Cavarmela da solo

Ciao mi chiamo O. Se devo pensare a una delle prime delusioni, forse alla prima volta che mi sono sentito davvero tradito, è stato all’età di 8 anni circa. Correvano i primi anni 2000 ed io ero un bambino curioso e con molta immaginazione, avevo molti amici nel quartiere, certo non erano dei santi ma erano i miei amici, loro c’erano.

I miei litigavano di continuo e forse per questo vedevo negli amici una seconda famiglia. Un giorno mentre siamo a tavola con mio zio, mio padre insulta mia madre. Lei ferita, nell’orgoglio, prende la bottiglia di vino che stava lì sul tavolo, la rompe e si squarcia il petto.

Tra il vino rosso e il sangue non sapevo più dove iniziava il sangue e dove finiva il vino. Pochi istanti dopo mi ritrovo sull’ambulanza con mia mamma.

Conoscendo già la mia situazione a casa, la polizia porta direttamente mio padre in carcere. Io e mia madre dopo la notte in ospedale veniamo accompagnati in una comunità per madri e figli. Il giorno dopo mi sveglio in questa casa nuova dove non conoscevo nessuno. Che ne sarebbe stato di tutti i miei amici?

Come potevo spiegare delle cose che non capivo neanche io? Mi sono sentito tradito dalla vita, da mio padre, da mia madre. Per molto tempo sono rimasto chiuso nel mondo che mi sono creato. Crescendo, ho cominciato a non fare più affidamento sui più grandi e a cavarmela da solo.

Sentivo che nessuno poteva capirmi, ma allo stesso tempo sono sempre rimasto fedele ai miei amici. Certo non tutti lo sono stati con me, ma sto imparando bene a selezionarli. Per esempio questo gruppo della chiamata mi sembra uno di quegli amici che possono lasciarmi qualcosa di buono e io spero di fare altrettanto.

Reparto LA CHIAMATA  – Percorsi della Devianza

Aprire le porte

Il reparto “La chiamata” per me è speranza: è qualcosa di presente perché dobbiamo attuarlo adesso; è qualcosa di futuro perché deve espandersi nel tempo e nella nostra realtà come un progetto che ha l’esigenza di essere conosciuto e che deve essere conosciuto.

Molte persone non credono nella reintegrazione dei detenuti, persone che si chiedono “ma davvero chi ha commesso dei reati può cambiare?”. E penso che a quest’ultimi e a questa società ci sia bisogno di dare una risposta anche nel concreto. E possiamo farlo con il nuovo reparto.

I detenuti possono cambiare e ritrovare la propria coscienza, ma questo avviene se c’è qualcuno che li guida. Questo progetto ha l’obiettivo di dare un ruolo a tutti i detenuti e agli ospiti in generale che ne faranno parte, dà la possibilità di essere riconosciuti come uomini e come cittadini. È importante sentirsi parte di qualcosa, trovare quegli obiettivi che prima mancavano, capire che non siamo destinati ad essere alienati dalla società.

I detenuti sono anche loro uomini, uomini che devono ritrovare la propria coscienza e a cui deve essere data la possibilità di esprimersi, di riflettere su sé stessi e sulla realtà che li circonda, devono essere stimolati da professori, studenti, volontari e attraverso attività culturali.

Come si può pensare che una persona possa reintegrarsi se non dispone degli strumenti giusti? Il reparto La chiamata è il punto di partenza che deve aprire la mente non solo alle persone detenute o alle guardie penitenziarie, ma anche a tutto il mondo esterno.

Da parte mia, sento in primo luogo il bisogno di impegnarmi nella diffusione di tutte le attività proposte dal gruppo, il bisogno di sentirmi utile per l’altro.

Tutti noi siamo diversi, ed è questa la bellezza dell’uomo, ognuno di noi ha qualcosa da dare e tanto da acquisire dagli altri. Unire le abilità dei vari membri e metterle a disposizione di tutti è una grandissima risorsa che deve essere sfruttata nel migliore dei modi. Dare qualcosa è fondamentale quanto l’apprendere qualcosa di nuovo. Il reparto ci offre questa possibilità e non possiamo tenerla nascosta. Si devono aprire le proprie porte al mondo nella speranza che esso sia pronto ad accoglierci, affinché cambi finalmente la visione del carcere e del detenuto stesso.

Chiara Palma

Reparto LA CHIAMATA

Guidare il colpevole alla salvezza

La giustizia deve essere equa e condurre al perdono. Non c’è giustizia sino a che tutti non siano soddisfatti, persino coloro che ci hanno fatto un torto e meritano una giusta punizione. I  colpevoli  non dobbiamo solo punirli, ma è necessario guidarli alla salvezza.

