La gratitudine

La gratitudine
Carmelo Impusino

Ai tempi in cui andavo a scuola cambiai più volte classe per motivi di logistica e per le bocciature, finché non abbandonai definitivamente la scuola in seconda media. Alle elementari ci fu una mia maestra di sostegno della quale non ricordo il nome, ma che mi avvicinò alla lettura esclusivamente con i fumetti. Poi ce ne fu un’altra, Prof.ssa Barbera, che mi fece conoscere il fascino del cosmo, e proprio come faceva la maestra di sostegno, anche lei mi portava libri illustrati che riuscivano letteralmente a rapire la mia attenzione, e oggi come oggi i miei tatuaggi la dicono lunga su come l’universo mi abbia affascinato. Ma ci anche fu quello che ritengo essere stato il mio maestro più significativo per quel che mi ha lasciato interiormente in positivo.

Ero in prima elementare nella classe N quando incontrai quello che fu il mio primo maestro di scuola, il Professore Amerigo Mungo, nella scuola Tommaso Grossi, in via Monte Velino, nel quartiere sudest di Milano. Era un uomo sui settant’anni, alto, magro e calvo, con dei sani principi e metodi educativi d’epoche passate; raramente lo si vedeva sorridere, e quando si arrabbiava lo si capiva inequivocabilmente poiché alzava notevolmente la voce. Ero l’unico che riusciva a dargli grattacapi e soddisfazioni nello stesso tempo; credo di essere stato il classico alunno che nessun maestro vorrebbe mai nella propria classe, credetemi sulla parola. Ai tempi però più che un maestro da ascoltare per me rappresentava un ostacolo che non mi permetteva di fare quello che volevo a scuola. Non si possono contare tutte le volte che finivo la lezione fuori dalla classe, in corridoio, seduto sul calorifero a guardare dalla finestra, dove giocavo a indovinare il colore delle macchine che passavano nel viale sottostante. Ogni tanto quando facevo davvero troppo casino mi arrivava un sonoro ceffone piuttosto che finivo in direzione al cospetto del preside, un brav’uomo simpatico, che al posto di sgridarmi mi faceva scrivere a macchina. C’erano però dei giorni in cui il maestro era contento di me, erano quelli dove si faceva il laboratorio di creta e lezioni di scacchi, ma soprattutto erano le lezioni sui temi e riassunti su eventi e personaggi storici, tanto che una volta, scherzosamente, mi soprannominò il poeta maledetto, in quanto trovava i miei concetti al di sopra delle righe, e quindi meritevoli dì voti alti e soddisfazione.

Il maestro un giorno ci portò in classe sua figlia di circa 3 anni, che tutti sapevamo essere adottiva. Non ricordo il suo nome, ma ricordo ancora limpidamente quella piccola bambina con gli occhi azzurro intenso e i capelli neri a caschetto, silenziosa e sorridente, sembrava davvero una graziosa bambola. Ricordo bene anche la tenerezza con la quale il maestro la trattava, una tenerezza che a uno come me, nato e vissuto nelle periferie degradate di Milano, in una famiglia disagiata, fratello di sei figli con un padre sempre in carcere e una madre sempre al lavoro per mantenerci, è sempre mancata; e così da quel momento di quel maestro ebbi una visione diversa, più umana e meno formale, e quel giorno per quanto mi riguarda rappresentò davvero una delle lezioni più significative della mia vita sotto l’aspetto interiore, solo che ancora non lo capivo.

Giunto in terza elementare cambiai classe e maestri, ma con il maestro Mungo rimasi sempre in buoni rapporti a tal punto che quando a scuola mi vedeva mi chiedeva sempre come stavo e come andavo, specie con le partite a scacchi. Non essendo più il mio maestro, per me non rappresentava più quella figura che si frapponeva tra me e la baldoria che facevo in classe, quindi era diventata una persona amichevole che trattavo con stima e rispetto.

