Numeri

“Noi siamo numeri”. Così ad un certo punto Romeo, studente del Pia Marta, ci dice di sentirsi. Ci dice che in certe situazioni lui si è sentito considerato un numero e non una persona. Appena Romeo ha comunicato questa sua sensazione le persone presenti hanno provato a capire in che senso si sentisse un numero, cercando di proporgli un’alternativa a questa sensazione, con riletture varie che potessero convincerlo a modificare il suo sentire.

Io ho ascoltato per un po’, ma intanto dentro di me riaffioravano i ricordi di quando anch’io mi sono sentita un numero, un voto, una media, un presente o assente sul registro. Ho deciso di prendere la parola e di dire a Romeo: “hai ragione!” In tantissimi momenti gli adolescenti si sentono un numero e non un individuo, con le sue paure, insicurezze, rabbie e frustrazioni, con la sua sensazione di solitudine.

Ricordo che alle superiori erano considerate persone quelle che erano sempre brave, non si ribellavano mai, facevano i sorrisi agli insegnanti. Io non ero una di queste, non studiavo, ero sempre in conflitto con la maggior parte degli insegnanti, li consideravo degli incapaci che facevano quel lavoro solo per avere uno stipendio a fine mese, non ho mai sorriso gratuitamente a nessuno di loro, il mio sorriso o il mio sguardo lo avevano solo quelli che se lo guadagnavano e credo che in 5 anni si possano contare sulle dita di una mano le volte in cui mi sono lasciata andare ad un sorriso. 

Sono stata un’adolescente abbastanza arrabbiata e rancorosa, ci sono diversi momenti che ricordo in cui gli “adulti” hanno contribuito a far crescere quel sentimento di non stima nei loro confronti, che in parte vivo ancora, ma voglio raccontarvene uno in particolare: eravamo in gita scolastica in terza superiore, stavamo facendo una passeggiata sulla via dell’amore alle 5 terre, io ero con due mie amiche, davanti avevamo il professore d’inglese di una delle altre classi e dietro la nostra professoressa di fisica.

Non ricordo perché ma ad un certo punto io ho cominciato a discutere con l’insegnante d’inglese sul significato della frase “ti amo tanto”. Lui sosteneva che non si può amare tanto o poco, o si ama o non lo si fa. Io sostenevo che l’amore ha diverse forme e diverse fasi e che si può amare tanto, tantissimo o semplicemente amare. Comunque non è questo quello che voglio raccontare.

Tornati dalla gita, mia madre è andata ai colloqui, ovviamente per me il giorno dei colloqui era terribile, venivo sempre sgridata e messa in punizione, anche quella volta andò così… ma mia madre mi disse anche che la professoressa di fisica era rimasta piacevole colpita da come io fossi matura e in grado di tenere una discussione con un “adulto” e che, se avessi usato la metà delle mie capacità anche nello studio, sarei stata sicuramente tra le migliori.

Mia madre mi riferì questa cosa convinta di motivarmi e di darmi uno stimolo per impegnarmi di più, io invece mi arrabbiai così tanto che cominciai a urlare le peggio cose nei confronti dell’insegnante, il fatto che quella che avrebbe dovuto essere una mia professoressa si era accorta dopo tre anni che la Noemi non era la media del 4 che aveva nella sua materia, ma era una ragazza che aveva qualcosa da dire a chi le permetteva di dirlo, fu per me la conferma e l’autorizzazione a continuare a non stimare quelle persone. Ovviamente a me la professoressa non disse mai nulla, né mai cambiò il suo comportamento nei miei confronti, continuò a rimproverarmi e a sfottermi per i miei risultati.

Purtroppo a distanza di 11 anni da questo episodio e da molti altri, mi rendo conto che l’unica ad essere stata punita sono io, ho vissuto male, ho sofferto e ho dovuto fare verifiche su verifiche per recuperare i voti e non essere bocciata, la professoressa ha continuato a vivere e a lavorare nella più completa tranquillità, e al fianco della sua totale incapacità di fare il suo mestiere.