Affinché ciò accada è necessaria una riforma che parta dai vertici, da chi detiene il potere, conferitogli dal popolo, e ciò per favorire cambiamenti determinanti. Primo su tutti un quoziente culturale necessario per relazionarsi con coloro che vengono incarcerarti per la prima volta, siano giovani o meno giovani, perché, se è vero che il carcere è una ottima scuola per diventare delinquenti, occorre porvi rimedio non con la violenza, l’indifferenza, la tracotanza di chi ci lavora, ma con l’esperienza ed una corretta formazione professionale al fine di trattare con persone di etnie, lingua e religione differenti, che hanno per la maggior parte la colpa di essere nati lì dove regnano l’emarginazione, la dittatura o la carestia.

La civiltà di uno Stato si  misura anche dallo stato  delle sue carceri. È vero, questa è diventata una frase fatta, tuttavia spero che chi ci governa la faccia propria e si impegni sin da subito a stanziare energie e denaro ricordando che dove non vi è energia positiva non c’è colore, non c’è forma, non c’è vita. E solo con investimenti economici si può avere personale qualificato in grado di affrontare questa grande sfida.

Finché ciò non accadrà io avrò paura di invecchiare, paura di diventare flaccido, rassegnato vile e sottomesso, paura di venire accoltellato in carcere da uno come me.

Matteo Franco Zaffran

Reparto La Chiamata

 

Un campo d’azione

Interdipendenza non somiglianza
Una prova di coraggio verso il cambiamento

Molti giovani adulti rinchiusi in carcere non hanno veramente avuto un’adolescenza. Per questa ragione, c’è bisogno di riunire il maggior numero di risorse possibili per il reparto “LA CHIAMATA”, che immagino come un campo d’azione e una prova di coraggio verso il cambiamento.

Gruppo operativo
Composto da persone capaci di stabilire un contatto con i giovani adulti, che tengano conto delle difficoltà presenti nella crescita umana, in funzione di una pratica educativa che prediliga la comprensione e la relazione, piuttosto che programmi e schemi rigidi.

Contesto
L’ambiente deve suggerire una nuova opportunità di relazione con il giovane. Secondo la teoria di Winnicott (1984), l’atto antisociale è una manifestazione di speranza, un tentativo di chiedere aiuto al mondo degli adulti. Per questo penso a un ambiente fisico e psichico che restituisca voce alla speranza attraverso un costante dialogo e una continua relazione con il giovane, per contenere l’emergere di sentimenti di sfiducia che lo possano indurre a disinvestire sul proprio futuro.

Reclutamento agenti
Credo sia importante reclutare agenti di polizia penitenziaria fortemente motivati a contribuire al cambiamento della persona detenuta e a tollerare e comprendere la fragilità umana. È importante avere nel reparto agenti con una specifica formazione sui fattori che contribuiscono alla costruzione di un’identità criminale e su come contrastare il risentimento, la rabbia e gli atteggiamenti oppositivi, che in luoghi come il carcere sorgono facilmente nel giovane adulto.

Presenza di Peer Support
In aggiunta al lavoro dell’agente motivato e formato, credo sia necessaria la presenza in reparto di detenuti o ex detenuti membri del Gruppo della Trasgressione con lunga esperienza di detenzione. Questo per mantenere un equilibrio tra rigore (agente di polizia) e solidarietà (detenuto o ex detenuto) e per contribuire alla salvaguardia della fiducia e della salute mentale del giovane (che, appena fermato, immagino spaventato e disorientato).

Collegamento con la famiglia e psicofarmaci
Se tra le figure familiari fosse presente un parente “portatore sano d’amore”, incoraggerei frequenti colloqui con il giovane adulto. Inoltre, questo accudimento potrebbe sostituire gli psicofarmaci, “Vorrei essere aiutato a vivere, non a dormire. Vorrei non non mi venisse consigliato di prendere una terapia”, (detenuto, San Vittore, 12.01.2023). “Se si partecipa a un progetto non c’è bisogno di dormire. Il controllo non si ottiene con lo psicofarmaco ma con ruoli che permettano l’esercizio della responsabilità”, (Aparo, San Vittore, 12.01.2023).

Guide credibili e Progetti
Il miglioramento psichico del giovane adulto è raggiunto se l’adulto di riferimento è credibile e capace di attrarlo, senza forzature o imposizioni, con progetti nei quali il giovane possa ricoprire un ruolo significativo (esempio: scrivere pensieri, riflessioni su un certo argomento proposto). L’approccio, saldamente collaudato dal nostro Gruppo, permetterebbe al giovane di prendere, in regime di totale volontarietà e libertà, consapevolezza del suo mondo interiore, dei propri sentimenti e dei propri conflitti.

Contaminazione col mondo esterno
Appuntamenti periodici frequenti per offrire uno stabile “nutrimento culturale” all’interno del reparto. Preparazione di spettacoli teatrali e altre forme d’arte, laboratori che offrano occasioni di apprendimento e di crescita personale. Inviterei docenti universitari, studenti delle scuole superiori, studenti universitari, artisti ma soprattutto gente comune, volontari disponibili al confronto e alla riflessione, persone portatrici di normalità.

