L’altra giustizia possibile

Quanto coraggio ci vuole ad incontrare se stessi, quando tutto questo deve passare attraverso l’incontro con l’altro che ci ha ammazzato l’esistenza?

Credo di aver iniziato a pormi questa domanda solo 8 anni fa, accompagnando Marisa Fiorani, madre di Marcella di Levrano, uccisa dalla Sacra Corona Unita, ad un incontro al carcere di Opera con alcuni detenuti del Gruppo della Trasgressione, un tempo appartenenti alla criminalità mafiosa.

Prima, nella mia testa, abitava solo il ricordo di poche parole che un ragazzo mi confidò – in un campo profughi a Novo Mesto quando entrambi avevamo 22 anni – per cercare di spiegarmi cosa avesse provato ad uccidere un proprio simile. Avevo del resto affrontato tutto il percorso universitario incentrando la mia attenzione esclusivamente sul reo. E anche durante la tesi di laurea quello che mi aveva più appassionato, nella mia indagine presso il Tribunale per i Minorenni, era il dilemma di optare tra una giustizia rigorosamente punitiva, e pertanto definita paternalistica, e una che – in quanto più remissiva – era più simile ai tratti materni. Con una sintesi sicuramente oggi discutibile ma ancora viva nell’immaginario comune, avevo scelto di arruolarmi tra i fautori della prima tesi, salvo iniziare a ricredermi grazie a due eventi che come una benedizione hanno segnato profondamente, e quasi contestualmente, la mia esperienza di vita: essere diventato padre ed aver iniziato a camminare a fianco dei familiari delle vittime della criminalità organizzata.

Sono giganti, quest’ultimi, ai quali la vita ha lasciato in pegno – dopo la morte, per mano di altro essere umano, degli affetti più cari – un macigno di dolore, grande come una montagna. C’è stato un tempo, diverso per ciascuno di loro, durante il quale l’incontro con frammenti illuminati della Chiesa e della società civile ha offerto l’occasione per ricevere in dono scarponi e corde. Ma loro, quei doni, li hanno utilizzati non tanto per arrivare in cima alla montagna quanto per calarsi, ancora più in profondità, in quello che Dostoevskij definirebbe il sottosuolo dentro ciascuno di noi.

Come Margherita Asta, che proprio in un passaggio del nostro documentario “Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine” identifica l’esatto momento in cui ha iniziato a dare un senso alla morte dei suoi due fratelli gemelli: alla prima udienza del processo ai mandanti della strage di Pizzolungo, quando decise di ritrovare i tratti dei loro volti, sia pure trasfigurati, dentro lo squallore di un album fotografico. E proprio quel momento l’ha portata poi a voler incrociare anche il volto di chi, quei fratelli insieme a sua madre, aveva annientato per sempre.

Il coraggio delle donne non è, dunque, quello di affrontare il nemico in un campo di battaglia. Come voleva fare Giorgio Bazzega nell’alimentare la lista delle persone, legate all’uccisione di suo padre, che avrebbe dovuto – allo stesso modo – ammazzare. Fino a cambiare idea nell’incontro con Manlio Milani che era andato fino in Giappone perché voleva, lui invece, parlare con chi poteva essere responsabile della morte di sua moglie.

Prende forma, quel coraggio, con Daniela Marcone quando supera gli orizzonti di un dolore strettamente personale, e per questo necessariamente unico, per indicare con forza la necessità di costruire una memoria collettiva delle vittime delle mafie pugliesi.

Il coraggio delle donne passa dal saper fare i conti prima di tutto con i colori più scuri delle proprie emozioni, con quella loro capacità di saper dare a ciascuna di esse un nome esatto e, così, iniziare a lasciarsele dietro il cammino. Come Agnese Moro, in una delle pagine più dense del Libro dell’incontro, quando rilegge il referto dell’autopsia eseguita sul corpo di suo padre per essere certa di non averne tradito la memoria andando ad incontrare chi aveva contribuito ad ucciderlo.

Porta dentro di sé come elemento imprescindibile, il coraggio delle donne, il dono dell’accoglienza, capace – per loro stessa natura – di generare altra vita. E’ interessante che Paolo Setti Carraro abbia paragonato la sua esperienza di familiare di vittima di reato, attivo nei percorsi trattamentali in carcere, come simile alla attività di una ostetrica che aiuta – al più – a far nascere l’uomo dentro un criminale. Prendendolo per mano.

