La Trasgressione: dal sintomo allo studio

Valeria Pozzoli, Matricola:789787
Corso di studio: Scienze e tecniche psicologiche
Tipo di attività: Stage esterno

Periodo: dal 5/04/2017 al 30/04/2017
Titolo del progetto: Gruppo della Trasgressione

Caratteristiche generali dell’attività svolta:
istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

L’associazione presso cui ho svolto il mio tirocinio è una realtà atipica: si tratta di un gruppo, coordinato abilmente da un altrettanto anticonvenzionale psicologo, composto da detenuti, ex detenuti, studenti e da tutti coloro che hanno desiderio di approfondire e far proprio l’oggetto principale di studio di cui il gruppo si occupa, ovvero la devianza; ma questo, lungi dall’essere confinato alla sola realtà del delinquente e della galera, diventa punto di partenza per una riflessione che riguarda l’essere umano e il suo modo di dialogare con il mondo.

Nei diversi incontri che si tengono sia all’interno che fuori dal carcere, tutti i membri si impegnano nell’approfondimento di temi di grande rilevanza che riguardano tanto chi si trova confinato quanto chi è, o meglio, si crede, al di fuori di questi confini; ogni incontro si arricchisce, così, delle esperienze di vita e delle riflessioni personali dei suoi partecipanti. L’obiettivo principale di questo agglomerato variegato di persone è quello di accorciare le distanze tra il mondo socializzato e quello delinquenziale, di ricordare alla società un po’ miope che la trasgressione esiste e non basta un muro di cemento per sbarazzarsene.

Il Gruppo della Trasgressione lavora per fare in modo che la reintegrazione sociale del detenuto sia il meno traumatica possibile e gli strumenti principali per fare in modo che questo avvenga sono la conoscenza e la consapevolezza; i detenuti all’interno del gruppo incominciano, infatti, ad imparare una lingua nuova e sconosciuta che spesso poco si concilia con quella vecchia e familiare che li contraddistingueva. Il reiterarsi degli atti delinquenziali deriva proprio da questo problema di comunicazione; per fare in modo che il nuovo linguaggio diventi florido e produttivo il percorso è lungo: perché “educarsi a godere di una margherita” è un’arte non facile da apprendere ed è proprio questo che il detenuto deve imparare a fare, attraverso un lungo e complesso lavoro interiore.

Accorciare le distanze con il mondo deviante significa anche umanizzare il mostro: dall’inconsueto  binomio detenuto-studente nasce infatti un tipo di interazione che mira alla ricerca, nella storia personale di ciascuno, di zone d’ombra e di luce; sia l’uomo carcerato sia quello che vive al di là delle mura del carcere condividono, in qualche misura, frammenti di vita che li rendono creature mostruose, e altri, che li dipingono invece come esseri umani spesso sopraffatti dalle proprie fragilità e dai propri conflitti.

Sebbene si possa dare per scontato che l’umanità tutta proviene dallo stesso “seme”, non è così facile comportarsi di conseguenza: è necessario un lavoro, di testa si intende, e un obiettivo comune. Il Gruppo della Trasgressione, a tal proposito, si occupa di prevenzione in scuole medie e superiori; l’approccio del Gruppo alla prevenzione della devianza minorile è, ancora una volta, unico nel suo genere: i giovani studenti diventano agenti attivi che condividono esperienze e riflessioni con i detenuti e imparano che la trasgressione, da esperienza lontana e mostruosa, può diventare, se ben amministrata e addomesticata, una ricchezza.

Le forze trainanti del gruppo sono la cultura e la sete di conoscenza che vengono costantemente promosse con passione ed entusiasmo dalla sua guida e che si dispiegano in una grande varietà di iniziative quali spettacoli teatrali, lettura di poesie, concerti  ecc. Il Gruppo della Trasgressione, come cooperativa, si impegna, inoltre, in attività di restauro, di manutenzione e nella vendita di frutta e verdura. L’obiettivo è sempre quello di sensibilizzare la società e i suoi cittadini a un modo nuovo di pensare alla devianza: far sì che i limiti che prima il delinquente oltrepassava animato dall’arroganza, da smanie di potere e dal desiderio di sentirsi completo e libero, vengano ora varcati con un rinnovato tipo di consapevolezza: quello delle proprie fragilità e di un senso del potere tutto nuovo, quello della conoscenza.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

Quella fatta all’interno del Gruppo della Trasgressione non può essere definita un’esperienza di tirocinio tradizionale: lo studente è, per prima cosa, un membro del gruppo che, come tutti gli altri, partecipa attivamente alle riflessioni su cui, di volta in volta, ci si sofferma, esponendo il suo personale punto di vista; l’idea del tirocinante che osserva ed esegue le direttive non è contemplata. Se avessi dovuto assecondare la mia natura timida ed insicura, di certo non avrei scelto di impegnarmi in questo tipo di esperienza; forse mi avrebbe fatto più comodo fare l’assistente-cagnolino di qualche psicologo e osservare tutto da un angolo nascosto; perché esporsi, dire ciò che si pensa, mostrarsi nudi e fragili a volte spaventa, o almeno, a me personalmente fa paura.

