La gratitudine

La gratitudine
Carmelo Impusino

Ai tempi in cui andavo a scuola cambiai più volte classe per motivi di logistica e per le bocciature, finché non abbandonai definitivamente la scuola in seconda media. Alle elementari ci fu una mia maestra di sostegno della quale non ricordo il nome, ma che mi avvicinò alla lettura esclusivamente con i fumetti. Poi ce ne fu un’altra, Prof.ssa Barbera, che mi fece conoscere il fascino del cosmo, e proprio come faceva la maestra di sostegno, anche lei mi portava libri illustrati che riuscivano letteralmente a rapire la mia attenzione, e oggi come oggi i miei tatuaggi la dicono lunga su come l’universo mi abbia affascinato. Ma ci anche fu quello che ritengo essere stato il mio maestro più significativo per quel che mi ha lasciato interiormente in positivo.

Ero in prima elementare nella classe N quando incontrai quello che fu il mio primo maestro di scuola, il Professore Amerigo Mungo, nella scuola Tommaso Grossi, in via Monte Velino, nel quartiere sudest di Milano. Era un uomo sui settant’anni, alto, magro e calvo, con dei sani principi e metodi educativi d’epoche passate; raramente lo si vedeva sorridere, e quando si arrabbiava lo si capiva inequivocabilmente poiché alzava notevolmente la voce. Ero l’unico che riusciva a dargli grattacapi e soddisfazioni nello stesso tempo; credo di essere stato il classico alunno che nessun maestro vorrebbe mai nella propria classe, credetemi sulla parola. Ai tempi però più che un maestro da ascoltare per me rappresentava un ostacolo che non mi permetteva di fare quello che volevo a scuola. Non si possono contare tutte le volte che finivo la lezione fuori dalla classe, in corridoio, seduto sul calorifero a guardare dalla finestra, dove giocavo a indovinare il colore delle macchine che passavano nel viale sottostante. Ogni tanto quando facevo davvero troppo casino mi arrivava un sonoro ceffone piuttosto che finivo in direzione al cospetto del preside, un brav’uomo simpatico, che al posto di sgridarmi mi faceva scrivere a macchina. C’erano però dei giorni in cui il maestro era contento di me, erano quelli dove si faceva il laboratorio di creta e lezioni di scacchi, ma soprattutto erano le lezioni sui temi e riassunti su eventi e personaggi storici, tanto che una volta, scherzosamente, mi soprannominò il poeta maledetto, in quanto trovava i miei concetti al di sopra delle righe, e quindi meritevoli dì voti alti e soddisfazione.

Il maestro un giorno ci portò in classe sua figlia di circa 3 anni, che tutti sapevamo essere adottiva. Non ricordo il suo nome, ma ricordo ancora limpidamente quella piccola bambina con gli occhi azzurro intenso e i capelli neri a caschetto, silenziosa e sorridente, sembrava davvero una graziosa bambola. Ricordo bene anche la tenerezza con la quale il maestro la trattava, una tenerezza che a uno come me, nato e vissuto nelle periferie degradate di Milano, in una famiglia disagiata, fratello di sei figli con un padre sempre in carcere e una madre sempre al lavoro per mantenerci, è sempre mancata; e così da quel momento di quel maestro ebbi una visione diversa, più umana e meno formale, e quel giorno per quanto mi riguarda rappresentò davvero una delle lezioni più significative della mia vita sotto l’aspetto interiore, solo che ancora non lo capivo.

Giunto in terza elementare cambiai classe e maestri, ma con il maestro Mungo rimasi sempre in buoni rapporti a tal punto che quando a scuola mi vedeva mi chiedeva sempre come stavo e come andavo, specie con le partite a scacchi. Non essendo più il mio maestro, per me non rappresentava più quella figura che si frapponeva tra me e la baldoria che facevo in classe, quindi era diventata una persona amichevole che trattavo con stima e rispetto.

Gli anni passarono e arrivai alle scuole medie portando inconsciamente con me quel piccolo bagaglio di apprendimenti che col passare del tempo andava via via migliorando. Un bel giorno, durante le mie bigiate e le scorribande metropolitane verso il centro di Milano, seguendo il tragitto più veloce e scorrevole dal centro città al mio quartiere e viceversa, io e qualche amico aspettavamo il bus 84 alla fermata davanti a un portone di via Fratelli Campi, tra via Spartaco e viale Monte Nero, quando a un tratto vedemmo uscire dal portone il maestro Mungo, che ci vide e subito ci sorrise salutandoci e mettendosi a parlare con noi. Ad una finestra al terzo piano una donna chiamò il maestro per nome, quasi a volersi sincerare che non ci fosse qualche problema. Il maestro ci disse che quella era sua moglie e quella la finestra di casa sua, e così la salutammo facendo le presentazioni; subito dopo arrivò il bus e così dovemmo salutarli.

