Il Transfert

Trasferire, Tradurre, Trasformare

Il transfert può essere inteso come la riattivazione inconsapevole, nel rapporto con una persona del presente, di emozioni, desideri, fantasie e modalità relazionali appartenenti al passato. L’individuo tende così ad attribuire all’altro caratteristiche e significati legati a figure importanti della propria storia, spesso risalenti all’infanzia, riproponendo nel rapporto attuale aspettative e comportamenti già sperimentati nelle relazioni precedenti (Freud, 1901b).

Durante l’incontro di oggi, nel carcere di Opera, è emersa la proposta di dedicare un convegno al tema del transfert (grazie a uno scritto di Domenico), coinvolgendo direttamente le persone detenute, gli studenti delle scuole e delle università, i tirocinanti, i magistrati e gli operatori penitenziari.

Il transfert può essere inteso, in una prima e semplice definizione, come un trasferimento: sentimenti, modelli relazionali ed esperienze del passato vengono portati nel presente e attribuiti, spesso inconsapevolmente, a un’altra persona.

Ciascuno di noi conserva dentro di sé contenuti problematici che non sempre è riuscito a comprendere ed elaborare. Sono nuclei di dolore, rabbia, paura, vissuti di abbandono che continuano a esercitare una spinta e cercano una possibilità di espressione. Quando non riusciamo a dare loro un significato, rischiamo di trasferirli sugli altri.

L’altro diventa allora lo schermo sul quale proiettiamo il nostro film: i nostri sentimenti, le esperienze vissute e le relazioni che hanno contribuito a formarci. Non incontriamo più soltanto la persona che abbiamo davanti, ma anche le figure del nostro passato.

Un figlio che ha vissuto una relazione difficile con il padre può cercare, nelle relazioni successive, qualcuno che ne assuma inconsapevolmente il ruolo. Può trasformare un insegnante, un educatore, un partner o un terapeuta nel persecutore dal quale si aspetta di essere nuovamente ferito. Attraverso i propri comportamenti può persino spingere l’altro a rispondere secondo quel modello, ottenendo così la conferma di ciò che già credeva: “Gli altri mi rifiutano”, “Gli altri mi abbandonano”, “Gli altri vogliono punirmi”. In questo modo il “modello relazionale” originario si ripete, (Aparo).

Il transfert, tuttavia, non riguarda soltanto il trasferire. Richiama anche la necessità di tradurre. Chi soffre ha bisogno di incontrare qualcuno capace di aiutarlo a comprendere ciò che da solo non riesce ancora a pensare. Ha bisogno di un traduttore della propria realtà emotiva (Riccardo). Se durante l’adolescenza non si incontra una persona capace di riconoscere e dare un nome ai vissuti, il dolore può rimanere privo di parole. Ciò che non viene tradotto e digerito rischia allora di essere “vomitato” sugli altri. La sofferenza, non potendo diventare pensiero, può trasformarsi in aggressione (Francesco).

Il bullismo può rappresentare una delle espressioni di questo processo: per non essere nuovamente l’aggredito, il ragazzo diventa l’aggressore. Si identifica con chi lo ha ferito e si comporta come il proprio offensore. Anche alcuni comportamenti devianti possono nascere da un meccanismo simile: il dolore subito viene trasferito su un’altra persona, che finisce per diventare la vittima di una storia alla quale originariamente non apparteneva (Aparo).

Questo non significa sostenere che tutti i detenuti siano stati abbandonati o che ogni reato sia una conseguenza automatica della sofferenza. L’abbandono, la paura e la rabbia possono essere alcuni degli ingredienti, ma non costituiscono una spiegazione sufficiente della devianza e, soprattutto, non cancellano la responsabilità individuale. Comprendere il transfert non significa giustificare il reato. Significa domandarsi che cosa sia stato trasferito sulla vittima, quale esperienza sia stata ripetuta e in che modo un antico dolore abbia contribuito a orientare una scelta.

La domanda non è soltanto: “Che cosa ho subito?”, ma anche: “Che cosa ne ho fatto?” Sentirsi esclusivamente vittime può proteggere temporaneamente dalla sofferenza, ma non permette di affrontarla. “Ho subito io” non può diventare una risposta definitiva al dolore e nemmeno una giustificazione per quello provocato agli altri. Diventa allora necessario ricostruire la propria storia e riconoscere i sentimenti che hanno accompagnato le scelte devianti (Beatrice).

