra in uno stato quasi di trance abbandonando il proprio Io e accogliendo l’altro Io immaginario.

Forse possiamo fare una definizione al negativo: quando la creatività non c’è, si vede…

 

Asia: Cosa avvia, come si sviluppa la sua creatività e in quali condizioni?

Claudio Brachino: Vivo in gruppi, sia teatrali sia relazionali, ho sempre lavorato a contatto con altri uomini… ma la verità è che sono un solitario, ho bisogno che la mia attività sia individuale e solitaria. Posso anche lavorare in mezzo agli altri ma ho bisogno di un mio spazio privato. Ogni giorno siamo circondati da eventi, riunioni, incontri, ma le persone creative si perdono dietro tutti questi appuntamenti e contatti. Io mi sono abituato eliminando al massimo le riunioni inutili e cercando di farne invece di creative. Se c’è un bel clima e una bella energeia possono nascere cose interessanti. Quando devo mettere a punto un format ho bisogno di concentrarmi, inizio con grande paura perché il foglio bianco spaventa sempre. Poi, da una frase, da un titolo o da una suggestione anche sonora, comincio a pensare allo studio, alla conduzione, alle luci, al ritmo, alla durata, agli schermi, ecc. e riesco a scrivere il format. Poi faccio leggere ad altri il risultato e ne colgo gli stimoli e i suggerimenti. Va precisato che il prodotto finale è il frutto di un’opera creativa collettiva, in cui centrali sono i contributi del regista, dello scenografo, del truccatore, ecc., anche se tutto parte dalla solitudine di un foglio.

In alcune occasioni, la creatività sul piano sociale ha lo stesso meccanismo della pubblicità. Un grande teorico del linguaggio come Jacobson, raccontando le funzioni del linguaggio, dice che ogni atto linguistico ha tre protagonisti: il mittente, il messaggio e il destinatario. Poi ci sono il contesto fisico, attraverso cui viene inviato il messaggio, e il contesto storico-culturale. A seconda degli elementi su cui l’atto linguistico appoggia, si hanno delle funzioni: una dominante e altre in una posizione gerarchica inferiore. Ad esempio, nella pubblicità e nella politica, tutta la comunicazione è incentrata sul destinatario. La pubblicità ha come obiettivo quello di convincere qualcuno affinché acquisti un prodotto mentre la politica cerca di convincere qualcuno di un’idea per ricevere il suo voto. Questa funzione si chiama “conativa”. Si pensi, ad esempio, a Peter George Peterson il quale aveva ideato, per promuovere il generale Eisenhower, lo slogan creativo che recitava “I like ike”, dove l’oggetto votato (Ike) si ritrova all’interno del verbo “to like”. La continua presenza della vocale “i” fa sì che vi sia un’allitterazione e tale musicalità produce un piacere nell’uditore. Con uno slogan musicale, tipico del marketing pubblicitario, Peterson cercava di far diventare Eisenhower presidente degli Stati Uniti.

 

Ottavia: Che conseguenze ha sulle sue emozioni e il suo stato d’animo la produzione creativa?

Claudio Brachino: La produzione creativa è come il sesso, uno dei grandi piaceri ineliminabili della vita. Io metto la creatività e la produzione di opere allo stesso livello del piacere sessuale che è fondamentale per l’essere umano.

Anche il design di una macchina è creatività, io ho sempre amato macchine belle. Anche lo sport è bellezza e io dirigo lo sport. Penso a quando Ronaldo salta… è come se stesse toccando l’Olimpo: il pallone fa un arco sopra la testa ed entra nell’esatto punto geometrico della rete ed è proprio quel punto specifico a racchiuderne tutta la bellezza.

Secondo me la tecnologia ha poca bellezza ma contiene un’idea strepitosa ovvero quella di connettere milioni di persone contemporaneamente. Steve Jobs è stato un genio, l’artefice di un’invenzione senza cui non potremmo più vivere. Con lo smartphone lavoro, guardo le notizie, controllo le e-mail, scrivo gli articoli in viaggio, partecipo a incontri su zoom, ecc. Nonostante gli eccessi e gli abusi, non si può non riconoscere che sia stata un’invenzione strepitosa.

 

Asia: Che incidenza ha l’atto creativo sulla percezione di sé?

