Sisifo e i suoi archetipi

Nel cuore di Corinto, mentre la siccità piega la città, si svolge una vicenda che porta con sé temi familiari a ciascuno di noi. Al centro troviamo Sisifo, re di Corinto, impegnato in una disperata ricerca di salvezza per il suo popolo, mentre Asopo, dio delle acque, resta sordo a ogni supplica, rifiutandosi di porre fine al tormento della città, nonostante abbia il potere di farlo.

Nella sua indifferenza, Asopo incarna l’archetipo dell’autorità che ha smarrito la propria essenza: quella di nutrire, sostenere e promuovere la crescita. Mentre Corinto soffre la sete, egli si abbandona al piacere e alla sregolatezza, senza preoccuparsi di chi lo circonda.

Oltre che verso i mortali di Corinto, manifesta la medesima noncuranza verso la figlia: Egina; il loro legame è ridotto a un freddo scambio di doveri, e in questo deserto emotivo cresce la giovane, schiacciata da pretese paterne che non trovano riscontro né nell’affetto né nella guida.

La seduzione di Giove si manifesta ai suoi occhi come un miraggio di libertà senza vincoli, proposta irresistibile per chi, come lei, ha conosciuto solo il peso degli obblighi. Ed è proprio il comportamento sregolato all’insegna della ricerca di fuggevoli piaceri del padre a legittimare implicitamente la scelta di seguire Giove.

Ma la sua fuga con Giove rappresenta anche altro, non è solo un atto di ribellione: è la ricerca di riconoscimento e attenzione che il padre le ha sempre negato.

In questo intreccio di relazioni emerge Sisifo, acuto osservatore delle dinamiche in gioco. La sua astuzia trasforma l’informazione sulla seduzione di Egina in una potente arma di ricatto contro Asopo, ribaltando repentinamente gli equilibri di potere, portando il Dio in una posizione vulnerabile di fronte al mortale.

Ma proprio nel momento del trionfo Sisifo rivela la propria fragilità. Non pago di aver ottenuto l’acqua per la sua città, esige l’umiliazione di Asopo. Il desiderio di vedere una divinità in ginocchio tradisce un’esigenza di affermazione che oltrepassa la necessità pratica, sconfinando nell’arroganza e nella brama di onnipotenza, che sarà poi causa della sua eterna pena.

La forza del mito di Sisifo risiede nella sua capacità di rispecchiare l’esperienza umana attraverso i secoli. Ogni personaggio incarna aspetti della natura umana ancora oggi attuali. Sisifo ed Egina rappresentano gli adolescenti di ogni epoca, alle prese con un’autorità – Asopo – che incarna le possibili degenerazioni del potere.

La loro risposta alla freddezza emotiva si manifesta in modi antitetici: in Sisifo, la rabbia esplode in un crescendo di rivalsa e sopraffazione, replicando inconsapevolmente la violenza subita. In Egina, rabbia e dolore implodono in un’autodistruttiva ricerca di libertà, che nasconde però nuove catene.

Queste dinamiche riflettono alcune delle diverse strategie con cui gli adolescenti in particolare possono affrontare un’autorità percepita come oppressiva o situazioni di sofferenza, di mancato riconoscimento: alcuni attraverso aperta ribellione o violenza, altri attraverso comportamenti autodistruttivi. Entrambi i casi sono manifestazioni della rabbia e del dolore generati dal disconoscimento dei loro bisogni.

Il mito, nella rivisitazione che ne propone il gruppo, porta alla luce temi estremamente familiari, ed è difficile non riconoscersi o non riconoscere una passata versione di noi stessi, in almeno uno dei personaggi che lo costellano.

Questo processo di identificazione va oltre il semplice rispecchiamento: diventa un’occasione per validare le proprie esperienze emotive e comprendere che certi vissuti, spesso percepiti come profondamente personali e isolati, sono in realtà parte della comune esperienza umana.