Interventi del mondo imprenditoriale
Nella mia vita il lavoro è stato sempre importante, mi ha aiutato in molti momenti di difficoltà e per me ha sempre rappresentato un progetto in cui esercitare ruolo e responsabilità. Per questo sono convinta che il mondo dell’imprenditoria debba essere coinvolto nel progetto del reparto. L’imprenditore ha un ruolo economico e sociale ed è responsabile della crescita della persona. Per questi motivi potrebbe contribuire all’ideazione di progetti nei quali i suoi dipendenti formino le competenze della persona detenuta e la preparino a ricoprire una posizione lavorativa alla sua scarcerazione. Questo per me rappresenta il vero reinserimento nella Società: se lavoro sono nel mondo.

Comunicazione
Viviamo nella società dell’informazione. Dunque, sfruttiamo al meglio queste tecnologie per creare spazi sociali di discussione, di conversazione tra persone detenute e cittadini della società civile, in uno scambio continuo di contenuti e di emozioni, così da mantenere viva nei giovani adulti la fiducia d’investire nel proprio futuro.

In conclusione,
un insieme di forze eterogenee, tutte dedicate a stimolare la creatività delle persone detenute affinché possano svolgere delle attività nelle quali riconoscersi, creare condotte di responsabilità e occasioni di apprendimento. Un camminare insieme con lo scopo di accompagnare il giovane alla consapevolezza dell’offesa procurata, nel suo percorso di costruzione di un’identità nuova e nel suo reinserimento nella società. Soccorrere il giovane adulto e contemporaneamente proteggere gli altri.

Lara Giovanelli

Reparto LA CHIAMATA

Cosa farete da grandi

Ci sono ragazzi che entrano in carcere per la prima volta e vengono trattati come vecchi habitué delle patrie galere. Arrangiati, sembrano dire le mura fredde, mentre i cancelli si chiudono alle loro spalle; qui, ora si decide cosa sarete e cosa farete da “grandi”.

Ora, grazie all’intesa tra alcuni professionisti competenti, si sta pensando a come ricevere i nuovi detenuti e orientare i loro primi giorni in carcere e quelli futuri.

Chiamato a dire la mia per la non felice esperienza, fatta da parecchi anni passati in galera, credo che i giovani, e in special modo quelli che entrano in carcere per la prima volta, debbano essere separati dai detenuti che invece hanno condanne plurime e/o definitive. È fondamentale che dal primo momento, giorno o notte, il ragazzo venga preso in carico da un operatore, del SerD se con problemi di sostanze, per assicurarsi che non vengano abbandonati a se stessi, che si instauri un rapporto di ascolto che permetta al giovane di dire, parlare, di sfogare la sua rabbia, le sue paure, di sentirsi ascoltato, consigliato e protetto.

È consigliabile, secondo me, che il ragazzo non venga lasciato solo, ma che dopo tutti i colloqui con i vari operatori possa essere ubicato in una stanza singola, aperta 24 ore su 24, in una sezione con le adeguate sale di socializzazione. Dico stanza singola, per dare modo al giovane di responsabilizzarsi sulla cura del posto in cui vive, con la possibilità di consumare i pasti in una sala (o mensa) comune con tutti gli altri ospiti (e con gli operatori).

Poi proporrei di lavorare, studiare, frequentare gruppi  in modo da avere la giornata occupata. Certamente anche facendo sport e passeggio sino a sera. I giovani poi andrebbero accompagnati da subito ad un percorso di colloqui con i familiari e/o affetti cari. Da ultimo, e non per importanza, se il ragazzo lo desidera, assistere e partecipare ad incontri con persone che siano attualmente o siano state in carcere, per sentire le loro storie ed essere aiutato a riflettere sul futuro.

Giuseppe Di Matteo

Reparto La Chiamata

Reparto La Chiamata, un’area cogestita

Premessa:

Il progetto LA CHIAMATA parte da due presupposti:

  • Il primo è che ogni bambino cerca di ottenere la propria affermazione, prima appoggiandosi ai genitori per i bisogni primari, poi cercando di ottenere, per le sue “prodezze” e le sue pene, attenzione e riconoscimento dalle proprie figure ideali, le quali, se tutto va bene, continueranno a essere i genitori e, a seguire, gli insegnanti;
  • il secondo è che la vita deviante, con l’abuso, l’eccitazione, i profitti, le mire e le relazioni di potere che la caratterizzano, costituiscono solo il surrogato del riconoscimento che non si è riusciti a ottenere dalle figure ideali.

In linea con quanto sopra, è previsto che le attività, le atmosfere, le modalità di relazione che caratterizzano il reparto LA CHIAMATA ruotino e lavorino attorno a:

  • l’importanza per ognuno di noi di raggiungere il proprio ideale;
  • i compromessi cui gli adolescenti ricorrono quando perdono la fiducia di poterlo raggiungere;
  • le esperienze che permettono di tornare a cercare i propri ideali dentro di sé e nelle figure che vorremmo potere riconoscere come guide.

 

Obiettivi

  • ottenere che tutti gli ospiti del reparto abbiano una funzione, dei compiti e degli obiettivi, così da giungere in tempi definiti a risultati riconoscibili, misurabili, presentabili.

