Trame di Libertà

PERCORSI DELLA DEVIANZA E TRAME DI LIBERTÀ
Domenica 17 maggio 2026, ore 21:00
Trsg.Band e Gruppo della Trasgressione
Concerto al Teatro Roberto De Silva di Rho

Nel corso della serata, proveranno a cucire le loro “Trame di Libertà” con quelle dei componenti del gruppo e della band alcuni studenti e insegnanti degli istituti scolastici di Monza, Saronno, Legnano, Parabiago con i quali il Gruppo della Trasgressione intrattiene da anni una proficua collaborazione.

In abbinamento al concerto, dalle ore 18:30 del 17 maggio, Il teatro De Silva ospiterà opere di pittori, scultori, fotografi sul tema della serata.
Le gallerie di alcuni degli autori: Alessio Ferraro, Adriano Avanzini, Carmelo Carrubba, Franco Scoccimarro, Paolo Colombo e Federica Bencivegna, Claudia Selz.

Una presentazione della serataL’intervista al Sindaco di Rho

Il concerto del 2025 all’auditorium di Milano – La Trsg.band

Delitto e CastigoIl 25 aprile al Centro Alzheimer
Percorsi della Devianza e Trame di LibertàLa nostra palestra
La mostra nel foyer del teatro

Interviste di Natale

Nel bel mezzo di una cena pre-natalizia, l’intervista è nata per gioco su iniziativa del professore. Beatrice e Carolina hanno posto alcune domande a Paolo Setti Carraro, mentre io e Riccardo a Giancarlo Scialanga.

C’era un clima divertito e scanzonato, forse generato anche dall’alta qualità dei contenuti di Delitto e castigo, la trasmissione che il gruppo sta portando avanti con il giornalista Max Rigano. Non c’erano vincoli rispetto alle tematiche da trattare, ma solo un obiettivo da perseguire: quello di estrapolare quanta più umanità possibile dal pensiero e dal vissuto degli intervistati.

Tutti abbiamo accolto la proposta con curiosità e serietà. Come spesso accade, il dialogo ha rapidamente fatto lievitare la riflessione e la complessità dei contenuti. Io e Riccardo abbiamo deciso di affrontare il tema della paternità, secondo noi di cruciale importanza per l’interpretazione delle dinamiche umane. Volevamo esplorare il sentimento paterno, a prescindere dall’identità dell’oggetto verso cui è rivolto.

Giancarlo è sposato con una donna che ha conosciuto al liceo e ha due figli. Nel rapporto con i propri figli, che si declina in maniera diversa per il maschio e per la femmina, ha individuato alcuni elementi che gli hanno permesso di comprendere meglio il rapporto con il proprio padre e l’influenza di quest’ultimo nella sua vita.

Da ragazzo, Giancarlo si è sentito soffocato dal giudizio del padre che, consciamente e inconsciamente, ha condizionato il suo modo di ragionare ed esprimersi, di individuare i propri valori e le proprie convinzioni. Il peso di questa presenza era tale da spingerlo a desiderarne la morte.

La relazione tra padre e figlio è cambiata quando Giancarlo ha preso coscienza della fragilità del padre, e così anche della propria. Incontrando l’umanità del padre, ha potuto capirlo; quindi, amarlo, smettendo di provare rancore. Ciò gli ha consentito di notare che i capelli del padre “che pensavo fossero di ferro, erano in realtà di seta.” Così, la scoperta della fragilità diventa uno tra gli avvenimenti che più avvicinano l’essere umano all’anima del mondo. Apre gli occhi e pulisce lo sguardo emotivo.

Di fronte alla maestosità e all’ineluttabilità dell’anima del mondo, che Giancarlo ha colto nelle insicurezze di suo padre e nell’amore per sua moglie e per i suoi figli, egli non sente la necessità di interrogarsi sulla esistenza di Dio; per Giancarlo oggi sono la percezione della realtà, la comprensione dell’umano e l’individuazione delle fragilità a costituire lo stra-ordinario e il magico.

