Pugni chiusi

La mia vita cambiata di botto. Niente è più come prima. Io vado a scuola, torno a casa, mangio, dormo, ma mi trovo con le orecchie tese a cogliere il rumore di passi che non arrivano, ad abbassare la musica sperando di sentir chiamare il mio nome.

Ma non succede.

Rientro dopo un pomeriggio di gioco, spalanco la porta di casa e corro di là, mi aspetto di trovarlo seduto a leggere il giornale.

Ma sul divano non c’è nessuno.

Durante l’allenamento lo sguardo corre alla recinzione dove si mettono i genitori e i fratelli dei ragazzi che giocano e ogni volta qualcuno gli somiglia e il mio cuore si ferma.

Ma lui non c’è.

Al mio papà si è rotto il cuore, di botto. Quel papà che un attimo prima rideva, respirava, mi abbracciava, giocava con me è sparito dalla mia vita.

Dormo male. Vado a letto la sera e rimango a lungo con gli occhi chiusi e i pugni stretti, così stretti che le nocche diventano bianche e le dita si intorpidiscono, così a lungo che le unghie si conficcano nei palmi. Cado in un dormiveglia angosciato, come se non stessi davvero dormendo. Il minimo rumore mi sveglia e non riconosco lo spazio che mi circonda. Il retro dell’armadio mi impedisce la vista della camera, in cui intuisco delle presenze che vorrei ignorare ma non posso. Mia madre e quell’altro si muovono adagio, bisbigliano, ma io li sento.

Perché mio padre mi ha lasciato? Perché devo subire la presenza di quell’altro?

Domande destinate a rimanere senza risposta e con i pugni stretti mi incammino verso la vita.

Lavoro come carrozziere e non mi dispiace. Certo che sono un sacco di ore e un sacco di fatica e la paga è quella che è. Meno male che il mio fratellone ogni tanto mi rallegra. Se esprimo un desiderio, spesso mi accontenta. Desideravo un motorino che non potevo permettermi e me lo sono trovato davanti a casa. Tutto mio. Una meraviglia!

Ieri sera ho visto Angiolina. Le ho chiesto di uscire con me, lei mi ha lanciato una lunga, significativa occhiata e ha annuito. Penso di piacerle. Sicuramente lei piace a me. Non c’è nulla di lei che non mi piace. Il fisico, le movenze, l’andatura, lo sguardo. Non saprei dire del carattere. Lo definirei “coperto”, come quei colpi di tennis che prima che escano non puoi dire dove vanno.

Siamo già usciti la scorsa settimana. E’ stato un bel pomeriggio. Un giro al parco, un gelato da passeggio, tante chiacchiere ma anche tanti silenzi. Ci siamo trovati bene insieme.

Anche ieri sera ci siamo trovati bene insieme. E’ stata una bella serata, poi Angiolina mi ha chiesto se mi andava un cinema. Andare mi andava, ma non avevo molti soldi. Così ho tergiversato e ho detto che ero stanco, dovevo alzarmi presto, che magari un’altra volta. Lei non ha protestato.

Ieri ho visto Angiolina. Saliva sulla decapotabile di Arturo. Non risponde più al telefono e difficilmente l’incontro. Quando succede, mi saluta distrattamente.

Ieri ho detto di sì a mio fratello. Ho consegnato un pacchetto per lui. E’ andato tutto liscio. E’ stato facile. Nessuna Angiolina salirà più sulla macchina di uno se le piaccio io.

I pacchetti da consegnare sono sempre di più. Qualche volta vengono altri a ritirarli a casamia. Qualche volta li consegno dove è in corso una festa.

Ieri sera ne ho portato uno in un loft del centro affollato di gente importante e di belle regazze.

Ho riconosciuto Angiolina. Sempre così bella. Mi ha guardato e mi si è fermato il cuore per un attimo. Mi ha salutato, mi ha chiesto come stavo e mi ha presentato il padrone di casa. Mi hanno chiesto di fermarmi e divertirmi un po’. Ho accettato. Qualche drink, qualche ballo e poi, a turno, qualcuno spariva in una stanza e poi ritornava. Una bionda mi ha preso per mano e ha portato anche me nella stanza. Tanti tavolini e tante piste. E così ho consumato quel che di solito mi limito a consegnare. Mi è piaciuto. Finalmente non più le mani strette a pugno.

Mi è piaciuto così tanto che ormai ne consumo più di quella che spaccio. Sono indebitato fino al collo e ho paura. Devo andare nel posteggio di un autogrill sulla Milano-Varese e vedermi col mio pusher. Ho paura. Per darmi coraggio mi prendo una pistola, coinvolgo un amico che venga con me e mi faccio. Sono seduto in macchina e cerco di tenere a bada gli strattoni sempre più minacciosi del pusher. Io sono così calmo, la coca mi dà lucidità e lui è così agitato. Poi, non so come, parte un colpo. Secco. Un foro in testa come se avessi preso la mira. Ci allontaniamo straniti. Nessuno si è accorto di niente.

La mia vita si è snodata tranquilla. Ho continuato la strada intrapresa.