Il passaggio fondamentale consiste nel trasformare il dolore, da forza che determina inconsapevolmente il comportamento, in esperienza che può essere pensata, riconosciuta e orientata. In questa prospettiva, il Gruppo della Trasgressione può assumere la funzione di un traduttore. Attraverso il confronto con gli altri, la persona detenuta può dare parole ai propri vissuti, riconoscere i modelli relazionali che tende a riprodurre e comprendere come questi abbiano inciso sulla sua storia e sulle sue azioni.

Il gruppo non pensa al posto della persona, ma la aiuta a entrare in contatto con ciò che fino a quel momento non è riuscita a pensare. Non offre una spiegazione consolatoria, ma apre uno spazio nel quale la sofferenza può essere trasformata in consapevolezza e la consapevolezza può diventare responsabilità.

Da queste riflessioni nasce l’ipotesi di un convegno sul transfert nel quale siano proprio le persone detenute a interrogarsi e a raccontare come i propri vissuti siano stati trasferiti sugli altri. Il loro compito non sarebbe quello di proporre definizioni teoriche, ma di partire dalla propria esperienza e affrontare alcune domande:

  • “Quale dolore non sono riuscito a riconoscere?”
  • “Su chi l’ho trasferito?”
  • “Di chi o di che cosa avrei avuto bisogno per non trasgredire?”
  • “Come hanno influito sulla mia condotta i modelli relazionali appresi durante l’infanzia e l’adolescenza?”
  • “Che cosa posso fare oggi con ciò che ho compreso?”

Il convegno potrebbe diventare uno spazio di riflessione condivisa tra carcere e società. Le persone detenute avrebbero la possibilità di trasformare la propria esperienza in uno strumento di conoscenza; gli studenti e i cittadini potrebbero comprendere più profondamente alcuni processi che contribuiscono alla devianza (Aparo).

Anche la società, infatti, deve imparare a riconoscere non soltanto il reato commesso, ma il cambiamento eventualmente compiuto dalla persona. Per farlo ha bisogno di strumenti che le permettano di comprendere la complessità del percorso umano, senza confondere la comprensione con l’assoluzione.

Il transfert può così diventare un passaggio: dal trasferire inconsapevolmente il proprio dolore sugli altri al tradurlo in pensiero; dal ripetere una relazione al comprenderla; dal sentirsi determinati dalla propria storia alla possibilità di assumersene la responsabilità. Il passato non può essere cambiato. Può però essere riconosciuto, tradotto e ridisegnato, affinché il soggetto non sia più costretto a rieditarlo come un regista che replica all’infinito un incubo che non ricorda di aver sognato.

Lara Giovanelli

L’intervista a Lara Giovanelli

Riflessioni sull’intervista con Lara Giovanelli
a DELITTO E CASTIGO su GIORNALE RADIO

L’intervista a Lara Giovanelli consegna a chi ascolta il suo recente percorso di trasformazione umana e professionale, stimolato in buona misura dall’incontro con il Gruppo della Trasgressione.

Lara, consulente aziendale e psicologa, racconta come il suo tirocinio nel contesto carcerario si sia trasformato in una vera rivoluzione interiore, spostando il suo focus dall’organizzazione del lavoro alla comprensione della devianza intesa, non già come etichetta, ma come fenomeno clinico e umano. All’inizio l’impatto col carcere e con i detenuti è stato per lei destabilizzante, al punto da farle temere di non poterne reggere la complessità, ma con il tempo Lara ha sviluppato una resilienza che le permette oggi di porsi in un ascolto attivo e profondo delle storie “sbagliate” dei detenuti.

Il lavoro del Gruppo si distingue per la sua lentezza e per la capacità di portare bellezza e cultura in carcere, strumenti ritenuti indispensabili per generare libertà interiore e consapevolezza.

Lara descrive il suo ruolo come quello di uno “strumento utile” alla prevenzione e al reinserimento, sottolineando come atti concreti di fiducia, come accompagnare personalmente un detenuto in radio (Ignazio Marrone), siano fondamentali per abbattere le barriere del pregiudizio e dell’indifferenza.

L’aspetto che più mi ha colpito in questo scambio è la distinzione che si fa tra l’autorità che impone e la guida che ispira. Mi affascina l’idea che la legalità non debba essere insegnata attraverso il timore della sanzione, ma “seducendo” l’individuo verso il piacere della partecipazione sociale. È un concetto potente, trasformare la norma da un limite esterno a un’esigenza interna dell’individuo. In un mondo che spesso corre verso soluzioni punitive e sbrigative, l’elogio della lentezza e dell’empatia proposto da Lara e dal Prof ci ricorda che il vero cambiamento richiede tempo e, soprattutto, la capacità di vedere l’uomo oltre l’errore commesso.