Paolo sente di vivere un momento sereno della sua vita, in cui si trova a dare conforto e supporto a sua moglie. Dall’intervista è emerso un concetto particolarmente suggestivo e commovente: la difficoltà di accettare di essere amati. Paolo, con le sue parole, ha condiviso con noi una verità tanto fondamentale quanto complessa da cogliere. Ci vuole una lucidità estrema ad ammettere che proprio ciò che tutti desideriamo ricevere, che infonde energia e induce a migliorarci, è difficile da accettare. Accorgersi di essere amati fa paura perché responsabilizza. L’amore fa sentire fragili, talvolta non all’altezza. Poche cose avviliscono l’essere umano come sentire di deludere le aspettative di chi ci ama.

Ad ogni minuto, mentre il gioco procedeva  con naturalezza, domande e risposte acquisivano tenerezza e profondità. Abbiamo subito stabilito, nelle interazioni di coppia e di gruppo, un canale comunicativo che ci ha permesso di intavolare un dialogo armonioso, in cui ci sentivamo a nostro agio nelle attività di riflessione e di ascolto.

La ricchezza del confronto con Riccardo – che ha un dono comunicativo grazie al quale riesce ad arrivare al cuore dell’interlocutore, coniugando la complessità del ragionamento con la semplicità dell’esposizione – e dell’ascolto delle parole di Beatrice e Carolina, Giancarlo e Paolo mi hanno restituito sensazioni di pienezza, serenità, soddisfazione intellettuale ed entusiasmo. La disponibilità di Paolo e Giancarlo a condividere il proprio vissuto, la propria saggezza, la scelta delle riflessioni e degli esempi da riportare, è stata commovente. Per tutto questo, ho provato grande gratitudine.

Giulia Villa

A chi era presente alla serata di giovedì scorso, ecco il ritratto di mio papà Francesco la notte della sua morte, quando ho capito che i suoi capelli erano di seta. Un riconoscente saluto a Juri e a tutti voi.
Giancarlo Scialanga

 

 Delitto e CastigoOfficina Creativa Homo sum…

Incontro in Cattolica

19/11/25 – Incontro in Cattolica su
Percorsi della Devianza e Trame di libertà

L’incontro si è aperto con la presentazione, da parte del Dottor Aparo, dei 2 temi della giornata:

  • Percorsi della devianza, ovvero le strade che portano alla pratica del reato e, soprattutto, a uno stile di vita nel quale il reato fa parte della quotidianità;
  • Trame di libertà, cioè le relazioni, i sentimenti e le azioni attraverso cui le persone ”allargano gli orizzonti della propria libertà”.

 

Le riflessioni e le pratiche che ne discendono hanno l’obiettivo di

  • mettere le esperienze dei detenuti del Gruppo (con anni di lavoro alle spalle) al servizio degli adolescenti delle scuole medie primarie e secondarie che visitiamo per l’attività di prevenzione contro droghe e bullismo;
  • offrire alle figure istituzionali che si occupano della rieducazione del condannato dati sulla propria personale esperienza evolutiva e sugli strumenti che l’hanno favorita.

La prima parte della giornata è stata dedicata ai Percorsi della devianza.

A riguardo sono intervenuti Antonio Tango, Ignazio Marrone e Alessandro Crisafulli, detenuti ed ex detenuti che da anni sono componenti attivi del Gruppo; ciascuno ha raccontato il proprio percorso, indagando i contesti, le relazioni e le emozioni che li hanno portati a commettere reati.

Antonio ha individuato, come uno dei fattori che lo hanno portato sulla strada della devianza, il mancato riconoscimento da parte del padre, che fin da quando era piccolo lo ha ritenuto incapace, ”scemo”, per via dei suoi problemi di salute. Inoltre, a scuola era vittima di bullismo; di conseguenza, e non avendo avuto una figura di riferimento credibile, lo stesso Antonio è arrivato a squalificarsi, a reprimere le sue emozioni e a cercare il riconoscimento degli altri attraverso atti violenti e di potere. “Comandato dalla rabbia come fosse un burattino“, ha iniziato a commettere reati, fino a disconoscere completamente le sue vittime e a trasformare le persone in oggetti utili al raggiungimento dei suoi obiettivi. Come lui stesso sottolinea, nella sua mente i loro volti smettevano di avere una fisionomia.