Siamo numeri, lo siamo stati e lo saremo in moltissime situazioni, ma non lo siamo per tutti. La vita ci dà tantissime possibilità di essere riconosciuti come persone, con qualità, difetti, risorse e conflitti. Oggi mi sento un numero in molte situazioni, ma in altre tante mi sento Noemi.

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Il Gruppo Trsg al Piamarta

Milano, 6 Marzo 2017

Oggi è stata una giornata particolarmente importante e ricca di emozioni per il nostro gruppo. Ci siamo infatti cimentati in nuova sfida, con detenuti e studenti coinvolti in prima persona nella conduzione del Gruppo della Trasgressione senza la presenza del prof. Aparo.

Il tutto si è svolto questa mattina all’Associazione Formazione Giovanni Piamarta, un’associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di svolgere attività di educazione e formazione, con particolare riguardo ai giovani e ai lavoratori, curandone la crescita umana e professionale. L’Ente realizza Corsi di Istruzione e Formazione Professionale, destinati a ragazzi in obbligo formativo; Corsi di Formazione Superiore, destinati a diplomati e laureati; Corsi di Formazione Continua e Permanente, destinati a soggetti occupati, inoccupati e disoccupati.

La collaborazione tra il Gruppo della Trasgressione e l’Associazione nasce dalla necessità di intervenire in una realtà difficile ma purtroppo sempre più comune: l’adolescente inserito in un contesto familiare e sociale precario, in cui i fattori di rischio superano di gran lunga quelli di protezione.

Questo progetto ha avuto luogo grazie alla fiducia del Rotary Club Milano Duomo, che ha completamente finanziato il progetto, credendo nell’utilità del confronto e dialogo tra detenuto/studente e studenti della suddetta scuola.

Pe noi è stata una grande vittoria. È bello toccare con mano che il nostro gruppo va consolidando giorno dopo giorno un metodo di intervento che va oltre le mura del carcere. La nostra vittoria non è stata solo con gli studenti ma è stata, soprattutto, l’esperienza di viverci come gruppo, con un metodo di lavoro e con un obiettivo.

Ecco come abbiamo impostato la giornata. Fra studenti del Piamarta e componenti del gruppo Gruppo della Trasgressione eravamo una trentina; ci siamo divisi in due gruppi composti da circa 15 persone. L’obiettivo ultimo di questi incontri è quello che ciascuno di noi riesca a narrare la storia dell’altro.

Nel gruppo dove ero presente anch’io, i ragazzi erano particolarmente “ermetici”. La prima parte dell’incontro è stata difficile da gestire. Massimo Moscatiello, detenuto del gruppo, ha cercato, in diversi modi, di oltrepassare il loro muro, ma la loro risposta era sempre la stessa: “non ho voglia di raccontare i fatti miei a degli sconosciuti!”

Ci guardavamo tra di noi e dai nostri occhi traspariva la difficoltà. Dopo circa 90 minuti, in accordo con l’educatrice, si decide di fare una “pausa sigaretta”. Quello è stato il momento in cui abbiamo avuto la possibilità di avvicinare i ragazzi singolarmente ed è stato molto meno difficile di quanto immaginato: ciascuno di loro fremeva dalla voglia di raccontarsi ma aveva paura del giudizio del gruppo; singolarmente, invece, è stato molto più semplice. Una volta rientrati dalla pausa, abbiamo deciso di cambiare metodo d’azione; anziché interrogare loro, abbiamo iniziato, noi del gruppo, a raccontare parte della nostra storia.

Ho percepito dal gruppo un estremo interesse e una partecipazione che prima non era così palpabile. Hanno iniziato a interagire attraverso domande e dubbi. Dopo hanno anche iniziato a raccontare parte delle loro storie, vite così giovani ma già così segnate da ingiustizie e sofferenze.