Poi ho conosciuto una donna. E’ cominciata una relazione importante. Ci tengo a lei. Penso sia la donna della mia vita. Insieme decidiamo di avere dei figli. Ne arrivano due. Ci amiamo, lei mi ha dato quel che forse cercavo e che mi mancava: un punto di riferimento, la sicurezza, la rotta. Ho smesso di farmi.

E, a questo punto, il passato mi ha presentato il conto.

Hanno indagato per omicidio l’amico che avevo coinvolto perché mi desse un sostegno.

Ci ho pensato a lungo. Ho chiamato le due donne della mia vita, mia madre e la mia compagna, e abbiamo parlato. Io ho raccontato e loro hanno ascoltato.

 

La Ferrari

Nuccia Pessina

Il bambino era andato con la mamma dal meccanico a ritirare l’auto. La mamma era entrata negli uffici e stava facendo la fila per pagare. Il bambino si annoiava molto, voleva andare a casa prima possibile, i suoi amici lo aspettavano per una partitella al pallone. Poi vide una magnifica collezione di auto da corsa. Erano tutte ben allineate in un armadio di vetro, c’erano più ripiani dove auto di grossa cilindrata di tutte le marche e i colori erano disposte secondo l’epoca. In particolare fu una Ferrari rosso fiamma che lo colpì. Era un appassionato d’auto e, come la mamma uscì, subito le chiese se non potevano comprarla. La mamma gli disse sei matto, è un’auto da collezione, chissà cosa costa.

Costava sì, qualcosa più di cento euro, ma se il papà ci fosse stato, avrebbe potuto permettersela. Ma il papà non c’era, non c’era mai stato. Gli montò dentro una grande rabbia, e anche una incontenibile voglia di aprire l’anta di vetro e prendere l’auto, senza dire niente a nessuno. La mamma gli disse di aspettarla un attimo, che aveva dimenticato i guanti nell’ufficio. A lui non parve vero. Come in un sogno, aspettò che l’uscio si richiudesse dietro di lei, aprì l’anta, arraffò l’auto, se la infilò in tasca, richiuse con calma l’anta.

La mamma e il bambino rientrarono. La mamma preparò la cena. Il bambino era stranamente silenzioso. Il silenzio ovattato, che nella sua testa aveva accompagnato il furto, continuava. Gli sembrava di essere in un acquario.

Quando la mamma lo chiamò, si presentò a tavola per la cena. Mangiò di buon appetito, perché aveva sempre una gran fame, ma nel profondo era turbato. Sapeva di aver fatto una cosa brutta. Si vergognava, ma era anche contento di avere un’auto da corsa tutta sua.

Quando fu a letto, dopo che la mamma gli diede la buona notte, prese la Ferrari in mano e se la rigirò con calma. Era lucente, era perfetta, era un capolavoro in miniatura, era sua. Stava per appoggiarla sul ripiano, quando si rese conto che non poteva. L’auto era sua ma doveva tenerla nascosta. I suoi occhi, che durante il furto avevano brillato di determinazione e di desiderio, ora erano di una tristezza infinita. Faticò ad addormentarsi, poi la stanchezza ebbe la meglio.

L’auto era lì, era rossa, fiammeggiante, perfetta, posteggiata di fronte al bar dove la sua compagnia si ritrovava ogni sera dopo aver fatto un giro. Quella sera erano andati al cinema. Avevano visto un film d’azione, dove le auto erano protagoniste, insieme agli uomini. C’era un attore che non aveva mai visto ma che gli era piaciuto molto: Ryan Gosling. Nel film era un pilota d’auto da corsa, molto bravo, vinceva spesso. Questo nella sua prima vita. Ma poi ne aveva una seconda: guidava per una gang che metteva a segno rapine importanti. Li accompagnava sul posto e poi guidava a tutta birra, spericolatamente ma in modo magistrale e seminava chiunque. Tutto filava liscio, sembrava potesse continuare così per sempre, ma poi la sua prima vita era entrata in rotta di collisione con la seconda ed era successo il disastro.

Guardò l’auto e si sentì come in quel giorno della sua infanzia. La voleva ma non poteva permettersela, non avrebbe potuto permettersela mai. E di nuovo la rabbia dilagò dentro di lui. E di nuovo si sentì in un acquario, di nuovo un silenzio innaturale ovattò la realtà intorno a lui.

Quando il silenzio cessò, si ritrovò a guidare l’auto che aveva rubato. Era stato semplice. Aveva forzato la serratura, era salito e aveva messo in moto coi cavi. L’aveva fatto da solo. Aveva aspettato che tutti se ne andassero a casa. Era ritornato sui suoi passi e aveva messo a segno il colpo.

Stava decidendo come comportarsi, quando la polizia lo fermò, gli chiese patente e libretto e… lo arrestò. Ancora una volta il misfatto era stato scoperto, ma questa volta non dalla mamma.

Dopo qualche anno e qualche rapina, era il signore assoluto in una cella dove aveva tutto il tempo per pensare, studiare, capire, provare a spiegare, ricordare. Ripensava alla sua vita, ripensava a se stesso bambino e poi adolescente. Tutto era diverso ma, in un certo senso, tutto era uguale. Dentro di lui covava sempre quella rabbia sorda che gli aveva rovinato la vita. C’era un vuoto che nessuna auto, nessun bottino aveva saputo colmare.