Ignazio ha raccontato la sua infanzia in Sicilia, in una famiglia nella quale la delinquenza era normalità. Ha ricordato suo padre che gli chiedeva di nascondere la pistola e i primi furti commessi con leggerezza. Non è stato accompagnato nella sua crescita, accudito e amato come sentiva di aver bisogno. Da ragazzo si è trasferito a Milano e ha iniziato a rubare per trovare i soldi con cui mantenersi. Ha incominciato, però, a ricavarne soddisfazione; sentiva che commettere furti lo rendeva più potente, riconoscibile e stimabile agli occhi degli altri. Ha iniziato a “prenderci gusto”, i furti non erano più solo un modo per sopravvivere, ma ciò che gli permetteva di accedere facilmente alla “bella vita”, tra lusso e delinquenza, alla quale si era gradualmente abituato. Anche per lui, le persone erano diventate solo un mezzo per ottenere quello che desiderava.

Alessandro è nato e cresciuto in un contesto di degrado, Quarto Oggiaro, nel quale fin da piccolissimo si è trovato immerso nella criminalità. Ha raccontato di aver sentito su di sé il peso di non essere stato voluto dalla propria famiglia; veniva riconosciuto dal padre solo quando dimostrava di essere capace di commettere reati. Col passare degli anni l’immagine che egli aveva di se stesso si è sempre più conformata a quella del delinquente, tanto da rendere il reato una pratica quotidiana.

Tutti e tre, con l’obiettivo di sentirsi potenti e ottenere il riconoscimento degli altri, hanno sentito l’esigenza di collezionare vittime e hanno usato la fragilità di queste per espellere da sé e proiettare su di loro la propria.

La seconda parte dell’incontro è stata dedicata al capitolo delle Trame di libertà, le quali non riguardano solo chi commette reati, perché ogni persona (come ha sottolineato Paolo Setti Carraro) ha i propri gradi di libertà.

Antonio è stato arrestato pochi mesi dopo la nascita di suo figlio; ha trovato nel desiderio di vederlo crescere e aiutarlo a diventare un cittadino come gli altri la motivazione per lavorare, indagare il proprio percorso e crescere a partire da esso, diventando così un esempio per lui.

Ha trovato nel dialogo con i componenti esterni del Gruppo, che lo hanno “costretto” a confrontarsi con le loro fragilità (ma anche con la sua), uno strumento fondamentale per le sue trame di libertà.

Anche Ignazio ha ricavato dal lavoro col Gruppo il ritorno al riconoscimento dell’altro; sentire di avere una funzione all’interno della squadra e assumersi la responsabilità di lavorare per il raggiungimento di obiettivi comuni gli ha permesso di sentirsi un cittadino, capace di rendersi utile alla società e di sentirsi un buon padre per i suoi figli.

Alessandro ha sottolineato, inoltre, l’importanza del dialogo con i parenti e le vittime di reato; trovarsi faccia a faccia con le vittime e il male loro causato lo ha portato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni, a riconoscerne il peso e a renderle un punto di partenza dal quale iniziare a costruire con la società.

È intervenuto poi Paolo Setti Carraro, medico e parente di vittima, il quale ha spiegato come entrare in carcere e interagire con coloro che hanno causato dolore lo abbia aiutato ad emanciparsi dalla sua posizione di vittima, immagine di sé che rischia di diventare parte preponderante dell’identità della persona che ha subito un reato.

Infine, è intervenuta Carolina Rocca, studentessa ed ex-tirocinante del Gruppo; per lei, il suo contributo (e quello di tutti gli studenti del Gruppo) alla crescita ed evoluzione del detenuto sta nella possibilità di confronto; portare il proprio punto di vista mette gli altri nella condizione di arricchire la propria visione delle cose, portando ciascuno a responsabilizzarsi.

Beatrice Ajani

Percorsi della devianza e Trame di Libertà

Nominare il rancore

Credo sia proprio vero che, se per anni si costruisce la propria identità sul rancore, abbandonare quest’ultimo è un’impresa: equivale a concedere a sé stessi di lasciar andare uno scheletro che, per molto tempo, ha sorretto la propria persona; fa paura l’idea di doverlo sostituire e ricostruire su basi differenti; si corre il rischio di rimanere o sentirsi privi di un appoggio al quale aggrapparsi in momenti di difficoltà. Se provo rancore nei confronti di qualcuno, posso contare su di esso per non smarrirmi quando la persona in questione mi ferisce. Il rancore è un’armatura che sì, protegge dal dolore, ma che in ogni caso limita la libertà di chi la indossa.

