Per farsi coraggio

Per farsi coraggio, allora bisogna restare in contatto con sè stessi, con la propria autenticità, e averne cura, per non rischiare di inaridirsi. È necessario, poi, coltivare la speranza e mantenere lo sguardo su un futuro desiderabile nel nome del quale agire e vivere, serve custodire e nutrire la passione per qualcosa, perché sarà il bacino a cui abbeverare il coraggio quando vorremo lottare proprio in nome di quella passione, circondandoci di coloro che condividono e sostengono questo stile di vita e questo modo di vedere il mondo. Per questo serve anche riconoscere dei modelli di coraggio positivi per noi, da imitare guardando i valori che esprimono, per poterli incarnare a nostra volta”: L. Campanello, Diventare coraggiosi (senza essere eroi), Corriere della sera, 3 settembre 2016, p. 33.

Immagine tratta da: Gianluca Buttolo, La scelta. Giorgio Ambrosoli, Renoir Comics, 2015

Queste parole di Laura Campanello mi accompagnano da quando, pochi giorni prima di entrare nel carcere di Opera con Marisa Fiorani, mi hanno folgorato per la loro lucida ed efficace sintesi di quello che ogni giorno cerco faticosamente di rincorrere.

Dopo averle regalate a Marisa, madre coraggiosa quanto la figlia, non smetto di abbinarle con uguale riconoscenza a coloro che ho avuto la fortuna di conoscere in questi ultimi anni, dentro il loro cammino tracciato dall’esempio indelebile di padri, sorelle e fratelli coraggiosi perduti troppo in fretta.

Grazie Francesca, stasera ci saremo anche noi…

Francesco Cajani con Juri Aparo

 

(il discorso di Francesca e di suo figlio Stefano durante la commemorazione pubblica in via Morozzo della Rocca, luogo dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli)

L’incontro con i nostri familiari

Mi chiamo Marcello Cicconi e sono un componente del Gruppo della Trasgressione. Il cinque giugno noi detenuti abbiamo avuto la possibilità di stare con i nostri familiari prima in teatro e poi nell’area verde, dove abbiamo pranzato insieme. Questo incontro si ripete da qualche anno ed è ogni volta più coinvolgente, soprattutto perché in questo modo i nostri parenti vengono a conoscenza di parti della nostra vita che per timore o per vergogna abbiamo sempre nascosto.

Quel giorno si è parlato della presa di coscienza di un detenuto, Vito Cosco, che davanti alla moglie e ai due figli ha letto una lettera nella quale parlava del proprio reato e del proprio pentimento per il male fatto. Il figlio di 13 anni a un certo punto è scoppiato a piangere e tutti noi lo abbiamo seguito. L’esperienza è stata molto forte.

Inizialmente avevo ritenuto eccessivo parlare di queste cose  e in modo così aperto davanti ai figli ma, confrontandomi poi col resto del gruppo, ho capito che quel giorno è stato restituito al figlio un padre. Sicuramente il figlio ha capito che non deve emulare il padre per quello che ha fatto, ma che oggi può rispettarlo per la forza che ha avuto nel parlare del proprio errore e nel gridare il suo desiderio di riscattarsi: la giornata è stata per me una freccia al centro del bersaglio e, per il gruppo, un altro passo della nostra rivoluzione.

Anche a me quel giorno è successo qualcosa di nuovo. Io ho sempre vissuto in guerra con me stesso, distruggendo me e chi mi stava accanto. Frequentando il Gruppo della Trasgressione, ho cominciato a prendere confidenza con le mie emozioni, arrivando in qualche modo anche a capire cosa mi ha spinto a stare sempre in guerra e a commettere reati.

Da quando sono in carcere io non ho mai parlato ai miei cari del mio cambiamento e soprattutto non ho parlato di come ero quando ero in libertà; non ho mai raccontato a mia madre o ai miei fratelli la reale vita che conducevo e ciò che la mia voglia di distruggere mi portava a fare.

Per qualche ragione avevo bisogno di distruggere la mia vita, forse perché speravo che la mia distruzione potesse diventare motivo di rimorso per chi ritenevo responsabile della mia vita scellerata, cioè i miei genitori. Ma in carcere ho cominciato a conoscermi meglio. Certo, bisogna lavorare molto per arrivare sentire il cambiamento; nel caso mio, devo ammettere che non sono stato io a cercarlo, ma è stato il cambiamento a trovare me, anche se oggi convivo meglio con la persona che sono.

