Un reparto d’atmosfera

In un reparto che nasce per i giovani carcerati, ritengo siano almeno due gli elementi che non possono mancare per una giusta partenza: un’atmosfera di libertà e di responsabilità, come dovrebbe essere fuori, nella società dei “normali”, se le cose andassero per il verso giusto.

La libertà dev’essere nell’aria, si deve respirare a cominciare dall’inizio: la libertà di aderire all’ingresso nel reparto. Nel reparto ci entra chi vuole e deve sapere che molte saranno le attività proposte e quelle richiedibili ma che tutte dovranno convergere verso un obiettivo imprescindibile: la costruzione della responsabilità.

Dopo la scelta iniziale, la libertà dovrà manifestarsi nella possibilità di interazione con gli interni ma anche con gli esterni. Interazioni con coetanei ed educatori, con esperti e insegnanti, con psicologi e volontari, interazioni che presuppongano ascolto e collaborazione, impegno individuale e coinvolgimento di gruppo, formulazione di obiettivi in cui riconoscersi e per cui lavorare e  valutazioni del percorso condivise.

Un lavoro immane ma anche entusiasmante.

Il confronto deve essere continuo e, per essere stimolante, dovrà basarsi su attività varie: letture da comprendere, interpretare e su cui dibattere; composizioni personali spontanee o guidate; visione di filmati e osservazioni di immagini; ascolto di musiche, messa in scena di canovacci proposti o frutto delle varie discussioni o rielaborazione personale….

Chi sarà a fare le scelte e a guidarle? Un educatore? Uno psicologo? Un carcerato? Un triumvirato? Questa domanda e le risposte che le si daranno sono importanti quanto il punto di partenza.

Due, secondo me i pre-requisiti perché il progetto abbia le gambe: il desiderio di partecipare e la capacità di ascoltare sé e gli altri, da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Sicuramente ci sarà molto da discutere e da lavorare per individuare obiettivi di breve, medio e lungo termine, ma per questo mi sembra troppo presto. Per poterlo fare bisogna sapere quali soggetti esterni e con quali competenze parteciperanno ai lavori, quali i tempi e le disponibilità delle istituzioni, quali le aspettative.

Un punto di partenza ma anche una stella polare per orientarsi nel percorso potrebbe essere l’affermazione del dottor Aparo che “si suicida chi non ha obiettivi credibili e porta dentro un rancore profondo”, giusto per non dimenticare che il percorso non potrà essere solo culturale ma anche psico-pedagogico.

Reparto LA CHIAMATA

Gli orizzonti della miseria

Vedo nelle riflessioni pseudo-sociologiche deliranti di Raskolnikov la sapiente costruzione di un nemico contro cui combattere e potersi scagliare, un nemico che legittima la sua identità.

L’usuraia è il “pidocchio” perfetto da eliminare senza porsi troppi interrogativi. Persino il caso, che fa capolino tra le righe, viene comunque piegato a beneficio delle sue teorie e dei suoi obiettivi.

Per caso entra in trattoria e ascolta la conversazione tra due sconosciuti a proposito dell’usuraia e le informazioni che riceve dal loro colloquio sempre più lo autorizzano a compiere un’azione per la quale non esiste nessuna possibile autorizzazione.

Emerge la Russia in questo romanzo, come in tutti gli scritti di Dostoevskij, una Russia, tra le altre cose, poverissima.

Si delinea una miseria che spinge le persone ad abitare in stanzucce così anguste da poter raggiungere il chiavistello della porta d’ingresso senza alzarsi dal divano.

Una miseria che fa girare Raskolnikov malvestito, sudicio perché non possiede biancheria di ricambio, con gli stivali sfondati.

Una miseria che tiene Raskolnikov a pane e acqua, per giorni senza mangiare, in preda a una febbre che lo porta al delirio, mascherando con questo quello precedente, forse innato o stimolato dalle circostanze.

Una miseria che lo spinge fuori corso, gli fa abbandonare l’Università, lo allontana da quei dibattiti nei quali amava infervorarsi e che testimoniano il bisogno di rinnovamento che come un fremito percorre la Russia del periodo.

Una miseria così nera da spingere a porre una domanda, che talvolta io ancora oggi mi pongo e a cui non è così scontato trovare una risposta soddisfacente: una persona febbricitante e digiuna da giorni quanto può essere lucida? Esiste un rapporto tra malattia e crimine? E se esiste qual è? Come lo si definisce?