Gli anni passarono, e lasciai le scuole per continuare la carriera nell’illegalità cominciata ormai già da tempo, e che mi portò in carcere minorile qualche settimana dopo aver compiuto quattordici anni, ancor prima di abbandonare le scuole. Ogni tanto casualmente mi ritrovavo ad aspettare il bus sempre alla fermata dove abitava il maestro, e puntualmente buttavo lo sguardo al suo cognome sul citofono e alla sua finestra, che trovavo quasi sempre o tutta chiusa o tutta aperta ma con le tapparelle sempre tutte alzate, come a voler sfruttare appieno la luce solare; speravo sempre di incrociarlo e salutarlo, ma non ebbi occasione.

A sedici anni, a causa del forte attrito con mio padre andai in una sorta di comunità collegio dove quantomeno riuscii a prendere la licenza media alle 150 ore, e così per qualche tempo non ebbi più modo di passare sotto casa del maestro; in collegio ci rimasi fino alla maggiore età, poi tornai nel mio quartiere, dove grazie al mio sguazzare nell’illegalità, che continuò pure in collegio, ormai vivevo in piena autonomia. Parlando con qualcuno venni a conoscenza che il maestro Mungo era morto, questo mi rattristò ma non spense il pensiero verso lui, e così passando spesso in tram o in auto davanti al portone del maestro gettavo sempre uno sguardo alla sua finestra, e quando ero in scooter a volte mi fermavo apposta per vedere se ancora c’era il suo cognome sul citofono, che sì, trovai sempre lì. Il mio agire e il pensiero ormai si accontentavano della malinconica emozione che mi suscitava il ricordo che avevo di lui e di sua figlia.

Passarono altri anni e nel 1999 venni arrestato e condannato pesantemente. Nel 2005 mi ritrovai nel carcere di Fossombrone in una situazione punitiva, e il vivere in cella chiusa e singola, per istinto di sopravvivenza interiore, mi fece rispolverare quelle basi che il maestro mi aveva insegnato e così, oltre che a ritrovarmi a giocare spesso a scacchi con qualcuno nelle ore d’aria, mi ritrovai nelle restanti ore della giornata, chiuso in cella con una penna e un’agenda in mano. Dal basso della mia cultura e forte della mia presunzione, giocai a mettermi alla prova nella scrittura, scrivendo poesie, fiabe, racconti, canzoni e anche un romanzo. Per un paio di anni dovetti scrivere esclusivamente a penna, poi grazie ad una direttrice di vedute costruttive, che subito riuscirono a far scappare, potei acquistare un computer da tenere in cella, e con quello mi addentrai in una forma più approfondita della scrittura e la cultura. Partecipai a vari concorsi, a volte classificandomi e vincendo pure un premio in denaro, e venni anche inserito in alcune antologie. Il piacere della scrittura ormai era entrato nel mio metabolismo, e mi accompagnò anche quando tornai in Lombardia nel carcere di Bollate e, sebbene fossi preso da molte altre cose, non persi l’entusiasmo e la voglia di mettermi alla prova anche come redattore per le riviste del carcere, scrivendo articoli di vario genere.

Dopo un paio di anni di Bollate finalmente ottenni il lavoro esterno e i permessi premio, e fu così che in un modo o nell’altro ero nuovamente in giro per Milano dopo 13 anni circa dal mio arresto. Presto mi trovai a ripassare casualmente anche davanti al portone del maestro. Ormai avevo più di quarant’anni ma era come se fossi rimasto quel ragazzino di allora, curioso, attratto da quel portone, quella finestra al terzo piano, e quell’immagine nostalgica del maestro che puntualmente mi balenava ogni volta che passavo di là; e così mi fermai nuovamente per vedere se era cambiato qualcosa, e scoprii che il cognome sul citofono era ancora lì, fermo nel tempo, proprio come quella finestra a volte aperta e a volte chiusa, proprio come il mio pensiero e il mio rituale.

Passarono ancora un paio di anni circa e venni scarcerato in affidamento sul territorio. Transitando in scooter davanti a quel portone avevo scoperto un buon panettiere, e se avevo un po’ di fame ero solito fermarmi per mangiare un pezzo di pizza, parcheggiando lo scooter proprio accanto al citofono del maestro. Ora che il maestro non c’era più pensavo a sua moglie, che sicuramente era anche lei deceduta vista l’avanzata età, ma soprattutto pensavo a sua figlia, calcolando l’età di quest’ultima, ricordando ancora limpidamente la sua immagine da bambina, cercando di immaginarmela ora e fantasticando di incontrarla per salutarla e scambiare qualche parola in ricordo di quei tempi che tanto mi erano rimasti nel cuore e nella mente.

