A mio figlio

Dal diario di Marcella di Levrano

Mio figlio sarà come me, saprà soffrire e nello stesso tempo essere felice, gli insegnerò ad affrontare le cose come ha fatto la sua mamma, ad avere gli stessi ideali, a lottare per amare, e a soffrire, a saper soffrire. Solo in questo modo io non morirò mai, morirà solo il mio corpo, quello che c’è dentro di me non si distruggerà, se no a che serve nascere? E’ per questo che vorrei un figlio!!

Dedicato a lei o lui.

Io vorrei insegnarti a soffrire, a sbagliare, a pagare e soffrire per il tuo sbaglio e quindi ad uscirne fuori più forte! Perché la libertà la si conquista giorno per giorno, pagandola prima di averla e continuando a soffrire per tenerla viva. E libertà significa prima di tutto “vita”. E se piangerai per la vita non ti prenderò in giro! Forse non ti dirò nulla, ma ti sarò sempre vicino, anche quando la vita stessa ci porterà lontano.

Così forse potrò aiutarti anche ad essere donna, una donna che riesce a vivere senza rancori ed inibizioni. Potrò aiutarti a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio, e a capire che in ogni uomo non troverai solo un amante, ma un’altra te.

Sei nata per amore e d’amore voglio che sia piena la tua vita. Il tuo amore deve essere gioia, aggregazione, lotta. Anche verso di me. Chiamandomi pure stronza o regalandomi un bacio. Chiamandomi per nome oppure mamma. Perché sarai tu ad insegnarmi ad essere donna e madre. Perché tutto avrà senso solo se cresceremo insieme, costruendo poco a poco un’identità. Nell’autonomia, nel rispetto, nell’amore.

La tua mamma

 

Note di Piero Invidia
Marcella vive con la famiglia nella provincia di Brindisi. Nel 1984, a 20 anni, resta incinta dalla relazione con un ragazzo, da cui poi viene lasciata sola nella sua scelta di diventare madre.

Essa stessa è nata, seconda di tre figlie, in una famiglia, in cui la madre si separa da un marito rivelatosi violento e irresponsabile. Marcella trascorre così parte della sua infanzia con i nonni materni e quando si ricongiunge con la madre e le due sorelle –bella, vivace ed estroversa- rivela anche tratti di sofferenza ed estraneità nel gruppo familiare…

Nel secondo anno delle scuole superiori con delle coetanee ha le prime esperienze di tossicodipendenza e viene rifiutata dalla scuola. Si trova così a continuare su quella strada per 4 anni. Ma quando sa di essere incinta, ne è felice e decide di allontanarsi dalle sostanze e lo farà fino alla nascita della sua creatura.

Le toccanti riflessioni del suo diario vengono scritte in questo contesto.

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Un viaggio nell’adolescenza

Roberto Cannavò

L’esperienza che sto vivendo con gli studenti del Pia Marta è una forma di rivisitazione della mia, anzi mi permetto di dire, della nostra adolescenza. A differenza dell’esperienze che abbiamo fatto fino a oggi presso le varie scuole di Milano e Provincia, dove i confronti con gli studenti sono stati quasi sempre stati introdotti da rappresentazioni teatrali (il mito di Sisifo e altro), al Pia Marta abbiamo seguito un altro percorso, interagendo direttamente con alcuni studenti di circa 18 anni, segnalati per la loro “vivacità” dallo stesso Istituto.

Il 27 febbraio abbiamo avuto il primo incontro, durante il quale vi è stata una reciproca esplorazione tra loro e noi. Il 6 marzo, per essere più incisivi e per creare un po’ d’intimità, ci siamo divisi in 2 gruppi. In quello di cui faccio parte, l’inizio è stato, da parte degli studenti, solo di ascolto: nessuno di loro aveva rotto il guscio. Quindi, Massimo, componente del Gruppo della Trasgressione, ha iniziato a parlare della sua adolescenza e di tutte le scelte sbagliate, sicuramente fatte anche per colpe non sue, che lo hanno portato su percorsi devianti. Accanto a me era seduta una studentessa che aveva prodotto uno scritto, ma che, forse per mancanza di autostima, come in seguito mi confidò, non voleva fosse letto. Alla fine, tuttavia, siamo riusciti nell’intento di condividerlo.

