Il mondo della devianza

Viaggio di andata e ritorno
nel mondo della devianza

Traccia per un incontro con un gruppo di studenti
alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il Gruppo della Trasgressione è un laboratorio cui prendono parte detenuti, studenti universitari, familiari di vittime di reato e comuni cittadini per

  • chiedersi insieme quali sono gli ingredienti che favoriscono l’ingresso nel mondo della devianza, con i comportamenti e i sentimenti che lo caratterizzano;
  • sperimentare attraverso il lavoro e dei progetti comuni le strade più utili per diventare membri attivi e riconosciuti della collettività.

A tale scopo,  i diversi componenti del gruppo, danno spazio ai sentimenti e alle loro eterogenee esperienze per chiedersi in collaborazione:

 

come si acquista il biglietto di andata:

  • Le condizioni familiari e ambientali, i conflitti, le turbolenze dei primi anni di vita;
  • le fragilità, il bisogno di conferme, la rabbia, il senso di rivalsa dell’adolescenza;
  • La brama di diventare grandi e l’urgenza di accorciare i tempi per sentirsi indipendenti dalle prime figure di riferimento;
  • la seduzione, gli attori, le forme, i meccanismi;
  • I modelli di riferimento e l’ambiente nel quale si ottengono i primi riconoscimenti dal boss, dalla banda;
  • L’iniziazione, la sfida, i gradini dell’ascesa all’interno del gruppo dei pari;
  • I meccanismi di assuefazione all’abuso con “la banalità e la complessità del male”;

 

come si lavora per quello di ritorno:

  • le attività, le aree di interesse e di intervento, i progetti;
  • le collaborazioni all’interno del gruppo e con le istituzioni;
  • le risorse interne e le alleanze possibili.

 

L’incontro con alcuni studenti della cattedra del prof. Francesco Scopelliti è stato registrato su Zoom ed è conservato negli archivi del Gruppo della Trasgressione.

Percorsi della devianza

Male e bene da condividere

Tempo fa era stato chiesto alla dottoressa Giovanna Musco, presidente di “Associazione in Opera”, un incontro fra studenti e detenuti. I ragazzi dell’oratorio avevano già avuto esperienza di incontri all’interno del carcere, che però in epoca recente era stato difficile ripetere a causa del Covid 19. Circa un mese addietro, la richiesta è stata riformulata alla Musco la quale, essendo a conoscenza della mia autonomia di movimento, mi ha fatto la proposta.

Come avviene in tutti gli incontri di questo tipo, le emozioni sono sempre palpabili, alimentate dal senso di responsabilità di chi parla, dalla cura con cui ci si rivolge a chi ascolta, dall’impegno ad evitare il sensazionalismo, per  privilegiare, invece, il divenire dell’uomo, i passaggi attraverso i quali  siamo arrivati ai sentimenti e alle azioni del nostro passato, i passaggi grazie ai quali oggi viviamo, interpretiamo e costruiamo il nostro presente.

Sono stato sollecitato a dire chi ero e chi sono dai responsabili dell’oratorio (gli studenti non mi conoscevano e non sapevano nulla di me). Mentre raccontavo di me ho percepito attenzione e smarrimenti. Su circa 20 ragazzi, pochi hanno preso la parola per  domande e osservazioni,  la rimanenza sono rimasti silenti.

L’incontro è comunque durato circa due ore con un’atmosfera crescente di complicità, di prossimità. Personalmente, mi sono sentito a mio agio, pur rimanendo vigile nel modellare il mio vissuto.

I silenzi della maggior parte degli studenti, però, mi avevano lasciato qualche senso di vuoto, non perché pensavo d’essermi relazionato male, ma perché sentivo che i ragazzi si erano persi un’occasione per dare voce alle loro curiosità e alla intensità dei sentimenti che avevo percepito nella stanza. Sensazione, la mia, che a distanza di tempo ha trovato conferma attraverso i loro pensieri scritti. Ancora una volta, una comunicazione aperta, capace di dare spazio anche alle nostre fragilità, ci ha permesso di entrare in relazione e forse anche fare prevenzione. Di seguito gli interventi che i ragazzi hanno scritto nei giorni successivi all’incontro

Roberto Cannavò

 

Lorenzo Vivarelli
La parte che mi è rimasta impressa della testimonianza di Roberto è quando si è commosso mentre ci stava raccontato del suo ritrovamento con il prete di quando era giovane. Questo mi ha fatto capire che, come noi, i carcerati e in generale le persone che hanno commesso un reato provano le nostre stesse emozioni e quindi anche loro si commuovono per le piccole gioie che incontrano nelle loro giornate come tutti noi.