 

Tratti distintivi

  • Nel reparto vivono solo persone che scelgono di farne parte;
  • Tutti i detenuti hanno dei compiti e dei risultati da raggiungere;
  • Ogni settimana viene chiesto agli ospiti del reparto se e quanto sono soddisfatti di quello che hanno realizzato, di quello che hanno acquisito e quali sono i loro prossimi obiettivi;
  • Nel reparto è fortemente sconsigliato l’uso di psicofarmaci, nei casi più difficili si tollera l’uso a scalare, fino alla completa cessazione in tempi concordati e definiti;
  • Nel reparto sono attive numerose iniziative culturali, sportive, lavorative che vengono coordinate dalle associazioni, da professionisti esterni che aderiscono all’iniziativa e, laddove possibile, dagli stessi ospiti del reparto (i detenuti potranno coordinare dei progetti se prima avranno ottenuto dei risultati tangibili e riconosciuti dagli altri);
  • Ogni tre mesi vengono presentati i risultati della o delle squadre che vivono nel reparto a un pubblico costituito da detenuti, da una rappresentazione delle autorità che dirigono il carcere, da familiari dei detenuti, da ospiti esterni (tra cui imprenditori e rappresentanti di enti potenzialmente disponibili a investire sulle iniziative del reparto).

La produzione creativa (testi, disegni, manufatti, dipinti, canzoni, foto, video, ecc.), in linea generale, riguarda i temi e le attività tradizionali del gruppo. Nel reparto verranno proposti con cadenza trimestrale alcuni dei nostri titoli: La sfida; La trasgressione; Il labirinto delle dipendenze; Le micro e macro-scelte; Il divenire dell’identità; Il virus delle gioie corte; Il male, complesso e banale; La nicchia, la crosta e il rosmarino; ecc.

Tra le attività del gruppo, anche alcuni laboratori teatrali cui partecipano detenuti e studenti: Il Mito di Sisifo, La slot machine, Una serata da bulli, La rapina, La ninna nanna e le mazzate.

In relazione a tali temi e attività vengono sollecitati contributi personali e di piccoli gruppi di lavoro da parte dei detenuti che risiedono nel reparto, dei tirocinanti e dei vari componenti del gruppo della trasgressione, dei giovani di LIBERA, degli educatori scout e di tutte le persone che partecipano al progetto “Lo Strappo, quattro chiacchiere sul crimine”. I contributi, se rispondenti ai requisiti di qualità necessari, potranno poi essere presentati nelle riunioni periodiche con pubblico esterno, pubblicati sui canali web del gruppo (L‘Officina creativa su www.vocidalponte.it) e sui canali di chi collabora all’iniziativa.

In prospettiva, con la diffusione dei contenuti prodotti nel e per il reparto, si punta a moltiplicare i contatti tra detenuti e realtà esterna e a ottenere finanziamenti e investimenti sull’iniziativa.

Le diverse attività creative e, in particolare, le rappresentazioni teatrali rispondono allo scopo di far passare i detenuti che risiedono nel reparto dalla condizione di chi è trascinato dalla corrente (che egli stesso alimenta) a quella di chi riflette sulle dinamiche che la producono e comincia a diventare consapevole dei propri meccanismi.

 

Gli operatori del gruppo
All’interno del reparto, oltre al personale previsto dall’Istituto, sono quotidianamente presenti diversi componenti del gruppo della trasgressione. In particolare, è previsto che tutti i giorni le attività di cui ai paragrafi precedenti siano coordinate dai componenti senior del gruppo e che, nel corso della settimana, gli studenti universitari in tirocinio con la nostra associazione possano fare visite frequenti per confronti con i detenuti e per favorire la realizzazione dei contributi creativi di cui sopra.

Interverranno in occasioni specifiche e su temi ed eventi di giustizia riparativa alcuni familiari di vittime di reato che da tempo fanno parte del gruppo della trasgressione. Lo stesso accadrà per professionisti, sostenitori (Rotary Club Milano Duomo) e vecchi componenti del gruppo.

I componenti senior del gruppo sono tutti laureati in psicologia; i tirocinanti provengono da varie facoltà: Psicologia, Scienze dell’educazione, Filosofia, Giurisprudenza, ecc.

Fanno parte dei Senior del gruppo anche alcuni detenuti ed ex detenuti che, dopo oltre un decennio di presenza al gruppo, ne sono diventati oggi parte integrante e punte di diamante negli incontri che la nostra associazione ha nelle scuole medie primarie e secondarie per la prevenzione al bullismo e alla devianza.

 

La Settimana
La settimana ideale all’interno del reparto, compatibilmente con le esigenze dell’istituto, somiglia a quella di un college, con orari per la sveglia e le attività e con momenti di privacy. Tutti i giorni sarà presente almeno un componente senior del gruppo della trasgressione.