Intanto che Massimo continuava a raccontarsi, cercavo di spiare nel modo più discreto possibile le emozioni di ogni singolo, compresi i miei compagni di gruppo. L’attenzione è stata altissima e mi ha fatto da apripista per raccontarmi un po’. Lo stesso hanno fatto altri miei compagni. Poi, durante una piccola pausa, ognuno di noi si è relazionato, a livello individuale, con uno studente e quando abbiamo ripreso l’incontro, come per magia, si sono rotte le corazze, così che abbiamo raccolto da ogni studente un pezzo della sua vita.

Ciò, secondo l’esperienza che sto facendo da anni con il gruppo, si è potuto realizzare (non avevo nessun dubbio in merito) in conseguenza del fatto che per primi ci siamo raccontati noi. I ragazzi prima si sono a tratti rispecchiati nelle stesse problematiche, poi è stato per loro quasi un dovere restituirci qualcosa del loro intimo.

Abbiamo creato così tanto feeling che il 20 marzo 2017, penultimo giorno dei nostri incontri con gli stessi studenti, abbiamo stabilito un patto: raccontare la nostra esperienza pubblicamente. Il “gioco “, se così lo possiamo definire, consisteva nell’essere protagonisti uno della storia dell’altro. Infatti, io ho raccontato, con il suo consenso, la storia di una ragazza e lei la mia. Lo stesso hanno fatto altri componenti del Gruppo della Trasgressione con altri studenti.

Sicuramente siamo all’inizio di un grande lavoro che condurrà i ragazzi e noi stessi verso la conquista di quei valori insiti in ognuno di noi, ma che sono stati abortiti nel corso del viaggio adolescenziale per ragioni che cercheremo di scoprire durante questo meraviglioso lavoro. Il tutto è così bello e promettente che auspico possa avere una continuità responsabilmente riconosciuta da parte delle Istituzioni.

I nostri obiettivi sono quelli di fare emergere le fragilità e le insicurezze che portano tante volte a rispondere con condotte devianti e con alleanze con cui si scivola gradualmente verso la perdita dei valori morali, l’autoreclusione e, nei casi estremi, il suicidio: strade che, purtroppo, abbiamo percorso in passato noi detenuti del Gruppo della Trasgressione e che, oggi, chi crede realmente nel recupero dell’uomo e della sua dignità ci aiuta a ripercorrere in senso inverso.

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Dal ring del Coming out

Caro dottore, ho visto che quello che avevo scritto non le è bastato. Me lo ha modificato, aggiungendo per abuso il suo pensiero astruso.

Comunque l’ho compreso, il mio cervello è sempre in uso. A volte sono un po’ chiuso, ma di sicuro non ottuso. Se la rima che ho prodotto non le piace, la cambi pure lei, che é così sagace.

Io non possiedo la stabilità mentale con cui andar da solo in mezzo al mare, ma ho una zattera che non affonda e che mi permette di cavalcare l’onda 😁

Tanti saluti dal Coming out
Gabriele

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Lorenzo alle colonne d’Ercole

Gabriele Tricomi e Angelo Aparo

Son partito per capire dei concetti
Così ho iniziato a costruire dei muretti
Ma il mio piano era ancora un po’ confuso
Presi la zappa in mano e cominciai a farne uso

Tre persone vennero prima a lavorare
E poi Lorenzo, con le mani a ciondolare
Ma quel ragazzo che pareva ‘sì distante
Fra tutti divenne il più costante

Cominciammo a parlare, persino a progettare
Piccoli sentieri e aiuole da innaffiare…
Ma senza una fonte d’acqua corrente
La fatica diventava deprimente…

Un giorno arrivo con due tronchi
Su un furgone francamente sgangherato
Aparo li guarda e vede Ulisse,
Sagace, indomito e di sapere assetato

Ricorda il mito greco e il confine su quel mare
Lo stretto che l’impavido volle superare

Quei tronchi non sono da buttare
Neanche sedili su cui stare a riposare
Sono le colonne che vogliamo innalzare
Per segnare il confine e chiederci ogni volta
Perché lo vogliamo oltrepassare

D’improvviso ci prende un desiderio
Di giocare a rintracciare la semenza
Con cui di fianco a Ulisse proveremo
Finalmente a cercare conoscenza

Lorenzo, che come me non voleva rinunciare,
riprende la zappa e mi dice “non mollare”.

E così lavoriamo fino a sera,
quando ci allontaniamo dal terreno
con la speranza che domani sia sereno.

