Caterpillar Radio RAI2 19/03/24

Signori, presto ci separeremo. Per qualche tempo io sarò con i miei due fratelli, dei quali uno sarà deportato e l’altro giace malato, in pericolo di morte. Ma ben presto lascerò questa città e, forse, per molto tempo. Stringiamo un patto qui presso il macigno di IlJusa: che non ci dimenticheremo prima di tutto di Iljuseeka e poi l’uno dell’altro. E qualunque cosa ci accada in futuro nella vita, anche se non dovessimo incontrarci per i prossimi vent’anni, dobbiamo sempre continuare a ricordare il giorno in cui abbiamo sepolto il povero ragazzo, al quale in passato avevamo tirato i sassi presso il ponticello – ve lo ricordate?- e di come poi abbiamo tutti preso ad amarlo. E, per quanto possiamo essere impegnati in cose della massima importanza, per quanto possiamo avere ottenuto grandi onori o essere precipitati in qualche grande disgrazia, in nessun caso dobbiamo dimenticare di come siamo stati bene un tempo, qui tutti insieme, uniti da un sentimento così nobile e buono, che ha reso anche noi, per il periodo in cui abbiamo amato il povero ragazzo, migliori forse di quello che siamo in realtà.

Aleksej da I Fratelli Karamazov

I Conflitti della famiglia Karamazov

 

Il terreno di coltura del parricidio

I Fratelli Karamazov è un romanzo che parla di scelta, di libertà, di Dio, di esigenza di un’autorità, facendo emergere questi temi dalle relazioni tra i quattro fratelli e dal rapporto dei fratelli con il padre, Fedor.

Fedor è un uomo egoista, che passa la vita a pensare a sé scialacquando il denaro e cercando in ogni modo di incrementare il proprio capitale. Dal suo matrimonio con Adelaida nasce Dmitrij, primo dei quattro fratelli. La donna, però, scappa abbandonando il figlio che, trascurato anche dal padre, viene cresciuto prima dal servo Grigorij e poi da un cugino della madre.

Fedor si risposa quindi con un’altra donna, Sofija: da questo matrimonio nascono Ivàn e Aleksej. La donna muore però precocemente e i bambini, ignorati dal padre e anche loro cresciuti dal servo Grigorij, si trasferiscono poi dalla vedova tutrice di Sofija.

L’ultimo dei fratelli Karamazov è Smerdjakov, tenuto in casa come un servo in quanto frutto di una relazione di una notte tra Fedor e una serva.

I quattro fratelli sono molto diversi l’uno dall’altro, ma tutti condividono l’odio e la disistima nei confronti del padre, nonché la sensazione più o meno apertamente espressa di sentirsi in credito con lui.

Il primogenito Dmitrij è quello che più assomiglia al padre: è aggressivo, vizioso, casinista, superficiale, spende molti soldi e si indebita. Tuttavia, è meno viscido e cattivo rispetto a Fedor, e alle volte si mostra persino generoso. Egli si sente fortemente in credito nei confronti del padre, ed è in aperto conflitto con lui in quanto sa che il padre ha utilizzato i soldi dell’eredità materna per degli investimenti di cui non lo ha reso partecipe. Ad acuire il conflitto tra padre e figlio è il fatto che si innamorano della stessa donna, Grusenka. La rabbia di Dmitrij si traduce in aperta violenza – verbale e fisica – nei confronti di Fedor.

Ivan, secondogenito, è un uomo colto, intellettuale, filosofo e contestatore. Anche Ivan odia il padre, ma in modo meno “fragoroso” ed apertamente violento rispetto al fratello maggiore: l’odio di Ivan diventa pensiero. Ivan si professa ateo, ma ha un evidente bisogno di fede; riflette molto su Dio e sul tema della libertà, confrontandosi con il fratello Aleksej. Il forte bisogno di riflettere su questi temi è strettamente legato all’esperienza d’essere stato abbandonato dal padre. In particolare, Ivan si interroga sul tema della libertà, mettendo in luce una grande contraddizione: da un lato, l’uomo proclama di volere la libertà; dall’altro, ha bisogno di una guida, che necessariamente limita tale libertà in cambio di protezione e assistenza. Ivan ha bisogno di Dio e dell’infinito, ma lo rifiuta, e questa contraddizione lo fa soffrire: sostiene che senza l’eternità non possa esistere l’amore, che è possibile solo se si ha una guida che permetta di riconoscersi nell’altro, e soffre in quanto lui non ha avuto tale guida che gli permetta di amare.