 

La collaborazione con LIBERA e con gli esterni punta a far circolare nel reparto i valori di coetanei dei detenuti del reparto, a favorire il riconoscimento reciproco tra coetanei e a giungere all’identificazione di obiettivi comuni tra detenuti, ragazzi di Libera e studenti universitari. Tra questi obiettivi, il primo in ordine temporale è giungere al 21 marzo 2023, ricorrenza della manifestazione di Libera in memoria delle vittime innocenti della mafia, con una rappresentazione capace di veicolare il percorso comune e i risultati raggiunti.

 

L’ingresso in carcere e la selezione
È desiderabile che i detenuti nuovi giunti con caratteristiche tali da poter diventare ospiti del reparto abbiano un primo contatto, subito dopo il primo impatto col carcere, con qualcuno dei senior del gruppo della trasgressione, così da prendere confidenza da subito con gli obiettivi del reparto e decidere se accettare o meno di prendere parte all’iniziativa.

 

Il monitoraggio della salute mentale e della recidiva
A latere delle attività del reparto e nell’ottica di valutare i reali benefici dell’iniziativa per i detenuti, per l’istituzione e per la società esterna, si auspica di monitorare attraverso confronti periodici e interviste a detenuti interni ed esterni al reparto:

  • la percezione di sé e la descrizione della propria condizione;
  • la frequenza di atti autolesionistici in ristretti di età e provenienza simile;
  • le relazioni dei detenuti con il personale di polizia penitenziaria, con gli operatori interni e con i volontari;
  • la frequenza della recidiva dentro e fuori dal reparto.

 

La selezione e la formazione degli agenti del reparto
Laddove ce ne siano le condizioni, è auspicabile che gli agenti di polizia che operano all’interno del reparto possano:

  • seguire dei corsi di formazione mirati;
  • avere un ruolo attivo nella progettazione delle iniziative;
  • partecipare a riunioni periodiche di verifica dei risultati e dei problemi in essere.

Reparto La Chiamata

Un reparto d’atmosfera

In un reparto che nasce per i giovani carcerati, ritengo siano almeno due gli elementi che non possono mancare per una giusta partenza: un’atmosfera di libertà e di responsabilità, come dovrebbe essere fuori, nella società dei “normali”, se le cose andassero per il verso giusto.

La libertà dev’essere nell’aria, si deve respirare a cominciare dall’inizio: la libertà di aderire all’ingresso nel reparto. Nel reparto ci entra chi vuole e deve sapere che molte saranno le attività proposte e quelle richiedibili ma che tutte dovranno convergere verso un obiettivo imprescindibile: la costruzione della responsabilità.

Dopo la scelta iniziale, la libertà dovrà manifestarsi nella possibilità di interazione con gli interni ma anche con gli esterni. Interazioni con coetanei ed educatori, con esperti e insegnanti, con psicologi e volontari, interazioni che presuppongano ascolto e collaborazione, impegno individuale e coinvolgimento di gruppo, formulazione di obiettivi in cui riconoscersi e per cui lavorare e  valutazioni del percorso condivise.

Un lavoro immane ma anche entusiasmante.

Il confronto deve essere continuo e, per essere stimolante, dovrà basarsi su attività varie: letture da comprendere, interpretare e su cui dibattere; composizioni personali spontanee o guidate; visione di filmati e osservazioni di immagini; ascolto di musiche, messa in scena di canovacci proposti o frutto delle varie discussioni o rielaborazione personale….

Chi sarà a fare le scelte e a guidarle? Un educatore? Uno psicologo? Un carcerato? Un triumvirato? Questa domanda e le risposte che le si daranno sono importanti quanto il punto di partenza.

Due, secondo me i pre-requisiti perché il progetto abbia le gambe: il desiderio di partecipare e la capacità di ascoltare sé e gli altri, da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Sicuramente ci sarà molto da discutere e da lavorare per individuare obiettivi di breve, medio e lungo termine, ma per questo mi sembra troppo presto. Per poterlo fare bisogna sapere quali soggetti esterni e con quali competenze parteciperanno ai lavori, quali i tempi e le disponibilità delle istituzioni, quali le aspettative.

Un punto di partenza ma anche una stella polare per orientarsi nel percorso potrebbe essere l’affermazione del dottor Aparo che “si suicida chi non ha obiettivi credibili e porta dentro un rancore profondo”, giusto per non dimenticare che il percorso non potrà essere solo culturale ma anche psico-pedagogico.

Reparto LA CHIAMATA

Protagonisti del proprio destino

REPARTO LA CHIAMATA

“Investire su un sistema di negazioni e di divieti non ha senso; lavorare sulla qualità della vita in carcere, sui limiti e i punti di forza della persona, sul recupero di una progettualità per il futuro, ne può avere moltissimo” – Giacinto Siciliano

 Durante questi anni di collaborazione con il Gruppo della Trasgressione ho avuto modo di comprendere l’importanza del dialogo, della comunicazione, del confronto tra persona detenuta e società esterna e della creazione di progetti di vita per contrastare il rischio di recidiva.