La giustizia riparativa ha bisogno delle mani di Marisa, Margherita, Daniela, Agnese e di tutte le altre donne che in tutti questi anni hanno tratto ispirazione dal loro coraggio. Ma ha bisogno anche delle mani di Manlio, Giorgio, Paolo e di tutti gli altri uomini che hanno deciso di scongelare il proprio dolore per provare a farne qualcosa di diverso.

Dentro di me e nella mia testa, ora, tutto torna: del resto Rembrandt regala alla sua più famosa immagine di accoglienza misericordiosa le mani di un uomo e di una donna.

Ma la giustizia riparativa ha bisogno che anche le nostre mani si uniscano alle loro: per accompagnare quella danza – come nel quadro di Matisse – affinché sia in grado di restituire un poco di senso a tutto questo sangue versato e, come in una trasfusione vitale, generare esperienze di pace.

[un estratto di questo contributo è stato pubblicato oggi su Avvenire, p. 4, a corredo di un intervista di Viviana Daloisio a Daniela Marcone dal titolo Fare pace con il dolore”. Daniela Marcone e le vittime di mafia]

Giustizia Riparativa

E’ ben strano tutto questo, Karamazov

«E’ ben strano tutto questo, Karamazov: tanto dolore, e poi ad un tratto saltano fuori con codeste frittelle! »

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, epilogo 

 

18.4.1964/24.6.1987/5.4.1990: in ricordo di Marcella Di Levrano e di tutte le altre vittime della criminalità organizzata

 “Oggi ha guardato sotto la sua camicia
e c’era una ferita nella carne, così profonda e larga.
Dalla ferita un fiore splendido cresceva
da qualche posto in profondità.
Si voltò a fronteggiare sua madre
per mostrarle la ferita

che nel petto gli bruciava come un marchio a fuoco.
Ma la spada che lo aveva squarciato
stava nelle mani di sua madre.

 […] Anche se la spada era la sua difesa
era la ferita stessa che gli avrebbe dato forza.
La forza di riplasmarsi nel momento della sua ora più buia.
«La ferita ti darà coraggio e dolore» gli disse
«Quel tipo di dolore che non puoi nascondere»

E dalla ferita un fiore splendido cresceva
da qualche posto in profondità.

Ogni giorno un altro miracolo
Solo la morte ci terrà separati
Nel sacrificare una vita per la tua
Sarei il sangue del cuore di Lazzaro”

Sting, The Lazarus heart

I Conflitti della famiglia Karamazov

Caterpillar Radio RAI2 19/03/24

Signori, presto ci separeremo. Per qualche tempo io sarò con i miei due fratelli, dei quali uno sarà deportato e l’altro giace malato, in pericolo di morte. Ma ben presto lascerò questa città e, forse, per molto tempo. Stringiamo un patto qui presso il macigno di IlJusa: che non ci dimenticheremo prima di tutto di Iljuseeka e poi l’uno dell’altro. E qualunque cosa ci accada in futuro nella vita, anche se non dovessimo incontrarci per i prossimi vent’anni, dobbiamo sempre continuare a ricordare il giorno in cui abbiamo sepolto il povero ragazzo, al quale in passato avevamo tirato i sassi presso il ponticello – ve lo ricordate?- e di come poi abbiamo tutti preso ad amarlo. E, per quanto possiamo essere impegnati in cose della massima importanza, per quanto possiamo avere ottenuto grandi onori o essere precipitati in qualche grande disgrazia, in nessun caso dobbiamo dimenticare di come siamo stati bene un tempo, qui tutti insieme, uniti da un sentimento così nobile e buono, che ha reso anche noi, per il periodo in cui abbiamo amato il povero ragazzo, migliori forse di quello che siamo in realtà.

Aleksej da I Fratelli Karamazov

I Conflitti della famiglia Karamazov

 

I Violini del mare contro l’indifferenza

Concerto Trsg.Band – 18/11/2023
Teatro della casa di reclusione di Milano-Opera

Come un’onda che risveglia le coscienze

Dal carcere di Milano-Opera e poi in giro per l’Italia, una serie di concerti che partono dalle parole di Don Luigi Ciotti (l’indifferenza nei confronti del male lo alimenta) e che, attraverso le canzoni di Fabrizio De André e gli interventi dei detenuti del Gruppo della Trasgressione, danno voce alla fragilità negata e all’importanza di riconoscerla come tratto che accomuna tutti gli uomini.