Posso comprendere le parole di Lara quando dice che è stato destabilizzante all’inizio. Durante i primi incontri col gruppo io mi sentivo quasi inutile rispetto alla portata delle storie dei detenuti. Ma con il tempo ho capito che anche con le parole più semplici si può aiutare a stare meglio. I detenuti sono persone come tutti, non hanno bisogno di essere trattati con i guanti, necessitato uno stile comunicativo diretto e incisivo, come quello del Prof.

Questo percorso arricchisce tutte le persone che partecipano: noi esterni, in quanto le parole dei detenuti sono nutrienti per vedere le cose da un altro punto di vista, e loro, che si devono sentire accolti e non giudicati da noi. E’ un rapporto grazie al quale ci si influenza e ci si arricchisce a vicenda con i contenuti e con le emozioni che ogni volta nascono al tavolo del gruppo.

Sofia Pellini

L’intervista a Lara GiovanelliLe Interviste di Delitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

Un caldo giovedì in carcere

In un torrido giovedì di giugno, lo spazio X del carcere di Bollate si è trasformato in un luogo in cui raccontare i nostri ricordi d’infanzia. Tra la mia storia del nonno e del limone, i pomodori di Sasà, i toscanini di Ubaldo e la pentola e la gallina di Agostino, persino Eleonora, giovane tirocinante in psicologia, non ha trattenuto le lacrime ricordando la nonna Matilde,  le sue frittelle e gli gnocchi preparati insieme durante la sua felice infanzia.

In quell’ambiente denso di calore estivo, degli adulti sono tornati per un momento bambini e riaperto il cassetto degli affetti, hanno viaggiato a ritroso nel tempo. È una magia, è la dinamica trasformativa che si respira al Gruppo della Trasgressione, dove l’uomo ritrova la sua centralità, spogliandosi della sola veste di delinquente.

Ma questo approccio clinico, il “metodo Aparo”, contrasta con la visione chiara del mandato rieducativo previsto dalla nostra Costituzione e ripreso dalla legge dell’Ordinamento Penitenziario? Il dubbio, volutamente provocatorio, è se non li si stia trattando “troppo” da esseri umani e “poco” da soggetti antisociali pericolosi. Trattarli da esseri umani mette in pericolo la sicurezza sociale?

Io penso di no. Lavorare sulle emozioni della persona in carcere non è un romantico cedimento, ma la premessa su cui dovremmo fondare la vera osservazione della personalità, perché solo riconoscendo l’essere umano si può favorire un’assunzione di responsabilità. La stessa giustizia riparativa passa attraverso la comprensione umana e chiede che chi ha commesso un reato arrivi a riconoscere il dolore e l’umanità dell’altro; non c’è indagine sulle “cause del disadattamento sociale” che non passi attraverso l’esplorazione profonda e clinica del vissuto umano.

Penso che la fredda teoria dei manuali, se svuotata della comprensione umana, non porti a una vera rieducazione, ma solo a una sterile adesione formale alle regole. Come ci ricorda il Professor Aparo, il lavoro del Gruppo non si concentra sull’educazione alla legalità, ma sull’educazione alla moralità. Spostando lo sguardo dal reato al compito di lavorare insieme alla persona detenuta, affinché quest’ultima possa capire quali stati d’animo e quali sentimenti viveva quando per commettere l’abuso sull’altro (non solo un reato come articolo del codice pensale) disconosceva la proria prossimità con la vittima. Noi del Gruppo ci muoviamo su un terreno che punta alla costruzione e alla coltivazione di una relazione autentica ed è in questa atmosfera emotiva che il detenuto smette di difendersi, abbandona le logiche proiettive e inizia a fare i conti con sé stesso.

Proprio in quello spazio X ho trovato la risposta al colloquio di martedì scorso, maturando una consapevolezza liberatoria; io non sono fatta per ricoprire quel ruolo, e va bene così. Se l’inquadramento istituzionale impone griglie, confini e distanze in cui non mi riconosco, l’idoneità necessaria a portare avanti il lavoro del Gruppo della Trasgressione richiede l’esatto opposto. È un’idoneità che non si valuta su un modulo, ma che risiede tutta nella capacità di restare in quella stanza, di reggere l’urto delle emozioni e di credere, ostinatamente, che dietro ogni reato continui a esistere una persona.