Gli anni passarono e arrivai alle scuole medie portando inconsciamente con me quel piccolo bagaglio di apprendimenti che col passare del tempo andava via via migliorando. Un bel giorno, durante le mie bigiate e le scorribande metropolitane verso il centro di Milano, seguendo il tragitto più veloce e scorrevole dal centro città al mio quartiere e viceversa, io e qualche amico aspettavamo il bus 84 alla fermata davanti a un portone di via Fratelli Campi, tra via Spartaco e viale Monte Nero, quando a un tratto vedemmo uscire dal portone il maestro Mungo, che ci vide e subito ci sorrise salutandoci e mettendosi a parlare con noi. Ad una finestra al terzo piano una donna chiamò il maestro per nome, quasi a volersi sincerare che non ci fosse qualche problema. Il maestro ci disse che quella era sua moglie e quella la finestra di casa sua, e così la salutammo facendo le presentazioni; subito dopo arrivò il bus e così dovemmo salutarli.

Gli anni passarono, e lasciai le scuole per continuare la carriera nell’illegalità cominciata ormai già da tempo, e che mi portò in carcere minorile qualche settimana dopo aver compiuto quattordici anni, ancor prima di abbandonare le scuole. Ogni tanto casualmente mi ritrovavo ad aspettare il bus sempre alla fermata dove abitava il maestro, e puntualmente buttavo lo sguardo al suo cognome sul citofono e alla sua finestra, che trovavo quasi sempre o tutta chiusa o tutta aperta ma con le tapparelle sempre tutte alzate, come a voler sfruttare appieno la luce solare; speravo sempre di incrociarlo e salutarlo, ma non ebbi occasione.

A sedici anni, a causa del forte attrito con mio padre andai in una sorta di comunità collegio dove quantomeno riuscii a prendere la licenza media alle 150 ore, e così per qualche tempo non ebbi più modo di passare sotto casa del maestro; in collegio ci rimasi fino alla maggiore età, poi tornai nel mio quartiere, dove grazie al mio sguazzare nell’illegalità, che continuò pure in collegio, ormai vivevo in piena autonomia. Parlando con qualcuno venni a conoscenza che il maestro Mungo era morto, questo mi rattristò ma non spense il pensiero verso lui, e così passando spesso in tram o in auto davanti al portone del maestro gettavo sempre uno sguardo alla sua finestra, e quando ero in scooter a volte mi fermavo apposta per vedere se ancora c’era il suo cognome sul citofono, che sì, trovai sempre lì. Il mio agire e il pensiero ormai si accontentavano della malinconica emozione che mi suscitava il ricordo che avevo di lui e di sua figlia.

Passarono altri anni e nel 1999 venni arrestato e condannato pesantemente. Nel 2005 mi ritrovai nel carcere di Fossombrone in una situazione punitiva, e il vivere in cella chiusa e singola, per istinto di sopravvivenza interiore, mi fece rispolverare quelle basi che il maestro mi aveva insegnato e così, oltre che a ritrovarmi a giocare spesso a scacchi con qualcuno nelle ore d’aria, mi ritrovai nelle restanti ore della giornata, chiuso in cella con una penna e un’agenda in mano. Dal basso della mia cultura e forte della mia presunzione, giocai a mettermi alla prova nella scrittura, scrivendo poesie, fiabe, racconti, canzoni e anche un romanzo. Per un paio di anni dovetti scrivere esclusivamente a penna, poi grazie ad una direttrice di vedute costruttive, che subito riuscirono a far scappare, potei acquistare un computer da tenere in cella, e con quello mi addentrai in una forma più approfondita della scrittura e la cultura. Partecipai a vari concorsi, a volte classificandomi e vincendo pure un premio in denaro, e venni anche inserito in alcune antologie. Il piacere della scrittura ormai era entrato nel mio metabolismo, e mi accompagnò anche quando tornai in Lombardia nel carcere di Bollate e, sebbene fossi preso da molte altre cose, non persi l’entusiasmo e la voglia di mettermi alla prova anche come redattore per le riviste del carcere, scrivendo articoli di vario genere.