Comunque, il giorno dell’evento il dott. Aparo mi ha invitato a dire la mia sul tema del giorno. Io non mi sono tirato indietro, ma mi sono messo a raccontare di me come se in sala non ci fossero stati anche i miei familiari. Ho detto quello che avevo sempre tenuto sotto silenzio, cioè che a mia volta ho contribuito a sporcare questo mondo e che mi piaceva fare quello che facevo.

Mia madre, non avendo mai sentito queste cose, ha cominciato a piangere. Lei ha sempre saputo solo una piccola parte della mia vita. Comunque, dopo avermi sentito e mentre io stavo camminando col dott. Aparo, mia madre si è avvicinata e con tono di rimprovero mi ha detto: “Perché a me queste cose non le hai mai dette?”

La risposta vera non la so neanch’io. Non volevo deluderla… mi vergognavo… Oggi invece, dopo alcuni anni di carcere e di Gruppo della Trasgressione, sento il bisogno di dirglielo. Perché oggi sento questo bisogno che prima non avevo? So per certo che il carcere può peggiorarti, distruggerti o cambiarti radicalmente. Ma perché?

Spero comunque che di eventi come quello del 5 giugno ce ne siano di più in futuro. Sono occasioni che ci permettono di avere con i nostri familiari e con noi stessi una relazione più vera.

Marcello Cicconi e Angelo Aparo

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Marcello Cicconi

Bagliori dal carcere

Sono Giorgio Ciavarella, componente del Gruppo della Trasgressione da circa 4 anni. Il 5 giugno scorso abbiamo avuto l’incontro collettivo con i nostri familiari, un evento dove noi detenuti cerchiamo di comunicare ai nostri congiunti quello che facciamo col gruppo. I temi che affrontiamo durante l’anno sono tanti (l’arroganza, il senso di onnipotenza, la bulimia della grandiosità, la presa di coscienza), ma in quella giornata, parlando con le nostre mogli, i nostri figli e i nostri genitori, cerchiamo soprattutto di buttare giù le maschere dietro le quali ci siamo nascosti per anni.

In quella giornata un componente del gruppo, raccontando il suo percorso in relazione al reato commesso, si è reso protagonista di un evento fuori dal comune e tale da commuovere anche la persona più dura. Alcune testate giornalistiche, però, hanno travisato la lettera da lui scritta e l’hanno riassunto in modo da suscitare scalpore e, soprattutto, rigetto fra i parenti della vittima.

Quando facciamo sentire la nostra voce al di là delle mura (scuole, centri culturali, teatri) non lo facciamo per comperare la nostra libertà; il nostro principale interesse è valorizzare il lavoro sulla coscienza effettuato in questi anni. Non è compito nostro decidere qual è la giusta punizione o se è giusto perdonare; il nostro obiettivo è dare valore all’uomo di oggi e al lavoro che ognuno di noi fa per riconoscere le proprie responsabilità e i propri errori.

Questo non equivale a cancellare il passato; sappiamo bene che non è possibile per le vittime dei nostri reati e non lo è per noi! Ma proprio perché impossibile, è da qui che inizia il nostro impegno sia nel riconoscere le nostre responsabilità sia nel recuperare quello che di buono c’è in noi e metterlo a frutto. Ricostruire come siamo arrivati ai nostri reati e dove abbiamo lasciato le nostre prime aspirazioni è quello che facciamo principalmente al gruppo. Credo che in questo modo riusciamo a recuperare la dignità e l’autostima che ci servono per tornare in società in modo responsabile.

Spesso penso alle vittime che si chiedono: “Perché proprio a me?”. Non c’è una risposta, non c’è una ragione. So di essere legato alle vittime dei miei reati, sono stato io a propagare il male senza nemmeno sapere il perché e a causare il loro male solo perché in quel momento eravamo sulla stessa strada. Progetti come quello del Gruppo della Trasgressione ci sono utili a ricucire, nei limiti del possibile, lo Strappo che abbiamo prodotto. Non ci sono pulsanti rossi, forse solo ago e filo, per chi ha voglia di usarli.