Lo studente che vive la realtà del gruppo è, invece, costretto a mettersi in gioco e fare i conti con le proprie fragilità. In sinergia con il detenuto, il tirocinante può, inoltre, creare ponti che accorcino le distanze tra mondi che, in realtà, un poco si assomigliano e può contribuire, con la sua opinione giovane e fresca, ad arricchire riflessioni su argomenti complessi.

Dal momento che l’attività principale del gruppo è proprio quella di fare cultura e di sollecitare la riflessione, un altro fondamentale compito del tirocinante è quello di studiare, comprendere i difficili discorsi fatti dallo psicologo coordinatore e guida del gruppo e dare prova di saperli maneggiare, a livello orale e scritto.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

Senza ombra di dubbio, uno strumento imprescindibile per chi si accosta per la prima volta al Gruppo della Trasgressione è la voglia di spendere energie mentali e ragionare; non esistono mezzi concreti o particolari metodologie tecniche a cui fare affidamento. L’essenza del gruppo si fonda, inoltre, sulla capacità dei propri partecipanti di comunicare tra loro; il confronto e l’esposizione verbale dei propri pensieri è fondamentale perché la dinamica di gruppo funzioni. Le occasioni in cui tali strumenti possono essere spesi sono molteplici; quando ho iniziato il tirocinio non avrei mai immaginato di venire a contatto con una realtà tanto variegata e ricca di iniziative: oltre a seguire i gruppi dentro e fuori dal carcere, mi è stato possibile assistere agli incontri di prevenzione nelle scuole ed al geniale spettacolo teatrale ispirato al mito di Sisifo che viene, ormai da anni, interpretato da detenuti e studenti e che racconta con perspicacia la storia di compromesso e di tracotanza che contraddistingue tanto il carcerato quanto le istituzioni.

Da non dimenticare, poi, una delle ultime conquiste del Gruppo della Trasgressione: il “Coming out”; “coming out” o, in italiano “venir fuori” è il nome di un terreno in origine piuttosto malandato che, grazie al lavoro di alcuni detenuti, si sta trasformando in  una concreta possibilità di avvicinare la comunità e il mondo carcerario, nel nome della cultura, della bellezza e, perché no, anche della frutta. Sebbene il progetto sia appena partito, nel terreno rimesso a nuovo è stata piazzata una bancarella di frutta e verdura gestita da detenuti e studenti con l’obiettivo principale di far conoscere la realtà del gruppo; se la mia carriera da psicologa dovesse, per qualche motivo, rivelarsi un fallimento, potrò ripiegare sempre sulle mie abilità, per la verità per ora piuttosto scarse, di venditrice di fragole e banane!

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Una delle ricchezze più grandi di cui il gruppo può godere è rappresentata dal suo carismatico creatore nonché atipico coordinatore. Non è affatto un’esagerazione affermare che quest’ultimo è l’anima del bizzarro insieme di persone che a lui fanno capo; per i detenuti così come per gli studenti, è diventato una guida e un punto di riferimento che si fa portatore di beni preziosi quali la cultura e l’arte.  Lo definisco “atipico coordinatore” perché il suo modo di procedere e di approcciarsi a qualsiasi componente del gruppo è del tutto anticonvenzionale e allo stesso tempo acuto: i convenevoli e le belle parole sono messe da parte per lasciar spazio alla conoscenza sincera e intima dei partecipanti anche e soprattutto a partire dai conflitti e dalle fragilità che li contraddistinguono. Ci si sente, infatti, più liberi a essere introdotti nel mondo partendo da ciò che più ci fa paura; il suo modo di fare spontaneo e che alle volte può risultare aggressivo diventa un vero e proprio strumento di lavoro: attaccare l’altro, senza  tuttavia deriderlo, può essere un modo per creare familiarità e prendere confidenza; spesso, infatti, gli amici più cari sono proprio quelli che ti senti libero di insultare e di trattare male. Gli studenti che partecipano al gruppo, inoltre, ricevono sempre un feedback immediato da parte del loro coordinatore e grazie alle sue critiche e provocazioni hanno la possibilità di crescere e migliorarsi.