Aleksej è un giovane che decide di entrare in convento per diventare prete. Anche lui è stato abbandonato dal padre e ha vissuto gli stessi traumi dei suoi fratelli; tuttavia, tramite la religione e la fede è in grado di trasformare l’odio in una ragione per elevarsi e perdonare, per migliorarsi. Gli altri fratelli si confidano con lui, grazie al suo atteggiamento accogliente e tollerante. In monastero, Aleksej si lega fortemente allo starec Zosima, che diventa per lui la guida e il punto di riferimento che Fedor non è riuscito ad essere: Aleksej è il prodotto dell’assenza di suo padre, la quale lo porta a ricercare un punto di riferimento in qualcuno che non è lui, sottraendosi dai conflitti e svincolandosi dal peso dell’odio.

Smerdjiakov prova un forte senso di rancore nei confronti del padre e dei fratelli, in quanto non viene riconosciuto come figlio, si sente respinto. A differenza degli altri, non esterna mai il suo odio nei confronti del padre, ma lo accumula internamente.

All’inizio del romanzo Fedor, per cercare di risolvere il conflitto con Dmitrij, propone ad Aleksej di recarsi presso il monastero, davanti allo starec Zosima e alla presenza dei tre fratelli legittimi, per rimettere allo starec il giudizio sulla disputa, in un incontro chiarificatore. In questa occasione, però, esplode un forte scontro verbale tra Fedor e Dmitrij.

I conflitti sul denaro e per l’amata Grusenka continuano tra i due in modo aperto, con aggressioni e minacce da parte del figlio. Per questo motivo, quando Fedor viene trovato morto nella sua abitazione, la polizia arresta Dmitrij, accusandolo dell’omicidio. Ma a commettere l’omicidio è stato in realtà Smerdjacov.

L’ultima parte del romanzo si concentra sul processo a Dmitrij e sull’analisi psicologica dei personaggi, in particolare sul tormento interiore di Ivan che – parlando con Smerdjacov – si convince della propria responsabilità nell’accaduto.

Infatti, anche se non hanno materialmente commesso l’omicidio, Dmitrij e Ivan sono corresponsabili: Smerdjacov non è altro che la mano che uccide, ma viene influenzato dai due fratelli.

Dmitrij non ha commesso il delitto però lo ha pensato: vuole morto il padre e afferma esplicitamente l’intenzione di ucciderlo per avere il denaro, se necessario. Ivan, invece, influenza Smerdjacov, condividendo con lui la filosofia secondo cui in un mondo senza Dio “tutto è permesso” e lasciando intendere che non è contrario all’omicidio: Smerdjacov ammonisce Ivan, suggerendo di non partire perché teme che Dmitrij abbia intenzione di uccidere il padre quella notte, ma Ivan decide di partire lo stesso, facendo intendere un suo assenso per la morte di Fedor.

Dopo aver parlato con Smerdjacov, Ivan crolla, auto-accusandosi dell’omicidio, ma nel pieno di un delirio, quando confessa la propria responsabilità durante il processo, non viene creduto.

Dmitrij viene quindi condannato ai lavori forzati, ma comincia a maturare in sé un “uomo nuovo”, che può risorgere anche attraverso la punizione: accetta la condanna e si avvicina alla fede.

Smerdjacov, invece, si toglie la vita impiccandosi.

Durante la fase processuale, emerge l’intento di Dostoevskij di ricondurre la responsabilità di un evento non solo al singolo, ma al più ampio contesto, all’ambiente: come suggerito dal delirio di Ivan e dagli avvocati difensori di Dmitrij: il gesto finale è il risultato del terreno in cui viene coltivato.