Giorgio Ciavarella e Angelo Aparo

Giorgio Ciavarella

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I bambini del 5 giugno

Sono sei settimane che frequento questo corso e quello che ho provato il 5 giugno è stato indimenticabile. Non vedevo bambini da 8 anni e ho ancora quella bellissima giornata davanti agli occhi. Il tempo ci insegna tante cose. Dopo tanto tempo ho capito che, dicendo la verità, ti senti libero anche se sei chiuso.

Antonio Parisi e Angelo Aparo

Antonio Parisi

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Un progetto su Vito Cosco

Il Gruppo della Trasgressione e Vito Cosco

Non possiamo fare a meno di chiederci come mai le prime aspirazioni di un bambino finiscano a volte per prendere la forma dei soldi che si ricavano da una rapina, della pace o della inconcludente eccitazione procurata dalle droghe. Se siamo sicuri che chi cerca l’oro e la droga sta sbagliando indirizzo, allora è doveroso chiedersi quali informazioni mancano a chi ha perso la strada. Se sbando mentre cerco me stesso, ho bisogno di qualcuno che non si limiti a punirmi ma che aggiunga un’indicazione utile per rintracciare l’indirizzo giusto (Angelo Aparo)

Vito Cosco, detenuto con la pena dell’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo, si è presentato al gruppo mercoledì 29 maggio con uno scritto contenente le sue riflessioni sul reato commesso. Nel testo si percepisce l’evoluzione da uno stato precario di delinquenza sino alla individuazione della strada che conduce a una maggiore consapevolezza di sé.

Le sue parole hanno scosso ed emozionato tutto il gruppo e anche i famigliari dei detenuti, presenti il 5 giugno nel teatro di Milano Opera, giorno in cui il testo è stato letto e commentato pubblicamente. Gli stessi famigliari di Vito, compreso il figlio tredicenne, hanno manifestato dolore, gioia e orgoglio in merito alla trasformazione che un padre, marito e detenuto può avere. La giornata è stata piena di emozioni forti, pianti e sentimenti che hanno lasciato un segno tangibile nell’anima dei presenti.

Per via dello scalpore suscitato dallo scritto (non esattamente in sintonia con gli obiettivi e con lo stile del Gruppo della Trasgressione), il dott. Aparo ha deciso di raccogliere le considerazioni che componenti del gruppo ed esterni produrranno sul tema. In questo modo esse potranno divenire materia di riflessione e di dialettica e permettere a chi segue il nostro lavoro di farsi un’idea dell’operato del Gruppo.

Il progetto vuole provare a scuotere un’opinione pubblica ancora troppo ancorata al reato in sé e poco propensa all’idea che sia possibile l’evoluzione anche di chi ha commesso gravi crimini.

L’obiettivo primario è quello di comprendere che cosa la società si aspetta da persone che in seguito a un reato si trovano oggi con l’ergastolo o con lunghe pene da scontare; che cosa la Costituzione e le Istituzioni si aspettano da chi ha commesso errori in passato e quali strumenti offrono loro per farlo. Ci si propone, in definitiva, di cercare strade e alleanze utili a far sì che, a fronte della punizione, l’evoluzione del condannato e l’acquisizione di responsabilità verso l’altro non rimangano pura teoria o iniziativa lasciata esclusivamente a chi tale responsabilità ha dimostrato di aver dimenticato o di non avere mai avuto.

Valentina Marasco

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15 domande (quindici) per indagare su “Lo strappo”

Luca Cereda: innanzitutto volevo capire insieme a lei quale sia – e come di possa definire e spiegare – la linea di demarcazione che il nostro diritto fissa tra il concetto di pena e quello di punizione.

Francesco Cajani: se prendiamo come punto di partenza il nostro codice penale (emanato nel 1930), esso si incentra essenzialmente sul concetto di pena, intesa quale conseguenza della violazione di una regola prevista come reato dal codice penale.
Abbiamo dunque una limitazione dei diritti che si esprime in una sanzione, e questa sanzione ha come carattere essenziale proprio l’afflittività perché – quale che sia la sua funzione – la pena implica sempre una sofferenza.
Certo, il fondamento e la funzione della pena sono sempre stati temi dibattuti perché “da millenni gli uomini si puniscono, e da millenni si domandano perché lo facciano”.
In estrema sintesi, da una parte si pone la teoria della retribuzione con la sua idea che il male vada ricompensato con il male: la pena pertanto diviene corrispettivo del male commesso.
Dall’altra si collocano le teorie della prevenzione che attribuiscono alla pena la funzione di eliminare o ridurre il pericolo che il soggetto punito, o in generale la collettività stessa, ricada in futuro nel reato.
E’ invece merito della Costituzione della Repubblica italiana, nel 1948, quello di aver messo in luce, con la previsione di cui all’art. 27 terzo comma, come “le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato”: in tale ottica diviene fondamentale non già la pena irrogata ma l’atto stesso della punizione, e tutto il discorso – che sta anche alla base del nostro documentario – della necessità di “punire bene”, per dirla con Duccio Scatolero, intesa come un vero e proprio diritto per il reo.