Delitto e Castigo

Cosa vedo sulla tela

Che cosa vedo sulla tela, dopo aver ascoltato le riflessioni di tutti?

Vedo una luminosità non omogenea: la parte sinistra è illuminata, la parte destra è buia. La luce proviene da almeno due fonti: una collocata in alto che fa scendere la luce obliquamente, un’altra altrettanto non definibile (forse la porta  aperta da cui sono entrati Cristo e Pietro) che illumina il fianco destro dell’uomo con la spada.

Vedo uno spazio fisico anch’esso non chiaramente definito: è un interno o un esterno?

Vedo Cristo e Pietro, nella zona oscura. Sono vicini e l’uno è nascosto dal corpo dell’altro. Solo il volto del Cristo è visibile.

Vedo un gruppo di figure disomogenee per età a sinistra.

Vedo figure vestite secondo l’uso seicentesco a sinistra e figure vestite astoricamente a destra.

Vedo un gruppo di uomini nella parte illuminata. Sono uomini comuni, seduti intorno a un tavolo, ma nulla li coinvolge l’un altro. Ciascuno sembra far parte per se stesso: chi guarda dei fogli, chi guarda distrattamente in giro, chi è assorto, chi è di schiena. La vicinanza è solo fisica. E nessuno si accorge di quel che sta accadendo.

Eppure qualcosa sta accadendo, se il il viso di Matteo è caratterizzato da un’espressione di forte sorpresa. La comunicazione, assente tra gli uomini al tavolo, avviene tra Cristo e Matteo, è un dialogo a distanza mediante gesti.

Che cosa ce lo fa dire? Cristo, raffigurato nella parte destra della tela, in una zona buia, dove i lineamenti si colgono a fatica, dove il suo corpo  è quasi interamente celato dal corpo di Pietro, punta il dito verso Matteo e sembra di  sentire la sua voce “Tu!”. Matteo usa un gesto della mano per schermirsi, per interrogare, e sembra di sentire la sua risposta stupita “Chi? Io? Proprio io?”

Ma la sorpresa è gioiosa o enfatizzata ad esprimere la reticenza a rispondere all’invito? E l’invito è un’amorevole chiamata o un’accusa? E, in ogni caso, chiamata o accusa che sia, perché Cristo è al buio, seminascosto, identificato grazie a un’aureola appena accennata per rendere riconoscibile una fisiognomica molto lontana dalla norma?

Osservando meglio, qualcuno ha supposto che in realtà Matteo sia l’uomo con gli occhiali che non solleva nemmeno la testa dal tavolo, e che in realtà il dito dell’uomo sorpreso forse non si rivolge verso di sé ma indica, appunto, l’uomo alla sua sinistra e par di sentirlo dire “Matteo è lui”

E, ancora, osservando la postura della mano e dell’indice di Cristo sembra di poter escludere che si tratti di un gesto duro, accusatorio, inflessibile ma allora perché qualcuno vi ha letto così chiaramente un’accusa? Ciò riconduce alla funzione dell’arte, la cui ricchezza sta non tanto e non solo nel comunicare il messaggio dell’artista, ma nel suscitare emozioni in chi guarda anche se non  in linea con quanto l’artista intendeva.

Vedo una sola finestra sulla tela, angusta e con i vetri incrostati e polverosi, che non può proiettare nessuna luce. Il fascio di luce che illumina obliquamente le figure proviene da una sorgente luminosa collocata fuori dalla tela. E’ la luce di Dio? E’ la luce metafisica di una trascendenza in cui si crede per dar migliore significato a un’immanenza che lascia non comprese troppe cose?

Nella tela non c’è centro, non c’è armonia; il contatto avviene tra due realtà disomogenee, non è chiaro nei termini in cui viene posto. Molti sono gli interrogativi che chi guarda si pone e le risposte, se e quando ci sono, non sono certe e univoche. Comunque una cosa la sappiamo, anche se non dalla tela: Matteo ha risposto

Carcere di Opera, 26 ottobre 2022

Nuccia Pessina

Caravaggio in città

La macchia gialla

Si era più o meno di questa stagione.

