Per quanto voi vi crediate assolti…

“Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti “
Fabrizio de André

Mi aggancio alla citazione finale di De André nello scritto di Manuela per proporre una riflessione ulteriore sul film “L’insulto” di Ziad Doueiri.

Riparto dalle parole finali del giudice del film che prima di emettere la sentenza assolutoria dice:”Qui ci sono due persone che sostengono di essere vittime e ci chiedono di decidere chi ha più torto”.

In questa premessa ci sono a mio avviso due concetti utili per nutrire la riflessione sulla banalità e complessità del male.

Concetto numero uno: “ La dialettica dei pugni”. Ovvero stabilire chi ha più torto ha senso solo se si suppone che esista una sola ragione.

Nel film vengono presentate ragioni opposte, entrambe valide, che determinano un conflitto insanabile finché le posizioni restano orientate l’una contro l’altra.

Nel caso del film le posizioni conflittuali vengono sintetizzate dai due avvocati difensori e sono le seguenti:

  1. Anche se Yasser fosse l’uomo più oppresso de mondo, nessuno gli dà il diritto di farsi giustizia da solo.
  2. Yasser Salem reagisce a parole che hanno offeso la sua identità e quella del suo popolo. Quando si oltrepassa il limite, ci si deve aspettare una reazione. È normale, inevitabile, umano.

Gli avvocati argomentano dialetticamente a favore dell’una e dell’altra tesi: ciascuno segue una traiettoria riconoscibile, sensata, condivisibile a seconda dell’orientamento personale di chi ascolta. Tuttavia ciascuna posizione corre parallela all’altra: è impossibile che si incontrino e si accordino.

La prima affermazione sta alla base dello Stato di diritto.

La seconda ha a che fare con il conflitto tragico da Antigone in poi: ovvero la legge naturale che esiste ed ha valore anche quando entra in conflitto con la legge stabilita.

Mi vengono in mente le parole di papa Francesco che fecero grande scalpore nel mondo cattolico all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo in Francia: “Abbiamo l’obbligo di parlare apertamente. Avere questa libertà, ma senza offendere. È vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno”.

Nel film è proprio un pugno ad aprire il conflitto e poi è un altro pugno a fargli cambiare rotta.

Il conflitto che per buona parte del film sembra essere insanabile comincia a cambiare direzione quando, dopo una buona dose di dolore e fatica, ciascuna delle parti in causa, Toni e Yasser, riconosce nella propria storia la presenza dei torti subiti dall’altro: solo quando ciò avviene diventa possibile chiedere scusa.

Yasser non era disposto a chiedere scusa a un arrogante che credeva di avere il diritto di insultare lui e il suo popolo: inizia a cambiare idea quando scopre che Toni gli assomiglia. Da parte sua Toni inizia a mostrare che la sua ferita ha qualcosa in comune con quella di Yasser quando decide di aiutarlo a far ripartire la macchina.

Ma non basta questo, Yasser non vuole essere perdonato o compatito.
Prima di chiedere scusa Yasser ha bisogno di sentire la reciprocità: ha bisogno di sapere che Toni è consapevole di non essere né meglio né peggio di lui ma pari, almeno nella sofferenza. Per questa ragione va per la seconda volta alla sua officina, lo provoca e si fa sferrare un pugno. Solo in quel momento, in cui è innegabile il torto di entrambi Yasser chiede scusa.

Personalmente questa scena del film mi ha colpita molto: i due protagonisti si riconoscono nelle spinte problematiche che li hanno reciprocamente portati a sferrare il pugno l’uno contro l’altro è non nelle loro legittime ragioni.

Per quanto prima si sentissero assolti ciascuno dalla propria ragione è a suon di pugni che scoprono di essere coinvolti in un torto comune che provoca dolore.

Concetto numero due: sentirsi vittime

Frequentando il Gruppo della Trasgressione credo di avere imparato che nella mente di chi commette un reato c’è quasi sempre, in qualche forma più o meno chiara, consapevole e sensata, la sensazione di essere vittima di qualcosa o qualcuno.

Questa sensazione di mancanza e/o di sopruso subito e non riconosciuto è una “fame” che autorizza la sedicente vittima a trasformarsi in carnefice che fa altre vittime, le vittime dei reati appunto.

Ma, a reato avvenuto questa “fame” del carnefice/vittima viene disconosciuta da tutti: dal giudice che non è chiamato a giudicarla, dalla vittima che fa i conti solo con il proprio dolore e dal reo stesso che spesso ha bisogno di convincersi di aver agito come ha reagito perché voleva farlo e non perché spinto da una “fame” sulla quale non ha nessun controllo.