 

Edoardo
La vita è complicata e difficile, ed è legittimo sbagliare. Ma la differenza tra una persona e una Persona (con la maiuscola) è il saper ammettere il proprio errore e fare tutto quello che è possibile per riparare quest’ultimo. Nonostante questo penso che però il passato non può essere cancellato. Roberto Cannavò per me rimarrà sempre e comunque un killer di mafia, ma allo stesso tempo un uomo che è riuscito a rinascere dal suo passato. E sono convinto del fatto che, se delle persone si vede solo il male, si vive la vita allo stesso modo; allo stesso tempo se ci si sforza di vedere il bene si vivrà in modo più felice, sereno.

Accettare i propri errori è difficile. Dire “Ho sbagliato” è difficile. Riparare un errore è anche questo arduo ma, se si vuole davvero rimediare al danno, si è disposti a tutto. E dopo tutto sono contento esistano persone come Cannavò, che hanno avuto il coraggio di ammettere le proprie colpe e hanno il coraggio di cambiare, perché sono loro che riescono a farmi capire quanto sia importante fare sempre del bene e quanto rischio di rovinare la vita a me e a chi mi circonda se scelgo la via sbagliata.

Bisogna fare del bene sempre, a prescindere da tutto. Non importa quanto tu sia sfortunato, senza ricchezze, senza qualsiasi cosa: ritieniti fortunato che puoi ancora fare del bene. E se tutti pensassero a fare questo, il mondo sicuramente sarebbe un posto in cui l’amore, l’amicizia, la felicità sono cose accessibili a tutti. Il bene genera bene, e se inizio io a farlo, qualcun’ altro lo farà a me e ad altri e così via.

 

Pietro
Il suo racconto mi ha fatto capire quanto siano importanti le persone che ci circondano. Esse sono in grado di cambiarci la vita, sta a noi essere in grado di accogliere nel nostro cuore ciò che dicono o ci dimostrano. Le persone compiono miracoli, il pentimento e la consapevolezza di Roberto non sono forse un miracolo? La mia preghiera è quella di riuscire ad essere utile per le altre persone per non vivere una vita mediocre, spero anche io di riuscire a cambiare qualcosa nelle vite delle persone che mi stanno vicino.

 

Riccardo
Vedere e sentire la testimonianza di Roberto Cannavò, non è stato semplice per me, non tanto perché sapessi ciò che aveva fatto per essere recluso, ma perché le sue parole erano dense di emozione, un’emozione molto difficile da descrivere.

Provo ammirazione per quelle persone che, nonostante ciò che hanno alle spalle, bello o brutto che sia, decidono di sconvolgere la loro vita, cercandosi dentro.

Quando si è consapevoli che una cosa è sbagliata si prova fastidio solitamente. La vera forza di Roberto è stata quella di comprendere lo sbaglio, e ripartire da zero, trovando una nuova vita, percorrendo una nuova strada, e per questo lo ammiro: perché riuscire a mettere la propria persona così tanto in dubbio può essere una cosa irreversibile, ma chi ha il coraggio di farlo poi, ne giova per sempre poiché comincia per lui una vita nuova.

 

Emma
Ciao Roberto, mi hanno colpito molte cose che ci hai raccontato della tua vita. In particolare quando hai parlato del male che si accumula e si stratifica, a partire dalle cose che possono sembrare banali o insignificanti, e allo stesso modo accade con il Bene: ogni azione anche piccola conta, come hai detto tu, può essere un semino che germoglia. Come ci hai raccontato, questo male che si compie e si riceve, che non si può cancellare e dimenticare, può diventare per questo un punto di scoperta profonda, di ripartenza e cammino nel Bene, di rinascita. Grazie per aver condiviso con noi la tua vita.

 

Alessio
L’incontro con Roberto mi ha lasciato un segno, poter ascoltare il racconto della sua vita e sentire le sue risposte alle nostre domande mi ha fatto aprire gli occhi sulla vita di queste persone che vengono viste male dalla società di oggi.