Il confronto attivo e la riflessione sul proprio vissuto, con la presa di consapevolezza dei propri agiti e una conseguente assunzione di responsabilità, permettono di giungere al Cittadino che, una volta uscito dal carcere, potrà effettivamente contribuire al benessere della società. Per contro, la detenzione, priva di stimoli e di opportunità di confronto e contatto con la società, è fine a sé stessa e non assolve alla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione Italiana.

Il cambiamento nelle persone è possibile, se vengono loro offerti gli strumenti adatti per una presa di consapevolezza e una attiva responsabilizzazione: “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione” – Giorgio Gaber

La libertà di mente, come la chiamiamo al Gruppo, il vero indice di cambiamento, viene raggiunta solo attraverso un lungo percorso che inizia all’interno del carcere per poi continuare all’esterno, un confronto attivo tra detenuti e società, fatto di comunicazione, scambio di riflessioni, introspezione, riconoscimento delle proprie azioni devianti e delle proprie e altrui fragilità.

“L’uomo è una meraviglia che ha bisogno di fiducia, di sentirla, di meritarla, magari anche di perderla, sapendo che in quella scommessa diventa protagonista del proprio destino” – Giacinto Siciliano 

 Il Gruppo, come sua prassi quotidiana, fa in modo che il detenuto si interroghi su sé stesso, aiuta studenti e detenuti a comprendere che esiste qualcosa in comune in tutte le esperienze, che sia la devianza o anche le difficoltà, le conflittualità ed i sintomi che si sviluppano in risposta al disagio, poiché questi non sono esclusivi dell’esperienza di chi delinque ma anche di quella degli studenti. Il confronto costante tra studenti e detenuti porta a un arricchimento reciproco, alla riscoperta di una vicinanza di vissuti ed emozioni che difficilmente si sarebbe potuta immaginare prima.

Il lavoro del Gruppo consiste nell’andare in cerca della coscienza che era stata messa da parte durante i primi anni di vita e con l’adolescenza, quando i conflitti e le sofferenze portavano spesso la persona a sviluppare un’immagine di sé compatibile con il reato.

Il carcere, purtroppo, per come è strutturato, è un ostacolo alla comunicazione. La persona detenuta non deve perdere invece il contatto con la società esterna, di cui fa parte e dove tornerà a essere cittadino una volta uscito. Come scriveva Beccaria, “Non c’è libertà finché le leggi permettono che, in certe condizioni, una persona cessi di essere persona e diventi un oggetto”.  L’esperienza detentiva, infatti, molto spesso porta all’alienazione e all’incapacità di riadattarsi al mondo esterno dopo il rilascio.

Occorre abbandonare l’ipotesi che condizioni estreme di disagio dei detenuti possano fare da deterrente a futuri comportamenti antisociali, perché la violenza genera violenza, e il degrado fisico e ambientale contribuiscono ad aumentare o creare il degrado morale. La pena scontata interamente in carcere, senza stimoli né contatti con il mondo esterno, è disfunzionale: rinchiudere una persona, già in partenza portatrice di rabbia e rancori, in una cella senza alcuno stimolo e senza la possibilità di confrontarsi con la società, non la potrà portare a riflettere e prendere coscienza del proprio percorso. Anzi, vivrà come ingiusta l’istituzione, maturando ancora più rabbia nei confronti dell’Autorità.

“La pena è utile quando il tempo in carcere viene impiegato in modo proficuo partecipando attivamente alle attività e agli incontri proposti, sfruttando le offerte formative e scolastiche e imparando un lavoro. Così i detenuti possono ricevere mille stimoli e scoprire di possedere abilità diverse da quelle che li hanno portati dove si trovano. Una pena utile non si può scontare in un carcere che non sia adeguato. […] sovraffollati, vecchi, fatiscenti, hanno troppe mura, troppe sbarre, pochi spazi per le attività responsabili. È compatibile tutto ciò con l’irrogazione di una pena utile e dignitosa? […] la dignità di un uomo rimane un valore intoccabile anche in cella” – Giacinto Siciliano

 Il confronto con la collettività porta ad arricchimento e crescita personale, in quanto stimola la riflessione sul proprio vissuto, sulle proprie fragilità e permette, attraverso l’ascolto, il riconoscimento dell’altro in quanto essere umano da rispettare. In questo modo viene riconosciuta l’identità della persona, il suo pensiero, la sua scrittura, la sua creatività, ma soprattutto il suo valore, tutti aspetti che il detenuto nel corso della sua carriera criminale ha spesso sotterrato, dimenticato e nascosto perfino a sé stesso.

Il contatto con il mondo esterno al carcere permette a detenuti e membri della società esterna di interagire e collaborare per obiettivi comuni e favorisce nel detenuto (e non solo) il senso di autoefficacia e di autostima personale attraverso il riconoscimento da parte della collettività della propria funzione all’interno della società.