Un giorno ebbe il permesso di ricevere la visita di suo figlio. Andò al colloquio senza sapere bene che cosa aspettarsi. Senza sapere bene nemmeno che cosa dire. O fare. Era totalmente impreparato ad affrontare suo figlio. Ci pensò il bambino a dirigere l’incontro. Raccontava e faceva domande. Era facile rispondergli e nello stesso tempo difficilissimo.

Si accorse che badava a quel che diceva, anche se non avrebbe saputo dire perché. Si accorse che nei racconti del bambino lui non c’era. Si accorse che nella vita del bambino lui non c’era. Si accorse che nella vita di tutti coloro che amava lui non c’era.

Quando il colloquio finì, il bambino lo abbracciò. Sentì la stretta e il calore del suo corpicino e dopo un attimo di esitazione si lasciò abbracciare e poi ricambiò la stretta. Capì che era da lì che doveva cominciare a lasciare dei segni giusti del suo passaggio. Capì che lui doveva cominciare ad esserci per suo figlio. Capì che desiderava che suo figlio gli volesse bene. E decise di provare a far sì che suo figlio non sentisse dentro di sé un vuoto che avrebbe cercato di riempire nel modo sbagliato.

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Legami profondi

Gratitudine e rancore. Che strano binomio! Questo il mio pensiero quando tale binomio è stato proposto per la riflessione. Mi sfuggiva il legame esistente tra i due termini.

Mi sono addentrata nella ricerca del significato della parola rancore e ho scoperto che la dinamica di relazione tra due persone tra le quali intercorrono episodi ripetuti di gentilezze e favori ricevuti presenta risvolti inaspettati e reazioni non necessariamente benevole.

Una gentilezza compiuta a favore di qualcuno che non l’ha richiesta può suscitare disappunto. La gentilezza può aver luogo, infatti, solo se c’è una mancanza in cui inserire l’azione, un bisogno più o meno esplicito che la giustifichi. Alle volte dunque, la gentilezza può essere percepita come una sottolineatura della mancanza, dell’incapacità di affrontarla della persona che ne fruisce. Un esempio banale ma efficace può essere quello di chi cede il posto a sedere sul tram a una persona che secondo il cedente ha più bisogno di stare seduta di lui. Ma compiendo questa gentilezza il cedente sottolinea la mancanza che vede nella persona omaggiata: mancanza di energia, mancanza di gioventù. La sua gentilezza può risultare sgradita. Insomma la gentilezza, quando non richiesta, se continuamente reiterata, può generare rancore invece che gratitudine.

Quando poi, leggendo Rainer Maria Rilke, mi sono imbattuta in una poesia sul figliol prodigo, ho compreso che il poeta aveva invece intuito la possibile problematicità nella relazione tra chi ama non richiesto e l’amato. Ciò mi ha costretto a pensare al significato della parabola e ad ammettere che, in fondo, non l’avevo mai veramente capita.
Non avevo capito la fine, con questa festa esagerata per accogliere un ingrato, né tanto meno l’inizio. Perché il figlio abbandona la casa paterna? La parabola non lo spiega.

Rilke propone una chiave di lettura che mi sarebbe parsa sconcertante prima della mia ricerca: il figlio se ne va, perché non vuole essere amato.
E perché non vuole essere amato? Forse perché non ha chiesto lui di essere generato. Forse perché essendo amato si sente privato di una porzione di libertà in quanto deve ricambiare, deve essere grato. Alla luce di questa interpretazione la parabola acquista finalmente un senso compiuto.
Il figlio che abbandona la casa paterna non è capace di gratitudine. Il figlio che ritorna l’ha imparata.

Il padre che lo amava all’inizio in quanto figlio, continua ad amarlo quando ritorna, ma forse con la festa grande non celebra solo il ritorno del figlio perduto ma la sua acquisita capacità di dire grazie, di provare gratitudine per l’amore ricevuto e non rancore.

Vascello

C’è chi lo chiama zattera, chi nave. A me il Gruppo piace immaginarlo come un vascello che solca i mari della vita. Il vascello della Trasgressione ha un equipaggio composito. Studenti e detenuti, laureandi ed ex detenuti, liberi cittadini diversi per sesso, formazione, età, caratteri somatici e culturali. Lo definirei un vascello perfetto per un mondo globalizzato qual è il nostro. Questo vascello ha anche un capitano gagliardo, attento a cogliere la minima turbolenza del mare e del vento, ad avvertire le inquietudini e le aspettative della ciurma e ad impartire gli ordini appropriati.

Tutto l’equipaggio è importante, perché è composto di esseri umani. Alcuni hanno avuto una vita fortunata, sono stati amati e apprezzati e hanno trovato naturale studiare e impegnarsi e amare a loro volta. Altri hanno avuto una vita dura, sono stati abbandonati o trascurati, sono ancora alla ricerca di sé e del proprio posto nel mondo e non sempre viene loro naturale studiare e impegnarsi e amare, proprio perché nessuno li ha amati o perché non ne avvertono il senso.

Per questo siamo insieme, per capire insieme che vale la pena studiare e impegnarsi e amare… non solo “anche se non siamo stati amati” ma soprattutto “per il fatto che non siamo stati amati”. Amare è l’unico modo per non avvitarsi su se stessi. Nessun membro dell’equipaggio è inutile, perché ogni essere umano ha una sua individualità, preziosissima proprio perché unica.