 

Conoscenze acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Ciò che questa esperienza mi ha lasciato non può essere ridotto ad una serie di competenze tecniche  e nozionistiche;  questo perché, più che semplice tirocinante, mi son sentita membro di una realtà culturale estremamente stimolante e ho potuto godere dei suoi frutti. Le questioni di cui il Gruppo della Trasgressione si occupa sono spesso complicate ma hanno anche il fascino di rivolgersi a chiunque: mi sento quasi egoista nell’affermare che frequentare gli incontri mi ha arricchito soprattutto come persona: pensavo di andar lì ad “aiutare” i detenuti come una crocerossina qualunque e invece ho aiutato me stessa; ogni riflessione affrontata mi ha permesso di capire qualcosa sulla natura umana e su di me che prima non contemplavo e, a volte, ha avuto tanta efficacia da riuscire a mettermi in crisi.

Il Gruppo della Trasgressione è, quindi, innanzitutto un’esperienza umana aperta a chiunque abbia voglia di investire energie mentali su temi che non riguardano solo la realtà del detenuto ma qualsiasi persona. Questo peculiare tirocinio mi ha poi dato la possibilità di osservare da vicino il mondo carcerario: una realtà che molto spesso disumanizza, che mortifica l’intelligenza, che svilisce l’esigenza innata dell’uomo di costruire e di inventare, dove il proposito rieducativo poco si spende.

Di questo mondo, il Gruppo costituisce una fortunata eccezione: i detenuti che ne fanno parte hanno alle spalle o ancora stanno compiendo un complesso e lungo percorso di consapevolezza interiore, sono persone che hanno voglia di abbandonare il loro modo di comunicare prettamente “delinquenziale” in favore di una lingua nuova, quella della cultura e dell’arte, in modo che essa diventi produttiva e spendibile.

Ho inoltre trovato estremamente interessante e formativo osservare sul campo il modo di procedere spontaneo e acuto dello psicologo coordinatore del gruppo: quest’ultimo, attraverso un’approccio assolutamente fuori dagli schemi, mi ha fatto comprendere il valore dello smarrimento e della capacità di giovarsi delle proprie crisi e dei propri conflitti. Avendo avuto a che fare con un gruppo variegato con esigenze differenti, ne ho potuto esplorare le dinamiche e gli accorgimenti che servono a mantenerlo in equilibrio.

In particolare, la relazione che si crea tra studente e detenuto è notevolmente complessa: entrambi spesso non fanno altro che appagare a vicenda i loro bisogni con il minor dispendio di energia possibile: il detenuto trova una facile scorciatoia nel farsi “salvare” da un ragazzo volenteroso, bypassando un lavoro mentale che è invece necessario, e lo studente, soddisfa, a poco prezzo, la sua voglia di aiutare il prossimo e di sentirsi importante: è facile diventare importanti per chi, di fatto, è fisicamente in gabbia.

 

Abilita acquisite (tecniche, operative, trasversali)

Il Gruppo della Trasgressione è stato per me  una “palestra mentale”: ho imparato ad accostarmi alle questioni di volta in volta affrontate senza preconcetti e con la voglia di mettermi in discussione; ho acquisito più familiarità con l’oggetto principale di studio del gruppo, ovvero la devianza, anche attraverso un lavoro di rielaborazione. Dal momento che la comunicazione e l’interazione sono ingredienti irrinunciabili di questa esperienza di tirocinio, ho dovuto, per forza di cose, fare i conti anche con la mia naturale ritrosia a parlare in pubblico e a esprimere la mia opinione: ho imparato l’importanza di sapersi mettere in gioco e di diventare agenti di ciò che si pensa ma anche più semplicemente, di formulare in maniera chiara e comprensibile le proprie considerazioni.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Ho sempre invidiato le persone che procedono con un obiettivo saldo davanti a sé, sicure di quello che vogliono fare e di chi vogliono essere; questo perché io sono tutto l’opposto: sono timida, insicura e nonostante spesso abbia voglia di raccontarmi, faccio fatica ad espormi perché il mio Super io esagerato non mi concede frequentemente il lusso di sbagliare. Da questa esperienza, però, ho imparato qualcosa di assolutamente fondamentale: non basta affermare la propria esistenza.

Per fare in modo che la vita non sia vissuta all’insegna della mediocrità e del compromesso, è necessario affermare se stessi in maniera costruttiva, condividendo esperienze e non temendo di mostrare le proprie fragilità; proprio come il delinquente sceglie la strada più semplice della regressione per appagare i suoi bisogni di sicurezza, così spesso mi piace crogiolarmi nella mia natura introversa e schiva senza impegnarmi veramente in un percorso di crescita ed emancipazione che, per forza di cose, implica una spesa mentale maggiore. Qualche volta, scherzando, mi definisco una persona “a lenta attivazione”: ammetto che per mettere in pratica ciò che ho imparato, un mese di tirocinio non mi è sufficiente e che il mio percorso di crescita è solo agli inizi ma posso assicurare che ci sto lavorando!