Finché il reo non trova le condizioni per fare spazio all’ascolto della propria “fame”, riconoscerla e darle in pasto vissuti differenti, difficilmente riconoscerà la sua e le altre vittime e si muoverà nella direzione del reinserimento nella società.

Mentre il giudice in tribunale può, anzi deve, sulla base della legge decidere chi ha più torto tra le vittime più o meno manifeste, il Gruppo della Trasgressione cerca, in accordo con il dettato costituzionale, di promuovere il riconoscimento di tutte le ferite per permettere di ricucire “lo strappo” avvenuto nel tessuto sociale.

In questo senso, come diceva giustamente Manuela “per quanto noi ci sentiamo assolti siamo per sempre coinvolti”.

Infine, come sintesi dei due concetti di cui sopra, mi viene in mente l’intervento di Paolo in risposta alla domanda di Roberto che si chiedeva come facessero le persone che gli dimostrano stima e simpatia a fare i conti con il terribile passato che lui oggi disapprova ma comunque non rinnega.

Paolo gli ha risposto raccontando di quella volta in cui è arrivato sul punto di uccidere un uomo. Poi ha detto che, per certi versi, il dolore per la consapevolezza che avrebbe potuto uccidere è più pesante del dolore che ha subito per la morte violenta della sorella Emanuela.

È come se Paolo avesse voluto dire a Roberto che oggi loro due possono avere a che fare l’uno con l’altro in modo autentico, non perché Paolo sia disposto a sorvolare sul passato di Roberto o faccia uno sforzo magnanimo nei suoi confronti. Tutt’altro, Paolo può accettare di fare strada con Roberto perché non lascia che il dolore per la perdita di Emanuela gli impedisca di riconoscere le parti più problematiche del proprio sentire. Sono queste infatti che gli permettono di riconoscere Roberto, tutto Roberto, comprese la sua storia passata e la fatica della sua evoluzione.

Sofia Lorefice

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La Responsabilità dei Burattini

“[…] tra giusto ed equo pur essendo entrambi buoni, è l’equo che ha più valore. 

Ciò che produce l’aporia è il fatto che l’equo è sì giusto, ma non è il giusto secondo la legge, bensì un correttivo del giusto legale. 

Il motivo è che la legge è sempre una norma universale, mentre di alcuni casi singoli non è possibile trattare correttamente in universale. […] l’errore non sta nella legge né nel legislatore, ma nella natura della cosa, giacché la materia delle azioni ha proprio questa intrinseca caratteristica. 

Quando, dunque, la legge parla in universale ed in seguito avviene qualcosa che non rientra nella norma universale, allora è legittimo, laddove il legislatore ha trascurato qualcosa e non ha colto nel segno, per avere parlato in generale, correggere l’omissione, e considerare prescritto ciò che il legislatore stesso direbbe se fosse presente, e che avrebbe incluso nella legge se avesse potuto conoscere il caso in questione. 

Perciò l’equo è giusto, anzi migliore di un certo tipo di giusto, assoluto, bensì del giusto che è approssimativo per il fatto di essere universale. Ed è questa la natura dell’equo: un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità. 

Questo, infatti, è il motivo per cui non tutto può essere definito dalla legge […]. Come il regolo di piombo usato nella costruzione di Lesbo: il regolo si adatta alla configurazione della pietra e non rimane rigido, come l’equo si adatta ai fatti […]”. 

Aristotele, Etica a Nicomaco, cap V,14 – 1137b

L’Istituto IIS Spinelli di Sesto San Giovanni ha ospitato gli autori dello Strappo: quattro chiacchiere sul crimine, per condividere con gli studenti al quinto anno, una delle tante riflessioni possibili sul tema Cittadinanza e Costituzione, che sarà oggetto di colloquio in sede d’esame di maturità a partire da quest’anno.

Tra gli altri, sono intervenuti alcuni detenuti che fanno parte del Gruppo della Trasgressione, una realtà che opera da 22 anni nelle carceri milanesi con l’obiettivo di promuovere l’evoluzione dei condannati e il loro possibile reinserimento sociale dopo il fine pena.

Dalle parole dei detenuti del Gruppo della Trasgressione è emerso che all’epoca in cui commettevano reati la vittima per loro non esisteva, non esisteva il suo dolore, non esistevano le conseguenze dell’azione che stavano compiendo così come non esisteva la possibilità di scegliere di agire altrimenti.