Le canzoni di Fabrizio De André vengono eseguite con gli arrangiamenti della Trsg.band e con alcuni degli strumenti ad arco che la liuteria de La Casa dello Spirito e delle Arti ha ricavato dal legno dei barconi dei migranti.

Ingresso gratuito; prenotazione obbligatoria entro il 10/11/2023.
Per prenotarsi, inviare fotocopia del proprio documento di identità a coord.liberamilano@gmail.com e ad associazione@trasgressione.net

I minorenni possono entrare solo se accompagnati da uno dei genitori o autorizzati  con una dichiarazione firmata da uno dei due.

Presentarsi all’ingresso del carcere di Opera alle 18:45. Per sveltire le operazioni di ingresso è meglio non avere con sé cellulari e oggetti elettronici.

Nei giorni immediatamente precedenti il concerto verrà pubblicata su questa stessa pagina la lista delle persone autorizzate.

Il canto dei barconi

Quello che ho visto e vissuto martedì 13 giugno dentro il teatro del carcere è stato per me una sostanza rivoluzionaria. La bellezza di questi progetti porta novità dentro il carcere e fuori. Le alleanze che si costruiscono portano sempre una crescita, per la società e per noi stessi.

Vedere sul palco Marisa Fiorani e sentire il suo dolore per la figlia uccisa dalla criminalità trasmette valore e coraggio, utile nella crescita di noi detenuti, e dà fiducia nel ritrovare un riscatto dal male che siamo stati. Una mamma, una donna, così piena di gioia e forte, crea un’alleanza che offre ad ognuno di noi detenuti l’opportunità di riflettere: costruire insieme sul dolore, per tirare fuori quel male che abbiamo prodotto, quel silenzio buio che vive dentro le carceri.

Anche Paolo, ogni volta che sento il suo racconto, mi porta a ricordare il passato. Ero adolescente e vivevo in Sicilia, era accaduto qualcosa di terribile a Palermo: l’omicidio del Generale Della Chiesa e della sua compagna, sorella di Paolo. Oggi Paolo dovrebbe odiarci, invece è qui con noi detenuti al teatro e si commuove con noi. Paolo è un componente del Gruppo della Trasgressione e averlo insieme a noi è un vero successo: allearmi con Paolo è significativo per il percorso che ho scelto e che voglio vivere, la legalità. Il contributo che posso dare a Paolo, alla sua famiglia e anche ai miei figli e futuri nipoti è riconoscere che il generale Della Chiesa e la sua compagna sono e saranno il simbolo della legalità. L’importante è capire i nostri sbagli e si può avere sempre una ripartenza. Il tempo che Paolo mette sul tavolo ci aiuta a stimolare la coscienza. Mentre noi raccontiamo il nostro passato deviante scopriamo chi siamo stati e di non fare più errori.

Anche Don Ciotti, con il suo linguaggio sicuro verso di noi detenuti, è stato emozionante. Le sue parole danno ricchezza al nostro cammino di vita, come questo progetto dedicato a quei barconi pieni di persone e bambini dispersi nei nostri mari e quei migranti che arrivano in cerca di un futuro. Doveva essere per loro un luogo di speranza; invece, è diventato un luogo di disperazione. Don Ciotti è meravigliato dalla trasformazione di quei barconi che sono stati recuperati nel mare: oggi sono qui a Opera, dentro al carcere, per far sì che quelle vite, perse sopra quei barconi per un futuro mai raggiunto, abbiano un riconoscimento per i sogni persi. Per dare dignità e speranza anche da vittime, quelle specie di zattere, quel legno da bruciare, è stato trasformato in un violoncello, donando anima e dignità alla loro memoria.

Ma cosa esce da quei violini? Una vera rinascita!  In teatro ho percepito qualcosa dentro al cuore, non avevo mai visto e sentito suonare uno strumento così da vicino, ma per me la novità è stata vedere il nostro Dott. Aparo seduto al centro del palco, pensieroso e in silenzio. Appena abbassa la testa e si mette a cantare “Marinella”, mi ha caricato i pensieri: non staccavo l’orecchio dalla sua voce.