L’effetto che ogni componente del gruppo produce sugli altri va oltre quello che la persona pensa o si prefigge. Qualche mese fa abbiamo letto lo scritto di un componente detenuto del gruppo. Mi aveva colpito l’incipit: “Mi affaccio al gruppo“.

Ne avevo sorriso e mi era subito venuto alla mente l’oculo della camera degli sposi nel Palazzo Ducale di Mantova. L’oculo è un disegno ovale al centro di una cupola che simula un’apertura sul cielo azzurro, (in realtà inesistente) a cui si affacciano dall’esterno alcuni amorini ricciuti e sorridenti che sporgono la testa e guardano in giù, con espressione maliziosa e dolce.

Quegli angeli somigliano all’autore dello scritto e non solo perché si affacciano, non solo perché sono ricciuti e sorridenti e dallo sguardo un po’ malizioso, ma soprattutto perché la dolcezza dei loro volti assomiglia alla dolcezza dell’espressione che talvolta lui ha e che non aveva appena arrivato.

Egli talvolta è dolce e contento, vorrei quasi dire appagato, come se approdare al gruppo per qualche ora gli permettesse di sentirsi al suo posto. Lo sguardo che prima era un po’ bellicoso ora è solo fiero, ma di una fierezza non tracotante. E’ un bello sguardo.

Gli ho sentito dire un’altra frase mi aveva colpito: “mi sento preso a braccetto”. E’ una bella frase, esprime una bella sensazione e trasmette un’emozione positiva. Riesce a smussare un po’ l’altra, quella in cui dice che… l’impotenza per la sofferenza subita, cui è stato ingiustamente sottoposto, l’ha indotto a una ribellione pervicace e insensata che gli ha rovinato la vita.

Questo scrivevo mesi fa. Ma i flutti della vita sono tempestosi e le vele che prima si gonfiavano al vento si sono afflosciate e ora non potrei più scriverlo. La sofferenza ha ripreso il sopravvento, l’autore sembra essersi arenato, pare non riuscire più a prendere il largo, trattenuto dalla risacca della rabbia, non vede più l’orizzonte e non sente più la vicinanza degli altri.

Ma si sbaglia. Con lo studio e l’impegno le vele torneranno a gonfiarsi e la navigazione potrà riprendere. Posso promettergli che non ci saranno altre derive o tempeste? Purtroppo no. Posso però ricordargli che ci sarà il vascello a tenerlo, motivarlo, orientarne le energie, se lui sarà parte dell’equipaggio.

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Il potere del sacro

L’uomo è da sempre e comunque alla ricerca del potere, anche se lo nega. La ricerca del potere si manifesta in molti modi, alcuni appariscenti, altri subdoli, alcuni consapevoli, altri inconsci.

Ma anche la costruzione dell’identità passa attraverso l’esercizio riconosciuto del potere e penso che la negazione di tale diritto sia una delle maggiori cause di destabilizzazione della personalità. Quando parlo di esercizio del potere naturalmente intendo esercizio di un potere legittimo.

La prima forma di potere legittimo spettante a ogni individuo è il diritto di esistere. Tralascio le più gravi limitazioni di tale diritto, come la mancanza di cibo, di spazio vitale, di cure parentali che garantiscano il passaggio dalla nascita alla prima infanzia, non perché risolte ma perché evidenti. Mi occupo delle altre.

Come e quando un uomo ha la prova di esistere? Quando può pensare, decidere, progettare, agire. Se non lo può fare (perché non ne ha la capacità o perché gli è impedito) o ha la percezione di non poterlo fare, reagisce. La reazione è tanto più violenta e animalesca quanto più forte è la sensazione d’impotenza, quanto più a lungo è stata subita senza che le venisse data una possibilità d’espressione.

E questo dell’espressione è un nodo cruciale. L’espressione è la manifestazione di ciò che un individuo pensa, sente, fa e avviene generalmente attraverso la comunicazione. Tanti sono i canali possibili: verbale, corporea, emozionale, scritta, figurativa, musicale.

Se la comunicazione non funziona, se il messaggio lanciato dall’uomo con la postura del suo corpo, con l’espressione dei suoi occhi, con le parole dette, con le parole taciute, non viene percepito, ascoltato, capito, tale uomo non esiste. Se tale situazione non è sporadica ma sistematica può costituire il prodromo di una reazione, per gli altri, insensata. In realtà è la reazione di chi esiste e pretende che tale esistenza venga riconosciuta. L’uomo esiste se lascia un segno. Se non gli sarà consentito di lasciare un segno umano ne lascerà uno bestiale. Lasciare un segno è, più o meno consapevolmente, un bisogno di tutti. L’adesione alla criminalità e alla tossicodipendenza sono, secondo me, i segni bestiali lasciati da chi non riesce a lasciarne altri, o così crede.

Dove ha origine il senso d’impotenza che poi dà luogo a tutto ciò? A mio parere l’impotenza, reale o percepita, trae origine nel rapporto falsato o mancato con l’autorità. Per questo si delinque, per questo ci si droga. L’autorità che non ha saputo farsi autorevole e dunque amorevole merita di essere punita.