 

Altre eventuali considerazioni personali

È proprio fuori strada chi pensa a questa esperienza come un’occasione di fare una gita turistica in una realtà distante e di osservare delle creature sconosciute e mostruose, tenendosi, però, sempre qualche passo indietro rispetto alla possibilità di essere aggrediti; la trasgressione accomuna tutti gli uomini e il fatto che esistano delle case di reclusione per chi ha fatto della devianza il suo mestiere non rende meno vera l’affermazione.

Le istituzioni preferiscono spesso indossare il paraocchi piuttosto che affrontare la questione; tutti coloro che, però, sono stufi di rimaner bendati e che hanno voglia di impegnarsi in un uno sforzo mentale maggiore, sono invitati a farlo: questo è ciò che il Gruppo della Trasgressione si auspica e ciò per cui lavora.

Se la tendenza ad oltrepassare i limiti è qualcosa che ci appartiene, la questione da risolvere è come farlo senza recare danno a chi ci sta accanto e a noi stessi: una trasgressione “addomesticata” e ragionata che sfrutti la voglia di potere all’insegna della cultura e della bellezza e che si realizzi nella relazione e nella condivisione di esperienze sembra essere la risposta. Quello che il Gruppo della Trasgressione si propone di fare è coraggioso e difficile, ma proprio grazie alla sua capacità di mettersi in discussione e alla sua voglia di migliorarsi non può che lasciare il segno in chi ha voglia di ascoltare; a me personalmente, dagli incontri del Gruppo non mi capita mai di uscire indifferente: oscillo sempre tra il massimo entusiasmo e la crisi più totale; questo mi dimostra che è proprio valsa la pena intraprendere questa avventura.

Torna all’indice della sezione

Inaugurazione del Coming out

Domenica 11 giugno inauguriamo il Coming out.

Abbiamo un palco dal quale parlare, giocare, suonare. Potremo comunicare le nostre idee con discorsi seri o scherzando, con i congiuntivi al posto giusto o anche no. Magari facciamo qualche pezzo del nostro mito di Sisifo e i ragazzi delle scuole che visitiamo potranno dar voce a qualcuno dei personaggi.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
(
Divina Commedia, Inferno, 2° Canto)

Forse qualcuno di loro racconterà ai presenti il senso del rapporto fra gli adolescenti e i componenti del Gruppo della Trasgressione. Detenuti, tirocinanti e tutti i componenti del gruppo avranno la responsabilità e il piacere di verificare se e quanto il nostro progetto può interessare gli abitanti della zona Barona e i cittadini che interverranno.

Probabilmente ci sarà anche un campione italiano dei pesi welter, ma nessuno darà pugni. Noi tutti, invece, proveremo a dire cosa vogliamo far venir fuori da noi stessi e dal nostro progetto comune. Di certo sarà una giornata in cui detenuti e figure istituzionali, adolescenti e insegnanti, potranno vivere la trasgressione di oltrepassare le colonne d’Ercole e verificare se, al loro ritorno, riusciranno a comunicare agli altri l’umanità e la ricchezza dell’esperienza vissuta.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
(Divina Commedia, Inferno, 26° Canto)

Per questo avremo chi porterà musica rap e chi canterà De André, avremo chitarre e violini e tamburi. Ci saranno grigliate, pane dal carcere, le piante di Opera in fiore e la bancarella di Frutta & Cultura. Se le cose vanno come si spera, dovremmo avere i primi esponenti del Coming out.

Vulnerabilità e fragilità

Ivan Puppo

Le otto del mattino di un lunedì qualunque, nel tragitto che separa la mia cella dal luogo di lavoro sguardi di facce assonnate mi sfiorano per estorcermi un buongiorno. Ne concedo sì e no una manciata. Come al solito, la giornata mi scivola addosso, piatta e avara come un corpo di donna ostile. Tutto regolare, salvo un pensiero che mi incalza, come un accordo musicale ripetuto all’infinito, mi perseguita. A volte i pensieri sono come ragnatele, si attaccano addosso e non li scrolli più via. L’ossessione ha un nome: “vulnerabilità e fragilità”. Un tema che ultimamente è oggetto di discussione al gruppo.

Scrivine, dice, e me lo scaraventa addosso come un regalo ormai sgradito. È una parola. Ho con questi concetti la stessa confidenza di un gorilla e un gorilla maschio per giunta. Poi sono pigro, scrivo se ne so di che. Però eccomi qua, chino sul tavolo, sigarette e penna tra le mani, deciso a liberarmi di questo tarlo.