18/06/2026                                                                                                                                                                      Lara Giovanelli

Marisa e Antonio a Delitto e Castigo

Marisa e Antonio poco prima dell’intervista

Marisa: Per vincere il male, per vincere l’insensibilità di quelle persone che hanno commesso reati anche gravissimi, la soluzione non è quella di isolarli all’interno di un penitenziario, non è quella di punirli. È importante sforzarsi di capire da dove arriva la loro sofferenza. Il dialogo permette di avvicinare il bene e il male, gli opposti che nel loro intrecciarsi generano vita, amore, consapevolezza, coscienza e dunque la possibilità di trasformarsi. 

Marcella, figlia di Marisa, scrive alla figlia prima di venire uccisa:
Ti insegnerò a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio e che in ogni uomo troverai un’altra te

Antonio: Conoscere Marisa mi ha fatto rinascere, sentirle raccontare il suo dolore ha riacceso il mio e ha fatto raffiorare dentro di me un sentimento che avevo sepolto, il senso di colpa.

Antonio: La fragilità oggi per me è la vera forza dell’uomo, prima era solo segno di debolezza.

Si sta per iniziare

Juri:

  • Molte delle persone che commettono reati, per far quadrare i propri conti, sostengono che chi si accontenta di un modesto stipendio a fine mese è una persona che non ha il coraggio di rischiare le conseguenze cui va incontro chi commette una rapina.
  • Le prime volte che siedono al tavolo del gruppo, molti detenuti raccontano a se stessi che il rischio che si corre nella pratica del reato è il prezzo che autorizza a intascare il bottino.
  • Il reato non è soltanto un appropriarsi del bene dell’altro, è anche un affidare all’altro la fragilità che non si è in grado di sostenere.
  • Il rancore è la corteccia che ci si costruisce addosso per annettersi i diritti che la persona si sente negati dal mondo esterno.
  • Lavorare sul guscio del senso di onnipotenza permette a chi ci si rifugia dentro di riappropriarsi della propria fragilità e di riaprirsi alla vita.

Dopo al bar: Marisa Fiorani, Piero Invidia, Antonio Tango, Max RIgano, Juri Aparo

Nel corso della puntata:

  • L’incontro tra vittime e detenuti aumenta consapevolezza e responsabilità più della sola repressione.
  • Il dialogo rimuove  le maschere, riordina l’identità emotiva di chi siede allo stesso tavolo e trasforma gradualmente lo “straniero” in “prossimo”.
  • Lavorare sul rancore scioglie il guscio protettivo che impedisce il riconoscimento dell’altro.
  • La giustizia riparativa emerge quando l’autore evolve verso cittadinanza che non produce più dolore.
  • Il benessere cresce quando le persone sono riconosciute, amate e dotate di una funzione utile alla comunità.
  • Liberarsi da vendetta e pregiudizio riapre la possibilità di ricostruire legami e vedere nell’altro un “altro sé”.
  • Forse un giorno il “Gruppo della Trasgressione” verrà riconosciuto come modello utile per il recupero del condannato nelle procedure del DAP.

L’intervista di Marisa e AntonioDelitto e Castigo: Tutte le Interviste

Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva e l’amore che resiste

È estate. Fa caldo, ma non caldissimo. Il mese preciso non lo ricordo. Ho sette anni, mia nonna è in cucina intenta a lavare i piatti. Il nonno è uscito dalla piccola casa per raggiungere la panca posta a sinistra del cortile, sotto il tetto. È sua abitudine, dopo pranzo, concedersi un pisolino, dice che aiuta la digestione. La nonna, senza smettere di sciacquare i piatti, si volta e ci raccomanda, a me e a mia sorella, di non fare rumore, per non svegliare il nonno.

Io però non mi curo delle sue raccomandazioni. La curiosità mi spinge altrove e, senza esitazione, mi dirigo verso l’orto, che è anche un giardino. La recinzione, una cancellata nera, lo protegge dalla strada vicina e sulle sue punte, come minuscole sentinelle, riposano le libellule. Sono tante, ogni punta ne ospita una. Mia sorella e io le disturbiamo, insidiose, per osservarle da vicino. Mi affascinano i loro occhi, che sembrano seguire ogni mio minimo movimento. Le loro ali sottili e delicate sono così fragili che basta un tocco per rovinarle, condannandole a non volare mai più.