Un giorno di metà primavera del 2014 mi ritrovai puntualmente ancora davanti a quel portone a mangiare pizza guardando citofono e finestra, manco fosse un appuntamento dovuto, quando ad un tratto vidi avvicinarsi al citofono una donna con i capelli lunghi neri che subito suonò il citofono del maestro. La cosa mi colse di sorpresa, e tra masticazione e stupore rimasi di sasso. I secondi passavano, mentre la donna, con il volto girato verso il lato opposto al mio, aspettava che qualcuno rispondesse al citofono. Dopo una decina di secondi qualcuno rispose e la donna disse un semplice: sono io! Questo bastò per aprire il portone. Allo scattare della serratura del portone finalmente la donna nell’azione dell’aprirlo si voltò verso di me mostrandomi il volto; i suoi occhi erano di un azzurro intenso, proprio come quelli della figlia del maestro, e in cuor mio non ebbi alcun dubbio sul fatto che fosse lei.

Avrei voluto fermarla per sincerarmene, salutarla e raccontargli chi ero, e di quanto quell’immagine di suo padre con lei a scuola mi fosse rimasta in mente come immagine simbolo di qualcosa di buono, bello e genuino nei valori della mia vita. Ma soprattutto avrei voluto parlarle di suo padre, della forza e dell’importanza di quello che mi aveva insegnato in quei due anni di scuola elementare, e di quanto quelle basi del gioco degli scacchi e della scrittura che mi aveva insegnato mi avessero aiutato a vivere serenamente e al meglio i lunghi anni di detenzione, ma non ebbi il coraggio o la prontezza di farlo, e lei entrò dentro al portone che si richiuse velocemente alle sue spalle, lasciandomi pensieroso ma felice di aver dato delle risposte quantomeno ipotetiche ma soddisfacenti alle mille volte che fra me e me mi ero chiesto di loro.

Nel tempo mi rimase il rimorso di non averla fermata, chissà, forse un giorno avrò un’altra occasione, poiché è certo che in futuro mi fermerò ancora a quel portone che per me ormai rappresenta un esemplare e indelebile punto di riferimento emozionale che mi accompagnerà per tutta la mia esistenza, e nonostante tutti i miei errori nella vita, per quel che mi ha trasmesso mi sento di dovergli della gratitudine a quel mio maestro scolastico e di vita.

Purtroppo, dagli altri anni di scuola elementare e media, a parte la ginnastica, non ho saputo trarre vantaggio, e non mi sono rimasti ricordi significativi tali da reputarli importanti o validi anche solo per il mio lato emozionale. Oggi come oggi invece gli scacchi, la creta e la scrittura per me sono diventati veri e propri hobby che cerco di praticare quando trovo la possibilità di farlo, e il fatto che io stia concorrendo con questo scritto credo confermi la mia affermazione … grazie maestro Mungo.

La freccetta

Quell’ultimo sabato di agosto, Sara e Manuela avevano cercato la freccetta dai primi riflessi del tramonto fin quando non c’era stata più abbastanza luce. Si erano conosciute appena tre giorni prima in Toscana, in casa del nonno di Sara, dove Manuela e io, vecchio amico di Franco, avevamo deciso di fermarci qualche giorno prima del rientro a Milano.

Nella serenità di quei tre giorni, fra un salto a Vicopisano e qualche passeggiata fra gli ulivi ai quali Franco si dedica, quel sabato pomeriggio avevamo deciso di guadagnarci la cena giocando a freccette. Manuela si era unita alla sfida e tutti e tre avevamo trascorso l’ultima ora segnando con grande serietà i rispettivi punteggi.

Spesso le freccette andavano distanti dal bersaglio, ma si lasciavano sempre rintracciare sull’erba attorno. Quell’ultima freccia no! Aveva sfiorato la tavola sulla quale era appeso il bersaglio e, trasgressivamente, mentre le alette della freccia erano cadute proprio  ai piedi del nostro obiettivo, la sua punta era andata velleitariamente oltre, non si sa dove.

Le vane ricerche si erano concluse con una promessa di Sara: “Manuela, cercherò la freccetta per tutta la vita, fin quando non la troverò”.

Rientrati a Milano, Manuela e io ci eravamo dimenticati della freccetta; Sara no! E mercoledì mattina arriva la conferma della sua determinazione.

Forse nulla di strano, ma a colpirmi sono soprattutto gli occhi di Sara. A me la sua espressione richiama la felicità di chi mostra la medaglia d’oro sul podio alle Olimpiadi, ma forse per Sara la freccetta è ancora di più di un primo posto e di una medaglia.

Vorrei tanto capire cosa prova questa piccola atleta della ricerca per riuscire a comunicarlo a chi tutti i giorni smette di cercare, affidando all’eccitazione della droga e del potere il ruolo di condurlo dove, nella effimera, delirante grandiosità del momento, si conclude ogni ricerca.