Il mio papà una mattina mi portò a casa di mio nonno. Mio nonno faceva il contadino e abitava in una casa che, come quelle dei suoi vicini , anch’essi contadini, si affacciava su un grande cortile, di fatto un’enorme aia. Non mi piaceva particolarmente andare a casa di mio nonno, non saprei dire perché. Quel giorno, però, mi aspettava una sorpresa. Quando arrivai, superato il portone d’ingresso nel cortile, non riconobbi il luogo. Una magia l’aveva trasformato: l’aia era diventata color giallo sole e il contrasto col cielo azzurro era sorprendente. Ai bordi erano sedute molte persone che stavano sgranando le pannocchie di granturco. Chi canticchiava, chi parlottava, e intanto i chicchi gialli cadevano per terra e si aggiungevano agli altri, e la macchia gialla si allargava sempre di più.

La bellezza di quell’immagine mi avvicinò a mio nonno e al suo mondo e dopo quella volta ci andai  volentieri.

La bellezza di quell’immagine mi è rimasta nel cuore.

Officina creativa

Una mappa per la pena

In relazione al prossimo convegno su “Una mappa per la pena” voglio provare a riassumere  quanto ho acquisito nei miei dieci anni di volontariato col Gruppo della Trasgressione.

Tutte le settimane ho ascoltato per ore i detenuti parlare di sé, dei propri sentimenti, desideri, emozioni, frustrazioni e per ore ho ascoltato le risposte dello psicoterapeuta dottor Aparo e dei vari componenti esterni del gruppo. Per ore ho ascoltato il dialogo cui anch’io ho dato il mio contributo e ho imparato molto.

Ho imparato che l’arresto, la condanna e qualche volta la carcerazione sono necessari per fermare l’abuso. Ho sentito gli stessi detenuti dire: “Per fortuna mi hanno fermato… se non mi avessero fermato avrei continuato a delinquere

Ho imparato anche che la carcerazione, pur tante volte necessaria, non è sufficiente per adempiere pienamente al dettato costituzionale, dove si afferma che la pena non deve avere solo valore afflittivo ma rieducativo.

Alle Istituzioni, per far sì che i detenuti diventino cittadini pienamente partecipi della società che hanno offeso, chiederei di prevedere, già dal primo periodo della condanna definitiva, un progetto e percorso di evoluzione.

Gli obiettivi dovrebbero essere l’acquisizione di una coscienza e la conseguente capacità di assumersi le proprie responsabilità.

Per arrivare alla coscienza, sulla base dell’esperienza acquisita in questi anni di partecipazione attiva alle dialettiche serrate del gruppo della trasgressione, credo siano indispensabili alcuni passi:

  • indagare con metodo sull’abuso commesso, sulle modalità e sulle ragioni, aiutando l’abusante a portare alla luce sentimenti, attitudini e pensieri al momento del reato. Ciò farebbe acquisire consapevolezza di sé e della realtà;
  • esplicitare con chiarezza che l’obiettivo da raggiungere è l’esercizio della responsabilità, che è tratto tipico del cittadino adulto;
  • creare occasioni di contatto con il mondo esterno che tolgano il detenuto da un isolamento che, pur spiacevole, può diventare una comfort zone difficile da abbandonare;
  • creare occasioni in cui i detenuti riescano a individuare una funzione da svolgere e si sentano utili alla società che in precedenza hanno offeso, irrobustendo così la parte migliore di sé.

Infine, in relazione al formarsi di una coscienza, credo  importante:

  • che l’abusante arrivi a conoscere personalmente le conseguenze del gesto compiuto (materiali e morali, difficoltà, dolore, ansia), se non della sua vittima diretta, almeno di una vittima che ha subito lo stesso tipo di abuso;
  • che il percorso di evoluzione preveda la possibilità di verificare in situazioni concrete la reale acquisizione di capacità nell’esercizio e nel… piacere della responsabilità.

Tante sono le competenze che questo approccio richiede, ma sono consistenti anche i vantaggi e i risultati ottenuti nei 25 anni che il gruppo compie quest’anno. I tanti detenuti che alla distanza ne confermano l’efficacia suggeriscono che questa possa essere una giusta modalità operativa o, quanto meno, una direzione che merita di essere studiata per valutarne la portata, i pregi e i limiti.

Nuccia Pessina                              Una mappa per la pena

Tre barche

Aiuto, fateci salire!

Che cosa ci fate qui? Dov’è la vostra barca?

Era un canotto, si è bucato, stava affondando, così ci siamo buttati.

Ma da quanto state così?

E’ venuto buio due volte.

Più di 48 ore? Sarete esausti.

Lo siamo!

Quanti siete?

Siamo in cinque, ma tanti ce ne sono stati prima di noi e tanti ce ne saranno.