Mi ha portato all’amore che ho perso, anche io, nella vita, ho provato a bussare a qualcosa che volevo rivedere; quella canzone l’ho ascoltata molte volte ma non ho mai sentito questa connessione. Questa volta ho dato valore e significato, pescando qualcosa da dentro di me: ero preso dalle parole, per cercare qualcosa che mi potesse appartenere e ritornare indietro a sistemare il mio passato. Marinella, la sua storia vera, mi ha coinvolto perché anche io sono partito per costruire dei sogni: lei costretta a fare la prostituta fino a perdere la vita; la mia prostituzione, diversa e di mia scelta, è stata per aumentare il denaro e il successo, fabbricando male per me e la società.

Ecco perché mi sono rimesso in gioco, la nostra vita e la rivoluzione del nostro cambiamento si nutre di quello che nel passato è stato un male per le persone e per noi stessi. Oggi faccio uso della coscienza, mi sono dato dei nuovi valori per essere utile e dare consistenza al mio cambiamento.

La bellezza e le risorse che offrono questi progetti e queste alleanze creano un’aria pulita, delle vere emozioni, come quel violoncello suonato dal ragazzo giapponese: era strano nei suoi movimenti, ma forte era la sua potenza. Si vede che lui ama tirare fuori dal violoncello quei suoni, io ho chiuso gli occhi e ho pensato a quegli uomini e bambini che hanno perso la  libertà e la  vita per cercare un futuro migliore.

Ignazio Marrone

I violini del mare contro l’indifferenza

Caro Don Luigi

Caro Don Luigi Ciotti,

quando ti ho sentito parlare guardavo intensamente il tuo viso e i tuoi occhi da vicino.

Parlavi di quei migranti disperati che scappano dalla guerra, dalle violenze o dalla dittatura e attraversano il mare con dei barconi vecchi, cercando una vita migliore. Parlavi della gente che guadagna soldi su questo, non capendo, o facendo finta di non capire, che quei barconi sono pericolosi, che affondano e che ci sono tanti bambini, donne incinte, ragazzi giovani e padri di famiglia che perdono la vita.

Il tuo discorso mi ha fatto tornare al mio passato, perché non si può dimenticare, nessuno può.

Io ho avuto la fortuna di conoscere Paolo Setti Carraro e Marisa Fiorani, che fanno parte del Gruppo della Trasgressione. Paolo ha perso sua sorella Emanuela e suo cognato, il Generale Carlo Alberto della Chiesa e Marisa Fiorani ha perso sua figlia Marcella. Quando ho sentito le loro storie sono rimasto senza parole per il male che ho causato.

Marisa Fiorani una volta mi disse: “Vito, vai sempre avanti, quando sento parlare di Lea, vedo un pezzo di mia figlia Marcella”. Marisa Fiorani mi è stata vicina nei momenti tristi.

Il giorno 13 giugno 2023, dopo lo spettacolo del Gruppo della Trasgressione e di Libera, al Teatro di Opera, sono andato a salutare Marisa e lei, quando mi ha visto, mi ha detto: “Vito, ma non ti vedevo!”, io le ho risposto che l’avevo vista quando era salita sul palco. Era contenta, mi ha preso per la mano come un bambino e mi ha fatto conoscere Don Ciotti.

Come ci siamo incontrati, ci siamo guardati e di istinto ci siamo abbracciati. È stato come se mi stesse abbracciando mio papà.

Mi ha chiesto come stavo, come mi trovavo e gli ho risposto che stavo bene, che mi aveva dato tanta forza e tante emozioni forti; gli ho detto che sono padre di tre figli e nonno di quattro nipotini e che vorrei dargli un abbraccio e un bacio e invece gli ho dato solo sofferenza e dolore.

Oggi penso che anche mia nipote Denise avrebbe potuto dare un abbraccio a sua madre, così come Lea avrebbe potuto abbracciare i suoi familiari. Penso al dolore e al male che ho creato togliendo a una figlia sua mamma.