“Lo Stato forte è quello che dà fiducia e ha il coraggio di investire nelle persone, lo Stato forte non è quello che dice sempre no, perché essere chiusi non stimola il cambiamento. Se non c’è cambiamento, non ci sarà neppure testimonianza del cambiamento e la gente fuori avrà sempre paura e non avrà motivi per investire, per accogliere, per aiutare a sua volta a completare un percorso” – Giacinto Siciliano

È estremamente importante che l’Istituzione promuova uno scambio tra società e detenuti e vigili su di esso, così come risulta necessario un dialogo tra detenuto ed Istituzione. In questo senso, “promuovere” significa favorire la produzione di materiale che fa crescere la coscienza nel detenuto e ne previene la recidiva. Per evitare che un soggetto, una volta uscito, torni a delinquere, occorre responsabilizzarlo e dargli una funzione attiva.

Non tutte le persone “stanno in piedi” con la stessa facilità e l’investimento per mantenere le persone più in difficoltà con una funzione produttiva, sulla distanza, restituisce alla società maggior benessere rispetto al fatto che quella persona venga lasciata a se stessa. Le iniziative che possono contribuire all’evoluzione e al consolidamento della coscienza del detenuto non dovrebbero essere un epifenomeno del carcere ma parte integrante dello stesso, in nome della funzione rieducativa della pena. Infatti, il carcere è parte della società e nei confronti di questa non può non avere una responsabilità.

Il momento dell’ingresso in carcere è un evento traumatico per tutto ciò che ne consegue: la rottura dei rapporti con il mondo esterno, le fragilità e le problematiche individuali, la precarietà dei rapporti affettivi.

Il carcere è anche terreno fertile per l’insorgere di patologie psichiatriche durante tutto il periodo detentivo e nella fase prossima alla scarcerazione, legate all’ansia del reinserimento sociale.

Il Reparto La Chiamata ha come obiettivo centrale che la persona venga accompagnata durante la sua detenzione in un percorso di recupero della coscienza, che può solo avvenire attraverso un costante confronto con la società esterna, con gli studenti, i volontari, gli psicologi, l’Istituzione.

Nel reparto è necessario che la persona detenuta ricostruisca la fiducia nell’Istituzione e nella società di cui fa parte, ricucia lo strappo che si è creato tra lui e la collettività, sentendo di ricoprire una funzione valida e riconosciuta da quest’ultima. È fondamentale che chi si trova in carcere riacquisti fiducia e stima in sé stesso e nelle proprie potenzialità, svolgendo attività (formative, lavorative, gruppi di riflessione) volte alla costruzione di progetti futuri e non più compatibili con il reato.

Risulta inoltre centrale che il detenuto possa coltivare il rapporto con la sua famiglia e con i suoi figli, riacquistando autorevolezza e credibilità agli occhi di questi ultimi e prevenendo quindi la possibile devianza di seconda generazione.

Da tutti questi interventi trarrebbero giovamento sicuramente le persone detenute, ma anche le loro famiglie, i loro figli e, non ultimo, la società intera, perché una carcerazione che non contempla adeguati percorsi di reinserimento sociale e di responsabilizzazione è in netta contrapposizione alla sicurezza sociale e alla funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione italiana.

Nota: Tutte le citazioni del dott. Giacinto Siciliano provengono da “Di cuore e di coraggio”, edito da Rizzoli, 2020.

Arianna Picco

Reparto LA CHIAMATA

Lo zombi, l’armatura e la stanza giochi

Come organizzare un reparto per far capire ai giovani che la vita è una sola…e non va sprecata?

Sono Salvatore Luci, faccio parte del Gruppo della Trasgressione, diretto dal dott. Aparo, che ci tiene partecipi al progetto del reparto.

Quello che dovrebbe cambiare per primo è l’impatto che si ha entrando in carcere, dove la dignità, non della persona che ha commesso un reato, ma dell’essere umano, viene calpestata: ti fanno spogliare e rimanere nudo davanti a tutti gli agenti presenti, imponendoti di fare flessioni sulle gambe quando invece potrebbero far fare una visita medica completa dai dirigenti sanitari, facendo passare una perquisizione come una normale visita medica, senza causare stress traumatico ad una persona condotta in carcere per la prima volta.

Entrando poi in reparto, si deve avere l’impressione di un luogo familiare, tranquillo, non di punizione. Scegliendo delle persone che facciano da tutor, spiegando al nuovo arrivato il funzionamento del reparto, indicandogli le opportunità e tutti i corsi che potrà scegliere, dallo sport, al volontariato, allo studio.

Sono corsi ed attività che la direzione dovrebbe imporre, non lasciando i detenuti ad oziare sui piani e, così facendo, si potrà anche entrare in graduatoria per un lavoro, in modo da non gravare sulla famiglia.

A proposito di famiglia: chi gestisce un Istituto deve capire che il Giudice ha tolto solo la libertà, non gli affetti familiari, per cui non deve mancare mai la presenza della famiglia, aumentando i giorni e gli orari dei colloqui e dare la possibilità alla famiglia del detenuto che durante la settimana sia impegnato con il lavoro ad aprire i colloqui di domenica.