E gli altri?

Gli altri sono in fondo al mare.

Ecco ci siamo, riuscite ad arrampicarvi sulla scaletta?

Ci proviamo.

Ma lui perché non si muove?

Rascid, Rascid! Forza, tirati su!

(Ma Rascid non sente e non risponde. Rascid non c’è più)

Voi chi siete?

Siamo pescatori.

E perché ci avete presi su?

Eravate in pericolo e di questo avevate bisogno, di essere presi su.

Grazie.

E’ una legge del mare. Chiunque sia in pericolo, viene salvato dai marinai.

E se fosse un nemico?

Quando un uomo è in pericolo di vita, prima bisogna salvarlo, le categorie cominciano dopo. Se si scoprirà essere un nemico, avremo salvato un nemico, ma quando l’abbiamo deciso era un uomo che volevamo salvare.

Ma sarà ancora un nemico l’uomo che è stato salvato?

Forse sì. O forse apparterrà prima alla categoria dei salvati che a quella dei nemici. Lui stesso in quanto salvato si sentirà di appartenere alla categoria dei riconoscenti, poi a quella dei nemici.

Ma, che cosa vuol dire sentirsi un riconoscente?

Per esempio scoprire che dopo essere stato aiutato, sentire che a tua volta vorresti aiutare. Così ti succede una cosa strana. Guardi gli altri e, per la prima volta, li vedi davvero. E vedi le loro debolezze e per la prima volta non te ne approfitti. Anzi, cerchi di sostenerle.

Questo è un riconoscente?

Sì, questo è un riconoscente. Questo è un uomo.

Adesso che ne sarà di noi?

A)

Vi portiamo all’isola, vi ripuliamo, vi diamo da mangiare e poi da dormire.

E poi?

Poi, una volta rifocillati e ripuliti sarete liberi di andarvene.

E come faremo senza una guida?

Vi verranno forniti gli strumenti per cavarvela. Avrete imparato un mestiere, conoscerete una lingua nuova per andare nel mondo senza perdervi, per entrare nel mare senza affogare.

B)

Vi portiamo all’isola, vi rifocilliamo.

E poi?

Poi aspetterete

Che cosa?

Che il tempo passi, che arrivino le carte, che vi trasferiscano.

Per portarci dove?

In un’altra isola.

E lì che cosa faremo? Che cosa?

Che passi del tempo.

Quanto tempo?

Quello che sarà necessario.

E poi?

Poi ve ne andrete. Sarete liberi.

Liberi? Forse saremo liberi di andarcene dall’isola, ma non di andarcene dalla parte malata di noi stessi.

C)

Vi portiamo sull’isola, vi rifocilliamo.

E poi?

Poi aspetterete.

Che cosa?

Che il tempo passi, che arrivino le carte, che voi facciate delle scelte.

Che cosa mai dovremmo scegliere?

Vi verranno fatte delle proposte. Potrete seguire dei corsi, a vostro gusto.

E come sapremo quali ci saranno davvero utili? Corsi di cosa?

Un po’ di tutto. Poesia, teatro, scuola…

E’ una specie di scuola ?

Una specie, sì.

Che cosa ci insegnano?

Che cosa vi insegnano, che cosa vi insegnano! Un po’ tutto e un po’ niente. Non siate petulanti.

Ma ci insegnano a nuotare?

Nuccia Pessina

Officina creativa

Spara, Juri, spara

Il guerriero, il ricercatore, l’esploratore, l’archimandrita, l’anacoreta.

Spara, Juri, spara. Spara le tue parole, spara i tuoi discorsi, manda la maschera in pezzi e rivela l’uomo.

Proiettili le tue parole, armi i tuoi discorsi. E’ una strana guerra la tua, una guerra di ricerca, una guerra di ascolto.

Da sempre sei alla ricerca dell’uomo in coloro che incontri. Interroghi, indaghi e ascolti. Ascolti le voci di Freud, Lacan, Winnicott… e le voci da dentro. Le voci si intrecciano, si sommano, si accordano, stridono. Diventano storia. Ascolti la storia e spari i tuoi colpi. La ascolti di nuovo e poi ancora ed ancora. La storia è la stessa ma è anche diversa. Cogli nodi ed intoppi, sbrogli matasse intricate, arruffate da lapsus e mascherate da raptus. Metti in fila gli eventi, metti ordine nelle emozioni e nei sentimenti. E ancora e ancora. Interpreti le voci e spieghi la storia a chi, raccontandola, credeva di averla capita. Ti fermi quando l’aderenza tra forma e sostanza ti sembra raggiunta. Ti fermi quando la storia coincide con l’uomo. Ma poi ricominci.