Adesso oltre il confine c’è un sentiero
Che puoi seguire da solo o in compagnia
Di un vecchio amico o dell’ultimo straniero

Te ne puoi persino allontanare
Se non dimentichi la voglia di legare
Quello che c’è al di qua e al di là del mare

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  • Abbozzi d'aiuola

Il mio destino

 

Sono cresciuto oltrepassando
Le colonne d’Ercole da stolto
Pur vivendo, mi sentivo morto
Ogni limite varcato era un torto

Un giorno incontrai Ulisse
Che mi disse: A conti fatti
Tu puoi anche sconfinare
Ma sete di sapere devi avere

E non basta! Devi anche verificare
Quanto sta in piedi quello che hai imparato
E se con gli altri riesce a funzionare

È così, più libero di dire no alla seduzione
Senza perdermi occasione di istruzione
Con fatica e con gioia ora cammino
Apro le vele e modello il mio destino

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Una trasgressione alle colonne d’Ercole

Valeria Pozzoli

Per poter tornare dal viaggio interiore oltre le Colonne d’Ercole ci vuole consapevolezza: ero questo, adesso sono questo, ho scoperto questo di me che prima non sapevo. Mi  ha sempre fatto comodo rinchiudermi in un certo tipo di personaggio, quello della ragazza timida, che non dice mai la sua, che non rischia mai ma che è così brava ad ascoltare e a dare consigli accorati; ogni volta che sento la spinta a buttarmi, mi dico: “sei sicura di volere lasciare questa zona di comfort, sei sicura di voler tradire il personaggio che ti sei costruita attorno?”.

Ma dietro ogni timido c’è un esibizionista che freme per mettersi a nudo davanti al mondo e che allo stesso tempo ha troppa paura per farlo. Fino a qualche mese fa non avrei mai pensato di potere scrollarmi di dosso la coltre che io stessa avevo posto su di me… una serie di cambiamenti repentini, e che ancora forse sto cercando di elaborare, mi hanno fatto comprendere, invece, che sto diventando, lentamente e per gradi, la persona che vorrei essere: che sorride, che condivide esperienze, che non ha più così tanta paura di affrontare la vita, che cerca pian piano di uscire da quel personaggio che ormai le sta stretto. Per me trasgredire significa sbarazzarmi di quel vestito che mi sono cucita addosso, avere il coraggio di essere quello che l’esibizionista che si nasconde dietro al timido vorrebbe che io fossi.

Tornata dalle Colonne d’Ercole, mi piacerebbe poter gridare con soddisfazione di aver preso consapevolezza di avere tutte le carte in regola per diventare la persona che sogno di essere, che alla fine rischiare e decidere di abbandonare qualcosa che mi è tanto familiare ma che un po’ ormai mi nausea non è poi un così grande peccato.

Da qualche mese a questa parte mi sono accorta di essere in grado di saper fare piccole e grandi cose che prima neanche mi immaginavo e questo sono riuscita a farlo solo trasgredendo il mio tradizionale modo di pensare, forse fin troppo intransigente. Ogni strappo alla regola che io stessa mi sono inconsciamente imposta mi rende più sicura e più forte: e se la regola è che non posso parlare perché sono timida e introversa, voglio riuscire ad infrangere questa mia imposizione con serenità!

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Il mio bagaglio alle colonne d’Ercole

Buon giorno a tutti. Ho varcato la soglia delle colonne d’Ercole, già con l’idea di tornare con il mio bagaglio da esibire: ho visto Caino, l’ho visto rubare, gridare, deridere, uccidere. L”ho visto cantare, ballare, correre in riva al mare. L’ho visto in volto serio, compiaciuto, stolto. L’ho visto sfinito, perso, mesto. Ho visto un tuono, ho visto l’uomo.

Ieri mattina cosi per caso ho scritto “buon giorno a tutti”. È stato come gettare un masso nello stagno, le onde subito si sono propagate. In questo luogo ci sono esseri viventi, ma solo alcuni hanno risposto, i più solerti e molto attenti. Stanotte non ho dormito, questo è ciò che ho partorito. Ho pensato di ripetere l’esperimento, facendo a tutti un dono, l”aggiunta di un commento.

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Pedala, sennò cadi!