Roberto è una persona che ha svolto un percorso di rivalsa significante, è diventata totalmente una persona diversa da quella che era prima, una persona con più voglia di viversi la vita vera, non quella fatta da omicidi e malavita.

Lo ammiro molto anche per la pazienza che ha avuto e la disponibilità mostrata nei nostri confronti. Il suo percorso di cambiamento appunto, mi ha dato uno stimolo per rendermi conto ogni giorno di quanto sia fortunato, di avere una bella famiglia e bei rapporti, che non rovinino la mia incolumità.

 

Claudia
1 – Proprio in questo periodo ho letto il libro di Mario Calabresi “Quello che non ti dicono”. Calabresi è figlio del commissario Luigi Calabresi assassinato nel 1972. Il libro è la narrazione di un percorso che lui stesso ha portato avanti per aiutare Marta Saronio a scoprire chi era il padre di lei. Suo padre Carlo scompare nel 1975 quando lei non era ancora nata e del quale non sapeva niente. Non racconto tutto quanto perché rischio di fare un riassunto inutile, ma nelle varie vicende viene raccontato l’incontro fra il cugino di Marta (sacerdote del Pime, molto vicino a Marta) e il responsabile del rapimento e morte di Carlo Saronia, Carlo Fioroni. (Carlo Saronia e Carlo Fioroni sono stati amici ed entrambi militanti nel movimento Potere Operaio – Fronte Armato Rivoluzionario Operaio). Per chi vuole può approfondire la vicenda su internet. Carlo Fioroni è stato condannato a 27 anni, ridotti a 10 in appello e ulteriormente ridotto a 6/7 anni, è stato il primo brigatista pentito. Questo sacerdote desiderava guardare negli occhi chi aveva tradito suo zio e sapere qualcosa di più della vita di Carlo Saronia, riesce a contattarlo e stabiliscono un incontro a Lille in Francia dove ora vive Fioroni. Il sacerdote scrive: “Sono stato con lui tutto il giorno, l’ho ascoltato ed è stato pesante… Carlo Fioroni mi ha riempito di parole e di dettagli, cercavo un senso ma ho sentito troppe cose che non stavano in piedi… ho ascoltato la recita di un uomo che dopo quarantacinque anni continua a ripetere le stesse cose. Ha tenuto la maschera tutto il giorno, non ho trovato un dolore sincero e ho visto una persona piccola, qualcuno che non rinnega quello che ha fatto. E’ consapevole del danno, ma ancora oggi cerca giustificazioni. Non provo perdono e nemmeno pietà”.

Questa vicenda mi destabilizza, “primo brigatista pentito” … una pena di nemmeno 10 anni … nessun percorso serio … cerca giustificazioni di fronte alla sua vittima … ci vuole “coraggio” o forse anche un pizzico di “schizofrenia”?

Mi domando quali sono i passi che la nostra Giustizia mette in atto per aiutare e verificare il “pentimento”, il cambiamento sincero? Il legale storico di Fioroni lo lascia nel 84 perché non più convinto del pentimento del suo assistito … questo non doveva essere motivo per bloccare il progetto di scarcerazione?

2 – Ho avuto la possibilità di incontrare un altro “pentito” di mafia e mi sono accorta che c’è almeno un anello mancante fondamentale nella procedura: dal momento che esci dalla “protezione” il detenuto si trova senza lavoro e se hai pochi strumenti è un attimo ricadere nell’illegalità. Cosa ne pensi? E’ cambiato qualcosa nel frattempo?

3 – Sono convinta che tutti quelli che come te hanno “servito” la mafia sono stati a loro volta vittime della “storia stessa”… questo uomo di cui parlavo mi diceva “Era normale così”. Capisci? Normale così!!! Tu ci hai raccontato che tuo padre è stato ammazzato per errore. Tu vittima e poi colpevole! Che cos’è la Giustizia? Pensiamo all’art. 3 della Costituzione:

ART. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

4 – Cosa significa per te essere pentito?

Fino a quando le lacrime non sgorgano sincere dagli occhi e dal cuore, il pentimento non accade. Fino a quando non si pronuncia “Ho sbagliato” non può accadere nulla.