Ascolti le voci, ascolti la storia, cominci a esplorare le scelte e i percorsi, i paesaggi e le mete.

Le scelte sbagliate, le mete fasulle, la realtà delirante di paesaggi inesistenti con una bussola nuova riacquistano senso, te ne servi per costruire mappe chiarissime.

Da bravo pastore non dimentichi pecore, pur riottose, se ti seguono attente. Sulla strada ritrovata avanzano lente, si nutrono delle tue parole e dei tuoi discorsi, strada facendo si scoprono un vello folto e lucente, vanto insperato e molto ammirato.

Ogni tanto il ricercatore ha un dubbio di troppo, l’esploratore si trova smarrito, il pastore perde una pecora. Ma è un attimo, poi si riprende. Riprende il cammino. E’ un po’ solo, a volte si chiede chi sbroglierà la sua matassa arruffata, chi spiegherà a lui quel pezzo della sua storia che non riesce a capire, chi gli rivelerà il percorso migliore per la bellezza, perché sa che la bellezza è una forza potente, cui nessuno resiste.

Nuccia Pessina

Le storie

 

Storia di Camilla

Sono agitatissima. tesa come una corda di violino. E’ la prima volta che nello spettacolo di fine anno ho una parte così importante: la protagonista!

Ma non mento a me stessa. La tensione non dipende solo da questo. Sono tesa perché vengono a vedermi mamma e papà insieme. E’ la prima volta.

Adele sta finalmente meglio. Sono così contenta che ce l’abbia fatta. Voglio molto bene a mia sorella Adele ma ogni tanto vorrei non avere una sorella o averne una normale. Lei è bella, intelligente, sensibile ma ha dentro di sé un dolore senza causa, secondo me, che la lacera, la corrode, la risucchia verso gesti insensati. E’ la seconda volta che tenta il suicidio. Per fortuna siamo arrivati in tempo. L’abbiamo portata al Pronto Soccorso più in fretta che potevamo, abitiamo molto vicini, se avessimo chiamato l’ambulanza ci avrebbe messo di più. Lavanda gastrica immediata e ce l’ha fatta. Questa sera l’abbiamo lasciata con una parente cui è molto affezionata, così io mamma e papà per una volta saremo una famiglia. Andremo a mangiare una pizza dopo il saggio e chiacchiereremo come non capita da tempo. Eccoli, sono arrivati, tra pochi minuti si comincia.

Sento gli applausi che scrosciano. Siamo stati bravi. Sono stata brava. Ho retto la parte con maestria. Ero dentro il personaggio. Sono mesi che ci lavoro. Ho quasi perso la mia identità per calarmi nel mio personaggio. A volte mi trovo a comportarmi come lei, a reagire come lei, a pensare come lei. E, francamente, a volte era un autentico sollievo. Essere lei era meglio che essere me stessa, mi acquietava, perché i suoi travagli erano finti, dunque sopportabili, il solo sforzo che dovevo fare era comprenderli. I miei travagli, invece, sono intollerabili ormai perché non sono miei davvero.

Gli applausi non smettono, è la quarta volta che ci chiamano sul palcoscenico. E’ bellissimo. Ma sono anche tanto stanca. Le luci di scena abbagliano e non mi fanno vedere chi c’è in sala. Chissà come sono contenti i miei. Contenti e orgogliosi che la loro piccolina sia stata così brava. Oh, ecco le luci anche in sala. Non li vedo.  Dove sono?

Sono al ristorante con tutti gli attori. Siamo contenti e sfiniti. C’è un vino molto buono. Va giù che è una meraviglia. Poi fa così caldo fuori e così freddo dentro! Bevo come se non avessi mai fatto altro. Poi una bella scorribanda notturna, tutti insieme. E’ una bella serata. E’ una bella serata?