Forse queste persone potrebbero poi andare da Sara e chiederle perché non ha smesso di cercare la punta della freccia che si era spinta così in là. Chissà, forse aveva solo desiderio di far contenta Manuela o forse voleva rimetterla con le altre per veder giocare ancora insieme il nonno Franco e gli altri adulti con tutte le freccette.

Ciao Sara, grazie.

Juri

 

All’ombra dell’ultimo sole

Fra il pescatore e un assassino
Le domande di un’umanità che non muore

MARTEDI’ 8 AGOSTO 2017

PARCO ARCHEOLOGICO DI CAUCANA

con le canzoni di

Fabrizio De André e Luigi Tenco.


Good morning, Italia

in memoria di 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio

 

Mi è mancato, da piccolo, un terreno profondo dove poter sotterrare una mia personale capsula del tempo.

Provo a farlo ora, in via digitale, lasciando qui – in custodia e a futura memoria – tre immagini circa quanto abbiamo iniziato a discutere ieri in corso Italia (civico 31 e, a seguire, 52):

  1. un razzo pronto per Marte
  2. del cibo per la mente
  3. il vero significato della “collaborazione”

 

Ma sarà davvero possibile una antimafia con i mafiosi?

Chi vivrà, vedrà…..

Il barbiere di Rovigo

Mentre aspettavo il mio turno, il barbiere si dedicava a un ragazzo dagli occhi puliti e sorridenti. Si parlavano e ridevano. Che incantevole semplicità! Erano solo un barbiere che fa il suo mestiere e un ragazzo che, fiducioso, glielo lascia fare. Eppure sembrava una magia.

Le storie, un passaporto verso il futuro

Perché gli uomini raccontano storie? Forse proprio per ricordare a se stessi di essere uomini. Probabilmente l’uomo è l’unico animale che racconta storie. E non le racconta per divertimento, ma perché le storie sono parte integrante della sua identità, il suo passaporto verso il futuro.

La storia è un insieme di emozioni che si incontrano e si scontrano, generandone altre e permettendo così alla storia di farsi più densa, più ricca, infondendole quella forza che le consente, anche a distanza di moltissimi anni, di mantenere intatto tutto il suo potenziale emotivo. Infatti, la storia va ben oltre lo spazio e il tempo in cui si è verificata; essa è un bene prezioso, che va salvaguardato con la massima cura.

C’è stato un tempo in cui mi sono dimenticato di essere un uomo! Che poi, a ben vedere, è in base ai pensieri che elabori e alle azioni che metti in pratica che acquisisci il diritto di sentirti uomo: credo che non si nasca uomini, naturalmente nell’accezione più nobile del termine; tutt’al più lo si può diventare!

Una mattina di circa trent’anni fa mi sono alzato dal letto come se fosse stato un giorno normale – che poi di normale nella mia vita non c’era nulla – e con una naturalezza sconcertante mi sono recato all’appuntamento con la morte, la morte di un uomo che avevo deciso di uccidere. Ancor prima di ucciderlo materialmente, l’avevo già ucciso con la mente. Come con una gomma cancelli la traccia lasciata da una matita, con la stessa apparente semplicità mi sono arrogato il diritto di cancellare l’esistenza di un uomo e, indirettamente, ho modificato il corso degli eventi di tutte le persone che gravitavano attorno alla sua vita. Come se non bastasse, dopo averlo ucciso ho provato soddisfazione: avevo dimostrato a me stesso, ma forse più agli altri, che ero un “uomo”!

All’epoca ero così presuntuoso che ero convinto di possedere tutto ciò che mi serviva per vivere al meglio quella vita dove, invece, rimanevo confinato a intontirmi e lottare per sopravvivere. Ma io mi sentivo diverso da quelli che sottostavano passivamente a questa ingiustizia; io credevo di avere le palle per prendermi con la forza quello che mi era stato negato!

Che stupido sono stato! e quanto sangue ho versato in nome di una guerra che in effetti ho combattuto contro me stesso! E così, dopo quel primo omicidio, anch’io sono morto …

Sin da piccolo ho negato le mie fragilità, soprattutto perché a quel tempo credevo che, accettandole, avrei minato le mie esigue possibilità di sopravvivenza. Sono cresciuto creandomi l’illusione di essere un bambino forte, in grado di produrre autonomamente gli elementi vitali di cui un essere umano necessita: amore, considerazione, protezione.

Naturalmente questa illusione ha avuto vita breve. Infatti, quando ho abbandonato quel luogo desolante in cui sono cresciuto e dove ho coltivato la mia rabbia, la maschera dell’indipendenza si è frantumata, dando luogo a quella dell’arroganza che, come un fiume che esonda, si è trasformata successivamente in delirio di onnipotenza, provocandomi uno scollamento dalla realtà.