Nel momento in cui si manifesta, il rancore trova espressione nel male, che sia esso prodotto a danni di altri o di sé; un male che, gradualmente e in maniera inconsapevole, diventa parte della quotidianità di chi lo esercita. Il rancore è, insomma, una trappola che promette sicurezza in cambio della distruzione dell’individuo, del suo rapporto con gli altri e con la realtà.

Il rancore, oltretutto, induce la persona a trovare delle giustificazioni valide per poterlo sentire come un proprio diritto e questo porta a stravolgere l’esame delle cose (a volte, le ragioni che vengono accampate possono risultare comprensibili, ma valide non lo sono mai). Ma in definitiva, con o senza giustificazioni, il rancore è doloroso, fa star male, ci si sente pidocchi, per citare Dostoevskij.

Io, per esempio, sento di provare il timore di un confronto con mio padre; è una duplice paura: da un lato, c’è il rischio di sentirmi ferita per l’ennesima volta, un dolore al quale non saprei davvero come reagire; dall’altro, però, c’è il timore che invece il confronto porti a qualcosa di arricchente, a un punto in comune dal quale partire per costruire una relazione sana; vorrebbe dire dover ammettere con me stessa che mio padre non si merita il rancore che provo nei suoi confronti, e magari realizzare che non se lo è mai meritato. Spaventoso!

E intanto che scrivo, mi rendo conto di provare, oltre alla frustrazione, un fondo di ”simil soddisfazione” ogni volta che trovo giustificazioni al mio senso di tradimento da parte sua, giustificazioni che ho, appunto, timore di perdere dopo un dialogo con lui. Me ne vergogno, lo trovo orribile, è conseguenza dell’attaccamento al rancore di cui si è parlato recentemente al gruppo.

Eccolo un primo strumento per iniziare a sciogliere i nodi del rancore: nominare le cose rendendole più tangibili, trovargli una collocazione nella realtà; è il lavoro che si svolge al tavolo del Gruppo, che ciò derivi dal dialogo tra i vari componenti o dalla produzione di uno scritto sul quale, poi, confrontarsi insieme.

In relazione all’argomento in questione, si è parlato anche di bilance tarate male: in un conflitto, ogni persona coinvolta possiede una propria bilancia per pesare il “diritto alla vendetta” che il male inflitto e subito “autorizza”, e le due (o più) tarature non coincidono mai tra loro.

Credo che un altro strumento utile a slegare i nodi sia proprio un confronto, in un primo momento, sulle due bilance difettose, e, a seguire, la ricerca di una bilancia comune. É impossibile rinunciare al rancore nei confronti dell’altro se non ci si concede di interagirci, per comprenderlo e per tentare di farsi comprendere; non si può crescere scegliendo di rimanere all’oscuro del sentire dell’altro, sia il conflitto tra padre e figlia o tra istituzione e delinquente.

É dalla condivisione dei diversi punti di vista che nasce, poi, la possibilità di adottare una nuova bilancia, ben funzionante e leggibile per tutti.

Beatrice Ajani

Il diritto al rancore e il paradosso della mente ubriaca
Genitori e figli

Sintesi sui quattro fratelli Karamazov

Fëdor Pavlovič Karamazov è un uomo strambo, ottuso ma furbo, che vive una vita di vizi e sperperamenti. Ha quattro figli da tre donne diverse, con nessuno dei quali svolge la propria funzione di padre. Tutti i fratelli rimangono orfani della madre, e a tutti viene negato il bisogno di essere accuditi. Ciascuno di loro ha il proprio modo di vivere i conflitti col padre:

Dimitrij è un giovane di 28 anni, nato dal primo matrimonio di Fëdor Pavlovič, e da lui abbandonato alla morte della madre. Cresce senza la possibilità di accedere agli studi, e accusa il padre di averlo derubato della sua eredità materna. Mitja e il padre si sentono reciprocamente in credito, ed entrambi rispondono al conflitto alimentandolo con la violenza. Nonostante il suo odio nei confronti della figura paterna, completamente assente durante la sua infanzia e che adesso pretende da lui soldi e rispetto, Mitja è quello, tra i quattro fratelli, che meglio incarna le caratteristiche di Fëdor Karamazov; anche lui infatti, come il padre, conduce una vita piena di eccessi e, sostanzialmente, autodistruttiva. Oltre ai conflitti di natura finanziaria, Dimitrij e il padre si innamorano della stessa donna, e sarà questo che spingerà il ragazzo ad aggredire e più volte a minacciare di morte il padre.