Quando si fece il mio processo, vedevo l’Associazione Libera a tutte le udienze e mi chiedevo: “Ma questi cosa vogliono? Perché sono qui al mio processo?”. Li guardavo male. Poi ho saputo che era di parte civile ed io ero molto arrabbiato, gli dicevo di andare via. La vedevo come un’avversaria.

Quando c’è stata la prima sentenza e sono stato condannato, in aula c’era pure Don Ciotti. Lo guardavo con occhi diversi e gli dicevo: “Tu che sei un prete, cosa ci fai qua?”. C’era anche Marisa Fiorani, la prendevo a parole: “Ma perché non te ne vai?”, lei mi guardava, io mi mangiavo le caramelle e ridevo.

Dopo tutti questi anni di carcere, di sofferenza e di solitudine, ho riflettuto molto sul male e sul dolore che ho causato a Lea e alla sua famiglia, oggi ne sono consapevole e mi prendo la mia responsabilità.

Oggi sento sentimenti forti e prendo coscienza; oggi capisco perché Libera e Don Ciotti vennero al mio processo e fecero le manifestazioni e le fiaccolate contro la mafia e la violenza sulle donne e capisco perché aiutano i migranti che vengono nel nostro paese.

Oggi vedo Libera e Don Ciotti come una grande risorsa e li voglio ringraziare per il lavoro che fanno e per essere venuti al Carcere di Opera.

Ringrazio anche il Gruppo della Trasgressione, coordinato dal Dott. Aparo, che in questi anni mi sta aiutando molto, Marisa Fiorani e Paolo Setti Carraro che nel mio percorso mi sono stati vicino e sono due grandi stelle e infine l’Istituto di Opera che mi ha dato questa opportunità.

Chiedo scusa alla famiglia di Lea, a mia nipote Denise, alla mia famiglia e a tutta la società civile.

Vito Cosco

I violini del mare contro l’indifferenzaIncontri tra vittime e autori di reato

 

Sotto il testo originale di Vito Cosco

Rinascita e trasformazione

Egregio Dottore Aparo, frequento da poco il suo gruppo e il 13 giugno scorso ho potuto assistere allo spettacolo “I violini del mare contro l’indifferenza”.

Credo che il progetto che lei chiama “Gruppo della Trasgressione” sia qualcosa di eccezionale e penso che nemmeno lei si rende veramente conto di cosa ha creato, facendo sedere allo stesso tavolo vittime e carnefici. Quando vengo al corso e stringo la mano a una persona come il Dottor Paolo Setti Carraro avviene qualcosa che mai avrei creduto possibile nella mia vita.

 Il gruppo della trasgressione è una realtà che vive solo negli istituti di Milano e aggiungo che, se mentre ero detenuto in altri istituti mi fosse stato raccontato da altri l’esistenza di questo corso, non ci avrei creduto. E’ una realtà troppo difficile da immaginare per chi è detenuto altrove.

 L’evento del giorno 13 giugno è stato bellissimo, con vittime e carnefici allo stesso tavolo. Tutti gli interventi sono stati gradevoli e sentiti, ma quello che mi ha colpito di più è stato quello di Padre Ciotti, forse anche perché da lui non mi sarei aspettato (essendo padre Ciotti coordinatore dell’associazione Libera) parole cosi profonde e incoraggianti verso noi carnefici.

 Inoltre il nostro progetto punta sulla rinascita, sulla trasformazione e, proprio per questo, la presenza di uno strumento come il violoncello costruito con il legno proveniente dai barconi affondati è stata la ciliegina sulla torta.

Vedere con i propri occhi che il legno che in un primo momento ha dato morte alle persone è stato trasformato in strumenti musicali che regalano invece momenti di gioia, è meraviglioso e dimostra oggettivamente che il cambiamento è possibile.

Tra un intervento e l’altro, tra una canzone e l’altra, guardavo il violoncello e più di una volta ho pensato che, se c’è l’ha fatta il legno della barca a passare da strumento di morte a strumento di piacere, può farcela anche l’essere umano.

Oscar Pecorelli

  • Don Luigi Ciotti e Dori Ghezzi
Da Andrea Spinelli

I violini del mare contro l’indifferenza

Indifferenza e metamorfosi

Il giorno 13 giugno, presso il teatro del carcere di Opera di Milano, il gruppo della Trasgressione con la collaborazione della direzione del carcere, della Fondazione Casa delle Arti e dello Spirito, dell’associazione Libera, della Fondazione Fabrizio De André e del progetto “Lo strappo. Quattro chiacchiere sul crimine” ha tenuto un incontro intitolato “I violini del mare contro l’indifferenza“.