Il linguaggio simbolico crea uno spazio interpretativo dove ognuno può trovare significati personali: le figure di Sisifo, Egina e Asopo diventano archetipi attraverso cui esplorare dinamiche universali nella relazione tra genitori e figli, insegnanti e studenti.

L’aver portato la rappresentazione e la discussione di alcuni aspetti del mito all’istituto della Fondazione Clerici assume una funzione particolarmente pregnante, dato il suo rivolgersi a una comunità educativa.

Per gli studenti, offre un modo per elaborare e dare voce alle proprie esperienze di conflitto con l’autorità (e non), dando espressione alla complessità delle loro emozioni e cercando di dare un significato alle loro reazioni. Attraverso le figure di Sisifo ed Egina, possono riconoscere la propria rabbia e sofferenza, i propri impulsi di ribellione e autodistruzione, comprendendone meglio le origini e le possibili conseguenze su di sé e sugli altri.

Ma anche per gli insegnanti, il mito presenta una potente riflessione sulla natura dell’autorità educativa. La figura di Asopo serve da monito sulle conseguenze di un potere esercitato attraverso la mera forza e l’indifferenza emotiva, e sottolinea come le gerarchie basate esclusivamente sul potere formale siano intrinsecamente fragili e destinate al fallimento.

Anna Bigotti

Il mito di Sisifo

Anime Salve, Concerto

Il concerto è un omaggio a Libera per i 30 anni dalla sua fondazione e per i tanti risultati fino a oggi raggiunti. Tra questi, anche il contributo degli ultimi anni alla evoluzione dei detenuti del Gruppo della Trasgressione.

Nel corso della serata, alcune delle più note canzoni di Fabrizio De André, arrangiate ed eseguite dalla Trsg.band, vengono accompagnate da interventi di componenti di Libera, di detenuti del Gruppo della Trasgressione e da contributi di magistrati e operatori del settore, professionisti e studenti che contribuiscono a rendere il carcere palestra di cultura e di emancipazione e non semplice luogo di restrizione della libertà.

Per lo spettacolo del 24/03 le prenontazioni sono chiuse. Il prossimo concerto della Trsg.band e del Gruppo della Trasgressione sarà al teatro Da Silva di Rho, il 16 maggio.

Se volete, potete scrivere a associazione@trasgressione.net, lasciare il vostro nome e cognome e la richiesta per essere inseriti nella mail list del Gruppo della Trasgressione.


Istruire una prossimità

La lacerazione dovuta a una grave perdita affettiva, giunta traumaticamente e senza una comprensibile ragione, per potere essere tollerata, deve diventare seme di una storia: il terremoto non ha volontà, traumatizza, ma non chiude i sopravvissuti nella prigione dell’odio; quando la morte viene determinata da una mano assassina, invece, i parenti più stretti della vittima rischiano di rimanere chiusi per molti anni nella gabbia di un odio permanente verso l’omicida.

Per potere sopportare la perdita del congiunto e uscire dalla loro prigione personale, i familiari della vittima hanno bisogno che la volontà dell’omicida cambi direzione. Ma perché questo processo possa essere avviato, occorre la ricostruzione di una storia che, di fatto, non conosce nemmeno il carnefice, se non nei suoi risvolti più superficiali e comunque non nei nodi che sono all’origine delle sue scelte; occorre una storia che conduca chi ha commesso l’abuso e chi lo ha subito alla libertà di entrare in relazione con l’altro.

La serata del 24 marzo e le iniziative che ne deriveranno rispondono allo scopo di avviare un percorso di riconoscimento reciproco fra chi ha prodotto e chi ha subito l’abuso e questo per permettere a entrambi di uscire contemporaneamente da due ergastoli invalidanti: quello del detenuto che si sente vittima dello stato e quello del familiare della vittima, che a volte rimane per tutta la vita prigioniero del proprio rancore.