Olivia Serio

I Conflitti della famiglia Karamazov

Sisifo, l’adolescente, l’autorità

Dagli incontri in carcere e in sede su “i percorsi dell’arroganza”
Appunti di Olivia Serio

Nell’uso comune del termine, quando si parla di arroganza si fa riferimento ad un tratto individuale: si definisce arrogante una persona prepotente, che si crede migliore degli altri o che indossa una maschera per nascondere la propria fragilità.

È possibile e utile, però, inquadrare l’arroganza in termini relazionali, in particolare, come tratto caratterizzante una comunicazione conflittuale tra il soggetto e la sua autorità di riferimento, tratto che diventerà facilmete nel tempo una modalità distintiva della comunicazione tra il soggetto e l’immagine dell’autorità che egli ha interiorizzato.

Il tratto dell’arroganza emerge spesso in modo dirompente durante l’adolescenza, periodo in cui l’autorità con cui il soggetto si confronta è prevalentemente quella genitoriale: il ragazzo ha bisogno di affermare a sé e al mondo la propria indipendenza, di emanciparsi, ma, al contempo, ha la necessità di sentirsi protetto e di interfacciarsi con una guida credibile che lo supporti nella crescita.

L’adulto può rispondere in modi diversi alle azioni del ragazzo: quando quest’ultimo si confronta con un’autorità respingente, non in grado di rispondere al suo bisogno di protezione e di essere accompagnato nel suo percorso di crescita e di affermazione di sé, si consolida l’arroganza. 

In una situazione di questo tipo l’autorità inizia ad essere vista come un persecutore, l’adolescente si carica di rabbia e, nella fantasia più o meno fondata di dover lottare per ottenere il riconoscimento della propria identità e del proprio valore, trasforma la propria rabbia in arroganza. Questa potrà poi essere diretta verso l’interno, provocando danni a sé stesso (come nel caso, ad esempio, dell’autolesionismo o della tossicodipendenza), oppure verso l’esterno, aprendo la strada al comportamento anti-sociale e all’abuso.

Quando l’adolescente si sente respinto dall’autorità, egli è indotto a soddisfare il proprio bisogno di appartenenza e di essere riconosciuto altrove, tendenzialmente nel gruppo di pari: soprattutto per chi cresce in contesti degradati, diventa quindi facile che l’emergere dell’arroganza porti a commettere reati e, di conseguenza, a ridefinire la propria identità in termini di “persona autorizzata a commettere abusi”. 

Il tema dell’arroganza e del suo divenire è quindi strettamente legato sia al periodo dell’adolescenza, sia al tema della delinquenza. La centralità di questo tema è rintracciabile in numerose opere d’arte, nella letteratura, nella musica, nella mitologia, e può quindi essere utile rivolgersi a tali opere per riflettere sui diversi possibili modi di porsi nei confronti dell’arroganza e di elaborarla.

Si può fare riferimento, in tal proposito, al mito di Sisifo e alla elaborazione teatrale che ne ha realizzato il Gruppo della Trasgressione: Sisifo è un adolescente deluso e arrabbiato, che si sente abbandonato dall’autorità, trascurato e respinto da chi avrebbe dovuto proteggerlo. È proprio in conseguenza a questo senso di abbandono che emerge l’arroganza del giovane re di Corinto, il quale non si accontenta più di ottenere l’acqua di cui aveva bisogno per risolvere il problema della siccità che sta distruggendo la sua città, ma pretende che Asopo, divinità delle acque fluviali che ha trascurato il proprio dovere verso la città, venga umiliato e sottomesso.

Sisifo, nella rappresentazione teatrale che ne viene fatta dal Gruppo della Trasgressione, è un adolescente come molti altri, le cui caratteristiche trascendono il tempo e lo spazio, e che può essere ben utilizzato per riflettere su questi temi: come molti giovani, si sente abbandonato dall’autorità, e ciò lo porta a sviluppare un senso di rivalsa e di aggressività, a usare la violenza per ottenere ciò di cui ha bisogno e a sentirsi in diritto di squalificare l’autorità e persino di umiliarla.

I percorsi dell’arroganza

Obiezione di coscienza

di Olivia Serio
Obiezione di coscienza

Piccole e grandi rivoluzioni nella storia dell’umanità