Cammino tra i diversi blocchi, vedo i pomodori da una parte, l’insalata e i ravanelli dall’altra. Al centro, un albero di albicocche domina il piccolo appezzamento con la sua presenza. Ci sono anche le piante di rose, le viole, il basilico, la salvia e tanto rosmarino. Sono rapita da odori, colori e suoni, sento di essere felice; ci sono mia sorella, le libellule, le rose e le albicocche. Ci sono anche i due setter inglesi di mio zio, bianchi con macchie marroni, rinchiusi nel loro serraglio ombreggiato. Poco distante, galline bianche e un gallo, i produttori delle uova che mia nonna spesso mi invita a mangiare, convinta che mi faranno crescere bene.

Sperimentando il mondo, l’orto e il giardino, all’improvviso adocchio il nonno, di cui mi ero completamente dimenticata. Dorme all’ombra. Decido di andare da lui. Cammino a piedi scalzi sui sassi che separano la casa dall’orto. Le piccole pietre rotonde mi bruciano le piante dei piedi e mi costringono a correre più veloce per alleviare il dolore. Mi avvicino, il nonno ha la testa reclinata all’indietro, appoggiata al muro, le mani intrecciate sotto al cuore. È un ometto non molto alto, magro, ha un problema a un piede che lo costringe a una camminata zoppicante. Ama prendere appunti mentre guarda la televisione, annotandoli su “Tv Sorrisi e Canzoni”. Sarà da lui che imparerò l’abitudine di trascrivere frasi e parole che non conosco e che voglio ricordare.

Lo osservo per qualche istante. La bocca, rilassata e leggermente aperta, emette un leggero suono. Mia sorella è accanto a me. Lo guardiamo e ridiamo di gusto, coprendoci la bocca con la mano per non farci scoprire.

All’improvviso, mi attraversa un’idea. Corro in casa, ritrovo il bicchiere con cui il nonno ha bevuto a pranzo e prendo quello che cercavo, un mezzo limone già strizzato.

Lo afferro. Sono eccitata, quasi frenetica, spinta dall’urgenza di mettere in atto la mia fantasia. Ignoro le suppliche di mia sorella maggiore che, intuito quello che sto per fare, mi implora con preoccupazione di non farlo. Mi avvicino al nonno addormentato, salgo con un ginocchio sulla panca, cerco un appoggio stabile e strizzo con decisione il mezzo limone all’interno della sua bocca. Il succo rimasto basta per svegliarlo di soprassalto e farlo tossire. Visibilmente spaventato, si rivolge a me con parole di rimprovero.

Sono colpita. Rimango ferita, la sua reazione mi sembra ingiusta. Non ci penso due volte, afferro la bicicletta, ordino a mia sorella di fare lo stesso e ci lanciamo verso casa, pedalando a tutta velocità. Io davanti e lei dietro. Sei o sette minuti, non di più, ci separano dalla casa dei nonni.

Mamma è appena rientrata dal lavoro, papà non c’è. Non dico nulla, ma lei intuisce che sono arrabbiata. Poco dopo, il campanello suona, è il nonno, Armando. Chiede dove sono, è preoccupato ed è venuto ad accertarsi che io sia tornata e che stia bene.

Casa di Reclusione di Milano-Opera, 03-settembre-2025

Lara

Racconti al tavolo del gruppo

 

Il nonno, il limone, la bambina

Il nonno, il limone, la bambina cattiva…
e l’amore che resiste

Estate, la nonna in cucina
Il nonno riposa sotto il tetto con la testa reclina
Corro nell’orto, scalza sui sassi roventi
Nei miei ricordi i giorni contenti

Tra pomodori, ravanelli e albicocche,
rido e gioco con mia sorella
a tormentare eleganti e delicate libellule.

Colori, odori e suoni
non bastano a dimenticare il sonno del nonno.

Ero bambina cattiva,
con in mano un mezzo limone,
che strinsi ridendo sulla bocca ignara.

Il succo aspro sveglia il silenzio.
Il vecchio si spaventa per lo scherzo crudele
e mi rimprovera con ogni suo mezzo.

Scappo e pedalo a catena
dalla colpa giovane che stringo in mano
e con il cuore che sprofonda in pena.

Ero bambina cattiva,
con in mano un mezzo limone,
che strinsi ridendo sulla bocca ignara.