Le canzoni di Fabrizio De André e la serata del 24 marzo sono una scintilla per istruire una prossimità, per attivare emozioni e riflessioni che aiutino a riconoscersi e a superare due ergastoli.

Juri Aparo

La Trsg.band – Istruire una prossimità – Inverno

 

Rami e radici del Gruppo Trsg

Il Gruppo della Trasgressione è una realtà che ha radici nel quarantennale lavoro del Dottor Angelo Aparo e rami nei molteplici progetti che da decenni vengono proposti su tutto il territorio di Milano e, da poco, anche di Monza..

L’energia che nutre questo gruppo di collaboratori, volontari, cittadini, detenuti, persone che hanno completato la detenzione, studenti e tirocinanti – per quello che io ho intimamente sentito nella mia esperienza personale – sgorga dalla visione di un mondo in cui la trasgressione, da semplice agito individuale, diventa oggetto di riflessione collettiva e carburante per procedere verso mete condivise.

Tre sono i rami su cui ho avuto modo di arrampicarmi per vedere la strada che si sta costruendo verso questa visione: il lavoro in carcere, il lavoro a scuola e il lavoro di coordinamento del gruppo e di confronto tra i membri. Oltre a concerti, conferenze e iniziative in collaborazione con gli enti del territorio.

Lavorare sulla trasgressione risponde quindi allo scopo di intervenire fattivamente:

  • sulla prevenzione della devianza – con il lavoro con i bambini e i ragazzi;
  • sulla rieducazione del detenuto in carcere;
  • sul supporto delle persone di nuovo libere al mantenimento dello status riacquisito;
  • sulla formazione degli studenti in tirocinio.

Se la prevenzione della devianza è un’attività relativamente facile da immaginare anche senza esperienza diretta, la rieducazione e il supporto per chi ha vissuto la detenzione non sono assolutamente un’attività banale.

La mia esperienza in carcere è iniziata a ottobre presso la casa circondariale di San Vittore con gli incontri settimanali “Un amico controcorrente”, rivolti ai detenuti e partecipati dai membri esterni del gruppo.
Gli incontri non hanno una partecipazione del tutto stabile, data dalla natura stessa del tipo di detenzione prevista dall’istituto, e le modalità di relazione tra i partecipanti sono dinamiche: letture degli scritti autografi dei detenuti, interpretazione di brevi “scenette” costruite sulla base di idee nate da temi lanciati dal Dottor Aparo, discussioni su questi stessi temi e condivisione di riflessioni personali sul proprio passato, sul presente o sul futuro, fino al commento su canzoni di Fabrizio De André.

Durante gli incontri cui ho partecipato ci sono state molte discussioni in particolare sulla paternità, sul rancore e sul timore per l’avvicinarsi della vita da persona libera.

Ho avuto modo di ascoltare tante storie personali: padri che soffrivano della lontananza dai figli o che riflettevano sulle proprie competenze educative e quindi anche su quelle dimostrate dai loro stessi genitori; ho ascoltato uomini che avevano paura di loro stessi, perché in carcere avevano avuto modo di scoprire che la loro libertà poteva rappresentare un pericolo per la società. Storie di violenza fisica ed emotiva, di infanzie danneggiate da chi le doveva proteggere, di carenze educative, di dipendenze e di fragilità che hanno concesso al rancore e all’arroganza di prendere il sopravvento.

Nell’ultimo incontro a cui ho partecipato prima di scrivere questa relazione, il Dottor Aparo ha invitato me e tutte le altre colleghe presenti a condividere il nostro pensiero col gruppo, ma devo essere sincera: sono stata molto felice che un detenuto avesse voglia di prendere la parola al posto mio, perché non avrei avuto le parole.

Cosa posso dire io a queste persone? Come posso parlare io a loro se non dall’alto dei miei “successi”? Della mia vita adeguata, della mia famiglia adeguata, del mio matrimonio adeguato… Mi sono sentita inutile, frivola e privilegiata.