A dire di chi ha commesso reati, nel momento in cui il fatto avviene il suo esecutore ha in mente solo l’azione da compiere e tutto il resto non esiste, nel senso che non viene neanche preso in considerazione. 

Oggi i detenuti che negli anni si sono allenati a riflettere dicono che in passato sono stati come burattini che eseguivano ordini di qualcun altro o di una parte di se stessi con la quale non erano capaci di dialogare per proporre alternative alle azioni che erano determinati a compiere.

Da qui è stata sollevata la domanda: “Se i responsabili del reato oggi considerano che ai tempi in cui lo hanno commesso erano burattini, come si può giudicare la loro responsabilità nel momento in cui bisogna decidere di comminare loro una pena?”.

Hanno provato a rispondere studenti, docenti, magistrati e psicologi.

Uno studente ha detto: “Prima che le persone commettessero reato non era possibile aiutarle, quindi bisognerebbe provare a farlo dopo”.

Il magistrato seduto al tavolo della discussione ha chiarito che per la legge esiste il soggetto e la sua responsabilità che è sempre individuale: lo dichiara la Costituzione al primo comma dell’art 27, quello stesso articolo che poco più sotto dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.

Lo psicologo che coordina le attività del Gruppo della Trasgressione ha fatto presente che prima del reato esiste l’ambiente in cui il reato si produce e che, quasi sempre, commette reato chi vive nel degrado. Pertanto la società che vuole tener conto della Costituzione deve interrogarsi sul rapporto che c’è tra il degrado in cui si cresce e il degrado che si appropria della mente delle persone che commettono reato. Questo non per sollevarle dalla responsabiltà delle loro azioni ma per non rinunciare alla complessità che la domanda sulla responsabilità dischiude.

Nel tentativo di mettere in ordine le suggestioni raccolte per cercare di dare il mio contributo alla costruzione del pensiero, mi chiedo: 

Ammesso che le persone che hanno commesso i reati fossero responsabili al momento dell’azione, quanto di fatto erano libere? Ovvero quanto erano libere di avere sentimenti diversi da quelli che le hanno indotte a scegliere di fare quello che hanno fatto? 

Se è vero che la responsabilità dell’atto criminale non può che essere imputata all’individuo che lo ha compiuto, chi è responsabile dei condizionamenti che hanno contribuito a costruire il degrado nella mente di chi all’epoca dei reati non era capace di fare una scelta diversa da quella criminosa?”. 

A partire da queste domande propongo due considerazioni.

Prima considerazione:

Personalmente credo che la responsabilità delle condizioni di scarsa libertà in cui gli esecutori dei crimini hanno agito sia in parte di ciò che la Costituzione all’art. 3, comma 2, chiama la Repubblica:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Mi piace pensare che nella mente dei padri costituenti, quando hanno scritto il terzo comma dell’art. 27 che dice che la “la pena deve tendere alla rieducazione del condannato”, ci fosse la consapevolezza che la Repubblica può fallire il compito che le affida il terzo articolo della stessa Costituzione ovvero “eliminare gli ostacoli che limitano la libertà delle persone e l’uguaglianza dei cittadini”. 

Se questo avviene, se la Repubblica fallisce il dettato dell’art 3, la ri-educazione di cui parla l’art. 27 non è altro che la seconda possibilità che la Costituzione si dà, e dà a tutta la società civile, per non rinunciare a perseguire il suo obiettivo: ovvero promuovere la formazione di cittadini come persone libere e quindi individui pienamente responsabili delle proprie azioni.

Perché per la Costituzione l’obiettivo collettivo da perseguire è più importante dell’errore individuale da stigmatizzare.

Seconda considerazione:

Se i giudici che in Tribunale comminano le pene devono per forza fare riferimento al valore della Giustizia intesa come fedele applicazione della legge e quindi devono considerare responsabile delle sue azioni chi ne è di fatto l’esecutore; la Repubblica di cui parla la Costituzione e che mi piace considerare nel senso alto della Politeia platonica che letteralmente significa “cittadinanza” ovvero “insieme di tutti i cittadini”, ha bisogno di fare riferimento al valore dell’Equità così come è descritta da Aristotele nel libro V della sua Etica a Nicomaco.

Per Aristotele la Giustizia è la più alta delle virtù etiche, tuttavia non è un concetto assoluto e monolitico. Il filosofo distingue tra Giustizia ed Equità, sostenendo che la seconda sia un correttivo della prima, che ha per sua natura la necessità di fare riferimento a principi universali, intatti e perfetti incapaci di tenere conto di realtà individuali imperfette e multiformi.