Dopo un paio di anni di Bollate finalmente ottenni il lavoro esterno e i permessi premio, e fu così che in un modo o nell’altro ero nuovamente in giro per Milano dopo 13 anni circa dal mio arresto. Presto mi trovai a ripassare casualmente anche davanti al portone del maestro. Ormai avevo più di quarant’anni ma era come se fossi rimasto quel ragazzino di allora, curioso, attratto da quel portone, quella finestra al terzo piano, e quell’immagine nostalgica del maestro che puntualmente mi balenava ogni volta che passavo di là; e così mi fermai nuovamente per vedere se era cambiato qualcosa, e scoprii che il cognome sul citofono era ancora lì, fermo nel tempo, proprio come quella finestra a volte aperta e a volte chiusa, proprio come il mio pensiero e il mio rituale.

Passarono ancora un paio di anni circa e venni scarcerato in affidamento sul territorio. Transitando in scooter davanti a quel portone avevo scoperto un buon panettiere, e se avevo un po’ di fame ero solito fermarmi per mangiare un pezzo di pizza, parcheggiando lo scooter proprio accanto al citofono del maestro. Ora che il maestro non c’era più pensavo a sua moglie, che sicuramente era anche lei deceduta vista l’avanzata età, ma soprattutto pensavo a sua figlia, calcolando l’età di quest’ultima, ricordando ancora limpidamente la sua immagine da bambina, cercando di immaginarmela ora e fantasticando di incontrarla per salutarla e scambiare qualche parola in ricordo di quei tempi che tanto mi erano rimasti nel cuore e nella mente.

Un giorno di metà primavera del 2014 mi ritrovai puntualmente ancora davanti a quel portone a mangiare pizza guardando citofono e finestra, manco fosse un appuntamento dovuto, quando ad un tratto vidi avvicinarsi al citofono una donna con i capelli lunghi neri che subito suonò il citofono del maestro. La cosa mi colse di sorpresa, e tra masticazione e stupore rimasi di sasso. I secondi passavano, mentre la donna, con il volto girato verso il lato opposto al mio, aspettava che qualcuno rispondesse al citofono. Dopo una decina di secondi qualcuno rispose e la donna disse un semplice: sono io! Questo bastò per aprire il portone. Allo scattare della serratura del portone finalmente la donna nell’azione dell’aprirlo si voltò verso di me mostrandomi il volto; i suoi occhi erano di un azzurro intenso, proprio come quelli della figlia del maestro, e in cuor mio non ebbi alcun dubbio sul fatto che fosse lei.

Avrei voluto fermarla per sincerarmene, salutarla e raccontargli chi ero, e di quanto quell’immagine di suo padre con lei a scuola mi fosse rimasta in mente come immagine simbolo di qualcosa di buono, bello e genuino nei valori della mia vita. Ma soprattutto avrei voluto parlarle di suo padre, della forza e dell’importanza di quello che mi aveva insegnato in quei due anni di scuola elementare, e di quanto quelle basi del gioco degli scacchi e della scrittura che mi aveva insegnato mi avessero aiutato a vivere serenamente e al meglio i lunghi anni di detenzione, ma non ebbi il coraggio o la prontezza di farlo, e lei entrò dentro al portone che si richiuse velocemente alle sue spalle, lasciandomi pensieroso ma felice di aver dato delle risposte quantomeno ipotetiche ma soddisfacenti alle mille volte che fra me e me mi ero chiesto di loro.

Nel tempo mi rimase il rimorso di non averla fermata, chissà, forse un giorno avrò un’altra occasione, poiché è certo che in futuro mi fermerò ancora a quel portone che per me ormai rappresenta un esemplare e indelebile punto di riferimento emozionale che mi accompagnerà per tutta la mia esistenza, e nonostante tutti i miei errori nella vita, per quel che mi ha trasmesso mi sento di dovergli della gratitudine a quel mio maestro scolastico e di vita.