Vulnerabilità e fragilità, due quasi sinonimi, in quanto siamo vulnerabili perché possiamo essere danneggiati da persone o da eventi esterni e siamo fragili in quanto soggetti alle debolezze e alle umane passioni. Vulnerabilità e fragilità sono proprietà intrinseche dell’essere umano che però, a seconda di come vengono coltivate, hanno implicazioni e sviluppi differenti.

Vivere sotto costante minaccia distorce la visione del mondo, induce ad attaccare per primi e, infine, traccia la rotta per un naufragio. Attaccai per non essere attaccato, così smisi di sentirmi vulnerabile, una corazza mi permise di sopravvivere, dove sopravvivere era il massimo consentito, ma una corazza indossata troppo a lungo diventa parte di te: a causa di essa non sei parte degli altri, non ti riconoscono, non li riconosci; non sai più farne a meno.

È una ragazza intrappolata in una fotografia. La guardo, è lì, così giovane e immobile nella fissità di un tempo perduto, sorride all’obiettivo. Mi ricorda quei soldati che a guerra finita non vollero o non seppero smettere di combattere. Forse perché combattere, qualche volta, è la sola cosa che ti resta. Bisogna cambiare, dice, ma cambiare implica possedere gli strumenti, il tempo, lo spazio per impiegarli. Senza strumenti e progetti in cui spendersi, so adesso, l’uomo è perduto. La guerra non ha mai fine.

Un filo sottile tesse una parentela tra vulnerabilità e fragilità, ma la fragilità trova il suo valore nella consapevolezza e nell’accettazione, ci permette di riconoscerci uomini negli altri uomini. Sì, la fragilità si impara. Qui, nella penombra di questa cella mi riconosco fragile, di una fragilità che non seppi mai. Proiettata dalla lampadina nuda, l’ombra sul muro fa la giusta supplenza di una donna che non c’è. Immaginandola, mi procuro il calore di un’illusione.

Guardo fuori dalla finestra, c’è un albero al limitare del campo: anche lui prigioniero, le sue radici nodose lo ormeggiano al terreno, a questo posto, come una nave in disarmo alla banchina del porto.

Con l’amarezza di chi ha distolto lo sguardo, soffoco un’imprecazione. Ma poi un pensiero si affaccia alla mente: “e se mi sbagliassi? Se ci fosse ancora in serbo per me una fortuna inaspettata?”. A proposito di illusioni necessarie.

Torna all’indice della sezione

Figli dello stesso seme

Siamo figli dello stesso seme!

Lo si dice ovunque e forse ne siamo consapevoli un po’ tutti; ma, evidentemente, ciò non basta per individuare facilmente la direzione in cui procedere. Forse la  provenienza comune non è così riconoscibile, forse non è per tutti così significativa o forse occorre del lavoro per rendersene conto… e se, strada facendo, questo lavoro diventa un gioco, tanto meglio! Il nostro gioco si chiama:

Ti racconto la sua storia
dal rifiuto del mostro all’interesse per il vicino

Descrizione del gioco e istruzioni
Due persone si intervistano a vicenda per 10/15 minuti ed esplorano l’una la vita dell’altra per individuarne vicende, momenti significativi, relazioni, paure, conflitti, aspirazioni, emozioni che serviranno poi a raccontare la storia della persona intervistata.

In occasione del workshop del 13 aprile 2017 nel carcere di Opera, una mezza dozzina di detenuti del Gruppo della Trasgressione intervista altrettanti scout, che a loro volta intervistano i detenuti.

Pochi minuti per elaborare una storia, che viene raccontata subito dopo a tutti i presenti in presenza del protagonista intervistato poco prima.  Il racconto viene poi commentato da 3/4 persone del pubblico e dallo stesso protagonista, che comunicherà cosa ne ha ricavato.

Infine, il racconto viene giudicato e classificato sulla base della sua bellezza complessiva e di alcuni parametri specifici. Nel nostro gioco, è importante che in ogni storia siano riconoscibili:

  • il divenire della persona e dei suoi orizzonti, con i momenti e le fasi di evoluzione e/o di involuzione;
  • i momenti di massima distanza e di massima vicinanza emotiva fra il protagonista e il narratore;
  • uno sviluppo dinamico per cui colui che in una fase della storia sembra alieno e irriducibilmente distante, possa essere riconosciuto in un altro momento come nostro prossimo e parte significativa della nostra stessa natura.