Ivan è un ragazzo di 24 anni, primo dei due Karamazov nati dal secondo matrimonio di Fëdor. Dopo essere rimasto orfano della madre e abbandonato dal padre, ha la possibilità di accedere agli studi, frequentando il ginnasio e l’università. A differenza di Mitja, Ivan non materializza mai il suo odio nei confronti del padre, e ciò gli impedisce di trovare pace. Trasferisce la sofferenza derivante l’abbandono da parte della figura paterna sulla figura di Dio; da essa si sente tradito come si sente tradito dal padre. Ivan indaga incessantemente sulla necessità dell’uomo di avere una guida che lo accompagni nella sua (apparente) libertà, guida della quale lui si è sentito doppiamente privato. Allo stesso tempo, sente la necessità di trovare un modo per amare senza dover ammettere l’esistenza dell’eternità, di una figura di riferimento che lo accompagni nell’amore. Nonostante abbia passato la sua vita negando la propria relazione col padre e con Dio, sente l’esigenza di riconoscerli e di riconoscersi in loro.

Aleksej, fratello di Ivan e figlio della seconda moglie di Fëdor, è un ragazzo di 20 anni; a differenza degli altri fratelli, compensa l’assenza della figura paterna attribuendo allo starec Zosima (figura più alta del monastero nel quale prende i voti) la funzione di guida. Apparentemente il più tranquillo e pacifico dei quattro Karamazov, Alëša si isola nel monastero per sottrarsi ai conflitti che, in realtà, vive come gli altri. Così facendo, si svincola dal peso dell’odio, evitando di affrontarlo, ed è lo stesso Starec ad ordinargli di tornare nel mondo reale per dare ai suoi sentimenti la possibilità di manifestarsi.

Smerdjakov, ragazzo di circa 24 anni, è figlio illegittimo di Fëdor Pavlovič, nato dalla relazione con una donna del paese; cresciuto dalla famiglia del servo Grigorij, non viene mai riconosciuto dal padre. Smerdjakov è riservato e rancoroso, definito ‘’misantropo’’ dal padre adottivo; egli passa la sua vita sopportando i conflitti col genitore, accettando di fargli da servo nonostante gli venga negata la possibilità di avere un padre. É proprio Smerdjakov che, dopo essere entrato in contatto con gli altri fratelli e leggendo in loro l’odio che li accomuna (in particolare a seguito di una discussione col fratello Ivan), uccide il padre. A seguito del parricidio si suicida, subito dopo aver attribuito ad Ivan la responsabilità dell’omicidio da lui compiuto (definendolo la mente che ha guidato le sue mani).

Beatrice Ajani

I Conflitti della famiglia Karamazov

Carlo Goldoni e la rivoluzione teatrale

di Beatrice Ajani
Carlo Goldoni e la rivoluzione teatrale

Piccole e grandi rivoluzioni nella storia dell’umanità

Gli studenti e i carcerati a Opera il dialogo oltre i muri

di Sara Bernacchia,
da Repubblica 10/05/2023

«Siamo un gruppo che invita a trasgredire per costruire spazi più ampi in cui sentirsi a casa. Facciamo in modo che gli studenti crescano, che i detenuti diventino cittadini e che le vittime elaborino il loro dolore». Angelo Aparo, psicologo che da anni opera nelle carceri milanesi descrive così il Gruppo della Trasgressione (composto da detenuti, universitari e parenti delle vittime), che idealmente si allarga a una quarta componente: gli allievi del liceo artistico di Brera. Lo “sconfinamento” avviene grazie al progetto Brera in Opera, che dal 2015 ha visto circa 750 ragazzi dell’istituto confrontarsi con i detenuti del Gruppo e con gli studenti della sezione carceraria dell’istituto Benini a Opera.

Un progetto nato dall’idea di Pierluigi Cassinari, ormai ex docente del Brera, e della moglie Antonella De Luca, all’epoca responsabile del corso carcerario. L’obiettivo? «Dare attuazione concreta agli articoli 34 e 27 della Costituzione, ovvero ai principi di scuola aperta a tutti e di rieducazione dei condannati, con la consapevolezza dell’importanza del mettersi nei panni degli altri».