Tu ci hai detto che guardando te bisogna tenere insieme il prima (i 13 omicidi) e quello che sei adesso: un uomo che ha scontato la sua pena, un uomo che ha saputo piangere il proprio passato, un uomo che ha riconosciuto e detto “ho sbagliato”. E’ vero bisogna tenere insieme il tutto, perché noi uomini siamo quello che facciamo, ma possiamo essere e fare molto meglio. Possiamo guardare avanti con speranza perché c’è una Parola Buona, una promessa di bene sulla nostra vita pronunciata da un certo Gesù e che quel sacerdote della tua infanzia e giovinezza ti ha saputo trasmettere con la sua presenza. Quelle lettere conservate con amore ti sono state restituite, leggendole puoi ripercorre la strada fatta …. E ti accorgerai che Dio non ti ha mai lasciato solo …

Il problema è che a volte i nostri occhi non riescono a riconoscerlo.

 

Serena
Quando Claudia ha detto che non riconosce in te chi si era macchiato dei crimini di cui ci avevi parlato, io ho subito sentito di condividere con lei; e invece ti ho sentito dire che, benché neanche tu ormai ti riconosca, non puoi permetterti di non riconoscerti. La forza che hai avuto – di ricominciare non dimenticando quanto è stato e chi sei stato-; la tua forza venuta dall’umiltà e dalla buona e tenace voglia di restituirti, come uomo nuovo, allo Stato e agli uomini, mi dice della vera vittoria delle nostre istituzioni, che sono riuscite a rieducare l’uomo anziché limitarsi a punire il criminale, e insieme della vittoria e del miracolo dell’uomo, che testimonia che il figliol prodigo non è una favola, ma narra una storia umana, che talvolta accade per come Gesù l’ha raccontata. Da cittadina sono onorata di servire uno Stato in cui storie come la tua non sono solamente storie ma vere testimonianze, e da cristiana gioisco di accogliere tra i miei amici ‘il figlio’ ‘che era morto ed è tornato in vita’. Per le vite tolte al mondo, tu ne hai restituita una, la tua, a tutti noi: e non potevi fare niente di più grande.

Benefici per la comunità

Valentina Marasco

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Empatia fra persone diverse

Filippo Greco

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Una via per i nuovi cittadini

Maurizio Piseddu

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Responsabilità e inclusione

Francesca Riva

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

 

Fragilità e cooperativa

Adriano Sannino

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Burattini danzanti

Burattini, burattinai, scelte, libertà.
Ragnatele per catturare burattini,
che diventano labirinti in cui si perdono i burattinai.

Danziamo, seguendo ritmi e melodie,
che ci trascinano fino a farci perdere,
mentre cerchiamo armonie di cui sentirci autori.

Ci deve essere un modo, una palestra, una via
per non sciupare la malinconia,
per una speranza che non sia pura follia,
per un gradino che allarghi l’orizzonte,
senza scordare che non c’è vita senza ponte.

Angelo Aparo

La responsabilità dei burattiniNelle mani del burattinaio
Un labirinto dove si è perso Dedalo – Lo scopo del dolore
La nostra palestraLa galleria di Franco Scoccimarro

 

Intervista con Max Rigano

Conversazione con un giornalista libero dalla compulsione
di dover vendere eccitazione a tutti i costi e a basso prezzo

1. Che cos’è il gruppo della trasgressione?
Un laboratorio di ricerca sulle condizioni soggettive e ambientali che portano un ragazzo a negare la propria e altrui fragilità, a diventare sempre più sordo alla voce dell’altro e a inquadrare come obiettivi della propria vita ricchezza e potere invece che conoscenza e nobiltà. Ma il gruppo è anche un laboratorio dove detenuti, studenti universitari e familiari di vittime di reato si sollecitano vicendevolmente a superare la sordità e a recuperare frammenti di coscienza di sé e dell’altro. Quando le cose funzionano, tale attività permette di vivere nuove alleanze e di uscire dalle paludi morali e psicologiche nelle quali a volte si finisce.

2. In che modo questo processo di autocoscienza smuove la psicologia dei detenuti arrivando a cambiarli?
Uno dei processi che avvengono quando si frequenta il gruppo per anni è l’investimento sulla propria curiosità e il piacere di scoprire che si possono utilizzare risorse personali cui prima non si faceva caso. In ognuno di noi ci sono parti della mente che somigliano a un pianoforte di cui non ci siamo mai accorti o sul quale non avevamo mai avuto il coraggio di mettere le mani. Al gruppo della trasgressione le persone (detenuti, studenti, familiari di vittime) prendono confidenza con lo straniero e, gradualmente, sviluppano una lingua e delle procedure che permettono di giocare lo stesso gioco e di prenderci gusto, cioè di vivere il piacere di allargare i confini della coscienza e della conoscenza.