Luca Cereda: punire bene, assegnare la giusta pena da parte di chi amministra la giustizia implica necessariamente un interrogarsi sul soggetto, sulla persona da punire, indipendentemente dalla sua età: è davvero pensabile – come lei scrive nella Guida alla visione del documentario – instaurare con esso una relazione che continua anche dopo l’irrogazione della pena?

Francesco Cajani: io sono solito ricordare che già Platone, nel Gorgia, aveva ben riassunto il tema che stiamo analizzando quando fa dire a Socrate che “a ogni uomo che sconti una pena, se questa gli sia stata giustamente inflitta, accade o di diventare migliore e di riceverne giovamento, o di diventare un esempio per gli altri”.
Parole scritte all’incirca nel 407 a.c. …. tuttavia è certo che, nell’antichità così come oggi, il diritto e il processo penale continuino ad essere mossi da una istanza repressiva, che riduce ed esaurisce il fare giustizia nella mera applicazione della pena: con la conseguenza che il dolore del reo punito si aggiunge a quello della vittima.
Anche perché tale modello, a ben vedere, finisce necessariamente per considerare il reo responsabile “di qualcosa” (di una truffa o un omicidio qui poco importa) e non anche responsabile “verso qualcuno”.
Ecco allora che, proprio per dare concreta attuazione all’art. 27 terzo comma della nostra Costituzione, è imprescindibile una punizione in cui il ruolo di colui che punisce non si esaurisca nell’atto di irrogare la pena. Se infatti ogni colpevole ha il diritto ad essere “punito bene”, questo significa – in altre parole – che proprio tramite l’atto del punire lo Stato deve prendersi idealmente carico del suo esito e, per esso, della sua piena efficacia.

Luca Cereda: c’è un senso in cui la punizione acquista anche il significato dell’essere presente per il reo, laddove altri – la famiglia, gli amici, la società ma anche le Istituzioni – non ci sono stati? In questo percorso che ruolo posso avere – e come si costituiscono – i percorsi di giustizia riparativa?

Francesco Cajani: é indubbio che un buon esito della punizione è sicuramente quello che fornisca al soggetto punito tutti quegli strumenti che gli consentano di riappropriarsi della propria umanità (che è stata abbandonata e tradita all’atto del commettere un reato) e, dopo aver incontrato sé stesso, iniziare a pensare all’altro.
Ed è altresì interessante notare come Aulio Gellio, uno scrittore della Roma antica, si domandasse il perchè Platone non avesse ricordato nel Gorgia una terza funzione della punizione, chiamata in greco timoria (ossia vendetta dell’onore della vittima, che verrebbe menomata se il colpevole rimanesse impunito).
L’esperienza anche mia personale mi porta però a dire che molto spesso ai Familiari delle vittime di reati non importa ottenere un risarcimento e, a volte, nemmeno vendetta. Quello che le vittime chiedono, sempre con più insistenza, è che a farsi carico del peso della giustizia sia proprio lo Stato, e non loro.
E pertanto, in uno scenario così complesso, lo Stato deve essere in grado di ri-comprendere, insieme al reo, anche la vittima. Perché non esiste solo un diritto riconosciuto dall’art. 27 della nostra Costituzione al reo, ma anche un preciso dovere verso le vittime: quello di mettere in campo forze positive in grado di “scongelare” il dolore affinchè possa, per quanto possibile, ri-trasformarsi in qualcosa di vivo.
Per questo credo fortemente che sono proprio e solo i percorsi di giustizia riparativa quelli nei quali, al netto dell’incontro tra il reo e la vittima, il dolore dell’uno non si aggiunge ma si sottrae a quello dell’altro.