Ci sono certe prime volte che non ti rimangono impresse nella memoria, mentre altre difficilmente se ne andranno via. Pochi ricordano la prima volta che hanno comprato un vasetto di marmellata, o la prima volta in cui sono saliti sopra ad un ponte; ma ci sono quelle prime volte che sono così importanti che diventano indimenticabili, un confine da cui si può decifrare con precisione un prima e un dopo (e non sto parlando esclusivamente di quelle prime volte in cui i vestiti sono sparpagliati sul pavimento). Spesso può avvenire un cambiamento così profondo che la persona dimentica completamente come fosse la vita prima di quel determinato evento, quale visione avesse del mondo attorno e un po’ di chi fosse. Voglio raccontarvi di due prime volte, così distanti nel tempo eppure così simili.

Ero un bimbetto di poco più di un metro (circa 80 centimetri fa), di poche parole e una capigliatura che allora non mi sembrava così imbarazzante (o forse ancora non sapevo cosa fosse l’imbarazzo). Come tutti i giorni di primavera gironzolavo in sella al mio biciclino nel solito parcheggio davanti a casa dei miei nonni. Questa volta però non stavo sfrecciando da una parte all’altra… ero fermo, saldamente ancorato al pavimento con tutti e due i piedi e le manine che iniziavano a sudare sul manubrio di plastica. Un osservatore poco attento avrebbe potuto non accorgersi della differenza dai giorni precedenti: lo stesso bambino, nello stesso parcheggio e con la stessa bicicletta.

Ma quella volta c’era qualcosa di meno, così piccolo eppure così importante. Era il primo giorno senza le mie preziose rotelle, il mio unico sostegno. Mi ricordo che nel pomeriggio mio nonno aveva violentato la mia piccola biciletta svitando con un cacciavite la mia sicurezza, lasciando il macabro trofeo sul bancone del garage. “Oggi è il giorno in cui diventi grande” la faceva facile lui, mica doveva trovarsi d’un tratto senza certezze, su una sella dove l’equilibrio non lo dovevi trovare in rotelle di plastica ma dentro di te!

Appena levavo un piede dal pavimento per metterlo sul pedale e la bicicletta iniziava pericolosamente a traballare, riappoggiavo immediatamente il piede a terra. Ero completamente bloccato, i miei timidi tentativi di partenza non sortivano l’effetto desiderato. Più ci provavo e più mi agitavo e più mi bloccavo. “Non devi aver paura, l’hai sempre fatto e sai come si fa!” Bravissima persona mio nonno ma come motivatore era davvero scarsino e banale. Però ho provato ad ascoltarlo. Una gamba, poi l’altra, la pressione sul pedale. I primi giri di ruota e il manubrio che tremava cambiando di continuo direzione. Il terreno che sembrava volesse a tutti i costi abbracciarmi. La gravità che non era mai stata così pesante. Ero instabile e insicuro, non sapevo a cosa appoggiarmi.

“Non ti fermare, se no cadi! Continua a pedalare!” non potevo abbandonarmi ma dovevo faticare e spingere verso il basso quei dannati pedali. Con sempre più convinzione, la ruota iniziava a girare più forte e il manubrio traballava molto meno. Aveva ragione il nonno nella sua banalità! Era davvero una cosa che avevo sempre fatto e che sapevo fare, solo che ora non avevo nulla che mi proteggesse. Et voilà, ho imparato ad andare in bicicletta. Non che non sia mai caduto, anzi, molto probabilmente non mi ricordo nemmeno un centesimo di tutte le volte che mi sono ritrovato sdraiato sull’asfalto (e chissà quante altre volte mi ricapiterà!) ma avevo iniziato ad andare senza rotelle ed ero diventato grande.

L’altra prima volta che vi voglio raccontare è successa a circa vent’anni di distanza dalla precedente. Era una mattina di inizio primavera, una di quelle in cui prima di uscire pensi per 10 minuti se sia il caso di mettersi la giacca invernale o qualcosa di più leggero (e puntualmente sbagli ritrovandoti a crepare di caldo o a lamentarti per il freddo). Via Pusiano 52, alla fine di un vicolo a senso unico c’è l’Istituto Pia Marta, un comprensorio di più edifici su un enorme parcheggio centrale. Le scuole si assomigliano tutte, come con gli ospedali riesci a riconoscerle a prima vista e in pochi secondi riaffiorano tutte le ansie di quando anche tu eri incatenato a quei banchi. L’appuntamento era alle 9:30 del mattino nel piazzale della scuola, ci siamo ritrovati cercando di sembrare più svegli di quanto in realtà non fossimo.