Questo scritto non propone certo una chiave di lettura esaustiva, considera solo alcuni comportamenti, non tutti.

Ci sono anche altre dinamiche che possono portare a un comportamento violento, dinamiche più sotterranee che vengono da molto lontano nel tempo, da comportamenti ancestrali di cui si è persa memoria.

L’uomo ha bisogno di trovare un senso per la sua vita, per le sue azioni, per ciò che capita a lui o alla realtà in cui vive. Talvolta la scienza e la razionalità, con i loro contributi importanti e irrinunciabili, non bastano a darglielo. Così l’uomo va alla ricerca di spiegazioni che vengano da un oltre mondo, che esprimano una realtà non solo immanente ma trascendente. E questo è sempre accaduto.

L’uomo dei primordi, ma ancor oggi l’uomo appartenente a società primitive rimaste a un livello primordiale, era in contatto col sacro. Si spiegava la realtà come il risultato della lotta tra le forze del bene e le forze del male. Il bene, spesso conficcando un palo negli occhi del demone che lo contrastava, lo vinceva e dava origine al creato, spargendo all’intorno il corpo smembrato del demone. E allora ecco che l’uomo, a immagine della divinità, conficcava il palo nel terreno, eleggendo a sacro il territorio dove stabilire la propria dimora e differenziandolo dall’altro. La tenda drappeggiata intorno al palo, che gli avrebbe fornito la necessaria protezione dagli elementi, altro non era che una porzione della volta celeste. Poi sacrificava una vittima, ne smembrava il corpo, ne gettava le parti all’intorno e l’area così circoscritta si configurava come il recinto sacro in cui ospitare altre tende, originando in tal modo una comunità.

“La tossicodipendenza è un altare su cui si sacrifica tutto ciò che non piace.” ho sentito dire a un detenuto tossicodipendente.

E ancora: nella strada della crescita il bambino spesso elegge uno degli oggetti che lo circondano a oggetto transizionale. Lo porta con sé, gli attribuisce il potere di infondergli sicurezza, quanto basta per tollerare di perdere di vista la madre e avventurarsi alla scoperta del mondo circostante. Tale oggetto emana energia positiva, lo aiuta a transitare verso il mondo. Talvolta, però, succede che un bambino, per motivi emozionali profondi e piuttosto oscuri, faccia di tale oggetto un feticcio, credendo che esso lo protegga ma solo a condizione di tributargli degli omaggi, in termini di beni materiali o di comportamenti. Il feticcio, così, invece di dare energia al bambino, gliela toglie, pretendendo da lui dei sacrifici.

Ma cos’è un sacrificio? Un rito che, uccidendola, rende sacra la vittima. La vittima è sacra in quanto subisce il sacrificio, senza sarebbe viva ma senza valore. Dunque nel gesto del sacrificio è insita una violenza che lo rende possibile e che trae da ciò legittimazione. Sacro e violenza sono uniti in un legame fondante e indissolubile.

L’uomo dei primordi compiva sacrifici per soddisfare il suo bisogno del sacro e ha continuato a compierli. Man mano i costumi si sono fatti più evoluti, i sacrifici meno cruenti, il legame col sacro meno tenace. La cultura da sacra si è fatta profana, l’uomo ha smesso di manifestare il suo legame col sacro, il suo bisogno di sacralità, ma non ha smesso di averlo e non ha smesso di essere violento.

La violenza collegata col rito, con la sua legittimità ma anche con il suo limite, non è scomparsa, si è trasformata in violenza surrettizia. L’uomo ha creduto di poter fare a meno di Dio, ma forse, se non può conficcare un palo nel terreno per rendere speciale lo spazio scelto per sua dimora, conficcherà il palo nel cuore di un altro uomo, anche senza motivo, perché nella sua ricerca di senso tale gesto gli consentirà di lasciare un segno.

Riti profani stanno prendendo il posto dei riti religiosi di un tempo. Non esistono più riti di iniziazione nella società occidentale evoluta, ma il fumare, il tatuarsi il corpo, il piercing, l’assunzione di sostanze, la perdita della verginità in senso proprio o allargato alla perdita dell’innocenza sessuale, l’adesione a confraternite o ad associazioni criminali non sono forse rituali sostitutivi?

Il rituale costituisce un modo per fronteggiare, risolvendolo sul piano simbolico, quelle contraddizioni insite nei rapporti sociali che non possono essere risolte in altro modo. Nell’impossibilità di rimuovere una contraddizione, essa viene proiettata sul piano dell’immaginario e “risolta” in modo illusorio attraverso il simbolismo rituale.

Forse dovremmo impegnarci nel trovare rituali sani, che pur se in modo simbolico aiutino l’uomo e la società, entrambi imperfetti, a vivere meglio, a portare a livello cosciente e ad esprimere i loro bisogni.

E così ritorniamo al nodo dell’espressione!

Ho sentito più volte i detenuti dire che si sono sentiti inadeguati, incapaci di fronteggiare l’incalzare del divenire, impotenti di fronte al cambiamento.