[le altre 12 domande di Luca Cereda per il programma Radio Scarp e le risposte di Chiara Azzolari, Walter Vannini, Carlo Casoli e Juri Aparo sono reperibili qui]

 

Per approfondire:

– F. MANTOVANI, “Diritto penale. Parte generale”, III edizione, Milano, 1992, pp. 741 ss
– F. STELLA, Prefazione in E. WIESNET, “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, Milano, 1987
– D. SCATOLERO, Atti delle Giornate nazionali di studio e di riflessione sull’applicazione del nuovo codice di procedura penale minorile, Milano 23-24 ottobre 1992, p. 136
– C. MAZZUCATO, La giustizia dell’incontro in G. BERTAGNA-A. CERETTI-C. MAZZUCATO (a cura di), “Il libro dell’incontro”, Milano, 2015
– F. OCCHETTA, “La giustizia capovolta”, Milano, 2016

La partita a bordo campo

 

 

Il Cinque giugno

Egregio direttore, dott. Silvio Di Gregorio,

noi detenuti del gruppo della trasgressione le scriviamo questa missiva per informarla di quello che abbiamo prodotto in queste ultime settimane, tra cui lo scritto di un componente del gruppo e l’evento con i nostri familiari.

Come Lei sa, i componenti del gruppo producono a volte dei testi che vengono letti e commentati nelle riunioni settimanali e poi pubblicati sul sito del gruppo. In questi scritti ognuno può parlare della propria vita e di tutto quello che gli passa per la mente; ovviamente con la serietà che contraddistingue il Gruppo della Trasgressione.

Mercoledì 29 maggio scorso, uno di noi, Cosco Vito, ha portato uno scritto riguardante la sua storia personale, che è stato poi commentato e apprezzato. Lo scritto ha suscitato in noi molte emozioni per la sua drammaticità. Di conseguenza, molti di noi hanno parlato del triste passato personale e della bellezza di sapere oggi che anche noi possiamo avere quella coscienza che avevamo accantonato.

Nell’evento del cinque giugno scorso siamo stati con le nostre famiglie e le abbiamo messe a conoscenza del nostro lavoro, facendoci scoprire delle persone che sanno ammettere le proprie responsabilità e gli errori del passato.

Abbiamo parlato davanti a loro e abbiamo visto i nostri figli e i nostri genitori emozionarsi con noi. Con il risultato che siamo usciti da questo evento molto più ricchi nell’anima e con la speranza di riuscire a coinvolgere più spesso i nostri cari e tutti quelli che vorranno seguirci in questa bellissima avventura.

Per il Gruppo della Trasgressione
Pasquale Trubia e Angelo Aparo

Pasquale Trubia

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La montagna

Prima che mi arrestassero avevo già cominciato a sentire la montagna sgretolarsi. Ho iniziato a frequentare questo gruppo con qualche dubbio, che poi col passare delle settimane è andato sciogliendosi e mi sono convinto che mi avrebbe fatto bene.

Avevamo organizzato questo incontro con i familiari nel carcere di Opera dove siamo detenuti. Lì Vito Cosco ha voluto condividere anche con i nostri parenti quello che aveva detto la settimana prima durante la riunione interna del mercoledì. Ci sono stati molti interventi e a un certo punto mi sono girato e ho visto mia moglie e molti dei nostri parenti con le lacrime agli occhi.

Ho ripensato a quel giorno e mi sono detto che se la famosa montagna si può sgretolare allora le persone interessate devono trovare il sistema per farlo. Molti dei nostri familiari hanno questo interesse e, passo dopo passo, anche alcuni di noi.

Paolo De Luca e Angelo Aparo

Paolo De Luca

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Non esistono solo i bottoni rossi

La lettera di Vito Cosco mi ha sorpreso. Ho già diversi anni di esperienza col Gruppo della Trasgressione ma non pensavo che saremmo arrivati alle sue dichiarazioni così facilmente. Vito è una persona taciturna e pensavo che sarebbe stato zitto ancora per molto tempo.

Dopo qualche anno dall’inizio della mia carcerazione l’ispettore di reparto mi ha suggerito di partecipare a questo gruppo. Anch’io parlavo poco nei primi anni. Inoltre, mentre gli altri parlavano di responsabilità personali, io pensavo di essere vittima dello Stato che ingiustamente mi aveva condannato.