Due sono i concetti che hanno tracciato il filo rosso dell’intera serata: l’indifferenza e la metamorfosi.

L’indifferenza è neutralità, ostentata assenza di partecipazione ed interesse. L’indifferenza è oggi tra gli atteggiamenti preferiti della maggior parte dei consociati, soprattutto nei confronti del male. E così come c’è stata e ancora oggi persiste indifferenza verso migliaia di vittime dei naufragi, verso coloro che hanno perso la vita, ma non la speranza; così anche c’è e continua ad esserci indifferenza nei confronti del carcere, più precisamente, nei confronti dei ristretti, che lo popolano.

Proprio come i migranti, non hanno avuto la possibilità di scegliere dove nascere, così anche, molti detenuti hanno scelto la strada della criminalità, non avendo avuto la possibilità di sviluppare un pensiero e strategie d’azione diverse da quelle che purtroppo hanno tenuto. Eppure, dalle ceneri è sempre possibile risorgere. Anche i fatti irreversibili, come la morte, sia essa derivata da un naufragio o da un assassinio, possono conoscere sviluppi positivi.

Il maestro liutaio Enrico Allorto ci ha infatti insegnato che a volte “l’impossibile è possibile”. Nessuno credeva nella possibilità di recuperare il vecchio e inzuppato legno dei barconi, eppure, grazie alla speranza e dedizione di chi ci ha creduto, la stessa è stata lavorata e trasformata in strumenti musicali.

Questi strumenti oggi, non sono più mezzo di distruzione, ma di creazione. Creazione di unità e sintonia tra tutti coloro, che ascoltano i suoni emessi dal delicato tocco di chi li sa suonare.

In molti negano la possibilità di un cambiamento da parte dell’essere umano: “un uomo che ha ucciso, non potrà mai essere una persona normale”. E invece “l’impossibile è possibile”. Numerose sono le testimonianze di ex criminali, tra cui assassini e affiliati ad organizzazioni criminali a dimostrare che il cambiamento non è un’utopia, bensì realtà. Sono sufficienti gli stimoli, i luoghi, le parole e gli incontri con le persone giuste, affinché tutto ciò si realizzi.

L’obiettivo è quello di demistificare le narrazioni diffuse sulla realtà carceraria, narrazioni che provengono da parte degli indifferenti, da parte di chi il piede in carcere probabilmente non lo ha mai messo, lo sguardo verso un detenuto non l’ha mai rivolto, privandosi così della possibilità di scorgere dietro a quel “mostro”, un essere umano che ha sbagliato. Un essere umano che ha scelto il male, ma che è ancora in grado di scegliere il bene.

A tal proposito, è doveroso acquisire la consapevolezza che non esistono persone crudeli in assoluto, bensì persone che sbagliano, e che in quanto tali, non sono uno scarto da buttar via. In quest’ottica il carcere potrà essere l’occasione, che la vita non è stata in grado di dare a queste persone: una seconda possibilità, in cui attraverso lo studio, il dialogo e l’apprendimento di una professione nuova possono crearsi il loro spazio nel mondo.

Il carcere non deve mai rappresentare un parcheggio in cui attendere inermi, la soluzione privilegiata per eliminare dalla società il disagio, che non si vuole vedere e nemmeno risolvere.

Ecco, “i violini del mare contro l’indifferenza”, costituisce uno dei tanti progetti, che si inserisce in un percorso più ampio, necessario ad attuare un grande cambiamento, che richiede uno sforzo da parte dell’intera collettività, la quale non può rimanere neutrale, non può rimanere indifferente. Questo grande cambiamento, a cui si ambisce, potrà dirsi pienamente raggiunto, soltanto quando ciascun cittadino prenderà veramente consapevolezza di ciò che vuol dire vivere in un Paese democratico e si impegnerà nel diffondere e promuovere i valori su cui la democrazia si fonda, senza lasciare ai margini nessuno.