Il campanello suona affannato
arriva il nonno preoccupato
per la nipote ribelle
Il limone è già dimenticato

Ero bambina cattiva
con in mano un mezzo limone
che strinsi ridendo sulla bocca ignara

Ma il nonno è venuto a cercarmi

Lara Giovanelli

Racconti al tavolo del gruppo

Gli altri raccontano di sé e io capisco me stesso

L’impatto che ho avuto la prima volta con il carcere credo di averlo già un po’ scritto, ma sarò più dettagliato. La prima emozione è stata di paura, non sapevo cosa mi sarebbe successo, se essere picchiato dagli agenti stessi o dai detenuti per il reato commesso. Durante il tragitto per arrivare al carcere capii subito che era un posto isolato, ai margini della società.

Credo che il carcere sia il posto peggiore dove stare se si vuole stare soli. Appena arrivati, all’interno del carcere notai subito il cancello chiudersi e la realtà divisa in due pezzi: da una parte la felicità, come una foto di una spiaggia paradisiaca; dalla parte, dove ero io, non era una spiaggia ma una struttura cupa, piena di povertà e tristezza.

Entrato, dopo le pratiche di burocrazia, fui controllato, spogliato e dovetti fare persino dei piegamenti come se avessi qualcosa da nascondere, pur se la mia situazione era nota. In pratica, sin dall’inizio ti tolgono dignità e se chiedi spiegazioni la risposta è sempre la stessa, in primis dicono che è la normativa.

Una volta conclusa questa fase, fui spostato nel reparto di osservazione, furono giorni di desolazione con un logoramento interiore. In quei giorni mi frullava in testa un unico chiodo fisso cioè l’unica via di fuga per il mio pentimento; pur perso nella desolazione, escogitai, se così si può definire, un piano per il raggiungimento del mio scopo, il suicidio. Non sapendo neppure cosa fossero gli psicofarmaci, me li feci prescrivere in modo da averli per poi prenderli tutti; aspettai il giorno decisivo.

Quella sera, aspettai che le guardie facessero il giro e cercai di sfuggire agli sguardi del mio compagno di cella, Quando si spensero le luci mi rifugiai in bagno, iniziai a versare lacrime di disperazione e allo stesso tempo anche di liberazione: finalmente sarebbe finito tutto, tutto il dolore che avevo causato. Presi coraggio mandando giù le pillole e feci una corda, ma si spezzò. Subito dopo giunse l’appuntato che si accorse di tutto, anche delle lettere di addio che avevo scritto prima.

Sfortunatamente per me, il destino, la fortuna o qualcuno dall’alto, aveva deciso che non era il mio momento. Dopo quel fatto, qualche giorno dopo l’isolamento, fui trasferito a San Vittore. Ormai non prendevo in considerazione la possibilità di un riscatto positivo, tanto che anche qui, all’inizio, non pensavo ad altro che a tagliarmi le vene con una lametta da barba. Continuai a passare le notti in lacrime ma stranamente non avevo più il coraggio di suicidarmi.

Nel nuovo carcere trovai una serenità, era strano per me concepire di apparire un “detenuto modello” dopo quello che avevo causato, credo che abbia giocato a mio favore il fatto di essere sincero con me stesso e con gli altri.

A questo punto vengo a contatto con volontari, educatori e psicologi che ogni volta che guardavano i miei documenti, la mia storia, intravvedevo nei loro occhi dello sconcerto, mi guardavano come se si chiedessero “ma davvero ha fatto questo” e, anche se non era verbalizzato dentro di me, scavavo una buca ancora più profonda.

Ma la spinta determinante a intraprendere un percorso è nata dalla mia partecipazione a moltissime attività, con l’ascolto di tante persone diverse e con la voglia di riempire il mio bagaglio, di acquisire termini, concetti, ragionamenti e argomenti su cui poi riflettere. Non solo la mia conoscenza si sarebbe ampliata ma anche le mie relazioni ne avrebbero avuto un giovamento.

È stato il confronto con il gruppo “a farmi capire” che per andare davvero fino in fondo non sarei potuto sfuggire dal fare i conti con me stesso. Ancora non ne ero consapevole, ma quello è stato l‘inizio del percorso di cambiamento di me stesso. Ogni volta che nel gruppo si racconta di qualcosa di Sé, prendo più coraggio e capisco qualcosa in più sul mio passato.

Hamadi El Makkaui

Reparto La CHIAMATA

No, non c’è tradimento!

