Legami profondi

Gratitudine e rancore. Che strano binomio! Questo il mio pensiero quando tale binomio è stato proposto per la riflessione. Mi sfuggiva il legame esistente tra i due termini.

Mi sono addentrata nella ricerca del significato della parola rancore e ho scoperto che la dinamica di relazione tra due persone tra le quali intercorrono episodi ripetuti di gentilezze e favori ricevuti presenta risvolti inaspettati e reazioni non necessariamente benevole.

Una gentilezza compiuta a favore di qualcuno che non l’ha richiesta può suscitare disappunto. La gentilezza può aver luogo, infatti, solo se c’è una mancanza in cui inserire l’azione, un bisogno più o meno esplicito che la giustifichi. Alle volte dunque, la gentilezza può essere percepita come una sottolineatura della mancanza, dell’incapacità di affrontarla della persona che ne fruisce. Un esempio banale ma efficace può essere quello di chi cede il posto a sedere sul tram a una persona che secondo il cedente ha più bisogno di stare seduta di lui. Ma compiendo questa gentilezza il cedente sottolinea la mancanza che vede nella persona omaggiata: mancanza di energia, mancanza di gioventù. La sua gentilezza può risultare sgradita. Insomma la gentilezza, quando non richiesta, se continuamente reiterata, può generare rancore invece che gratitudine.

Quando poi, leggendo Rainer Maria Rilke, mi sono imbattuta in una poesia sul figliol prodigo, ho compreso che il poeta aveva invece intuito la possibile problematicità nella relazione tra chi ama non richiesto e l’amato. Ciò mi ha costretto a pensare al significato della parabola e ad ammettere che, in fondo, non l’avevo mai veramente capita.
Non avevo capito la fine, con questa festa esagerata per accogliere un ingrato, né tanto meno l’inizio. Perché il figlio abbandona la casa paterna? La parabola non lo spiega.

Rilke propone una chiave di lettura che mi sarebbe parsa sconcertante prima della mia ricerca: il figlio se ne va, perché non vuole essere amato.
E perché non vuole essere amato? Forse perché non ha chiesto lui di essere generato. Forse perché essendo amato si sente privato di una porzione di libertà in quanto deve ricambiare, deve essere grato. Alla luce di questa interpretazione la parabola acquista finalmente un senso compiuto.
Il figlio che abbandona la casa paterna non è capace di gratitudine. Il figlio che ritorna l’ha imparata.

Il padre che lo amava all’inizio in quanto figlio, continua ad amarlo quando ritorna, ma forse con la festa grande non celebra solo il ritorno del figlio perduto ma la sua acquisita capacità di dire grazie, di provare gratitudine per l’amore ricevuto e non rancore.

Gratitudine e Rancore

Gratitudine e Rancore è il tema del nostro prossimo convegno.

Parlandone col dott. Aparo, ho pensato di mettere a confronto, per quella occasione, da una parte alcune immagini mie e di mio figlio e dall’altra la Medusa, una scultura che vedo al cimitero monumentale di Milano dove lavoro.

Ogni volta che la guardo, mi sento guardato e mi ricordo che il rancore pietrifica la crescita.

Io ero in balìa del rancore e lo usavo come una corazza per tenermi distante dagli altri e dai miei bisogni più intimi. Il risultato è stato che per anni mi sono sentito solo e ho rischiato di lasciar crescere da solo mio figlio Michael. Grazie al lavoro fatto in questi anni col gruppo, oggi sento che posso vivere anche senza quella corazza.

Auguro a tutti buon Natale e un felice anno nuovo e soprattutto un futuro ricco di legami e di gratitudine.

Antonio Tango