Se mi mancasse qui un labbro superiore, là il padiglione di un orecchio… ciò non sarebbe ancora un sufficiente contrappeso alla mia imperfezione interiore”. Queste parole appartengono a Kafka. Egli si considerava un’assenza, una lacuna, una buca che qualcuno aveva scavato. Fu ossessionato dal corpo che avvertiva come un ostacolo, e come estraneo; sentiva in sé un animale, aveva orrore di molti animali perché avvertiva in sé la belva potenziale che aspettava si rivelasse all’improvviso, facendolo scendere sotto il livello umano, nell’oscurità sotto la coscienza.

Ma Kafka non si è drogato né ha commesso violenza. Ha invece scritto, dato vita alla più potente forma di straniamento mai espressa dalla narrativa. Lo scarafaggio che Gregor diventa non perde completamente la sua umanità. Preferisce lasciarsi uccidere e morire da figlio che fuggire da insetto.

Si sacrifica!

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Purgatorio

Una pena per chi è punito, un dolore per chi la commina
Nuccia Pessina

Giovedì scorso, nel corso dell’incontro fra il Gruppo della Trasgressione e l’Istituto Verri di Busto Arsizio,  ho sentito Jin Lai paragonare il carcere a un luogo di transito che può dare l’opportunità sia all’individuo sia alla società di riflettere sulle proprie imperfezioni e di giungere a una mediazione che possa costituire per entrambi una crescita. E allora non ho potuto fare a meno di pensare che anche nella Commedia dantesca esiste un luogo di transito in cui provare pena e riflettere per arrivare all’emancipazione: il Purgatorio. Il percorso è faticoso: prevede la scalata di una montagna; è lungo: ogni balza conquistata testimonia il superamento di un comportamento fallace, di una convinzione sbagliata, di un’inclinazione discutibile. La meta è il Paradiso: la felicità assoluta.

Le parole di un cinese sono a loro modo espressione dello stesso convincimento della religione cattolica, di cui la Commedia è un potente riflesso. Come è possibile? Forse, se questo accade, è perché in ogni parte del globo, qualsiasi sia la cultura, l’essere umano percepisce la sua esistenza come un transito e vede come meta la felicità.

Tale transito, diversamente dal carcere, è obbligatorio per tutti. Ma questa non è l’unica differenza: chi è in carcere ha una meta macroscopicamente riconoscibile, un riferimento certo, la fine della detenzione; chi vive da libero il riferimento lo deve cercare, individuare, costruire e, prima ancora, deve avvertirne la necessità in sé e per sé. Ma forse questa meta, non è solo una necessità e non solo un dovere, forse si tratta di un privilegio al quale per varie ragioni non tutti giungono.

Da ciò che ho sentito dire, molti detenuti non ci sono riusciti. Poiché le imperfezioni degli esseri viventi e delle relazioni da questi poste in atto sono molteplici e variegate e assumono le forme più diverse e spesso non sono né prevedibili né controllabili, le spinte regressive hanno avuto il sopravvento e si sono generati comportamenti deleteri.

Dunque è mancato qualcosa. O si sono imposte presenze non sopportabili. Quali le mancanze all’origine del percorso deviante? Sicuramente la mancanza di una guida autorevole. Un genitore, un insegnante, un allenatore, un prete, qualcuno che si accorge che esisti e che sei tu, proprio tu, diverso dagli altri; qualcuno che presta attenzione a te, proprio a te; qualcuno che dimostra di conoscerti e che ti dà il consiglio giusto, adatto a te. Altre mancanze poi possono segnare la strada: la mancanza d’amore, la mancanza di senso.

Le mancanze sono anelli che si congiungono e formano una catena che imprigiona la libertà morale dell’individuo, soprattutto se tra di essi manca l’anello della punizione. Non una punizione qualsiasi e a qualunque costo. La punizione giusta, adeguata allo sbaglio, comminata al momento giusto e da una persona amata. Una punizione che sia pena, che porti dentro di sé il concetto del risarcimento e del dolore provato da chi la subisce ma anche da chi la commina.

Solo da una punizione così scaturisce il senso morale, il concetto di giusto e sbagliato, il maggior avvicinamento possibile tra legge e giustizia, insomma l’introiezione della giustificazione della pena a garanzia del rispetto del diritto. Se questo non accade la sofferenza dilaga e nella percezione del soggetto diventa legittimazione ai suoi abusi e quasi viatico per il suo percorso deviante.

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Le parole sono pietre o fiori

Al Gruppo della Trasgressione ognuno può parlare. Le parole a volte sono pietre, altre fiori, comunque producono un effetto e bisogna tenerne conto. A volte vengono dette parole emblematiche, vengono pronunciati interventi paradigmatici, vengono proposte testimonianze di un’interiorità che si svela e che non vuole essere profanata.

Chi riceve una fragilità di solito la protegge. Proteggere dà una bella sensazione, dà forza, gratifica. Ogni volta che questo accade si crea un legame fra chi rivela se stesso e chi ascolta. Ma tutto ciò non mette al riparo da possibili fraintendimenti; non è detto che tale legame non venga vissuto come un giogo e non è detto che in tutti sia presente la capacità e la voglia di comprendere e accudire ciò che gli altri dicono.

Le parole non hanno sempre la stessa valenza per chi ascolta, molto dipende da chi le pronuncia e dal ruolo che ha. Un insegnante, per esempio, non si può permettere leggerezze; ciò che dice sedimenta nelle coscienze degli allievi e diviene potenzialmente lievito. E’ così anche nel rapporto fra genitori e figli.