Ho cercato per tutta la settimana di dare un senso alla mia presenza e alla responsabilità che sentivo a riguardo. Ho provato allora a dare una possibilità al fatto che non è egoicamente la mia presenza a dare un senso al gruppo, ma il gruppo a dare un senso alla mia presenza. Non sono le mie parole ad avere rilevanza, ma sono le parole di tutti che insieme creano qualcosa che ha senso ascoltare. Il gruppo è tale se avviene “insieme” e quando siamo insieme possiamo contemporaneamente prendere e dare, nutrire e essere nutriti, come cellule di un unico organismo.

In questa riflessione ho anche trovato il senso del modo che ha il gruppo di presentare sé stesso: come un insieme di pari, senza distinzioni di dentro o fuori dal carcere, con o senza la laurea, giovani o vecchi, cittadini o detenuti.

Ed è proprio in questo cammino condiviso, fatto di ascolto, confronto e crescita reciproca, che il Gruppo della Trasgressione trova la sua forza più autentica: non nel raggiungimento immediato della meta, ma nella costruzione collettiva di un percorso che dia valore a ogni passo e a ogni voce, rendendo ciascuno parte rilevante del cambiamento.

Scrivo questa relazione in un momento di grande gioia: ho partecipato a una riunione del gruppo in cui per la prima volta ho visto fuori dal carcere una persona che ho conosciuto mentre era detenuta a San Vittore. C’è vita, c’è speranza.

Neva Ganzerla

Relazioni di tirocinio

Alla ricerca del padre

“Alla ricerca del padre” – Un percorso dentro e fuori dal carcere di San Vittore

Convinti sempre più della necessità di sperimentare percorsi innovativi volti sia alla prevenzione sia a percorsi riparativi, abbiamo pensato di coinvolgere attivamente anche un pezzo importante di società fuori dal carcere, rappresentata da padri con figli pre-adolescenti e adolescenti che non abbiano però incontrato traiettorie esistenziali devianti.

📆 due incontri fuori dal carcere: mart. 18.2.25 e mart. 4.3.25 (dalle 20.30 alle 22.45)
📆 un possibile incontro dentro/fuori il carcere: merc. 19.3.25 (dalle 17.00 alle 19.00)
📆 due incontri dentro il carcere: sab. 12.4.25 e sab. 10.5.25 (dalle 14.00 alle 17.00)

CERCHIAMO 15 PADRI, CON FIGLI DAI 13 AI 18 ANNI, CHE ACCETTINO LA SFIDA
– di ricercare dentro sé stessi il senso più profondo della propria paternità
– di mettersi in discussione, confrontandosi con altre esperienze genitoriali fuori dal carcere
– di mettersi in ascolto con figli di altri padri, dentro il carcere

Maggiori informazioni qui.

📻 Alexi Murdoch, Wait

“Obiettivo: ricercare dentro sé stessi il senso più profondo della propria paternità, mettendosi in discussione e confrontandosi con altre esperienze genitoriali, anche quelle dei figli di altri padri, dentro il carcere. E superare la logica che il fuori e il dentro li vuole separati a tutti i costi, qui i buoni e là i cattivi, qui chi si salva e là chi è perduto per sempre“: grazie a Viviana Daloiso ed Avvenire per aver colto appieno lo spirito che anima la proposta.

Grazie anche a Sara Zambotti, Massimo Cirri e a tutta la redazione di RAIRadio2 Caterpillar per lo spazio che avete voluto dedicarci nel promuovere questo nostro nuovo progetto (puntata del 24 gennaio 2025):

Abbiamo ricevuto oltre 20 candidature: grazie anche ai padri con figlie e figli di età inferiore ai 13 anni (speriamo di avervi con noi per prossimi progetti futuri).