C’è voluto più di un anno per capire cosa si fa al gruppo, ma alla fine credo di esserci riuscito. E quello che ho capito è che fra le cose possibili c’era anche che Vito Cosco si mettesse a parlare di quello che ha fatto.

Al gruppo si impara ad ascoltare gli altri, a fare attenzione a quello che vogliono dire le persone anche quando lo dicono male, si impara a capire che le cose si dicono e si capiscono a piccoli passi, che fa strada la persona che viene ascoltata e non quella che viene rifiutata o presa in giro.

Credo che il gruppo sia una terapia e un posto dove ci si confronta con questioni che fuori fanno ridere o che fuori, almeno per noi che siamo finiti dentro, non c’è tempo di considerare.

Il pentimento di Vito è una questione di tipo morale, non si tratta di collaborazione di giustizia né di chiedere perdono alle persone che non possono perdonarlo. Gli articoli che vengono fuori sui giornali o i servizi televisivi dovrebbero tenere conto del fatto che in carcere uno ha bisogno di fare la sua strada, che è già difficile di suo, anche senza aggiungere malintesi che, in una situazione come quella di Vito, portano solo conflitti e ostilità.

Tra l’altro, Vito ha una famiglia, dei figli che non hanno colpa per quello che lui ha fatto e che oggi hanno tutto da guadagnare se il padre viene aiutato a fare una strada positiva.

Detto questo, io mi chiamo Amato Giuseppe e anche io avrei voluto pigiare quel bottone rosso che non c’è. Il dott. Aparo dice però che ce ne sono molti di altri colori. Stiamo a vedere!

Giuseppe Amato e Angelo Aparo

Giuseppe Amato

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La partita a bordo campo

L’iniziativa prevede, se otterremo le necessarie sintonie, che il primo o il secondo fine settimana del prossimo ottobre venga disputata una partita di calcio (presumibilmente sul campo della C. R. di Bollate) fra due squadre: una costituita da magistrati e da agenti di Polizia Penitenziaria, l’altra da detenuti del Gruppo della Trasgressione e di altri gruppi equivalenti delle tre carceri di Bollate, Opera e San Vittore.

Sul campo giocheranno autorità istituzionali e detenuti che durante la loro vita nella devianza hanno sempre avuto rifiuto verso l’autorità e che oggi cercano di interiorizzarne i criteri e gli obiettivi. Scopo della partita è puntare alla vittoria e superare l’altro giovandosi delle regole che vengono interpretate e difese dagli arbitri in campo.

Il giorno dopo la partita a bordo campo continuerà con un convegno sugli obiettivi dell’autorità e sui criteri grazie ai quali Punizione possa fare coppia con Rieducazione: magistrati, direttori delle carceri e detenuti si interrogheranno sulle caratteristiche di una punizione che renda più facile di quanto mediamente avviene negli istituti penitenziari italiani l’interiorizzazione dei principi cui la punizione stessa si ispira.

Una terza giornata potrebbe aver luogo nell’aula bunker di Piazza Filangieri o al Palazzo di Giustizia di Milano. Sarebbe bello che nella sede dove la relazione fra criminalità e autorità istituzionali ha raggiunto la massima conflittualità oggi ci si chieda, in collaborazione fra figure istituzionali e detenuti che hanno saputo fare buon uso del tempo della pena, se e come la punizione possa avvicinare chi viola la norma con chi ne è interprete e chi ha abusato con chi ha subito l’abuso.

Se l’aula bunker è accessibile, si potrebbero portare nella giornata conclusiva della “Partita a bordo campo”:

  • una sintesi di come alcuni dei paesi europei interpretano la punizione (compito affidato agli studenti di giurisprudenza in tirocinio col Gruppo della Trasgressione e a uno o due docenti universitari;
  • le riflessioni finali e i progetti di ricerca dei protagonisti dell’iniziativa in vista di un appuntamento per l’anno successivo.

Alle due o tre giornate partecipa come madrina dell’iniziativa Fiammetta Borsellino, rappresentante dell’autorità che cerca il suo complemento nonostante la ferita subita.

Come introduzione all’iniziativa, ecco un’intervista al Pubblico Ministero, dott. Francesco Cajani, sui tema della punizione.