Per concludere con le parole del protagonista virtuale (Fabrizio de André) del progetto, bisognerebbe farsi “carico di interpretare il disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello”. E’ questa la missione di ciascun uomo che non vuole essere indifferente.

Giulia Varisco

  • Lucilla Andreucci
Da Andrea Spinelli

I violini del mare contro l’indifferenza

I violini del mare contro l’indifferenza

Il 21 marzo scorso, dal palco di piazza Duomo, don Luigi Ciotti, ricordando le vittime del naufragio di Cutro, ha lanciato anche un intenso messaggio contro l’indifferenza al male. Angelo Aparo e Silvio Di Gregorio hanno voluto rilanciare quel messaggio con un progetto che ha coinvolto rapidamente altri partner e che è stato presentato ad Opera il 13 giugno.

Partner del progetto sono:

  • Issei Watanabe con due suite di Bach al violoncello
  • Don Luigi Ciotti, presidente di Libera
  • Dori Ghezzi, presidente della Fondazione Fabrizio De André
  • Arnoldo Mosca Mondadori, presidente della Casa dello spirito e delle Arti
  • Enrico Allorto, maestro liutaio della liuteria del carcere di Opera
  • Lucilla Andreucci, referente e anima frizzante di Libera Milano
  • Francesco Cajani, co-autore de Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine
  • Cristina Cattaneo, Medico legale, Coordinatrice scientifica del MUSA
  • Paolo Setti Carraro e Marisa Fiorani, entrambi familiari di vittime della criminalità e ponti tra Libera e il Gruppo della Trasgressione
  • Juri Aparo con la Trsg.band e il Gruppo Trsg
  • Le canzoni di Fabrizio De André

Servizio RAI NEWS

E nulla perisce nell’immenso universo, credete a me, ma ogni cosa cambia e assume un aspetto nuovo (Ovidio, Metamorfosi)

La trasformazione è anche l’attività principe del Gruppo della Trasgressione, con i detenuti che avevano fatto del disconoscimento dell’altrui fragilità il proprio mestiere e che oggi, in collaborazione con le istituzioni e con i diversi componenti del gruppo, si impegnano per riconoscerla dentro di sé, nelle scuole e sul territorio.

Conversando con Raskol’nikov

Domani, 30 novembre 2022, avremo nel carcere di Opera l’ultimo dei 5 incontri su Delitto e Castigo. Stanno partecipando all’iniziativa ex criminali, studenti, docenti, magistrati, persone ferite dalla criminalità organizzata.

Servizio di Maria Chiara Grandis

Nella giornata conclusiva di domani, Francesco Cajani e io porremo a noi stessi e a tutte le persone che hanno contribuito all’iniziativa le seguenti domande:

  • Quali erano gli obiettivi dell’iniziativa?
  • Cosa abbiamo messo in tasca in queste 5 giornate?
  • Che uso personale possiamo farne?
  • Se si ritiene che ne valga la pena, cosa, in quali ambiti e con quali modalità rilanciare il lavoro su  Delitto e Castigo?

Nel cammino della scienza, è buona norma dichiarare con quali domande si va dentro un laboratorio ed è ancora più importante rendere pubblici i risultati e le risposte che, a seguito della ricerca, si pensa di avere ottenuto.

Credo che lo studio della devianza e gli interventi per prevenirla e curarla debbano essere trattati come una scienza. Se considero la portata dei danni economici e affettivi che la criminalità causa nella nostra società, trovo più che ragionevole assumere nei confronti della materia l’atteggiamento che qualsiasi ricercatore ha nei confronti di ciò di cui si occupa: Materiali, Variabili, Procedure di una ricerca devono essere resi pubblici per permettere a chi non c’era di verificare, criticare, ottimizzare, proporre alternative; in sintesi, contribuire alla evoluzione della conoscenza del problema e dei mezzi per trattarlo.

Pertanto, cari studenti di giurisprudenza, cari componenti del gruppo della trasgressione e cari professori, a conclusione del nostro viaggio tra eletti e pidocchi (io ondeggio fra le due categorie da sempre e cerco ancora oggi la mia alternativa al delirio di Raskol’nikov), visto che siamo entrati tutti nel laboratorio, per favore, facciamo ciascuno il resoconto della nostra esperienza, come si addice alle persone che frequentano i laboratori.


Da LPT Studio

Delitto e Castigo