Crediamo inoltre che per raccontare una bella storia sia utile:

  • tenere a mente e prendersi cura di dettagli ed episodi dell’altro ai quali spesso non si dedica attenzione;
  • individuare nella storia del protagonista conflitti fra spinte regressive ed emancipative. Nella vita di ciascuno di noi, in fondo, convivono da un lato dolori e dispiaceri che tengono ancorati al passato, dall’altro speranze e desideri di evoluzione che proiettano verso il futuro;
  • imparare a far sì che la persona di cui si racconta non si senta un insieme di avvenimenti ma un soggetto in divenire;
  • imparare a coinvolgere le persone che ascoltano.

Homo sum, humani nihil a me alienum puto
Tutto ciò che proviene dall’uomo mi riguarda
(Terenzio, 
Heautontimorumenos)

Alcune storie

Al gruppo per cercare

Cecilia Braschi

“Al gruppo si viene per cercare, non per diagnosticare”.

Queste le parole del Dott. Aparo durante un normale incontro del martedì. Parole da cui emerge l’idea del Gruppo della Trasgressione come strumento di conoscenza di sé, dell’altro e del mondo; di fronte al quale ci si dovrebbe quindi porre nel modo più umile, curioso e ricettivo possibile.

Il fatto è che siamo tutti incredibilmente piccoli di fronte alla conoscenza, o forse è quest’ultima ad essere spaventosamente ampia ed incontrollabile per le possibilità umane. Più cresco, più studio, più mi rendo conto che la strada da fare si allunga, che le cose per cui vale la pena studiare ed informarsi si accumulano smisuratamente. Il cammino della conoscenza è interminabile, anche se mi rendo conto di quanto sia gratificante percorrerlo a piccoli passi.

Ecco, rispetto a questo lunghissimo percorso possono esserci atteggiamenti diversi: da una parte coloro che si lasciano affascinare da questa avventura, cercando di avanzare sul sentiero al massimo delle loro possibilità; all’estremo opposto, coloro che, accecati da chissà cos’altro, non riconoscono o ancor peggio denigrano questo tesoro che la storia e la vita ci offrono.

La parte più coinvolgente di questa storia si presenta quando qualcuno decide di tracciarsi un sentiero per passare da una parte all’altra, dalla cecità totale all’apertura più profonda, ed è a questo passaggio che assisto giorno dopo giorno al Gruppo della Trasgressione: persone che probabilmente fino a qualche anno o decennio fa se ne infischiavano della mitologia greca, del significato della parola “dialettica”, piuttosto che di comporre poesie, oggi le vedo fare domande e incuriosirsi. I vissuti personali vengono riletti alla luce di ciò che la psicologia, la filosofia, la pedagogia, la mitologia insegnano a tutti noi; si analizzano conflitti e stati d’animo fino a farne delle rappresentazioni teatrali. Fa un certo effetto vedere come, una volta riaperti gli occhi e spolverata la coscienza, la cultura, intesa come bagaglio personale di conoscenze, possa affascinare e attrarre a sé anche chi l’aveva ignorata.

Ma se parliamo di cultura come strumento di salvezza allora non ci riferiamo soltanto ai detenuti (per quanto nel nostro caso ci si concentri su di loro), poiché tutti, ma veramente tutti, in un modo o nell’altro possiamo ottenere questo beneficio, quale che sia la nostra condizione di partenza. Mi è rimasta molto impressa la vicenda raccontatami dal Dott. Aparo della ragazzina filippina, vittima di un abuso, la quale ha accettato di interagire con lui, probabilmente grazie al fatto che la prima domanda che il Dottore le ha rivolto è stata: ma tu cosa sai delle Filippine? Dopo aver francamente dichiarato di non saperne nulla, la ragazzina si è ripresentata qualche giorno dopo fornendo una sfilza di informazioni estremamente dettagliate sul conto delle Filippine. Bene, non è esattamente quello che ci si aspetta da una persona della sua età reduce da un simile trauma, eppure in questo caso il sapere ha dimostrato di avere anche questa forza, quella di unire le persone in una relazione, di creare un legame, cosa di cui probabilmente lei ha molto bisogno.

E credo che questo valga un po’ per tutti. Al Gruppo della Trasgressione si viene continuamente esposti a nuovi contenuti, a domande e riflessioni che potenzialmente tutti possono fare, ma su cui raramente si scava a fondo durante la vita di tutti i giorni. E allora devo ringraziare per l’esistenza di quelle persone che si prendono la briga di farti accomodare, dimenticare quello che sta fuori e riflettere su quello che c’è dentro.

Torna all’indice della sezione

A mio figlio

Dal diario di Marcella di Levrano

Mio figlio sarà come me, saprà soffrire e nello stesso tempo essere felice, gli insegnerò ad affrontare le cose come ha fatto la sua mamma, ad avere gli stessi ideali, a lottare per amare, e a soffrire, a saper soffrire. Solo in questo modo io non morirò mai, morirà solo il mio corpo, quello che c’è dentro di me non si distruggerà, se no a che serve nascere? E’ per questo che vorrei un figlio!!