San Vittore 16/02/2023

Ascolto con attenzione i contributi dell’eterogeneo gruppo che si riunisce tutti i giovedì al nascente reparto LA CHIAMATA e constato che tutte le idee vengono scambiate, confrontate, criticate, tanto che io dubito spesso anche delle mie.

Tuttavia, quando il prof. Aparo ha aperto l’incontro di giovedì scorso a San Vittore, chiedendo ai presenti se chi s’interessa del benessere della persona condannata stia tradendo i famigliari della vittima o se occuparsi della sofferenza di chi ha commesso un omicidio equivalga a ignorare la disperazione della figlia e della moglie della vittima, ho sentito dentro di me una risposta certa: “No, non c’è alcun tradimento!

Anche se l’argomento è complesso e doloroso, non posso rinunciare a tentare di capire la relazione lega l’uomo al criminale, non posso credere che sto trascurando la vittima quando cerco di scoprire dov’è andata l’umanità di chi è stato carnefice.

Mi avvicino alla persona detenuta, sentendo la necessità di rintracciare quali siano i fattori che hanno contribuito a farlo scivolare verso l’assenza da se stesso. E mi preoccupa che siamo in pochi a volerlo fare, a voler capire cosa succede all’uomo. Sento nei racconti dei detenuti la mancanza di qualcosa di cui, invece, mi sembra che noi tutti abbiamo bisogno. E al gruppo si cerca di continuo cos’è: qualcosa che prima c’era? Che non c’è mai stato?

Pur considerando che la figura dei genitori ha un ruolo centrale nella costruzione della personalità dell’adolescente, mi chiedo come abbiano fatto molti giovani a sopravvivere a infanzie infelici con genitori disattenti o assenti e a contesti degradanti, senza per questo autorizzare se stessi all’abuso, senza ricorrere a “soluzioni” devianti.

Comprendere perché alcune persone soccombono e altre sopravvivono in ambienti in cui si vivono le stesse difficoltà, rappresenta un terreno di studio molto interessante per noi componenti del Gruppo della Trasgressione. La direzione che il degrado ambientale e le difficoltà familiari imprimono ai sentimenti e alle scelte dell’individuo non è automatica! Diversamente, come si spiegherebbe che nello stesso nucleo famigliare un figlio prende la strada della devianza e l’atro no?

Mi sembra quindi importante cercare di approfondire cosa sente il giovane deviante, osservare il modo in cui egli reagisce alla frustrazione, quale lettura egli dà degli eventi e delle relazioni che vive, quale impasto si produce nella sua affettività, tale da portarlo al reato.

Quanto più ragiono su questi aspetti, tanto più mi rendo conto degli effetti terapeutici del Gruppo della Trasgressione sulle persone che lo frequentano e del metodo con cui viene perseguito l’obiettivo del reinserimento sociale della persona detenuta. Per questo mi sembra indispensabile sgrovigliare i nodi che compongono i bisogni psicologici dell’autore di reato e ottenere informazioni utili a impostare progetti e operazioni d’intervento.

L’avvicinamento a chi ha operato l’offesa e la sua responsabilizzazione in progetti collettivi sono certamente gli strumenti migliori per contrastare il ripetersi dell’abuso: “Capire cosa induce alla condotta antisociale non è un tradimento nei confronti della vittima, è piuttosto una ricerca di quell’umanità che era stata progressivamente defenestrata lungo il complesso percorso che ha portato all’episodio criminoso” (Aparo, San Vittore, 16/02/2023).

Lara Giovanelli

Reparto LA CHIAMATAIncontri con i familiari delle vittime

Un campo d’azione

Interdipendenza non somiglianza
Una prova di coraggio verso il cambiamento

Molti giovani adulti rinchiusi in carcere non hanno veramente avuto un’adolescenza. Per questa ragione, c’è bisogno di riunire il maggior numero di risorse possibili per il reparto “LA CHIAMATA”, che immagino come un campo d’azione e una prova di coraggio verso il cambiamento.

Gruppo operativo
Composto da persone capaci di stabilire un contatto con i giovani adulti, che tengano conto delle difficoltà presenti nella crescita umana, in funzione di una pratica educativa che prediliga la comprensione e la relazione, piuttosto che programmi e schemi rigidi.

Contesto
L’ambiente deve suggerire una nuova opportunità di relazione con il giovane. Secondo la teoria di Winnicott (1984), l’atto antisociale è una manifestazione di speranza, un tentativo di chiedere aiuto al mondo degli adulti. Per questo penso a un ambiente fisico e psichico che restituisca voce alla speranza attraverso un costante dialogo e una continua relazione con il giovane, per contenere l’emergere di sentimenti di sfiducia che lo possano indurre a disinvestire sul proprio futuro.