Claudio Brachino: Per Freud la creatività deriva dal principio del piacere, che domina in età infantile, ma l’artista estenderebbe questo principio alla vita adulta, non sulla realtà in sé, ma sull’universo estetico e creativo. Io credo di essere un super bambino e questo mio aspetto mi ha permesso di divertirmi e trovare piacere per la mia creatività. Quindi posso dire che ho una buona auto percezione, molto consapevole e divertita, del mio essere creativo. Sono una persona che dà libero corso alle battute, per me divertirmi e fare battute è fondamentale, così come parlare con gli altri.

 

Ottavia: Nel rapporto con gli altri il suo atto creativo cosa determina?

Claudio Brachino: Per me dirigere non significa avere potere sugli altri, ma vuol dire realizzare le mie idee insieme alle persone che lavorano con me. In genere ho sempre avuto un rapporto molto bello con le persone sul lavoro, proprio perché non ho bisogno di avere controllo e potere su di loro. Questo mi permette di essere un capo che è sensibile anche alla creatività delle persone. Se si lavora in un team di persone capaci in cui si è in grado di sfruttare al meglio la propria creatività allora si realizzerà un progetto vincente.

 

Asia: Quanto è importante il riconoscimento degli altri per il prodotto creativo?

Claudio Brachino: É fondamentale: l’altro esiste fin dall’inizio nell’immaginario, quando si pensa a qualcosa. Sicuramente non si pensa in funzione della vendita, però ogni atto di comunicazione ha sempre un messaggio e un destinatario, quindi un altro immaginario che poi diventa un altro reale. L’altro è importantissimo sia nell’idea che tu hai dell’altro, sia nell’idea sociale che tu hai degli altri. Tuttavia, non sempre il destinatario immaginario diventa reale nell’immediato; ad esempio, Van Gogh è morto suicida perché le sue opere erano troppo in anticipo rispetto alla possibilità sociale degli altri nel percepire e capire la sua creatività. Questo succede molto nella storia dell’arte, dove ci sono parecchi artisti sfasati rispetto al proprio tempo, che vengono riconosciuti molto dopo e mentre sono vivi fanno una vita misera e non godono della propria creatività perché gli altri non apprezzano i loro prodotti. Questi artisti pensano ad un altro immaginario che non è quello del loro tempo e questo forse sta nella loro grandezza.

La storia del rapporto armonico fra io e l’altro sia a livello psicoanalitico, sia a livello sociologico è davvero complessa. Io cerco sempre di immaginare un altro che possa amare la bellezza come la amo io, però non è detto che questa accada. Per esempio, ho scritto un saggio sulla disuguaglianza, “Avere o non avere”, che pensavo potesse essere apprezzato, invece non ha avuto successo. Ci sono rimasto un po’ male, ma rimango convinto di ciò che ho fatto. Ho scritto un libro che piaceva a me, ma che in un momento storico in cui la gente aveva paura di morire per il virus o di perdere il posto di lavoro è risultato troppo complesso. Probabilmente ho sbagliato il momento di pubblicazione e in questo caso ho dipinto male l’altro.

 

Ottavia: Chi sono i principali fruitori del prodotto creativo e come ne traggono giovamento?

Claudio Brachino: I fruitori sono tutti coloro che hanno accesso al prodotto creativo nel contesto in cui siamo. Per me nel contesto televisivo i fruitori sono il pubblico, l’audience, le persone senza le quali il messaggio non ci sarebbe nemmeno. Quindi potenzialmente i fruitori sono tutti. Ci sono poi persone che vivono anche senza avere bisogno della creatività e magari preferiscono fare altro, ma alla fine più o meno ci sono delle cose che mettono d’accordo tutti: il calcio, la musica, il grande cinema.

 

Asia: Quale immagine le viene in mente che possa ben rappresentare l’atto creativo?

Claudio Brachino: Non saprei, probabilmente dovrei attingere alle mie reminiscenze della storia dell’arte. Per esempio, io ho sempre trovato molto affascinante Michelangelo, il quale stava lì con la sua donna che aveva fame, aveva sete, e lui scolpiva la sua pietra, questa massa dove aveva visto platonicamente una scultura, che ancora non c’era. Egli era talmente ossessionato ad arrivare a quella figura e a quell’atto di creare, sia materialmente, sia fisicamente, sia mentalmente, che si è dimenticato della sua compagna, che è morta di fame. La creatività può coincidere con una grande forma di autismo. Questo mi piace moltissimo perché la creatività diventa qualcosa di talmente esagerato da corrispondere alla più grande idea che si può avere del bello.