Il detenuto, e parlo io stesso da detenuto, più ha contatto con la famiglia e meno gli vengono in mente gesti sbagliati sino alla idea di suicidio, per cui, ripeto, servono più incontri con la famiglia.

Al mio impatto in Istituto, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, quando non esisteva alcuna tecnologia, tipo gli anni 60-70. A mio parere chi gestisce gli Istituti dovrebbe iniziare a cambiare totalmente, evolversi anche con la  tecnologia: mentre fuori dal carcere si continua a parlare anche di ecologia e rispetto dell’ambiente, qui per ottenere un semplice colloquio con un ispettore di reparto si deve usare il cartaceo, la famosa domandina 393.

Per i detenuti più giovani, ci vorrebbe uno spazio comune dove inserire tramite consenso degli stessi e dei familiari una bacheca dove apporre le foto della propria famiglia, poter portare dentro dei giochi che si usavano da bambini, come macchinine, mattoncini Lego ecc. E questo per far tornare la persona indietro nel tempo in cui era bambino, per fargli ritrovare quella spensieratezza che si aveva a quella età e per iniziare a scalfire l’armatura che ci si è cucita addosso, facendo riapparire il nostro io vero.

I ragazzi con problemi di  tossicodipendenze dovrebbero essere davvero aiutati a disintossicarsi invece che aiutarli a usare droghe sintetiche come antidepressivi e il famigerato metadone, che li fa diventare come zombi tenendoli tranquilli.

In questo progetto ci vorrebbero più psicologi, il detenuto soprattutto il  neo-detenuto ha bisogno di essere ascoltato, di sfogare verbalmente la sua rabbia accumulata nel tempo e chi lo può fare? Solo uno psicologo!

Salvatore Luci

Reparto LA CHIAMATA

Progetto Utopia

Premetto che nella mia esperienza, già prima di mettere piede all’interno del carcere, tutto quello che accade per un giovane che ha commesso un reato è sbagliato: è sbagliato il modo in cui il reo è arrestato; è sbagliato l’interrogatorio, spesso in assenza di supporto psicologico o di un avvocato, è sbagliata la traduzione in carcere, il tutto in mancanza delle vigenti normative ed applicazioni.

L’impatto con il carcere, a partire dall’ingresso e dalla immatricolazione, andrebbe accompagnato spiegando al detenuto l’iter e ciò che sta accedendo: la perquisizione solo alla presenza di agenti educati in ambito psicologico, che non siano bruschi nei modi con il detenuto e che cerchino di metterlo a suo agio, pur ottemperando alle modalità di legge. Occorre anche far capire a cosa servono l’esclusione di prodotti di igiene intima, di orologi, di valori e di quanto altro non consentito dall’istituto penitenziario. Questo primo passaggio è fondamentale per l’impatto con il carcere.

PROGETTO UTOPIA
Non è una grata a darmi responsabilità

REPARTO: tinteggiature con colori adeguati al contesto giovanile, porte e finestre e suppellettili in legno

CAMERE: TV almeno 24 pollici, computer in ogni camera con tutti gli accessori, connessione wi-fi compresa palestra in reparto, aule per la formazione al lavoro: elettrotecnica, idraulica, falegnameria, imbiancatura, etc. Partecipazione a scuole di vari livelli e formazione, compresa l’iscrizione e la frequenza universitaria, anche fuori dell’Istituto penitenziario. Naturalmente le persone devono avere la possibilità di alternare lo studio con il lavoro, anche part-time.

Fondamentale, almeno due volte la settimana, integrare con colloqui con psicologo e con corsi di riflessione (il gruppo della Trasgressione). Presenza quotidiana in reparto dell’educatore. Favorire e incentivare l’incontro dei nuovi giunti con detenuti e/o ex detenuti che nel corso degli anni passati in carcere abbiano acquisito consapevolezza di ciò che è stato il loro vissuto e che sono pertanto pronti ad essere reinseriti nella società civile. Gli incontri fra ex detenuti e nuovi giunti responsabilizzano i primi e permettono ai giovani nuovi giunti di chiedersi con persone ai loro occhi credibili quale potrà essere il loro futuro, se andranno avanti lungo la strada intrapresa. Occorre insomma che i giovani abbiano delle guide, con le quali potersi nutrire e dalle quali imparare il senso di responsabilità.

COLLOQUI:  consentire che le persone detenute possano effettuare due volte la settimana colloqui con i familiari in ambiente idoneo all’incontro (adeguata privacy sia per la famiglia che per la coppia) e, nel caso di minori in famiglia, sarebbe opportuno che il colloquio avvenisse a casa, con l’accompagnamento di un volontario/figura di supporto, per almeno tre ore.

Infine va sottolineato che la gestione del reparto sia affidata a personale di polizia penitenziaria formata ed addestrata con un approccio differente a quello convenzionale di solo controllo.

I modi e le condizioni per recuperare la persona che ha sbagliato sono importanti così come è fondamentale la volontà di chi è ristretto in carcere a farsi rieducare.

Giovan Battista Della Chiave

Reparto LA CHIAMATA