Non essendo stato capace di affrontare le mie fragilità, mi sono nutrito, attraverso la violenza, di quelle degli altri. Ma l’abuso costante, che all’inizio rappresentava la mia rivalsa, come un boomerang mi si è ritorto contro, aumentando il mio senso di smarrimento e facendomi sprofondare sempre più in una spirale distruttiva che mi ha portato ad essere completamente sordo ai bisogni degli altri.

L’infanzia l’ho vissuta quasi esclusivamente con mia madre, e poiché eravamo in simbiosi ho assorbito tutto il suo male di vivere. Quello che rammento maggiormente di lei sono i suoi grandi occhi azzurri, che purtroppo rappresentavano un cielo privo di sole.

Penso che solo chi ragiona in modo superficiale può credere sia facile giungere a uccidere un uomo. Credo, infatti, che ogni macro-scelta sia figlia delle micro-scelte che quotidianamente compiamo; poco importa quanto tali scelte siano consapevoli: le conseguenze arrivano comunque! È per questo che, sin dalla più tenera età, è importantissimo comprendere che ogni nostra decisione, anche quella che sembra più banale, influirà più o meno profondamente sul nostro e sull’altrui futuro.

Essendo cresciuto senza una guida positiva, indispensabile per proiettarsi nel mondo in maniera costruttiva, intorno ai dodici anni, quando ho iniziato a commettere reati e a drogarmi, mi è venuto naturale credere che quella fosse l’unica strada che potevo percorrere; quello che avevo saputo ricavare da mio padre, con il quale ho instaurato un rapporto solo quando sono divenuto un vero criminale (prima non mi considerava), andava verso l’illegalità più assoluta. Per lui non c’era spazio per regole e sentimentalismi: un uomo doveva prendersi a ogni costo quello che desiderava. Con questi presupposti era alquanto improbabile che potessi percorrere un cammino diverso, anche se questo non può e non vuole costituire un alibi per il male che ho causato.

Quindi tutti i giorni, per anni, non ho fatto altro che nutrire la rabbia, l’unica risorsa che pensavo di possedere, compiendo quelle micro-scelte che mi hanno condotto all’atto estremo di uccidere. Quello è stato sicuramente il momento nel quale l’ultimo barlume di umanità che ancora cercava strenuamente di resistere mi ha abbandonato, lasciandomi completamente nelle mani del mio delirio. Ormai ero ammaliato dalla sensazione di potere, dal delirio di disporre della vita degli altri!

Senza più nulla che potesse arginarmi, come un treno senza macchinista lanciato a folle velocità, ho continuato a scendere sempre più negli abissi; ormai sapevo che solo la morte o la galera potevano fermarmi: il mio karma prevedeva la galera. L’arresto è stato la mia liberazione.

Sin dall’inizio ho sentito un senso di pace che mi avvolgeva: finalmente avevo smesso di correre senza meta, alla ricerca di una identità che stupidamente pensavo di conquistare con la violenza. E così ho cominciato a cercare tra le macerie di questa mia vita svenduta al primo stronzo. Che fatica è stata guardare dentro ai segreti della mia anima: troppa era la sofferenza che custodiva.

Nonostante ciò, più gli anni passavano e più sentivo l’urgenza di dialogare con me stesso. Finché nel 2000 sono giunto a Opera, luogo nel quale è iniziata la mia catarsi. Mi sono subito reso conto che avevo bisogno di elevare il mio scadente livello scolastico e pertanto mi sono iscritto a scuola. Devo molto ai miei professori, i quali con impegno, pazienza e professionalità mi hanno supportato, dandomi il coraggio per migliorarmi e per recuperare l’autostima.

Lo studio ha ampliato notevolmente la mia visione globale della vita, insegnandomi che la consapevolezza dei nostri mezzi può farci raggiungere traguardi insperati. Il punto dal quale ripartire è senz’altro l’introspezione, indispensabile per focalizzare nuove mete, rette da valori per i quali valga la pena vivere; tutto ciò con passione e creatività, ma soprattutto nel rispetto verso gli altri, con i quali ricercare una comunicazione vera e profonda, capace di scaldarci il cuore e di cogliere il messaggio che si cela dietro alle parole.

C’è voluto tantissimo tempo per ristabilire un contatto con me stesso. Ho lottato con tutte le mie forze per sradicare la concezione distorta che mi ha portato ad alienarmi dagli uomini e da Dio. Con tenacia e costanza sono sceso nelle profondità del mio inferno e ho guardato in faccia il male che ho procurato; ritengo che riconoscere il proprio male sia l’inizio di un ritrovato bene.