 

Ottavia: Pensa esista una relazione tra depressione e creatività?

Claudio Brachino: Probabile, io non sono un grande esperto di questi aspetti psicologici. Innanzitutto, la depressione può fare molta paura perché può essere una malattia che viene ignorata da molti, ma in cui noi cadiamo spesso. Io stesso credo di averne sofferto come tutti i creativi.

Nel caso del soggetto creativo ci possono essere due forme di depressione. La prima è non avere più la creatività, perché secondo me la creatività è un dono e si può arrivare ad un certo punto in cui non la si possiede più. Poi c’è anche la depressione che deriva dal vedere l’insuccesso della propria creatività. Perché noi viviamo anche nell’idea dell’approvazione degli altri.

Penso che chi genera un atto creativo stia producendo un’opera terapeutica anche nei confronti della depressione. Innanzitutto, perché è impegnato e in luogo secondo perché mette la sua libido in una posizione energetica, vale a dire nella condizione di uscire dall’impasse.

Quindi la creatività è sicuramente un buon antidoto per la depressione, però la depressione è una malattia sociale così vasta che ci si può cadere dentro per tanti motivi. Io sono dell’idea che la depressione dipenda più da delle deprivazioni sociali: il lavoro che manca, i soldi che mancano, gli altri che non ti vogliono bene. È una somma di tante questioni che sono legate al nostro essere relazionale e non sempre a questioni legate all’individuo in quanto tale. Quindi la creatività è un elemento della depressione, ma non è un elemento decisivo.

 

Asia: Quando un prodotto creativo è per lei davvero concluso?

Claudio Brachino: É concluso nel momento in cui la persona sente che ha dato tutto a quella struttura. Nell’opera l’artista mette dei segni fino a quando non raggiunge un determinato risultato. Quando poi questa operazione si chiude e si è soddisfatti allora vuol dire che l’opera è finita. Ognuno di noi ha un rito per cui ad un certo punto ritiene che la sua opera sia conclusa.

 

Ottavia: Pensa che la creatività possa avere una funzione sociale e, se sì, quale?

Claudio Brachino: Assolutamente sì, la creatività non vive senza il sociale, proprio perché è un atto di comunicazione e non un atto fine a se stesso. C’è sempre un altro, che può essere fisico, immaginario, individuale, o di gruppo, ma la creatività vive sempre nel sociale. Questo è ciò che la contraddistingue. La creatività ha un effetto sociale di base e questo può essere benefico, ad esempio nella capacità di dare, di sfogare la libido, nel migliorare la vita del destinatario, il quale di fronte a qualcosa di creativo prova piacere. La creatività fa bene sia a chi la fa sia a chi la riceve. La creatività può anche essere terapeutica.

 

Asia: Come la creatività può essere utile a scuola o nelle attività di recupero del condannato?

Claudio Brachino: A scuola secondo me è importantissima, anche se il contesto scolastico non ama molto la creatività. Spesso ci sono dei ragazzi che sono molto creativi, molto intelligenti e a volte sembra che non siano apprezzati a scuola perché si discostano dagli esercizi intellettuali tradizionali. Bisognerebbe insegnare ad apprezzare la grande creatività degli scrittori e dei pittori. Stiamo andando incontro ad un mondo sempre più tecnologico, ma non bisogna sottovalutare le materie umanistiche.

Anche rispetto al recupero del condannato trovo fondamentale l’uso della creatività. Spesso scrivo di giustizia e trovo che questa fallisca soprattutto nel processo di restituzione dell’individuo alla società, ma soprattutto a se stesso rispetto al male compiuto. Anni e anni di pena spesso non corrispondono a nessun tipo di lavoro sulla persona. L’individuo non raggiunge una formazione adeguata ad essere riammesso nella società, non solo perché non gli viene insegnato un lavoro, ma anche perché durante la sua detenzione egli non viene guidato verso un uso formativo del tempo della pena, che viene spesso gestito da persone che non hanno la giusta preparazione e dedizione. In realtà bisognerebbe dare la possibilità al condannato di potersi reinserire nella macchina sociale e nel poter fare ciò tutte le vostre attività, e quindi anche la creatività, sono fondamentali perché intervengono sull’uomo.

Intervista ed elaborazione di
Asia Olivo e Ottavia Alliata

Claudio Brachino – Interviste sulla creatività