Ci siamo divisi in due squadre cercando di equilibrare gli anni di esperienza al gruppo. L’agitazione si poteva respirare, non c’eravamo preparati nulla ma questo è tipico del Gruppo della Trasgressione. Nell’aria galleggiava una domanda che nessuno ha avuto il coraggio di fare: “siamo davvero pronti?”. Stavamo per andare a fare il gruppo, una cosa che facciamo solo 5 volte alla settimana, in una scuola in cui eravamo già stati alcune volte, con ragazzi che avevamo già conosciuto; eppure era una cosa così diversa e nuova che nessuno si sentiva certo del risultato.

Quel giorno mancavano le preziosissime rotelle. Il fondatore e conduttore del gruppo, leader, psicoterapeuta e tante altre parole altisonanti, Juri Aparo oggi non ci sarebbe stato. Provare a descriverlo è molto più difficile del risolvere equazioni di secondo grado. C’è chi l’ha definito “bizzarro”, di sicuro non è la parola esatta ma è anche una delle prime che ti vengono in mente. Un concentrato di imprevedibilità che difficilmente si riesce a trovare in una persona sola: al gruppo non puoi MAI rilassarti, da un momento all’altro potresti ritrovarti a dover recitare una scena di Sisifo mentre pochi minuti prima si stava parlando della differenza tra le arachidi e le mandorle. Ma il prof è tanto imprevedibile quanto carismatico, qualsiasi membro del gruppo si farebbe senza battere ciglio da Opera al Duomo di Milano a piedi se te lo chiedesse. Con questo mix il prof riesce a gestire ogni situazione, qualsiasi imprevisto. Potrebbe benissimo parlare per 40 minuti di un tovagliolino del bar della stazione dei treni di Molfetta senza alcun problema. Spesso non capisci quale sia la direzione che stia prendendo, dove voglia arrivare o cosa capiterà tra pochi minuti ma sai che qualcosa uscirà fuori. La sua presenza è una sicurezza di riuscita, un paracadute che in qualsiasi situazione ti salverà.

Beh, oggi il prof non ci sarebbe stato, quindi si può ben capire di quanta responsabilità fosse caricato ogni componente del gruppo. Ognuno di noi doveva prendere in mano un remo per dare alla nostra zattera una direzione anche senza il suo “capitano”, per far capire che non siamo solo un mucchio di legnetti legati con un po’ di spago ma siamo un vero e proprio gruppo.

Suona la campanella, sono le 10 e dobbiamo entrare. Come sempre ci mettiamo in cerchio attorno a un tavolo su cui gettiamo un po’ di caramelle e qualche interrogativo sulla vita. Arrivano i ragazzi, si siedono tra di noi e dopo poche parole questa distinzione tra noi e loro cade. Questa è la magia del gruppo, qui sono tutti umani con le proprie colpe, i propri dubbi, le proprie idee e le proprie passioni. Puoi essere una persona che ha fatto piangere tante famiglie o puoi essere una che non schiaccerebbe nemmeno un moscerino che ti sta tormentando, ma a quel tavolo siamo tutti sullo stesso livello, siamo tutti uomini. Studenti, detenuti, volontari, tirocinanti, ex detenuti, tutti lì seduti su quelle scomode sedie a parlare di quella cosa così strana che è la vita. È la bellezza del gruppo.

Per conoscerci abbiamo messo sul tavolo la nostra storia, per aprire agli altri una piccola finestrella su ciò che siamo stati e ciò che siamo ora. Eravamo saliti sul sellino e stavamo iniziando a pedalare, come sempre i primi giri di ruota sono incerti. Il manubrio traballa, prima troppo a sinistra poi troppo a destra per raddrizzarsi. “Continua a pedalare! Non ti fermare, se no cadi!” E allora fai quello che hai sempre fatto: pedali!