3. Come hai conosciuto Giacinto Siciliano e quando hai capito di poter cominciare questo percorso con i detenuti?
Ci siamo conosciuti nel 2007, poco prima di portare anche a Opera e a Bollate il gruppo della trasgressione, fino a quel momento attivo solo a San Vittore. I detenuti che frequentavano il gruppo a San Vittore (carcere che ospita chi non ha ancora ottenuto la condanna definitiva) chiedevano di poterne far parte anche dopo il trasferimento in altre carceri. Con il provveditore regionale di allora, Luigi Pagano, con il direttore di Opera, Giacinto Siciliano, e con la direttrice di Bollate, Lucia Castellano, abbiamo quindi concordato di far partire il gruppo anche negli istituti di Opera e Bollate.

4. Cosa significa cambiare un uomo? Come avviene il cambiamento?
Il cambiamento suscita sempre delle resistenze. Se poi una persona deve cambiare nella direzione predefinita e dettata da un’altra, allora il cambiamento viene vissuto come una minaccia alla propria identità e la resistenza aumenta. Ciò detto, Il cambiamento meglio accetto, più significativo e duraturo è quello che avviene senza che la persona si accorga di cambiare e, soprattutto, senza che un agente esterno imponga di cambiare. Il cambiamento, dunque, avviene intanto che si gioca, si lavora, si progetta insieme. Quando si hanno obiettivi comuni, ciascuno mette in campo risorse utili al raggiungimento dell’obiettivo. Gli obiettivi che si coltivano al gruppo della trasgressione fanno sì che autori e vittime di reato, studenti e comuni cittadini investano parte delle proprie risorse e delle proprie energie per raggiungere lo stesso scopo: oggi prendere lo straccio e il detersivo per pulire la sede che abbiamo appena aperto, domani andare in una scuola dove detenuti e studenti insieme mettono in scena il mito di Sisifo per poi stimolare gli studenti a riflettere sui tanti possibili percorsi della fragilità, dell’arroganza e della coscienza.

5. Essere uno psicologo ti mette a confronto anche con le tue parti più profonde, con la tua affettività o con la tua aggressività: come le gestisci quando vengono sollecitate nel lavoro di gruppo?
Mi sono allenato negli anni a far diventare la mia aggressività un gioco, un esercizio per riformulare i termini della relazione fra lo psicologo e il detenuto. Negli anni, l’affetto che cresce col tempo fra me e i detenuti e la mia stessa aggressività sono diventate risorse per riformulare i criteri delle gerarchie e rendere tangibile che il potere più duraturo e gratificante viene dalla capacità di aiutare l’altro a crescere e a migliorarsi. Quando ho bisogno di affermare la mia forza e il mio legame con loro mi metto a parlare di cose complicate e un po’ disorientanti. Per esempio, li rimbambisco sostenendo che il delinquente è una persona che ha bisogno di ripristinare una giustizia violata, ma non avendo strumenti adatti per farlo, si serve della pistola. In questo modo, spesso riesco a convincerli che loro hanno bisogno di me per capire meglio quale giustizia cercavano quando usavano la pistola o la cocaina.

6. Ho fatto la stessa domanda a Giacinto Siciliano: che significa essere un uomo?
Cercare, evolversi, contribuire all’evoluzione della specie e della realtà in generale. La velocità con cui la specie umana è cambiata e ha prodotto cambiamenti nell’ambiente non ha paragoni con quello che possono fare gli altri animali. Essere uomo per me vuol dire coltivare il piacere di conoscere e di evolversi, utilizzando i percorsi degli altri uomini per migliorare il proprio e viceversa.