Aristotele sostiene che chi in ogni occasione pretenda di decidere appellandosi a un principio di giustizia considerato saldo e inflessibile si comporta come l’architetto che tenti di usare una riga dritta per misurare le complesse curve di una colonna scanalata. 

La Repubblica/Cittadinanza di cui parla la Costituzione non sta solo nei Tribunali, pertanto dopo che la pena è stata comminata dal giudice sulla base del principio legale della Giustizia, la Repubblica depone il metro rigido e si sforza di costruirne uno sufficientemente equo per compensare lo scarto tra il principio universale a cui si deve fare riferimento e la realtà, troppo complessa, fuggevole e imperfetta per poter essere ricercata, compresa e misurata col metro della perfetta giustizia.

[l’immagine è stata presa dal sito karatedomagazine.com]

 

Vavaluci per Sisifo

Sofia Lorefice e Angelo Aparo

Unni finiu u re ‘i Corintu bedda
ca cu na petra spusau lu so distinu
picchini truoppu vulìa na funtanedda
iddu ca era u re di Corinto bedda.

E chistu è u cuntu ri Sisifu i Corintu,
ca nunn’avia chiù acqua pa so’ genti
appi a pinzata ri futtilla a nu diu
l’acqua a truvau, ma iddu si pirdiu.

Viri chi fici u re ‘i Corintu bedda
ca cu na petra pi sempri si spusau
iddu vulia n’eterna funtanedda
Ma p’o piaciri ro cumannu s’ambriacau

C’era una vota ‘n patri picca attentu
cu na figghiuzza squeta e bedda assaj
iddu ‘n ci rava né occhiu né aurienza
e idda persi a firucia e a ‘sa spiranza

E c’era puru u signuri di l’Olimpu
ca nun sapia chi fari do so putiri
do so compari vitti ‘a figghiuzza bedda
e si la pigghiò pi fari u so’ piaciri.

Viri chi fici u re ‘i Corintu bedda
ca cu na petra pi sempri si spusau
iddu vulia l’eterna funtanedda
Ma u piaciri ro cumannu lu ‘mbriacau

Sisifo vitti e pinzau ‘na spirtizza:
stu pappagghiuni talìa che cumminau
co diu ro sciumi scangiu l’acqua pi so figghia
su fatti so’, a mia cu è ca mi pigghia?

Chi mala sorti p’o re ‘i Corintu bedda
ca cu na petra spusau lu so distinu
Partiu p’aviri l’acqua pi la so gghenti
e appuoi finiu comu all’autri prepotenti

E quannu Giovi di l’Olimpu si n’addunau
ca lu picciuttu si l’era cantata
di trona e lampi u cielu iddu incìu
e a caccia o re ‘i Corintu accuminciau

E ‘nta lu frati ‘i l’Inferi Giovi scinniu
‘Pigghilu tu’, ci rissi, ma Ade arrispunnìu:
Chi nicche e nacche, chistu nun si po fari!
Si tu u patruni ma troppu ‘n t’allargari

Ma statti zittu, la morti è capricciusa
lassa la vecchia e pigghia a chiù carusa,
‘O Frati mieu a cuscienzia lassala stari
viri c’ha fari, sinnò na ma sciarriari!

Chi mala sorti p’o re ‘i Corintu bedda
ca cu na petra spusau lu so distinu
Partiu p’aviri l’acqua pi la so gghenti
e appuoi finiu comu all’autri prepotenti

E a ‘mpressa Thanatos a Corinto arrivau
e a porta i Sisifo iddu tuppuliàu.
‘Cu è ca mi voli?’ rissi Sisifo scantàtu
‘Sugnu la morte e pi ttìa m’hanu mannatu’.

Accussì prestu picchì mi voli vossìa?’
Trista era a morti picchi manco idda o’ sapìa.
‘A megghiu cosa è chidda ca nun si rici,
chistu cumanna chiddu ca vosi e fici’.

E mentri Thanatos cunfunnutu si spiegava
U re i Corintu facia finta ch’ascutava
accussì lu fici bìviri e ‘mbriacàri
e l’ancatinau unni nun si putìa ‘ttruvari.