I ragazzi sono stati fantastici (quei ragazzi segnalati dalle insegnanti perché più difficili ma che forse hanno sempre e solo avuto bisogno di poter parlare ed essere ascoltati), non abbiamo dovuto spiegare loro nulla, ognuno ha preso lo spazio che più gli si addiceva. Come le piante, alcune hanno bisogno di una luce intensa per poter fiorire; altre muoiono se le metti al sole mentre nella penombra riescono a sbocciare. Eravamo tutti interessati e partecipi a quelle storie così diverse dalla nostra eppure così vicine. In pochissimo tempo abbiamo visto i ragazzi aprirsi come spesso nemmeno dopo anni di terapia. Storie così toccanti che spesso avrei voluto gettare il mio cuore per terra per non sentire tutte quelle cose. Ma la cosa giusta da fare è l’esatto opposto, bisogna strappare un po’ di quella sofferenza e prenderla sulle proprie spalle per alleggerire chi la sta raccontando. Da soli non si riescono a combattere i propri demoni. Il gruppo è un valido alleato, ti fa capire che c’è qualcuno che ti ascolta, che ha già combattuto i propri demoni e che può allungarti una mano per aiutarti.

Quel giorno abbiamo dimostrato che il gruppo riesce ad andare anche senza le rotelle. Ognuno ha dovuto fare qualcosa in più del solito senza la protezione di una guida sicura. Ognuno di noi era una parte della bicicletta, le ruote che sembravano più gonfie del solito, il manubrio che assecondava meglio la strada, i freni che rallentavano senza inchiodare e la catena che girava come se gli avessero messo l’olio da pochi minuti. Ogni pezzo doveva sopperire alla mancanza di quelle rotelle su cui si poteva sempre contare. L’equilibrio ora dovevamo trovarlo dentro di noi e negli altri pezzi della bici. Avevamo interiorizzato le rotelle!

Lungi da me dire che ora il gruppo può fare a meno di un sostegno, ma di sicuro abbiamo dimostrato che la bicicletta sa correre anche da sola. Perché sono state proprio quelle rotelle ad averci insegnato a pedalare, quelle rotelle trasformano i sassi in menti che pensano. Abbiamo imparato che spesso le domande sono più importanti delle risposte, che spesso siamo troppo ancorati a risposte preconfezionate, che non sappiamo più dire quello che pensiamo se nessuno ce lo suggerisce.

Al gruppo non è importante il risultato ma il processo che l’ha portato, la fatica che si è fatta a mettersi in gioco, il lavorio delle teste che fumano a forza di pensare. Non siamo discepoli che ascoltano un messaggio ma persone che mettono in discussione ogni cosa di cui si parla senza per forza arrivare a una soluzione. Non vorrei abbandonarmi a banalità e frasi alla baci Perugina (cosa che per i miei gusti ho già fatto fin troppo nelle righe precedenti) ma le circostanze mi obbligano: al gruppo, come in bicicletta, a volte diventa davvero più importante il tragitto che la destinazione.

Per concludere questa relazione (che ormai si è trasformata in una vera e propria dichiarazione d’amore), voglio dire che il lavoro con la scuola Piamarta è stata una delle esperienze più arricchenti che abbia mai fatto e sarebbe una tragedia interrompere qui un percorso che sta già dando dei frutti succosissimi.

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Un gioco di squadra al Piamarta

L’esperienza con gli studenti del “Piamarta” si sta rivelando estremamente coinvolgente. Innanzitutto perché per la prima volta noi del Gruppo della Trasgressione stiamo interagendo con ragazzi che si trovano già concretamente al confine tra il continuare la propria evoluzione o perdersi; poi perché confrontandomi con loro e percependo chiaramente il loro disagio, sto rivivendo il malessere che ha caratterizzato la mia infanzia e la mia adolescenza, rendendomi facile preda della devianza.

Nell’ultimo dei quattro incontri che abbiamo avuto sinora con questi giovani, abbiamo avuto una prova di maturità dei membri del Gruppo poiché, per la prima volta, ci siamo confrontati con loro senza il supporto del dott. Aparo, che coordina il gruppo da vent’anni e da quasi quaranta lavora come psicologo nelle carceri.

Nell’ultimo incontro, membri del nostro gruppo e studenti si sono divisi in due gruppi. Quello di cui ho fatto parte, sin dall’inizio l’incontro, si è svolto sorprendentemente bene. Abbiamo rotto il ghiaccio dicendo, semplicemente, il nostro nome, cosa che poi, riflettendoci, non è così banale, poiché il nome è la prima forma di riconoscimento individuale e ricordandosi come si chiama la persona con cui ti relazioni è come se gli dicessi: “io ti riconosco tra tanti!”