18 padri
2 psicoterapeuti, Ondina Greco e Angelo Aparo,  che li accompagneranno nel loro percorso fuori e dentro il carcere di San Vittore
1 posto vuoto, che in questo cerchio così inedito quanto visionario sarà occupato da chi ci aiuterà a tenere buona traccia della nostra rotta, cercando di moltiplicarne i punti di arrivo

Prima di metterci tutti in cammino, grazie anche ai Direttori Giacinto Siciliano ed Elisabetta Palù, insieme al Provveditore regionale Maria Milano.

ALCUNE BUONE LETTURE SUL TEMA:
Lev Tolstòj, Denaro falso, 1903-1905
Alberto Pellai, Da uomo a padre, 2019
Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio, 2023
Matteo Bussola, La neve in fondo al mare, 2024

Eccoci, alla ricerca del padre

My father’s eyes

Alla ricerca del padre – day 1

Viaggio nel tempo

Alla ricerca del padre – day 15

Le radici che non ho scelto

Il nostro Daimon

Lettere ai nostri figli per la festa del papà

La diretta di Rai RADIO2 Caterpillar del 19 marzo 2025, dall’aula bunker del carcere di San Vittore.

L’articolo di Viviana Daloiso del 19 marzo 2025 per Avvenire

Siamo noi che scriviamo le lettere

La mia valigia

La risposta alla colpa tra passato e futuro

Colpa e pena secondo Google Maps

L’alba inattesa

 

Reparto LA CHIAMATA   –   Alla ricerca del padre

Il viaggio

Piccola goccia di pioggia
che stai tuffandoti tra le tue sorelle,
che da tempo nuotano nella Guadiàna.
Sarà per te un momento magico
la fine del lungo viaggio.

Capirai all’istante, per antico ricordo,
il sapore del sale che tanto amavi.
Lo riconoscerai nel farti oceano,
se saprai cogliere il felice momento di marea.
Impazzirai ritrovando quel difficile sapore di un tempo.

Cerca poi di andare nel profondo,
sfuggi per un po’ alla calura del sole, ti farebbe evaporare.
Goditi, invece, l’azzurra immensità di Atlantide.
Riprenderai il viaggio quando sarai stanca di oziare
tra il soffio del vento sulle creste dell’onda
ed il gioco lunare delle maree.

Buon lungo bagno, piccola goccia di pioggia.                                                          

Guido Podestà

Poesie

Tutti sono colpevoli per tutti

Rancore è una malattia dell’animo; la si soffre perché il rancore non consente all’animo di respirare. È una malattia infettiva, perché il contagio sembra non aver fine, paragonabile ad una epidemia globale che coinvolge (in un modo o in un altro, in un momento o in un altro) tutti o quasi. Tutti sono colpevoli per tutti, leggiamo ne “I fratelli Karamazov”.

Ma ci può essere una cura?
Forse, ma la cura è molto più difficile e, per certi versi, più penosa della malattia stessa. La cura è individuale e quindi discende da una scelta individuale. Ed è talmente faticoso il percorso.
Ragion per cui molti oppongono un rifiuto assoluto e si radicalizzano nella affermazione, nella rivendicazione di un diritto a mantenere in cuore il proprio rancore. Ne discende che non praticano la cura e, soffrendo, si arrovellano nella malattia che si aggrava.

Ma quale, alla fine, potrebbe essere la cura? La cura è il perdono, in primo luogo il perdono di sé. Cosa che non significa assolversi, liberarsi della colpa e della pena. Ma prenderne coscienza.

Non significa annullare la responsabilità dei sentimenti, dei gesti, degli atti compiuti o suggeriti. Significa accertare, nella propria coscienza, anche le cause, i torti subiti, i problemi creati e gli errori commessi.

Ma se tutti siamo colpevoli per tutti ed io arrivo al perdono di me stesso, dopo aver esaminato i fatti ed essermene assunto la quota di responsabilità, dovrò agire di conseguenza e compiere lo stesso percorso, questa volta in direzione di chi suscita in me tanto rancore.

