Il nostro laboratorio sociale, in carcere e fuori, prevede l’attivazione di pratiche e riflessioni utili a promuovere l’inclusione sociale e il benessere della comunità. Si realizza grazie al coinvolgimento attivo dei partecipanti e moltiplicando le occasioni di incontro e di scambio tra carcere e mondo esterno. Oggi siamo alla Università Cattolica di Milano davanti a una cinquantina di studenti della prof.ssa Miriam Parise.
In aula c’è un bel clima e partiamo spediti. Al Gruppo della Trasgressione non è consentito essere semplici spettatori; ogni componente ha la responsabilità di condividere la propria esperienza per contribuire all’evoluzione dell’autore di reato e agli obiettivi più generali del gruppo. L’emancipazione del reo, infatti, non costituisce l’unica finalità del gruppo della trasgressione che, già all’atto della sua costituzione, nel 1997, puntava all’obiettivo di utilizzare lo studio della devianza e il percorso evolutivo del condannato per fare prevenzione sociale.
Una peculiarità del gruppo consiste nel fatto che, avendo il reo come partner di studio, le dinamiche del reato e dello stile deviante vengono indagate a partire dall’esperienza e dalla testimonianza diretta di chi le ha vissute in prima persona. Questo aiuta a raccogliere informazioni sulla percezione soggettiva delle condizioni individuali, sociali e familiari che hanno portato una persona a intraprendere il percorso deviante. L’obiettivo è alimentare un archivio in cui i racconti e le rielaborazioni personali possano diventare patrimonio comune.
Attraverso il dialogo che si instaura durante gli incontri in carcere con i liberi cittadini, il detenuto viene stimolato a esplorare la propria storia e i fattori che lo hanno condotto al percorso deviante. Ciò gli consente di accedere alle dinamiche emotive e alle fantasie che al momento del reato non erano ancora del tutto consapevoli, come non lo erano quel “diritto al rancore” e quella sensazione di “credito inestinguibile” che avevano contribuito a “legittimare” l’abuso e a ignorare o, peggio, a godere del dolore della vittima. Il gruppo assume così la funzione di contenitore emotivo, ma anche di camera di gestazione capace di raccogliere e riorganizzare tali vissuti, restituendo loro un nuovo significato e recuperandone il valore propulsivo.
Dalle testimonianze di Antonio Tango, Alessandro Crisafulli e Ignazio Marrone, emerge come la carriera criminale affondi le proprie radici in un sentimento di rivalsa legato al bisogno di riconoscimento, un bisogno rimasto inappagato nelle prime fasi della vita. L’agito deviante diviene così una modalità attraverso cui affermare sé stessi e attribuirsi un ruolo. In questo senso, il reato si configura come l’agito di un disagio interno e come il mezzo tramite il quale tale disagio viene neutralizzato.
L’essere umano necessita di una funzione, di sentirsi amato e riconosciuto e non va dimenticato che chi delinque, pur se prendendo male la mira, ricerca proprio la soddisfazione di tali bisogni.
Il Gruppo della Trasgressione promuove nel detenuto un processo di rielaborazione della propria storia, di assunzione di responsabilità, che avviene anche grazie al confronto con i familiari delle vittime di reato e alla possibilità di vivere da vicino le conseguenze del proprio agire. In questo modo il detenuto sperimenta il piacere della relazione e della costruzione condivisa, avendo l’opportunità di tessere legami sociali che lo fanno sentire riconosciuto e gli restituiscono un ruolo. L’obiettivo, infatti, è condurre per mano l’individuo al riconoscimento dell’altro e, allo stesso tempo, alla valorizzazione delle proprie potenzialità.
Partecipando a questo processo, il detenuto rielabora il proprio vissuto criminale e accede alle “trame di libertà”, a quegli stimoli e legami che gli consentono di rendersi un cittadino vivo e operoso della collettività. In questo senso, il gruppo utilizza l’evoluzione dell’autore di reato in modo che la sua esperienza divenga una risorsa per la collettività in termini di prevenzione sociale e di conoscenza della nostra complessità.
Carolina Rocca, Angelo Aparo