Un Adolescente tra Eletti e Pidocchi

Penso che uno degli aspetti degni di nota del personaggio di Raskol’nikov, prima ancora del delirio che lo spinge a commettere l’omicidio, sia la sua età. Un giovanissimo ragazzo che, per il timore di rientrare nella categoria dei cosìddetti ‘’pidocchi’’, cerca assiduamente di meritare quella degli ‘’eletti’’.

Il romanzo offre la possibilità di scorrere tra i pensieri del protagonista e, pagina dopo pagina, ho avuto l’impressione che l’apparente sicurezza che Raskol’nikov tenta di dimostrare, agli altri ma soprattutto a se stesso, non sia altro che il tentativo di distaccarsi dalla classe delle persone comuni, alla quale, in verità, sa di appartenere.

Nella sua mente è un continuo contraddirsi; Raskol’nikov si sforza di interpretare la parte di chi è consapevole delle proprie azioni, eppure non c’è un momento in cui egli si senta realmente certo della correttezza di esse.

Egli è, però, così intento a dare prova della sua intelligenza che, a tratti, arriva a convincersi di aver fatto la scelta giusta; il dubbio, tuttavia, non lo abbandona mai.

In tutto questo ho percepito l’insicurezza di un adolescente, che lui stesso ha tentato di mascherare con la presunzione di chi è superiore; io, personalmente, non gli ho creduto un istante.

Tutto ciò è indicatore di un incessante malessere; che sia attorniato da persone o che si trovi isolato, smarrito tra i suoi pensieri, Raskol’nikov è in un continuo stato di sofferenza; non è in grado di riconoscere chi gli sta intorno né, tanto meno, se stesso, e si nega la possibilità di sentirsi parte di ciò che lo circonda; si zittisce ogni volta che si accorge di provare sentimenti, forse perché teme che siano questi ultimi a impedirgli di superare chi ha di fronte.

Ciò è riconducibile alle storie dei detenuti che si raccontano al Gruppo; la polverizzazione della coscienza, oltre ad essere uno dei concetti protagonisti del progetto, è un passaggio necessario affinché si possa calpestare l’altro e, alle volte, se stessi.

Beatrice Ajani

Delitto e Castigo

Il sollievo di Matteo

Dell’arte amo la capacità di mutare forma, il suo scivolare tra le menti degli spettatori trasformandosi a seconda della loro necessità. Credo sia proprio questa particolarità a tenere in vita le opere e, partecipando all’incontro di “Caravaggio in città”, ne ho avuto la conferma;

Sono convinta che, almeno per quanto mi riguarda, le interpretazioni nascano dalla necessità di immedesimarsi, di sentirsi partecipe dell’opera stessa; penso che ritrovare nei personaggi caratteristiche affini alle proprie stimoli ulteriormente la curiosità di chi osserva e, allo stesso tempo, gli sia di particolare conforto.

Conoscevo già la ‘’Vocazione di san Matteo’’, ma in passato l’ho guardata con occhi completamente diversi. Ricordo, per esempio, di non aver mai tenuto realmente conto degli sguardi dei personaggi; oggi invece è un particolare che mi sembra fondamentale, forse protagonista dell’intera opera.

Io percepisco nell’espressione di Matteo una scintilla di desiderio; personalmente non colgo nel suo viso lo stupore di essere stato chiamato, piuttosto mi sembra di leggere in lui la necessità di sentirsi coinvolto e il sollievo che la chiamata stessa gli provoca. Forse è per questo motivo che gli altri personaggi del dipinto rimangono indifferenti all’entrata di Cristo, semplicemente non lo stavano aspettando.

Secondo me, non si è sempre consapevoli di essere in attesa di qualcosa o qualcuno, eppure, quando si presenta la possibilità di venirne a conoscenza, lo si riconosce quasi istintivamente; Matteo si sente il destinatario dell’invito, sa di esserlo.

Fino ad ora credo di aver sempre fatto parte del gruppo degli indifferenti o, per lo meno, non ho mai realmente colto le chiamate che, nel bene e nel male, realizzo solo oggi di avere ricevuto.

Ultimamente, invece, mi rivedo molto nella figura di Matteo, e più sento la chiamata risuonare, più riconosco in me lo stesso sollievo che leggo nei suoi occhi.

Beatrice Ajani

Caravaggio in città

La forza della comunicazione

Ho trovato molto potente la scelta dei film per il laboratorio con il gruppo della trasgressione e ho composto questa immagine perché scopro sempre di più, anche attraverso questa nostra attività, che la comunicazione è alla base di tutto.

Strane storie di Sandro Baldoni ha reso perfettamente, con la sua ironica esagerazione, i concetti di mercificazione, indifferenza e ‘’assurdo’’ che, nonostante il lungometraggio sia stato girato più di vent’anni fa, continuano ad essere terribilmente attuali; abbiamo, inoltre, avuto la possibilità di discuterne direttamente col regista, rendendo la conversazione davvero stimolante.

Durante l’incontro sui Cento passi, invece, si è sviluppata una discussione su come il male riesca facilmente ad entrare nella vita di tutti, diventando quotidianità; è in parte questo, infatti, il concetto del film di Marco Tullio Giordana; anche quel giorno abbiamo avuto il piacere di ascoltare le parole di una persona fortemente impegnata sulla questione trattata: Monica Forte, presidente della Commissione antimafia della Lombardia.

Con il terzo film, di Ettore Scola, quello che ho personalmente preferito, si è parlato maggiormente della violenza nei confronti della donna e di chiunque non fosse un ‘’vero uomo’’ (padre, marito e soldato, come scriveva Antonietta nel suo album) ai tempi del fascismo.

In parte grazie all’invito della Prof.ssa Stanganello e del Dottor Aparo, in parte perché è un argomento che ho particolarmente a cuore, è stato l’unico incontro in cui ho trovato il coraggio di intervenire e di esprimere la mia opinione; ho tenuto a far notare quanto fosse disturbante e insistente l’abuso psicologico subito dalla protagonista, nonché da tutte le donne del tempo, tale da non permetterle nemmeno di rendersene conto; di come, inoltre, Gabriele non venisse riconosciuto uomo, per via del suo orientamento sessuale, ma venisse estraniato dalla società perché, a differenza delle ‘’macchine’’ che un tempo venivano considerate persone, sentiva il bisogno di essere se stesso, di esternare le proprie emozioni; ma è questo che, a parer mio e di molti, rende realmente un uomo tale, umano.

Un’altra piccola considerazione che mi preme fare riguarda proprio l’orientamento sessuale, forse per dare uno spunto di riflessione a chiunque sia contrario a ciò che non è eterosessualità: con tutto il male di cui si discute durante gli incontri e che fa purtroppo parte della nostra storia, perché dovremmo sentirci straniti o addirittura schifati quando finalmente c’è l’amore? quando finalmente c’è un po’ di umanità?

Beatrice Ajani

I contributi del Liceo Brera al cineforum