È stato doloroso prendere consapevolezza che la devianza si era impossessata della mia coscienza; inoltre ho compreso che, se volevo riconquistarla, avrei dovuto fare pace con il ragazzo che ero e traghettarlo verso un futuro da costruire insieme.

Oggi ho accettato le mie fragilità; esse fanno parte di me e in un certo senso mi sento in dovere di proteggerle, perché è anche attraverso il loro riconoscimento che ho cominciato a coltivare le mie qualità e a dialogare con i miei limiti.

Il passato non è qualcosa da cui possiamo congedarci, cosa che del resto sarebbe sbagliata; quello che sto cercando di fare è cucire la prima parte della mia esistenza con quella che sto costruendo da ventitré anni a questa parte, dimodoché l’una venga assorbita dall’altra. Per fare questo è necessario un collante che le unisca, che dia fondamenta solide a questa nuova fase della mia vita.

Ebbene, questo collante l’ho trovato nel Gruppo della Trasgressione, con il quale ho l’opportunità di costruire progetti a lungo termine nei quali mi riconosco e vengo riconosciuto. Il più importante di questi consiste nell’andare nelle scuole per prevenire bullismo e tossicodipendenza; inoltre ritengo che per gli studenti instaurare una relazione seria con persone con un passato come il mio possa fornire loro le coordinate per riconoscere meglio i tranelli di cui si servono i “falsi miti”  dai quali bisogna tenersi alla larga.

Mettermi a nudo di fronte ai ragazzi mi ha permesso innanzitutto di farmi riconoscere come una persona con la quale è possibile costruire qualcosa di positivo. Questa interazione mi ha dato inoltre la possibilità di valorizzare le mie fragilità e ricavarne ogni giorno nuova linfa per recuperare il bambino che c’è in ognuno e alimentare la creatività che ci rende liberi.

Non posso esimermi dal parlare della recentissima collaborazione che il Gruppo della Trasgressione ha instaurato con la Croce Rossa Italiana. Da qualche tempo, assieme ad alcuni miei compagni, ho il privilegio e l’onore di far parte proprio dell”‘unità di strada” della Croce Rossa. Andare per le strade con l’obiettivo di occuparsi delle persone bisognose è qualcosa di indescrivibile. È pazzesco rendermi conto che un tempo consideravo gli uomini delle pedine da spostare o “mangiare” a mio piacimento! Quanta dignità ho scorto nei loro volti! Ascoltare le loro storie mi ha permesso di mettere a fuoco passaggi della mia storia. Non posso che ringraziarli per avermi concesso di entrare nel loro mondo e per avermi permesso, in questo modo, di comprendere meglio chi sono stato.

E così la mia storia ha preso una piega inaspettata; io stesso non avrei scommesso un centesimo se qualcuno avesse ipotizzato che sarei rinato! E se ce l’ho fatta io, allora significa che nessuno è mai definitivamente perduto.

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La Trsg.band a Prato San Pietro

Fra il pescatore e l’assassino,
le domande di un’umanità che non muore

I personaggi imperfetti di Fabrizio De André e i detenuti del Gruppo della Trasgressione si incontrano in Piazza Concordia di Prato San Pietro grazie alla Trsg.band e alla mediazione di Juri Aparo.

Prima e dopo il concerto, i cittadini potranno dialogare con i detenuti del Gruppo della Trasgressione.

Ingresso gratuito

I concerti della Trsg.band

Con l’AVIS il sangue per un altro scopo

Milano, 27 giugno 2017

Spettabile AVIS,

parecchie volte abbiamo sentito appelli in radio o in TV con cui invitavate i cittadini a recarsi presso i vostri centri di raccolta a donare il sangue. Non potendo venire da Voi, in quanto detenuti presso il carcere di Opera, con la presente Vi chiediamo di organizzare, qui all’interno dell’istituto, una giornata nella quale alcune decine di detenuti componenti del Gruppo della Trasgressione possano vivere questa esperienza di civiltà e di responsabilità.

Sappiamo che in passato le istanze individuali di alcuni detenuti non hanno ricevuto risposta da parte Vostra; forse esiste una regola che lo vieta. In ogni caso, dopo avere raccolto numerose richieste dei nostri compagni di detenzione e dopo aver consultato la direzione dell’istituto dove siamo detenuti, abbiamo pensato di rivolgerci a Voi con una lettera collettiva per chiederVi, oggi che abbiamo maggiore coscienza delle nostre responsabilità, di poterle onorare.

Come forse sapete, il Gruppo della Trasgressione, grazie alla mediazione del Rotary club Milano-Duomo e del PRAP (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) da un paio di anni ha una fattiva relazione con la Croce Rossa Italiana. Molte persone del nostro gruppo, infatti, hanno frequentato il corso di “Primo Soccorso” e ottenuto il relativo attestato e alcuni di noi hanno anche seguito il corso di “Operatore Sociale Generico” e hanno completato proprio in questi giorni il tirocinio per il “soccorso in città” verso i diseredati e i senza tetto.