A turno ognuno dei partecipanti ha raccontato qualcosa di sé e, man mano che le testimonianze andavano avanti, i ragazzi entravano sempre più in profondità. Ascoltandoli parlare, sono riuscito a immedesimarmi nelle loro storie perché anch’io sono cresciuto con la sensazione costante di essere fondamentalmente solo. Non nascondo la mia preoccupazione, perché in questa fase della loro vita questi ragazzi sono veramente in pericolo; al punto in cui sono, è sufficiente un evento che in qualche modo li turbi per scaraventarli negli abissi dai quali difficilmente si può risalire.

Nonostante il disagio che vivono, durante l’incontro ponevano anche delle domande che dimostravano per la loro pertinenza l’attenzione con cui ascoltavano. La cosa che ho percepito maggiormente è il bisogno dei ragazzi di essere ascoltati senza essere giudicati; inoltre, penso sia fondamentale non minimizzare mai i loro problemi e instaurare un rapporto paritetico che, oltre a farli sentire “riconosciuti”, permetta loro di sentirsi parte integrante di un mondo dal quale, purtroppo, ricevono continuamente messaggi fuorvianti.

Penso che il compito principale del gruppo, a maggior ragione di noi detenuti riemersi dalle nostre vecchie paludi, sia di infondere nei ragazzi quella fiducia in se stessi che noi, “Beni confiscati alla mafia” come ci ha affettuosamente definito il dott. Aparo, non abbiamo avuto durante la nostra adolescenza.

La nostra “rinascita” dimostra che, nonostante il mondo sia abbastanza incasinato, quando una persona incomincia a dialogare con se stessa e con le proprie fragilità, e a intrecciare relazioni che favoriscono la nascita di progetti a lungo termine, è possibile trovare la propria strada senza aver bisogno di cercare la felicità. In questo modo si può può fare facilmente a meno di quella strana e perversa eccitazione alla quale puntano le persone in difficoltà, ricorrendo all’uso sistematico della violenza e dell’arroganza o di sostanze che, non solo ci distruggono fisicamente e psicologicamente, ma ci allontanano ogni giorno di più gli uni dagli altri, rendendoci sempre più sordi ai segnali che la coscienza ci invia.

Ho la netta sensazione che con questi giovani possiamo costruire una base che ci consentirà di sostenere il peso del loro malessere di oggi e delle nostre scelte sbagliate di ieri con le quali i membri detenuti del gruppo devono convivere; ritengo, altresì, che attraverso il loro recupero io e i miei compagni potremo risanare in parte le ferite emotive della nostra infanzia e dare un valore al nostro folle passato, recuperando ulteriori energie per essere sempre più incisivi nella lotta contro la devianza e gli effetti collaterali che essa comporta.

Senza empatia è impossibile scardinare i meccanismi difensivi distorti che ognuno a proprio modo e spesso inconsciamente adotta. Solo mettendosi in gioco totalmente si può convincere un ragazzo a comunicare il proprio malessere e a indirizzare l’energia della rabbia che si porta dentro verso obiettivi funzionali alla sua evoluzione.

Certamente noi del gruppo dobbiamo essere consapevoli della grande responsabilità che abbiamo nei confronti dei giovani; per questo è necessario che ogni membro del Gruppo della Trasgressione ricordi sempre che solo facendo gioco di squadra possiamo riuscire nel difficile compito che ci spetta e per il quale, in un certo senso, ci prepariamo da anni: evitare che questi ragazzi distruggano la vita degli altri e la propria.

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Frutta bella

Per avere frutta bella
Vieni qui alla bancarella
Per trovarla fresca e sana
Torna qui ogni settimana

Per trovarla più gustosa
Vieni qui con la tua rosa
Per averla più nutriente
vieni qui con la tua mente

 

 

Trasgressione e Frutti di Stagione

Si può partecipare al concorso con foto, poesie, brevi racconti. Ogni tanto si vince un cesto di ciliegie, un grappolo d’uva o un kiwi impertinente…

Il kiwi impertinente
Oggi ho visto alla bancarella del Gruppo della Trasgressione un kiwi dalle fattezze ardite. Con la sua forma impertinente, di fronte alla signora che faceva la spesa, mi aveva imbarazzato. Era un kiwi proprio spudorato. Intanto i due bambini della signora giocavano con la frutta lì vicino. Poi la più piccola al fratello: guarda il kiwi, Adriano, sembra papà quando ci prende per mano.

 

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