Mi ritrovo a passeggiare con Andrea, amico del protagonista. Mi mette un braccio sulle spalle e mi stringe a sé. Lo lascio fare. La sensazione è piacevole. Camminiamo a lungo. L’effetto del vino pian piano si attenua. La testa ora è lucida. Troppo lucida. Andrea mi offre un tiro di fumo. Che buon aroma. Tiro un’altra boccata e un’altra ancora. Tutto mi sembra bello, il cielo è più terso, le stelle più lucenti, le gambe mi fanno volare, le persone sorridono amichevoli, parlo senza sforzo, tutti mi ascoltano, mi capiscono. Sono in sintonia con l’universo. Soprattutto il mio corpo è in sintonia con il mio cervello e il macigno sul mio sterno se ne è andato.

Forse anche noi possiamo andare a dormire. E’ quasi l’alba. Salgo in macchina con Andrea. Mi ritrovo le sue mani dappertutto e poi non solo le sue mani. Va bene così. Anche con questo sono in sintonia. Lo sento dentro di me. Mi penetra come se non avesse mai fatto altro, e un po’ mi fa male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace, un po’ male e un po’ mi piace. E poi mi piace, mi piace, mi piace, mi piace.

Salgo le scale di casa, frugo nella borsa per cercare le chiavi e vedo il telefono che lampeggia. Messaggio. Adele è in ospedale in fin di vita. Si è affettata numerose parti del corpo, quasi fosse un prosciutto, mi dice mio padre con la voce rotta, ha perso molto sangue, forse troppo.

Vado in camera mia e mi stendo sul letto.

L’effetto del vino è ormai un ricordo, l’effetto del fumo se ne è andato tra le spire, l’effetto della vita, invece, c’è tutto ed è tutto qui appoggiato sul mio sterno. Per fortuna c’è qualcosa che mi può aiutare. Allungo la mano, apro il cassetto, trovo il blister, ingoio.

Buona notte Camilla! Sogni d’oro!
Domani riprende lo spettacolo della mia vita. Devo essere forte, devo stare bene, devo essere sorridente ed empatica, devo andare a trovare Adele in ospedale, devo rallegrarla, devo risollevare il morale dei miei. Non devo pensare, non devo sentire. Cercherò con impegno un altro personaggio cui dare vita, cui prestare corpo e spirito. Spero di trovarlo in fretta. E’ una questione di sopravvivenza.

L’altro giorno ho pianto per ore. E’ stato un pianto liberatorio. E non è un modo di dire. Ero così sfinita che non riuscivo a smettere, avevo perso i contatti con la realtà. A un certo punto, quando ho aperto gli occhi, ho visto la mamma che mi guardava desolata, l’ho sentita avvicinarsi, si è seduta accanto a me sul letto e ha cominciato ad accarezzarmi i capelli, me li ha accarezzati per ore, o così mi è parso e, dopo molto tempo, una sensazione di benessere mi ha pervaso.

Sopravviverò, imparerò a tenere a bada il dolore, ma non dovrò più farlo di nascosto. Condividere il mio dolore lo attutirà e renderà più sopportabile anche agli altri provare il loro.

Storie

Necessità e libertà

Ogni uomo nasce, ma non decide dove, quando e da chi nascere. Ogni uomo sa di dover morire, ma non sa quando e come.

Una rappresentazione grafica per esprimere queste affermazioni può essere quella di due punti nello spazio e una linea che li congiunge. I due punti, la nascita e la morte, sono espressione di uno stato di necessità; la linea che si snoda tra di essi, l’esistenza, è espressione di una continuità di momenti aperti alla condizione di libertà.

Tali momenti danno forma alla linea. Qual è la forma possibile? Quale la sua lunghezza? Entrambe varie La linea può essere retta, spezzata, sinuosa, mista. A determinare in larga parte la forma della vita e la sua lunghezza sono le scelte che si compiono.

Le scelte sono libere? Relativamente! Le scelte dipendono da condizionamenti inevitabili derivanti da indole, ma anche da impulsi, educazione, esperienze, frequentazioni, relazioni personali, casualità, solo in parte frutto di libere scelte. Poi c’è la componente della volontà, una volontà che va allenata se si vuole che compia scelte libere e giuste.

Forse per questo l’esistenza può essere paragonata a un agone dove si confrontano continuamente due avversari tenaci: lo stato di necessità e la condizione di libertà. Poiché non è del tutto stabilita a priori la forza dei due avversari, ognuno deve lottare per togliere campo allo stato di necessità e conquistarlo alla propria libertà.