Per noi sarebbe un onore poter organizzare una giornata AVIS all’interno del carcere di Opera, ormai definito un gioiello di emancipazione e di recupero dei detenuti, grazie ai corsi formativi ed artistici, tra i quali eccelle il nostro gruppo. Inoltre pensiamo che, anche per voi, questa iniziativa potrebbe avere un alto valore simbolico, poiché la presenza di un vostro pullman all’interno adibito alla raccolta sarebbe come affermare che… anche in mezzo agli ultimi si possono scorgere scintille… anzi, gocce di umanità e di senso civico!

Sarebbe bellissimo organizzare una vera domenica di festa nella quale presentare tutti i progetti AVIS e tutte le iniziative del Gruppo della Trasgressione, invitando le Istituzioni Pubbliche e le famiglie, trasformando un luogo di detenzione in un centro di costruzione, di reciproco riconoscimento e di mutuo soccorso.

Molti detenuti vedono in questa possibilità un’occasione per risarcire, almeno in piccola parte, quella società che hanno ferito. Ogni atto o fatto umano lascia tracce nella memoria delle persone e dei luoghi in cui accadono… vi chiediamo quindi di aiutarci a lasciare tracce del nostro passaggio diverse da quelle che hanno contraddistinto il nostro passato.

Cordialmente,
Il “Gruppo della Trasgressione

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Nicola Petrillo, il liutaio

Nicola Petrillo è liutaio presso il laboratorio “Casa dello spirito e delle arti”, interno alla Casa di Reclusione Milano-Opera, dove sta scontando una condanna all’ergastolo.

Nasce nel 1960 a Tricarico (Matera) da genitori contadini, trasferitisi a Milano nel 1967 con l’obiettivo di un lavoro stabile e un futuro migliore per i propri figli. Frequenta le scuole dell’obbligo con scarsi risultati: bocciato sia in seconda elementare che in seconda media, dopo essere stato sospeso per tutto l’anno scolastico, ottiene il diploma di terza media come privatista per gentile regalo del preside, con la promessa di non farsi più rivedere.

Già alle elementari era un bambino problematico, arrogante e prepotente con i compagni di classe e con i professori e dedito a piccoli furti. Alle medie la sua fama di bullo era nota in tutta la scuola e nel quartiere. In continuo conflitto con il padre, autoritario, manesco e alcolizzato, giunge presto alla sua squalifica come guida. Spinto dalla rabbia e dall’odio verso tutte le figure istituzionali, viene facilmente sedotto dal guadagno facile.

Appena compiuti i quattordici anni, fa la prima esperienza nel carcere minorile Beccaria, per ritornarci ancora qualche anno dopo. Nonostante avesse trovato un lavoro come tornitore, svolto poi per più di vent’anni, entra nel carcere di San Vittore ancora nel 1981, dove sconta otto mesi per tentato furto. Nell’82 prende tre anni per una tentata rapina e possesso di armi; nell’86 altri quattordici mesi per spaccio.

Ormai contagiato dal “virus delle gioie corte“, nemmeno il matrimonio con una ragazza onesta, avvenuto nel 1988, e la nascita della figlia l’anno successivo riescono a guarirlo dal delirio di onnipotenza. Col passare degli anni, si dedica ad azioni sempre più rischiose e si allontana sempre più dai propri simili.

Nel maggio del 1999, durante una rapina a un furgone portavalori, contribuisce a togliere la vita ad un poliziotto di 27 anni (Vincenzo Raiola) che interveniva in difesa dei cittadini. Per questo reato dopo due mesi viene arrestato e condannato in via definitiva alla pena dell’ergastolo. Dopo aver girato varie carceri della Lombardia, nel 2004 viene trasferito definitivamente nel carcere di Massima Sicurezza di Milano – Opera.

Nel 2007 accadde qualcosa d’ importante. Il divorzio dalla moglie e l’amore per la figlia, lo costringono finalmente a farsi delle domande, e ogni tanto a porsi anche quella giusta. Dopo un periodo di depressione, deciso a riprendere in mano la sua vita, si rimette in gioco. Nel giugno 2009, gli viene offerta la possibilità di partecipare a un corso di liuteria organizzato da Federica Della Casa, presidente della cooperativa Opera in Fiore, e finanziato dalla regione Lombardia.

La formazione era il meglio sulla piazza: la scuola cremonese. Petrillo  lavora così con grandi maestri del calibro di Valery Kondratoff Prilipko, che forse più di tutti gli trasmette la passione per questo lavoro. A seguire, Robert Glowaschi, che gli lascia le basi per la tecnica. Petrit Koopsaj gli insegna la precisione e le malizie del mestiere. Senza dimenticare i preziosi insegnamenti di Luisa Vania Campagnolo.