Viri chi fici u re ‘i Corintu bedda
futtiu la morti pi essiri immortali
era partutu pi dari l’acqua all’abitanti
e appuoi finiu comu all’autri prepotenti

Cu la morti ‘ncatinata nuddu murìa
nun sirvia guerra né mancu malattia
ma se puri l’uommini nun finiscinu di campari
cu stapi ‘i supra non po’ chiù cumannari

E allura Thanatos vinni liberatu
e u re i Corintu pi l’aricchi vinni purtatu
davanti a Giovi ca ci rissi assatanatu
cu chista petra stai pi sempri maritatu

La so cunnanna fu la petra d’ammuttari
‘ncapu a muntagna senza mai finìri
di supra a petra abbasciu rutuliava
e iddu supra n’atra vota a ripurtava

Viri chi fici u re ‘i Corintu bedda
ca cu na petra pi sempri si spusau
iddu vulia l’eterna funtanedda
e appuoi pi sempri la so petra iddu ammuttau

Ci fu ‘na vota u suvranu ri Corintu,
ca nunn’avia acqua pa so’ ggenti
appi a pinzata ri futtilla a nu diu
l’acqua a ttruvau, ma iddu si pirdiu.

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Nica

NicaSofia Lorefice

Una donna si specchia e trucca. Una bambina la segue e la imita. (La bambina calza delle scarpe con il tacco uguali a quelle della donna grande ma che a lei vengono troppo grandi)

Nica: Perché ti specchi?

Donna: Perché voglio essere bella.

Nica: E perché vuoi essere bella?

Donna: Perché nel mio lavoro bisogna essere belle per essere considerate importanti.

Nica: Tu per me sei importante e bella!

Donna: (la donna grande sospira) Nica, non sono tutti come te, per gli altri devo essere più bella.

Nica: Chi sono le persone per le quali devi essere più bella?

Donna: Sono piccoli uomini potenti e annoiati che possono farmi fare carriera, altrimenti la faranno fare a un’altra.

Nica: E chi è quest’altra?

Donna: Una più bella di me.

Nica: Ma chi è più bella di te?

Donna: (innervosita) Ora devo uscire, mi aspettano, ho un lavoro importante. Tu ora addormentati dai…

Nica: Raccontami una storia, la storia di Biancaneve e io mi addormento!

Donna: Non posso Nica, vorrei tanto stare qui con te, sarebbe un sogno! Ma oggi sono troppo di fretta, la storia te la racconto domani. Tu ora vai a letto…

Nica: Ma la regina di Biancaneve era cattiva?

Donna: (annoiata) Sì

Nica: Perché?

Donna: Perché era narcisista.

Nica: Cosa vuol dire narcisista?

Donna: Che si guardava solo allo specchio.

Nica: Perché la strega si guardava solo allo specchio?

Donna: (distratta) Perché voleva essere la più bella del reame.

Nica: E perché voleva essere la più bella del reame?

Donna: (in ansia, perché in ritardo) Perché non conosceva nessuno che la facesse sentire bella e importante. Ora però dormi. La storia te la racconto domani.

Nica: E perché voleva uccidere Biancaneve?

Donna: Perché era più apprezzata e amata di lei.

Nica: Da chi era amata e apprezzata Biancaneve?

Donna: Dai sette nani e poi dal principe.

Nica: E chi erano i sette nani?

Donna: (dolce) 7 piccoli uomini gentili e fedeli.

Nica: E il principe?

Donna: Dai Nica dormi…. Il principe era un sogno che contava più della realtà.

Nica: Perché la strega dà la mela a Biancaneve?

Donna: Perché voleva avvelenare i sogni che lei non sapeva sognare.

Nica: Ma allora perché la strega fa un incantesimo dal quale Biancaneve viene liberata e non uno che dura per sempre?

Donna: (la Donna Grande piange) Perché i sogni, in fondo, non muoiono mai… stanno in dormiveglia e sperano che qualcuno riesca a risvegliarli.

Nica: Allora la regina non era cattiva?

Donna: Forse no.

Nica: E allora cosa era la regina?

Donna: Sola e fragile.

 

La donna (triste) bacia la bambina ed esce dalla porta. La bambina guarda la porta, comminando con le scarpe col tacco, si dirige verso una bambola che somiglia alla donna grande; la osserva, la studia, quasi la interroga, poi osserva le scarpe che ha ai piedi e se ne sta qualche momento pensierosa… chiedendosi se tenerle o metterle via. Infine, con atteggiamento fiero e soddisfatto decide di tenerle, va verso il suo orsetto di peluche, lo prende, lo abbraccia, torna verso la bambola e glielo mette delicatamente fra le braccia.

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