7. Rifaresti tutto quello che hai fatto?
Nei fatti sto continuando a farlo. Saranno poi gli altri a decifrare se l’ho fatto perché ostinato come un mulo o perché ne valeva la pena. Dopo tanti anni di impegno, oggi vedo crescere il numero e la portata delle iniziative e delle collaborazioni fra il gruppo della trasgressione e la realtà istituzionale e questo mi fa pensare di poter fare ancora strada verso l’obiettivo con cui sono partito quando ho aperto il gruppo 23 anni fa, cioè contribuire a una cultura della pena che abbia come unico scopo l’evoluzione della persona condannata e delle istituzioni che se ne occupano. Non ci sono infatti pene afflittive, retributive o riparative che, di per sé e senza un progetto oltre la pena, permettano alla collettività di ottenere gli stessi vantaggi che vengono raggiunti con l’evoluzione psichica e morale di chi ha abusato del proprio potere sull’altro. Evolversi è una necessità per l’uomo e un dovere per ogni cittadino e per ogni collettività. La pena, dal mio punto di vista, deve consistere solo nel costringere la persona ad evolversi, ricordando che la sola evoluzione possibile avviene quando non ci si sente costretti a cambiare.

Interviste: Giacinto SicilianoAngelo Aparo

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L’arma migliore contro il degrado

L’istituzione era mia grande nemica in passato. Quando mi arrestarono presi questa punizione con tanta arroganza che non mi importava nulla delle conseguenze che potevo creare a me stesso e agli altri. Non ho reati di sangue, ma questo non significa che il mio spaccio di droga sia meno grave, anzi con la mia incoscienza alimentavo come uno stormo di uccelli il degrado della collettività oltre a danneggiare me stesso.

Quando ero molto giovane ero ammaliato da personaggi che nel mio quartiere sembravano i padroni di tutto e tutti. Io li imitavo e li seguivo fino al punto che, se avevo dei problemi, loro c’erano, mi aiutavano. Più il tempo passava più forte diventava la mia corazza, con la nebbia negli occhi la rabbia cresceva e anche la mia incoscienza, a tal punto che non ero più io a chiedere aiuto ma erano loro a rivolgersi a me quando avevano un problema da risolvere. Ero diventato un pilastro importante di quella organizzazione.

Oggi riesco a capire che sì, ero un pilastro solido e importante, ma del degrado, tanto è vero che sono qua rinchiuso. Accetto questa punizione con molta più serenità perché so che con le mie azioni ho contribuito ad aumentare il degrado nella società e non ho più bisogno di un giudice che mi punisca per capire quello che è giusto o sbagliato.

Sono contento di avere ritrovato me stesso e di essere finalmente pulito con la mia famiglia e questo mi fa sentire libero, anche se è strano sentirsi liberi quando la coscienza ti dice che hai sbagliato. Credo che questo è il risultato del percorso fatto col gruppo della trasgressione, anche se so che dovrò lavorare ancora e che devo imparare a confrontarmi. Punizione e regole ci devono essere, ma noi dobbiamo capire le nostre responsabilità e l’istituzione non deve dimenticarsi di noi.

Credo che le istituzioni devono e possono fare molto di più con strutture e personale qualificato per facilitare il recupero dei detenuti. Oggi l’istituzione si deve rendere conto che, se vuoi contrastare il degrado, le persone con caratteri difficili non vanno abbandonate ma aiutate.

Nella vita ho indossato molte maschere cambiandole come un camaleonte in base alle situazioni, ma la migliore che mi dà più soddisfazione è quella che indosso ora con un terzo occhio che mi fa vedere oltre il muro che avevo alzato molto tempo fa.

Fino a poco tempo fa non avevo detto la verità ai miei figli; dicevo, come la maggior parte di tutti i genitori detenuti, che lavoravo e con questo cercavo di proteggerli o, per lo meno, così pensavo. Il dott. Aparo ci ha spiegato e fatto capire che è sbagliato mentire, ed ecco che grazie a quella maschera con il terzo occhio che io chiamo l’occhio della coscienza, ho avuto il coraggio e la serenità di comunicare ai miei figli la verità… che sono in galera e che le istituzioni non sono i nostri nemici ma l’arroganza e l’incoscienza che il loro papà aveva quando era giovane.

Ora capisco che se avessi continuato a tradire i miei figli, un giorno loro si sarebbero sentiti altrettanto in diritto di tradire e questo sarebbe grave per il loro equilibrio. Spero che nel tempo questo nuovo modo di parlare con i figli arrivi anche ai miei compagni detenuti che non hanno la possibilità di frequentare questo gruppo, ai cittadini che sono fuori liberi e alle persone che ancora si fanno travolgere dall’idea di diventare importanti in fretta. La coscienza è l’arma migliore per difendersi.

Paolo De Luca

Genitori e FigliArroganza e Coscienza