Nell’ottobre del 2011, dopo un periodo di scarso lavoro per la mancanza di fondi per le materie prime e per l’assenza del maestro, colpito da uno stato ansioso per la frustrazione di non poter continuare ad imparare le ultime lavorazioni per il montaggio delle corde, le continue promesse non mantenute, con un forte conflitto interiore, rinuncia a proseguire la formazione di liutaio come volontario.

Dopo un periodo di ozio, casualmente sente parlare del Gruppo della Trasgressione coordinato dal Dott. Angelo Aparo; incuriosito dai discorsi di alcuni compagni decide di fare richiesta per essere inserito. Nell’ottobre del 2012 viene esaudita la richiesta. Dopo le prime difficoltà iniziali, acquistando fiducia nel gruppo e in se stesso, riscoprendo la propria fragilità, partecipa sempre più attivamente, ricostruendosi un nuovo scheletro e una nuova identità.

Ritrovato il proprio equilibrio grazie al Gruppo della Trasgressione, la passione trasmessa dal maestro Prilipko pulsa sempre più forte, nel frattempo il laboratorio di liuteria passa alla gestione della Casa dello Spirito e delle Arti presieduta da Arnoldo Mosca Mondadori. Nel gennaio 2014 chiede e ottiene di poter ritornare come volontario per acquisire le ultime tecniche di montaggio e l’arte della verniciatura degli strumenti. Nel febbraio 2015 torna a frequentare un corso di montaggio e verniciatura con il maestro Enrico Dell’Orto. Costruisce così il suo sesto strumento, ma il primo completo e verniciato: un Guarnieri del Gesù del 1743 mod. “Il Cannone” (così chiamato dal maestro Nicolò Paganini per il suo suono).

Ad oggi Nicola Petrillo ha costruito in tutto 12 strumenti, concedendosi il lusso di inventare un nuovo modello chiamato “Il Milanese”, al momento in fase di costruzione.

Attualmente frequenta il Gruppo della Trasgressione con impegno; da tre anni partecipa attivamente alla prevenzione della devianza, andando nelle scuole a portare la propria esperienza negativa, parlando ai ragazzi di bullismo, tossicodipendenza, spaccio e conflitti con le autorità. Frequenta corsi di criminologia e mediazione dei conflitti con l’Università Bicocca in qualità di tutor. Collabora con l’Istituzione carceraria come componente della Commissione Detenuti, al fine di migliorare la vivibilità nell’Istituto. Lavora dal 2012 come volontario bibliotecario. Fa parte della redazione del giornalino “Prospettiva Oltre” realizzato nell’istituto.

Il suo sogno nel cassetto: aprire un laboratorio di liuteria all’esterno e vivere con i guadagni del suo lavoro.

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Una giornata magica

Sono Pasquale Fraietta e oggi voglio raccontarvi di una giornata speciale, non solo per condividerne le emozioni, ma anche per augurare la realizzazione di un sogno a chi, come me, aveva smesso a un certo punto di sognare per lasciare spazio al delirio.

Ecco quanto di magico è accaduto a una bambina di 10 anni. Il papà di questa bambina, già al mattino, aveva dovuto assumere un calmante per attenuare la tensione. Era uscito dal carcere di Opera, accompagnato da due gentilissimi signori e da una straordinaria donnina, tutte e tre persone che dedicano parte della loro vita ad aiutare il prossimo, in particolare, quel prossimo che nel suo scellerato cammino, la vita l’ha offesa e violata.

Nonostante gli sforzi per giungere in tempo, la celebrazione del Sacramento della Prima comunione aveva avuto inizio con Marianna, unica fra i bambini, senza i genitori a fianco, visto che il papà era in viaggio e la mamma fuori dalla porta della chiesa ad attenderlo.

La Chiesa era gremita di persone e forse qualcuna di loro si chiedeva dove fosse finita la madre di quella bambina o dove fosse il padre che nessuno aveva mai visto prima. Ma a un certo punto il sacerdote fa segno a Marianna di girarsi e anche lei vede dietro le sue spalle papà e mamma con gli occhi lucidi. Sembra una fiaba, ma come per miracolo, è diventata una bellissima realtà per Marianna e per l’intera famiglia, coro compreso.

Ha dato un contributo al colore della giornata anche Il dottor Aparo, giunto con il suo solito ritardo a festeggiare a casa e a parlare con i suoi modi abituali dei sapori antichi di quel c’era a tavola e attorno alla tavola, proprio come facciamo col Gruppo della Trasgressione dentro e fuori dal carcere.

L’unica nota decisamente negativa è stata l’assenza della mia mamma, perché ricoverata in ospedale. Non ho potuto riabbracciarla.

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