I benefici sono evidenti, per tutti. «Sono entrata in contatto con un mondo completamente diverso dal mio, credo sia utile farlo presto – racconta Beatrice Ajani, 17 anni, allieva di quarta -. È stimolante vedere persone che lavorano su se stesse e che riescono a maturare consapevolezza degli errori commessi». E Antonio Tango, che ha trascorso in carcere 27 anni, lo sa benissimo. «Ero un rapinatore e facevo uso di droga perché mi mancava qualcosa, sentivo un malessere che non sapevo definire». Poi, con il lavoro fatto in carcere, ha capito: «Mi mancava uno scopo. L’ho trovato anche stando con loro, sentendomi utile e sviluppando senso di responsabilità».

Il progetto è raccontato in tre libri e in un corto, realizzato con il regista Sandro Baldoni: “Il teorema di Pitagora”. Il titolo deriva dalla sfida di Tango (vinta, oggi è libero): quando si è avvicinato al Gruppo Aparo gli chiedeva di fermarsi a ragionare sulle cose di cui non comprendeva l’importanza, come il teorema, perché il passo decisivo è sforzarsi per apprendere e rispettare le regole.

I1 senso del progetto lo sottolineano la preside Emilia Ametrano e il direttore del carcere di Opera, Silvio di Gregorio: «La convivenza pacifica si fonda sul rispetto delle regole. Voi ragazzi sarete la classe dirigente. Dalla vostra attenzione a questi temi dipenderà il benessere del Paese di domani».

Brera in Opera prevede due filoni: il laboratorio di poesia e quello con il Gruppo Trasgressione. «Gli studenti del liceo e i detenuti hanno lavorato in parallelo su temi come la ferita e la cura, la sfida e la rabbia per poi confrontarsi in due incontri, uno a scuola e uno in carcere», spiega Giovanna Stanganello, che ha coordinato il progetto fino a settembre e ricorda con emozione gli incontri in Dad durante il lockdown: «Era come se vivessero una doppia esclusione: non potevano uscire, i detenuti non avevano visite e i ragazzi hanno visto emergere problematiche importanti».

È proprio durante un incontro sul tema “la ferita e la cura” che Angelica Maffi, 18 anni, ha voluto parlare di sé. «Per la prima volta ho parlato del mio problema con l’autolesionismo, che combatto ancora – racconta la ragazza, che appare anche nel corto -. Mi sono sentita incoraggiata e capita. Tanti mi hanno scritto dicendo che le mie parole li hanno aiutati». La chiave è sempre il confronto. Lo ribadisce anche Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela, uccisa con il marito, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: «In carcere la libertà si conquista uscendo dagli schemi che ti hanno portato a delinquere. È questo il passaggio determinante e per compierlo la contaminazione tra chi è dentro e chi è fuori è fondamentale». Lo testimonia l’esperienza di Adriano Sannino, libero da due settimane dopo 30 anni di reclusione per omicidio. «Moralmente non potrò mai pagare per quello che ho fatto – esordisce -. Confrontandomi con voi, però, ho potuto configurare i miei disvalori. Oggi sono libero fisicamente, mentalmente lo sono da quando ho conosciuto Aparo».

Incontri e prevenzione nelle scuole

Chi voglio essere?

Chi voglio essere? A chi voglio somigliare?
Amo la libertà e la libertà voglio evitare

Pidocchio irrilevante o pilota d’aeroplano?
Non penso, non ascolto e dal mio cuore mi allontano

Oscillo avanti e indietro, come fanno le altalene
La rabbia e il pentimento mi attraversano le vene

Delinquo e quindi sono, non mi servono catene
Ho ammesso i miei reati e il carcere non mi appartiene

Ho capito l’errore, sono il responsabile
Ho capito che delinquere è una strada impraticabile

Mi sono chiuso in trappola e ad altri ho fatto male
Oggi sto dietro le sbarre, dentro la mia gabbia personale

Ho perso l’esistenza, dalle mani mi è scappata
Ti ho chiesto scusa, o mà, mentre ti lasciavo
Ma ero solo, diffidente, e da solo dove andavo?