Senza assolvere a priori colui o coloro che hanno suscitato in me tale stato d’animo, dovrò arrivare, anche senza esprimerlo (se dovesse rivelarsi troppo difficile il farlo), al perdono.

 

RANCORE

La belva da dentro, feroce, ti rode,
offusca la vista, la mente corrode.
Rancore, dell’anima è malattia,
infetta la vita, la rende follia.

Contagia e ammorba davver ogni cosa,
nessuno ne è esente, la morte ne è sposa.
Se non si combatte la belva assassina,
produce gli effetti di una vera tossina.

Tutti colpevoli lo sono per tutti.
Vivon di odio, disseminan lutti.
Ma di tal morbo, può esservi cura?
Difficil, penosa, la strada è insicura.

La cura è il perdono, in primis di sé:
mai assolti, colpa e pena restan con te.
Ne prendi coscienza, la scelta è sol tua,
la rotta è già persa, l’onda schianta la prua.

A tale percorso ognuno si oppone,
Rifiuto assoluto e rivendicazione
di un tuo diritto a preservare il rancore
e intanto la belva, dentro, ti sbrana il cuore.

Resti responsabile dei tuoi sentimenti,
dei gesti, degli atti, dei tanti infingimenti.
Scruta nell’anima, scava nella tua coscienza,
accerta cause e torti subiti, con precisa cadenza.

Se tutti siam colpevoli per tutti
ed se arrivi al perdono di te, tra i flutti,
ti sei assunto la tua quota di responsabilità,
ora liberati dalla belva e giudica con equità.

Riprendi lo stesso percorso, con coerenza,
questa volta hai di fronte chi rovina la tua esistenza.
Ti sei inerpicato su un sentiero scosceso,
ma alla fine, col perdono di te, sei ridisceso.

Senza dover assolvere a priori alcuno,
sentiti ora libero, perché sei unico e uno
e per la forza che non ti è ancora sfuggita
giungi alla fine del rancore e riprenditi la vita

Guido Podestà

Materiali per Denaro Falso

Abbiamo trovato 9 classi (di licei ma anche di istituti professionali) per dare forma – dentro le mura del carcere di Opera e Bollate – ad una singolare ricerca sul delitto e le sue molteplici conseguenze, dialogando insieme a chi ne ha già commessi parecchi e chi ne ha subiti alcuni.

Dopo la nostra lettera di invito, ecco le candidature che sono state accettate:

II G liceo classico (Tito Livo, Milano)
III liceo delle scienze umane (B. Melzi, Legnano)
III liceo socio economico (B. Melzi, Legnano)
IV A liceo scientifico sportivo (Leone XIII, Milano)
IV A liceo delle scienze applicate (E. Torricelli, Milano)
IV C liceo delle scienze applicate (E. Torricelli, Milano)
IV B istituto tecnico informatico (E. Torricelli, Milano)
IV G liceo scientifico (Einstein, Milano)
V istituto professionale per la sanità e l’assistenza sociale (B. Melzi, Legnano)

Il 19 marzo è venuta a trovarci, al carcere di Opera, la giornalista Diletta Giuffrida di skytg24. Qui uno spezzone del suo raccontro:

L’incontro di restituzione pubblico dei risultati della nostra ricerca si è tenuto mercoledì 28 maggio 2025, dalle ore 16,30 alle ore 19.30, nell’ aula 211 della Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono – in collaborazione con il progetto carcere della Università Statale.

Ringraziamo RadioRadicale per aver garantito la copertura audio/video integrale dell’incontro, visibile qui.

Tale incontro è stato  preceduto da un laboratorio a numero chiuso per gli studenti universitari che si è tenuto presso l’Università degli Studi di Milano (aula 433 – 5 maggio 2025 dalle 17.00 alle 19.00).