E’ una lotta continua; può essere estenuante ma anche entusiasmante, dipende da noi. Soprattutto richiede allenamento. E tanta attenzione. Bisogna dare attenzione alle situazioni, alle persone. Bisogna fare attenzione a ciò che si legge, si ascolta, si guarda, a chi si frequenta, a chi si ama, a come ci si diverte, alle persone con le quali si condivide il proprio tempo. Faticoso? Sicuramente ma interessante. Tale allenamento riguarda da vicino ogni essere umano, perché  le scelte che si compiono costruiscono o distruggono l’esistenza. Le scelte hanno, sempre, delle conseguenze e ognuno ne deve rispondere.

Riflettendo al riguardo, ho ricordato come presso i Greci antichi sia andata cambiando la cultura: da una concezione che attribuisce agli Dei la responsabilità di moti dell’animo e conseguenti azioni non in linea con le aspettative morali e sociali, a una concezione in cui tali moti si originano nell’interiorità a seguito di carattere, indole, sensibilità individuale. Anche se in entrambe le fasi non si toglie all’individuo la responsabilità del gesto compiuto, l’azione viene percepita in modo diverso.

Nell’Iliade nessuno accusa Elena per la guerra di Troia, ma la colpa viene attribuita alle dee  (addirittura gli anziani che la incontrano sulle mura non possono non ammirarne la bellezza), mentre ne “Le troiane” di Euripide, Ecuba, madre di Ettore e Paride, rivolgendosi a Elena le dice “Non fare le dee così stolte, per abbellire la tua colpa… Mio figlio era di una bellezza straordinaria e, contemplandolo, il tuo desiderio diventò Cipride!”

Mi chiedo: ai nostri giorni qual è l’atteggiamento prevalente? Soprattutto negli ambiti preposti all’educazione c’è attenzione alla responsabilità che consegue al compimento di un’azione? Tale attenzione è sufficiente, è adeguata?

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Per una pena non ostativa alla coscienza

In qualità di volontaria e componente del Gruppo della Trasgressione e dopo anni di frequentazione e di ascolto dei detenuti e delle loro esperienze, vorrei esprimere ciò che ne ho ricavato, sperando di dare un contributo al documento che il nostro gruppo si prefigge di produrre sull’ergastolo ostativo.

Le persone arrivano in carcere perché hanno effettuato delle scelte e di queste i detenuti parlano già dai primi tempi della frequentazione del gruppo. Ascoltandoli, si coglie che molti di loro, guardando all’indietro, considerano le loro scelte (quelle che si sarebbero poi rivelate gravide di conseguenze) a volte del tutto casuali, altre volte inevitabili: casuali, soprattutto quelle all’inizio della loro esperienza deviante; inevitabili, quelle avvenute dopo tante altre effettuate nella stessa direzione e in una fase avanzata del cammino che li avrebbe condotti in carcere.

Ad ascoltare un detenuto all’inizio del suo percorso di riflessione, si comprende che, secondo lui, tali scelte (casuali o indotte dalle circostanze) erano state comunque espressione della sua volontà; si avverte chiaramente che è sua esigenza rassicurare se stesso d’essere stato protagonista consapevole della propria vita.

Man mano che il percorso di riflessione avanza e si approfondisce, il detenuto comprende e ammette che non è così, che le sue scelte, anche quando egli se ne sentiva pienamente autore, erano avvenute perché egli non aveva consapevolezza o volontà sufficiente per scegliere diversamente, perché il suo sguardo sul mondo e sulle persone e, non di meno, gli stati d’animo che viveva all’epoca restringevano drasticamente l’orizzonte delle scelte riconoscibili e, a conti fatti, accessibili.

Dunque, uno dei nodi da affrontare quando si vuole parlare di rieducazione è la ricognizione dei sentimenti, delle emozioni, degli stati d’animo, delle influenze che avevano agito sulla persona nello spaccato della sua realtà familiare e sociale, guidandone le scelte, apparentemente libere, in realtà profondamente condizionate.

A tale ricognizione è importante che il detenuto arrivi per sua decisione, cioè in conseguenza di una scelta sintonica con i suoi desideri attuali, consapevole che ciò che scoprirà o ricorderà sarà di enorme aiuto per conoscersi, per capire chi era prima di deviare e per cominciare a ritrovare parti di sé e aspirazioni che credeva perdute o che non sapeva nemmeno di avere.

Così comincia la (ri)costruzione della coscienza. Tale (ri)costruzione è l’obiettivo della rieducazione di cui parla la nostra Costituzione.