Dedicato a lei o lui.

Io vorrei insegnarti a soffrire, a sbagliare, a pagare e soffrire per il tuo sbaglio e quindi ad uscirne fuori più forte! Perché la libertà la si conquista giorno per giorno, pagandola prima di averla e continuando a soffrire per tenerla viva. E libertà significa prima di tutto “vita”. E se piangerai per la vita non ti prenderò in giro! Forse non ti dirò nulla, ma ti sarò sempre vicino, anche quando la vita stessa ci porterà lontano.

Così forse potrò aiutarti anche ad essere donna, una donna che riesce a vivere senza rancori ed inibizioni. Potrò aiutarti a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio, e a capire che in ogni uomo non troverai solo un amante, ma un’altra te.

Sei nata per amore e d’amore voglio che sia piena la tua vita. Il tuo amore deve essere gioia, aggregazione, lotta. Anche verso di me. Chiamandomi pure stronza o regalandomi un bacio. Chiamandomi per nome oppure mamma. Perché sarai tu ad insegnarmi ad essere donna e madre. Perché tutto avrà senso solo se cresceremo insieme, costruendo poco a poco un’identità. Nell’autonomia, nel rispetto, nell’amore.

La tua mamma

 

Note di Piero Invidia
Marcella vive con la famiglia nella provincia di Brindisi. Nel 1984, a 20 anni, resta incinta dalla relazione con un ragazzo, da cui poi viene lasciata sola nella sua scelta di diventare madre.

Essa stessa è nata, seconda di tre figlie, in una famiglia, in cui la madre si separa da un marito rivelatosi violento e irresponsabile. Marcella trascorre così parte della sua infanzia con i nonni materni e quando si ricongiunge con la madre e le due sorelle –bella, vivace ed estroversa- rivela anche tratti di sofferenza ed estraneità nel gruppo familiare…

Nel secondo anno delle scuole superiori con delle coetanee ha le prime esperienze di tossicodipendenza e viene rifiutata dalla scuola. Si trova così a continuare su quella strada per 4 anni. Ma quando sa di essere incinta, ne è felice e decide di allontanarsi dalle sostanze e lo farà fino alla nascita della sua creatura.

Le toccanti riflessioni del suo diario vengono scritte in questo contesto.

Torna all’indice della sezione

Un viaggio nell’adolescenza

Roberto Cannavò

L’esperienza che sto vivendo con gli studenti del Pia Marta è una forma di rivisitazione della mia, anzi mi permetto di dire, della nostra adolescenza. A differenza dell’esperienze che abbiamo fatto fino a oggi presso le varie scuole di Milano e Provincia, dove i confronti con gli studenti sono stati quasi sempre stati introdotti da rappresentazioni teatrali (il mito di Sisifo e altro), al Pia Marta abbiamo seguito un altro percorso, interagendo direttamente con alcuni studenti di circa 18 anni, segnalati per la loro “vivacità” dallo stesso Istituto.

Il 27 febbraio abbiamo avuto il primo incontro, durante il quale vi è stata una reciproca esplorazione tra loro e noi. Il 6 marzo, per essere più incisivi e per creare un po’ d’intimità, ci siamo divisi in 2 gruppi. In quello di cui faccio parte, l’inizio è stato, da parte degli studenti, solo di ascolto: nessuno di loro aveva rotto il guscio. Quindi, Massimo, componente del Gruppo della Trasgressione, ha iniziato a parlare della sua adolescenza e di tutte le scelte sbagliate, sicuramente fatte anche per colpe non sue, che lo hanno portato su percorsi devianti. Accanto a me era seduta una studentessa che aveva prodotto uno scritto, ma che, forse per mancanza di autostima, come in seguito mi confidò, non voleva fosse letto. Alla fine, tuttavia, siamo riusciti nell’intento di condividerlo.

Intanto che Massimo continuava a raccontarsi, cercavo di spiare nel modo più discreto possibile le emozioni di ogni singolo, compresi i miei compagni di gruppo. L’attenzione è stata altissima e mi ha fatto da apripista per raccontarmi un po’. Lo stesso hanno fatto altri miei compagni. Poi, durante una piccola pausa, ognuno di noi si è relazionato, a livello individuale, con uno studente e quando abbiamo ripreso l’incontro, come per magia, si sono rotte le corazze, così che abbiamo raccolto da ogni studente un pezzo della sua vita.

Ciò, secondo l’esperienza che sto facendo da anni con il gruppo, si è potuto realizzare (non avevo nessun dubbio in merito) in conseguenza del fatto che per primi ci siamo raccontati noi. I ragazzi prima si sono a tratti rispecchiati nelle stesse problematiche, poi è stato per loro quasi un dovere restituirci qualcosa del loro intimo.