A seguire i materiali della nostra ricerca (ulteriori informazioni anche sulla pagina Instagram de “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine”):

Diari dell’esperienza al carcere di Opera

Il giro di boa

Denaro Falso col Leone XIII

Denaro falso e il peso delle scelte

Un’occasione per riflettere

In ogni azione il nostro futuro

Dove sta la ragione?

  • i 9 personaggi principali del racconto:

Fjòdor Michàjlovic Sonkòvinikov

Mitja

Màchin

Jevghènij Michàjlovic

Ivàn Mirònov

Stjepàn Pelaghèjuskin

Màrja Semjònovna

Il sarto del villaggio

Natàlja Ivànovna

INDICE GENERALE DI DENARO FALSO

Una bussola nuova in famiglia

Il rancore è quel sentimento che ci logora e ci mangia dentro, è il fuoco che brucia l’anima per qualcosa che abbiamo subito, può essere un torto, una mancanza, un abbandono volontario o involontario da parte di una persona che per noi può essere cara.

Il rancore in me si è acceso quando ero ancora  piccolo e avevo capito che mio padre mi aveva abbandonato e mia madre non mi dava né una carezza né un abbraccio.

L’unica persona che, con tutto il bene che mi voleva, dandomi valori, principi, da mangiare e tutto ciò che mi serviva per crescere, venne arrestato ed io ho provato l’abbandono più grande.

Quella persona è mio fratello, che oltre ad essere mio fratello è stato anche il padre che non ho avuto, dandomi amore e  protezione. Quando venne arrestato, dentro di me ho provato rabbia e rancore fortissimi verso le istituzioni: colui che davvero mi voleva bene mi era stato tolto.

Crescendo, ogni giorno che passava, davo da mangiare e facevo ingrassare quel rancore e, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a percorrere la strada che mi ha portato a commettere reati e, allo stesso tempo, a sentirmi orgoglioso di emulare quel fratello che sulla stessa strada si era fatto un nome.

Il tempo passa, cresco e con me cresce anche la portata dei reati, arrivando così ai primi fermi di polizia. Il rancore è sempre li, fermo come una fiamma accesa di una candela che brucia ma non si spegne e con la quale più e più volte mi sono scottato.

Sono sicuro che anche altri come me hanno dovuto mediare con i conflitti che abbiamo dentro di noi, per evitare di trasformare il rancore in voglia di  vendetta. Non è un compito facile, fa male perché dentro di te senti che vorresti esplodere, spaccare tutto, ma è l’unico modo per poter andare avanti.

Oggi ho 35 anni, sono padre di un ragazzo di 14 e su quel rancore sto lavorando, cercando di vedere tutto da prospettive diverse. Oggi cerco di rompere gli schemi e la corazza che mi ero creato per non mostrare le mie debolezze, di accettare giudizi e critiche, di far tesoro dei consigli, aprendomi e tirando fuori ciò che ho dentro senza vergogna, cosa che mi è sempre stata difficile. Ora so che la vergogna è la vita che facevo prima e non quella che ho deciso di intraprendere oggi.

Lavorare su me stesso è l’unica speranza che ho per spegnere la rabbia e il rancore che ho dentro e non c’è, secondo me, cura migliore se non quella di buttare fuori tutto per ricominciare da zero. Voglio che mio figlio sia orgoglioso del padre sano e pulito che sono oggi e non di quel padre che ha passato anni in galera, senza stargli vicino.

Non posso e non voglio più essere io il Sisifo che spinge il macigno pesante per tutta la vita, vivendo in un mondo duro, fatto di falsità, sofferenza e menefreghismo. Voglio essere un vero uomo, sincero, prima di tutto con me stesso, poi con gli altri. So benissimo che non si può cancellare il passato di una persona, ma penso che con buona volontà, costanza e con l’aiuto di persone sane, vere, che credono nel riscatto, la scalata verso la rinascita può essere molto meno faticosa.

Mirko Manna

Percorsi della devianza
Il diritto al rancore e il paradosso della mente ubriaca