Reclutamento agenti
Credo sia importante reclutare agenti di polizia penitenziaria fortemente motivati a contribuire al cambiamento della persona detenuta e a tollerare e comprendere la fragilità umana. È importante avere nel reparto agenti con una specifica formazione sui fattori che contribuiscono alla costruzione di un’identità criminale e su come contrastare il risentimento, la rabbia e gli atteggiamenti oppositivi, che in luoghi come il carcere sorgono facilmente nel giovane adulto.

Presenza di Peer Support
In aggiunta al lavoro dell’agente motivato e formato, credo sia necessaria la presenza in reparto di detenuti o ex detenuti membri del Gruppo della Trasgressione con lunga esperienza di detenzione. Questo per mantenere un equilibrio tra rigore (agente di polizia) e solidarietà (detenuto o ex detenuto) e per contribuire alla salvaguardia della fiducia e della salute mentale del giovane (che, appena fermato, immagino spaventato e disorientato).

Collegamento con la famiglia e psicofarmaci
Se tra le figure familiari fosse presente un parente “portatore sano d’amore”, incoraggerei frequenti colloqui con il giovane adulto. Inoltre, questo accudimento potrebbe sostituire gli psicofarmaci, “Vorrei essere aiutato a vivere, non a dormire. Vorrei non non mi venisse consigliato di prendere una terapia”, (detenuto, San Vittore, 12.01.2023). “Se si partecipa a un progetto non c’è bisogno di dormire. Il controllo non si ottiene con lo psicofarmaco ma con ruoli che permettano l’esercizio della responsabilità”, (Aparo, San Vittore, 12.01.2023).

Guide credibili e Progetti
Il miglioramento psichico del giovane adulto è raggiunto se l’adulto di riferimento è credibile e capace di attrarlo, senza forzature o imposizioni, con progetti nei quali il giovane possa ricoprire un ruolo significativo (esempio: scrivere pensieri, riflessioni su un certo argomento proposto). L’approccio, saldamente collaudato dal nostro Gruppo, permetterebbe al giovane di prendere, in regime di totale volontarietà e libertà, consapevolezza del suo mondo interiore, dei propri sentimenti e dei propri conflitti.

Contaminazione col mondo esterno
Appuntamenti periodici frequenti per offrire uno stabile “nutrimento culturale” all’interno del reparto. Preparazione di spettacoli teatrali e altre forme d’arte, laboratori che offrano occasioni di apprendimento e di crescita personale. Inviterei docenti universitari, studenti delle scuole superiori, studenti universitari, artisti ma soprattutto gente comune, volontari disponibili al confronto e alla riflessione, persone portatrici di normalità.

Interventi del mondo imprenditoriale
Nella mia vita il lavoro è stato sempre importante, mi ha aiutato in molti momenti di difficoltà e per me ha sempre rappresentato un progetto in cui esercitare ruolo e responsabilità. Per questo sono convinta che il mondo dell’imprenditoria debba essere coinvolto nel progetto del reparto. L’imprenditore ha un ruolo economico e sociale ed è responsabile della crescita della persona. Per questi motivi potrebbe contribuire all’ideazione di progetti nei quali i suoi dipendenti formino le competenze della persona detenuta e la preparino a ricoprire una posizione lavorativa alla sua scarcerazione. Questo per me rappresenta il vero reinserimento nella Società: se lavoro sono nel mondo.

Comunicazione
Viviamo nella società dell’informazione. Dunque, sfruttiamo al meglio queste tecnologie per creare spazi sociali di discussione, di conversazione tra persone detenute e cittadini della società civile, in uno scambio continuo di contenuti e di emozioni, così da mantenere viva nei giovani adulti la fiducia d’investire nel proprio futuro.

In conclusione,
un insieme di forze eterogenee, tutte dedicate a stimolare la creatività delle persone detenute affinché possano svolgere delle attività nelle quali riconoscersi, creare condotte di responsabilità e occasioni di apprendimento. Un camminare insieme con lo scopo di accompagnare il giovane alla consapevolezza dell’offesa procurata, nel suo percorso di costruzione di un’identità nuova e nel suo reinserimento nella società. Soccorrere il giovane adulto e contemporaneamente proteggere gli altri.

Lara Giovanelli, Angelo Aparo

Reparto LA CHIAMATA