Abbiamo creato così tanto feeling che il 20 marzo 2017, penultimo giorno dei nostri incontri con gli stessi studenti, abbiamo stabilito un patto: raccontare la nostra esperienza pubblicamente. Il “gioco”, se così lo possiamo definire, consisteva nell’essere protagonisti uno della storia dell’altro. Infatti, io ho raccontato, con il suo consenso, la storia di una ragazza e lei la mia. Lo stesso hanno fatto altri componenti del Gruppo della Trasgressione con altri studenti.

Sicuramente siamo all’inizio di un grande lavoro che condurrà i ragazzi e noi stessi verso la conquista di quei valori insiti in ognuno di noi, ma che sono stati abortiti nel corso del viaggio adolescenziale per ragioni che cercheremo di scoprire durante questo meraviglioso lavoro. Il tutto è così bello e promettente che auspico possa avere una continuità responsabilmente riconosciuta da parte delle Istituzioni.

I nostri obiettivi sono quelli di fare emergere le fragilità e le insicurezze che portano tante volte a rispondere con condotte devianti e con alleanze con cui si scivola gradualmente verso la perdita dei valori morali, l’autoreclusione e, nei casi estremi, il suicidio: strade che, purtroppo, abbiamo percorso in passato noi detenuti del Gruppo della Trasgressione e che, oggi, chi crede realmente nel recupero dell’uomo e della sua dignità ci aiuta a ripercorrere in senso inverso.

Torna all’indice della sezione

Dal ring del Coming out

Caro dottore, ho visto che quello che avevo scritto non le è bastato. Me lo ha modificato, aggiungendo per abuso il suo pensiero astruso.

Comunque l’ho compreso, il mio cervello è sempre in uso. A volte sono un po’ chiuso, ma di sicuro non ottuso. Se la rima che ho prodotto non le piace, la cambi pure lei, che é così sagace.

Io non possiedo la stabilità mentale con cui andar da solo in mezzo al mare, ma ho una zattera che non affonda e che mi permette di cavalcare l’onda 😁

Tanti saluti dal Coming out
Gabriele

Torna all’indice della sezione

Lorenzo alle colonne d’Ercole

Gabriele Tricomi e Angelo Aparo

Son partito per capire dei concetti
Così ho iniziato a costruire dei muretti
Ma il mio piano era ancora un po’ confuso
Presi la zappa in mano e cominciai a farne uso

Tre persone vennero prima a lavorare
E poi Lorenzo, con le mani a ciondolare
Ma quel ragazzo che pareva ‘sì distante
Fra tutti divenne il più costante

Cominciammo a parlare, persino a progettare
Piccoli sentieri e aiuole da innaffiare…
Ma senza una fonte d’acqua corrente
La fatica diventava deprimente…

Un giorno arrivo con due tronchi
Su un furgone francamente sgangherato
Aparo li guarda e vede Ulisse,
Sagace, indomito e di sapere assetato

Ricorda il mito greco e il confine su quel mare
Lo stretto che l’impavido volle superare

Quei tronchi non sono da buttare
Neanche sedili su cui stare a riposare
Sono le colonne che vogliamo innalzare
Per segnare il confine e chiederci ogni volta
Perché lo vogliamo oltrepassare

D’improvviso ci prende un desiderio
Di giocare a rintracciare la semenza
Con cui di fianco a Ulisse proveremo
Finalmente a cercare conoscenza

Lorenzo, che come me non voleva rinunciare,
riprende la zappa e mi dice “non mollare”.

E così lavoriamo fino a sera,
quando ci allontaniamo dal terreno
con la speranza che domani sia sereno.

Adesso oltre il confine c’è un sentiero
Che puoi seguire da solo o in compagnia
Di un vecchio amico o dell’ultimo straniero

Te ne puoi persino allontanare
Se non dimentichi la voglia di legare
Quello che c’è al di qua e al di là del mare

Torna all’indice della sezione

  • Abbozzi d'aiuola

Il mio destino

 

Massimo Moscatiello

Sono cresciuto oltrepassando
Le colonne d’Ercole da stolto
Pur vivendo, mi sentivo morto
Ogni limite varcato era un torto

Un giorno incontrai Ulisse
Che mi disse: A conti fatti
Tu puoi anche sconfinare
Ma sete di sapere devi avere

E non basta! Devi anche verificare
Quanto sta in piedi quello che hai imparato
E se con gli altri riesce a funzionare

È così, più libero di dire no alla seduzione
Senza perdermi occasione di istruzione
Con fatica e con gioia ora cammino
Apro le vele e modello il mio destino

Torna all’indice della sezione