Un aspetto centrale è la convinzione che la rieducazione non cambi l’indole o la personalità del detenuto; non le cambia perché non è possibile o perché non è auspicabile? E dunque, a che cosa deve mirare la rieducazione?

Ad aiutare il detenuto a ricostruire una scala di valori in base alla quale effettuare le proprie scelte!

Quella usata al tempo dei reati, infatti, si è rivelata fallace, ma era quasi sicuramente ego-sintonica; bisogna dunque costruirne una nuova, adatta alle scelte di un cittadino e non più di un criminale, ma altrettanto capace di rappresentare i desideri della persona che nel frattempo si è diventati. Non è opportuno che la scala di valori sia imposta al detenuto, deve essere da lui (ri)scoperta, accettata e introiettata.

Per arrivare a questo punto, ma soprattutto per andare oltre e migliorarsi sempre, il confronto con le persone che vengono dall’esterno è indispensabile. Persone, gruppi, scolaresche, studenti, tirocinanti, volontari, chiunque desideri mettersi a disposizione di una rinascita individuale e sociale. La ristrettezza delle sbarre, inevitabile all’inizio e forse anche utile, man mano deve essere accompagnata da un confronto con il mondo esterno.

In questo quadro quale funzione attribuire all’ergastolo o all’ergastolo ostativo?

L’ergastolo contribuisce di per sé alla (ri)creazione della coscienza, che è l’unica forma di rieducazione valida e duratura? Io non credo. La carcerazione, più o meno lunga in relazione al reato, rappresenta la punizione per il reato commesso e, forse, è anche necessaria e opportuna, ma deve sempre essere il presupposto per una crescita personale che riporti il detenuto ad essere un uomo e un cittadino; deve quindi essere affiancata a un percorso di evoluzione, senza il quale risponderebbe solo a criteri punitivi, forse comprensibili dal punto di vista del singolo cittadino, ma certamente sterili dal punto di vista di uno Stato che ha come obiettivo dei cittadini responsabili.

L’ergastolo ostativo contribuisce per le sue caratteristiche a far meglio dell’ergastolo normale? Io non credo, perché il vincolo che rende indispensabile la collaborazione con la giustizia, come elemento per giudicare attendibile il pentimento e la dissociazione dal mondo malavitoso di appartenenza, non garantisce quello che promette e potrebbe anche essere usato dal detenuto in modo opportunistico.

Egli potrebbe non avere nulla di nuovo e di utile da segnalare alla giustizia, o potrebbe temere ritorsioni contro la sua persona o i suoi cari, o potrebbe anche segnalare vecchi compagni di squadra senza davvero essersi dissociato interiormente, senza avere acquisito di nuovo una coscienza.

Parlare di ergastolo, dunque, non ha senso se si vuole davvero incidere sull’umanità che ha sbagliato e darle la possibilità di dimostrare di averlo capito. Senza questa speranza l’ergastolo, e forse in particolare l’Ergastolo Ostativo è una vendetta e non più una punizione.

A questo punto il problema potrebbe essere quello di avere gli strumenti per misurare il possesso di una coscienza. Il Gruppo della Trasgressione è stato spesso efficace in tal senso e questo è il motivo per cui si è guadagnato la stima e il riconoscimento da parte di molti, ultimamente anche delle Istituzioni carcerarie e politiche. Lo stesso, immagino, vale per altri gruppi che perseguono finalità analoghe.

Ma se questi gruppi hanno un valore, se rispondono a quanto la Costituzione e i nostri ordinamenti si aspettano dalla pena, perché non vengono sostenuti? Se quello che da questi gruppi viene fuori è un risultato effettivo e riconoscibile, è necessario che l’istituzione ne esamini l’operato, approfondisca se e come ciascuno di loro coltiva gli obiettivi cui deve rispondere la pena, ne sostenga il confronto degli uni con gli altri. E laddove vengano riconosciuti l’efficacia e i risultati del loro operato e del metodo, occorre renderli paradigmatici, dotandosi delle risorse umane indispensabili perché tutto ciò funzioni al di là dei pionieri che hanno aperto nuove strade nel campo della rieducazione.

Se anche c’è stato un tempo in cui i laboratori della coscienza nati in carcere sono stati più simili a botteghe d’arte che a officine, oggi è probabilmente giunto il momento di provare a far diventare scienza quello che in passato è stato il risultato dell’estro di qualcuno. In questo modo, molti più detenuti tornerebbero a essere uomini, le carceri sarebbero meno affollate, la società sarebbe più sicura.

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