Di certo una guida quando parla deve scegliere con cura le parole perché le parole di una guida hanno un peso diverso; in generale le parole hanno un peso maggiore quando chi ascolta è in una condizione di bisogno. Alle volte ci si sente incompresi, poco accuditi, traditi. La condizione di bisogno rende vulnerabili.

Per la guida, quando parla e quando ascolta, l’onestà è necessaria. La guida può sbagliare ma non può essere in malafede, deve essere sincera, pur se non sempre è in grado di trovare risposte alle domande. E comunque ci sono domande che forse sono destinate a rimanere senza risposta.

Letteratura, punizione e vergogna

Ascoltare le testimonianze dei tossicodipendenti mi ha ricordato il romanzo di Stevenson “Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde”
Nel romanzo, un rispettabile dottore della Londra benestante di fine secolo XIX inizia ad assumere una sostanza a titolo sperimentale, per vedere “l’effetto che fa”, come scherzosamente recita una popolare canzone di Jannacci e molto più macabramente la cronaca dei giorni scorsi sul delitto Varani a Roma.

Ma, iniziata per essere studiata scientificamente, l’assunzione della sostanza sfugge di mano al dottor Jekyll, che a un certo punto, anche senza più volerlo, si trasforma nell’essere ripugnante e senza freni morali che la sostanza risveglia in lui. Ciò lo porterà alla morte, ma ancor prima all’abdicazione di sé.

Il romanzo viene scritto in epoca vittoriana, in cui la moralità viene perseguita ad ogni costo fino a diventare un’ossessione, al punto da rivestire tavoli e sedie fino a terra in quanto le gambe degli stessi potevano essere percepite come simboli fallici. La rigidità delle regole cui attenersi genera una pressione tale da suscitare insofferenza e stimolare il desiderio di trasgredire e di vivere più liberamente. Il personaggio simbolo di tale moralità è mister Utterson, il legale, uomo ligio e ordinato per eccellenza, ma non privo di tentazioni cui talvolta indulge.

Le due anime che albergano nel dottore, Jekyll e Hyde, sono entrambe percepite come trasgressive dal perbenismo della società vittoriana. Infatti, anche il dottor Jekyll ha impulsi trasgressivi, pur se il più delle volte tenuti a freno.

Uno degli aspetti salienti, nel romanzo, è che la trasgressione viene messa in atto da uno scienziato, a scopo di studio. E non è un aspetto da poco, perché ben rappresenta il dibattito culturale che la diffusione del Positivismo aveva generato nella seconda metà del XIX secolo. Alcuni intellettuali, attribuendo alla scienza un primato culturale che fino a pochi anni prima era stato esclusivo appannaggio di una cultura religiosa e dogmatica e sui cui paradigmi si erano modellate la società e la morale vigente, si attirano le critiche di coloro che sono rimasti ancorati a una cultura tradizionale e che ritengono che la scienza non debba superare certi limiti, pena una punizione esemplare. Lo scienziato Jekyll, osando una sperimentazione oltre i limiti considerati consentiti, muore.

Su che cosa induce a riflettere il romanzo di Stevenson?

  1. Sul fatto che in ogni uomo ci sono componenti buone e cattive. La legge e la morale hanno il compito di tenerle a freno.
  2. Sul fatto che dare spazio alle componenti cattive può instaurare un meccanismo di progressivo potenziamento delle stesse a scapito delle buone, rompendo in modo irreversibile (?) l’equilibrio.
  3. Sul fatto che la caduta dei freni inibitori ad opera di strane sostanze libera nell’uomo comportamenti ancestrali senza che ci siano motivi o giustificazioni per metterli in atto. E così si assapora la crudeltà di un delitto completamente gratuito. E poi di nuovo. E poi ancora, e ancora.
  4. Sul fatto che i valori o i disvalori della cultura dominante svolgono un ruolo primario nell’indirizzare i comportamenti dell’essere umano, soprattutto se ancora giovane e in formazione.

Che cosa ricavare da queste riflessioni?
Comincerei col dire che le problematiche sollevate da Stevenson mantengono inalterata la loro validità anche ai giorni nostri. Alla luce delle testimonianze dei tossicodipendenti, pare che dare spazio al male effettivamente riduce spazio al bene e porta al potenziamento dell’uno e all’indebolimento dell’altro.

L’altra riflessione importante riguarda i freni di cui la società si serve per favorire un’armoniosa convivenza: la morale e la legge. Entrambe funzionano se, almeno in parte, vengono sollecitate da un’emozione umana di cui ultimamente si parla assai poco: la vergogna.

Che fine ha fatto la vergogna? Quella che dopo il morso al frutto proibito ha spinto Adamo ed Eva a coprirsi, loro che erano sempre stati beatamente nudi? Senza provare vergogna si può smettere un comportamento malvagio? E mi viene da pensare che, forse, il peccato originale sia importante non solo per la pretesa dell’uomo di divenire uguale a Dio appropriandosi della conoscenza, ma per insegnare che alla trasgressione fa seguito la vergogna. Oggigiorno non siamo più nell’Eden (ci siamo mai stati?), di trasgressioni se ne commettono tante ma non si sente parlare di vergogna. Perché non se ne parla? Perché la si cela o perché non la si prova? Credo che se la risposta fosse quest’ultima il genere umano avrebbe un problema.