Beatrice Ajani

Reparto La Chiamata  – Inverno e Primavera  –  Officina Creativa

Un Adolescente tra Eletti e Pidocchi

Penso che uno degli aspetti degni di nota del personaggio di Raskol’nikov, prima ancora del delirio che lo spinge a commettere l’omicidio, sia la sua età. Un giovanissimo ragazzo che, per il timore di rientrare nella categoria dei cosìddetti ‘’pidocchi’’, cerca assiduamente di meritare quella degli ‘’eletti’’.

Il romanzo offre la possibilità di scorrere tra i pensieri del protagonista e, pagina dopo pagina, ho avuto l’impressione che l’apparente sicurezza che Raskol’nikov tenta di dimostrare, agli altri ma soprattutto a se stesso, non sia altro che il tentativo di distaccarsi dalla classe delle persone comuni, alla quale, in verità, sa di appartenere.

Nella sua mente è un continuo contraddirsi; Raskol’nikov si sforza di interpretare la parte di chi è consapevole delle proprie azioni, eppure non c’è un momento in cui egli si senta realmente certo della correttezza di esse.

Egli è, però, così intento a dare prova della sua intelligenza che, a tratti, arriva a convincersi di aver fatto la scelta giusta; il dubbio, tuttavia, non lo abbandona mai.

In tutto questo ho percepito l’insicurezza di un adolescente, che lui stesso ha tentato di mascherare con la presunzione di chi è superiore; io, personalmente, non gli ho creduto un istante.

Tutto ciò è indicatore di un incessante malessere; che sia attorniato da persone o che si trovi isolato, smarrito tra i suoi pensieri, Raskol’nikov è in un continuo stato di sofferenza; non è in grado di riconoscere chi gli sta intorno né, tanto meno, se stesso, e si nega la possibilità di sentirsi parte di ciò che lo circonda; si zittisce ogni volta che si accorge di provare sentimenti, forse perché teme che siano questi ultimi a impedirgli di superare chi ha di fronte.

Ciò è riconducibile alle storie dei detenuti che si raccontano al Gruppo; la polverizzazione della coscienza, oltre ad essere uno dei concetti protagonisti del progetto, è un passaggio necessario affinché si possa calpestare l’altro e, alle volte, se stessi.

Beatrice Ajani

Delitto e Castigo

Il sollievo di Matteo

Dell’arte amo la capacità di mutare forma, il suo scivolare tra le menti degli spettatori trasformandosi a seconda della loro necessità. Credo sia proprio questa particolarità a tenere in vita le opere e, partecipando all’incontro di “Caravaggio in città”, ne ho avuto la conferma;

Sono convinta che, almeno per quanto mi riguarda, le interpretazioni nascano dalla necessità di immedesimarsi, di sentirsi partecipe dell’opera stessa; penso che ritrovare nei personaggi caratteristiche affini alle proprie stimoli ulteriormente la curiosità di chi osserva e, allo stesso tempo, gli sia di particolare conforto.

Conoscevo già la ‘’Vocazione di san Matteo’’, ma in passato l’ho guardata con occhi completamente diversi. Ricordo, per esempio, di non aver mai tenuto realmente conto degli sguardi dei personaggi; oggi invece è un particolare che mi sembra fondamentale, forse protagonista dell’intera opera.

Io percepisco nell’espressione di Matteo una scintilla di desiderio; personalmente non colgo nel suo viso lo stupore di essere stato chiamato, piuttosto mi sembra di leggere in lui la necessità di sentirsi coinvolto e il sollievo che la chiamata stessa gli provoca. Forse è per questo motivo che gli altri personaggi del dipinto rimangono indifferenti all’entrata di Cristo, semplicemente non lo stavano aspettando.

Secondo me, non si è sempre consapevoli di essere in attesa di qualcosa o qualcuno, eppure, quando si presenta la possibilità di venirne a conoscenza, lo si riconosce quasi istintivamente; Matteo si sente il destinatario dell’invito, sa di esserlo.

Fino ad ora credo di aver sempre fatto parte del gruppo degli indifferenti o, per lo meno, non ho mai realmente colto le chiamate che, nel bene e nel male, realizzo solo oggi di avere ricevuto.

Ultimamente, invece, mi rivedo molto nella figura di Matteo, e più sento la chiamata risuonare, più riconosco in me lo stesso sollievo che leggo nei suoi occhi.

Beatrice Ajani

Caravaggio in città