Purtroppo, dagli altri anni di scuola elementare e media, a parte la ginnastica, non ho saputo trarre vantaggio, e non mi sono rimasti ricordi significativi tali da reputarli importanti o validi anche solo per il mio lato emozionale. Oggi come oggi invece gli scacchi, la creta e la scrittura per me sono diventati veri e propri hobby che cerco di praticare quando trovo la possibilità di farlo, e il fatto che io stia concorrendo con questo scritto credo confermi la mia affermazione … grazie maestro Mungo.

Legami profondi

Gratitudine e rancore. Che strano binomio! Questo il mio pensiero quando tale binomio è stato proposto per la riflessione. Mi sfuggiva il legame esistente tra i due termini.

Mi sono addentrata nella ricerca del significato della parola rancore e ho scoperto che la dinamica di relazione tra due persone tra le quali intercorrono episodi ripetuti di gentilezze e favori ricevuti presenta risvolti inaspettati e reazioni non necessariamente benevole.

Una gentilezza compiuta a favore di qualcuno che non l’ha richiesta può suscitare disappunto. La gentilezza può aver luogo, infatti, solo se c’è una mancanza in cui inserire l’azione, un bisogno più o meno esplicito che la giustifichi. Alle volte dunque, la gentilezza può essere percepita come una sottolineatura della mancanza, dell’incapacità di affrontarla della persona che ne fruisce. Un esempio banale ma efficace può essere quello di chi cede il posto a sedere sul tram a una persona che secondo il cedente ha più bisogno di stare seduta di lui. Ma compiendo questa gentilezza il cedente sottolinea la mancanza che vede nella persona omaggiata: mancanza di energia, mancanza di gioventù. La sua gentilezza può risultare sgradita. Insomma la gentilezza, quando non richiesta, se continuamente reiterata, può generare rancore invece che gratitudine.

Quando poi, leggendo Rainer Maria Rilke, mi sono imbattuta in una poesia sul figliol prodigo, ho compreso che il poeta aveva invece intuito la possibile problematicità nella relazione tra chi ama non richiesto e l’amato. Ciò mi ha costretto a pensare al significato della parabola e ad ammettere che, in fondo, non l’avevo mai veramente capita.
Non avevo capito la fine, con questa festa esagerata per accogliere un ingrato, né tanto meno l’inizio. Perché il figlio abbandona la casa paterna? La parabola non lo spiega.

Rilke propone una chiave di lettura che mi sarebbe parsa sconcertante prima della mia ricerca: il figlio se ne va, perché non vuole essere amato.
E perché non vuole essere amato? Forse perché non ha chiesto lui di essere generato. Forse perché essendo amato si sente privato di una porzione di libertà in quanto deve ricambiare, deve essere grato. Alla luce di questa interpretazione la parabola acquista finalmente un senso compiuto.
Il figlio che abbandona la casa paterna non è capace di gratitudine. Il figlio che ritorna l’ha imparata.

Il padre che lo amava all’inizio in quanto figlio, continua ad amarlo quando ritorna, ma forse con la festa grande non celebra solo il ritorno del figlio perduto ma la sua acquisita capacità di dire grazie, di provare gratitudine per l’amore ricevuto e non rancore.

Gratitudine e Rancore

Gratitudine e Rancore è il tema del nostro prossimo convegno.

Parlandone col dott. Aparo, ho pensato di mettere a confronto, per quella occasione, da una parte alcune immagini mie e di mio figlio e dall’altra la Medusa, una scultura che vedo al cimitero monumentale di Milano dove lavoro.

Ogni volta che la guardo, mi sento guardato e mi ricordo che il rancore pietrifica la crescita.

Io ero in balìa del rancore e lo usavo come una corazza per tenermi distante dagli altri e dai miei bisogni più intimi. Il risultato è stato che per anni mi sono sentito solo e ho rischiato di lasciar crescere da solo mio figlio Michael. Grazie al lavoro fatto in questi anni col gruppo, oggi sento che posso vivere anche senza quella corazza.

Auguro a tutti buon Natale e un felice anno nuovo e soprattutto un futuro ricco di legami e di gratitudine.

Antonio Tango