L’altra direzione presa dalle mie riflessioni riguarda la punizione.
In molte testimonianze si legge che l’essere stati arrestati ha reso possibile un inizio di percorso di salvezza. Allora ciò che manca oggigiorno alla nostra società è la capacità di punire la mancanza commessa, nei tempi e nei modi adeguati.

La punizione è un argomento rovente. Ricordo molto bene che a scuola durante una discussione con gli allievi di una quarta (17 anni circa) a seguito delle lamentele dei docenti del consiglio di classe per un comportamento inappropriato durante la proiezione di un film nell’auditorium comunale, mi sono sentita chiedere: perché non ci punite?

Dunque è l’essere umano in formazione che sente la necessità di essere punito. Dunque è vero che porre delle asticelle da non superare serve, e che se vengono superate è opportuno punire. Se non si punisce, il livello della trasgressione aumenta e diventa incontrollabile, deleterio sia per l’individuo che per la società. Nella nostra società la certezza della pena è una chimera, nel nostro sistema scolastico la punizione non è usata o è usata in modo inappropriato, in famiglia sempre meno spesso accade che i genitori insegnino ai figli a far fronte alle proprie responsabilità e che li puniscano quando i loro comportamenti lo richiedano.

Anni di insegnamento hanno generato domande cui non è facile dare una risposta. Però ho maturato la ferma convinzione che un giovane in formazione ha bisogno, anche se non lo sa, di un punto di riferimento, di una figura con cui scontrarsi per scoprire se stesso, di una guida che lo aiuti a… rendere gli orizzonti meno vaghi, a individuare mete credibili raggiungibili con vie lineari e non contorte, a scegliere ideali che non si rivelino illusioni antiche e non risolte, a ricercare piaceri che non si riducano solo a gioie corte. A volte, quando si è giovani, tutto questo da soli non si riesce a farlo.

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Mi drogo per riempire il vuoto, ma più mi drogo e più mi svuoto

Per me che non ho mai fatto uso di sostanze e non ho mai provato il desiderio di farne uso è davvero difficile esprimere un’opinione originale al riguardo. Sono certa che la volontà abbia un ruolo determinante nel liberare la persona tossicodipendente, ma in qualche modo la volontà del tossicodipendente è inceppata. Per sbloccarla è necessario un aiuto esterno. Però, tale aiuto è a sua volta condizionato dalla volontà del tossicodipendente che, per accettarlo, si deve fidare.

Dunque la volontà e la fiducia sono due elementi fondamentali per uscirne. Credo di non sbagliarmi nell’affermare che uno appartiene alla sfera della razionalità e l’altro a quella delle emozioni, anche se non in termini assoluti. Infatti, l’esercizio della volontà, pur essendo un prodotto della sfera della ragione, non è esente da componenti e da condizionamenti emotivi e sentimentali, così come la fiducia, avvertita soprattutto a livello emotivo e sentimentale, non è esente da un processo razionale che ne legittima l’esistenza. L’intreccio è perverso. Come è pure perverso l’intreccio che si sviluppa nell’interazione tra droga come malattia e droga come scelta. Forse è lo stesso intreccio. Districarlo non è facile.

Ma perché si diventa tossicodipendenti? E qui mi si affaccia alla mente subito una parola: il vuoto. Forse dovrei dire che mi si affaccia alla mente un ricordo. Avevo appena cominciato a entrare a Bollate e tra i detenuti c’era Franco Legato. Un giorno, Legato mi disse: il dottor Aparo vuole che si portino testi per poterne parlare e per sviluppare riflessioni, ma io non posso portare un testo. Nella mia testa c’è il vuoto. Questa affermazione mi aveva fatto rabbrividire. E ieri nel dibattito è emersa più e più volte: “Mi drogo per riempire il vuoto”; “più mi drogo e più mi svuoto”.

La consapevolezza c’è, ma a quanto pare non basta per non cominciare e sicuramente non basta per uscirne. E allora ricordo anche quello che ieri ha detto Luciano per bocca di Tango: molti cominciano, perché sin da bambini vedono gente che si droga. Fa parte del panorama. E’ normale.

E allora, da ex insegnante, mi chiedo: Che responsabilità ha il contesto nell’indurre certi comportamenti, nel condurre a certe “scelte”? Possiamo ignorarlo se vogliamo affrontare il problema per risolverlo? Un’intera società si muove nella direzione quasi esclusiva del profitto. Educazione, nutrimento culturale e spirituale sono ormai opzionali quando non completamente sconosciuti o negletti. L’ignoranza riguarda anche il piano sentimentale e affettivo. Secondo me il piano sociale complica ulteriormente le cose, ma non può essere ignorato.

Nella mia pre-adolescenza e adolescenza mi sono molto annoiata, a volte mortalmente annoiata, ma non ho mai pensato, neanche per un attimo, che la soluzione potesse stare nella droga. Perché? Non credo sia una domanda banale, perché è la stessa che mi pongo quando di fronte alla responsabilità personale alcuni la esercitano e altri la negano, alcuni se l’assumono e altri la disertano.

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