Mascia è stata la prima a rompere quel muro, la prima a dar l’esempio agli altri, la prima ad ammettere che per lei raccontarsi è estremamente difficile perché ha la costante sensazione di non essere adeguata, di essere sbagliata e, dunque, di essere giudicata. Ma oggi è stata bravissima; si è raccontata nella maniera più sincera e profonda che poteva, senza preoccuparsi che quelle persone che aveva davanti avrebbero potuto giudicarla. No, invece era orgogliosa di ciò che stava facendo e si sentiva libera di poter essere se stessa.

Quasi tutti i ragazzi hanno raccontato pezzi della loro storia. L’unico che lo ha fatto in modo originale e alternativo al resto del gruppo è stato Aldo. Personalmente, sono rimasta molto colpita da questo ragazzo. Aldo ha 17 anni, si presenta come un ragazzo sorridente e sicuro di sé ma, allo stesso tempo, strafottente e arrogante. Il suo “racconto” è stato: “non racconto mai nulla di me perché gli altri non capiscono nulla. Io sono il migliore e le poche persone che abitano la mia vita sono le uniche degne di rispetto; il resto, in quanto esseri inferiori a me, merita di essere maltrattato!”

A me, con il suo intervento, ha comunicato tantissimo. Come raccontavo anche a lui, mi ricorda l’adolescente che ero io. Anch’io, come lui, mi atteggiavo con sicurezza e superiorità, il mio motto appena entravo a scuola era: “io sono la migliore!” solo pochi meritavano il mio rispetto e quei pochi solitamente coincidevano con le persone che mi “rispettavano”.

Ai tempi il mio concetto di rispetto era un po’ diverso da quello di oggi. Il rispetto, come Aldo, lo pretendevo attraverso l’unico strumento che avevo: la mia aggressività. Allora non capivo che il modo di interagire con gli altri, altro non era che un bisogno smodato di trovare un mio spazio nel mondo, che evidentemente non sentivo di avere. Era la mia fragilità che mi obbligava a ricoprire il ruolo della bulla, di colei che doveva sempre intromettersi nelle situazioni irrisolte che non mi riguardavano; eppure la cosa mi divertiva e mi faceva sentire realizzata.

Non sapevo cercare il mio spazio né dar voce alla mia intelligenza, alle mie capacità relazionali. Come Aldo, anch’io avevo pochi amici, non perché gli altri non fossero abbastanza per poter stare con me, ma perché erano gli altri che non volevano stare con me. Chi vuole come amica un’adolescente sempre incazzata che sottomette gli altri?

Credo che la vittoria più grande per il gruppo si chiami anche Aldo. Siamo riusciti a instillare nella sua mente delle domande, dei grandi punti interrogativi che sono certa che si porrà anche quando tornerà a casa e tutte le volte che avrà voglia di riflettere su di sé. Spero che nei prossimi incontri cerchi insieme a noi delle risposte a questi interrogativi che adesso abitano la sua mente. Ma qualora questo non avvenisse, credo che il suo sia stato comunque un grandissimo passo.

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La nostra attività con le scuole

Il Gruppo della Trasgressione comprende un’associazione e una cooperativa, costituite da detenuti, studenti universitari e comuni cittadini. Il gruppo agisce nelle carceri di Bollate e Opera e all’esterno; l’obiettivo principale è rendere riconoscibili i sentimenti e gli stati d’animo che caratterizzano i percorsi della devianza e lavorarli nel tentativo di renderli compatibili con il riconoscimento dell’altro.

La nostra filosofia s’incentra su poche linee guida:

  • studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati giova all’equilibrio sociale e protegge la salute e il bene pubblico più della separazione garantita dalle mura del carcere;
  • è importante che imprenditori e liberi professionisti supportino, insieme alle istituzioni, l’acquisizione e l’esercizio di funzioni e ruoli sociali di chi ha bisogno di evolversi; questo vale per gli adolescenti, per le persone in difficoltà e per chi, lungo i percorsi della devianza, ha perso il piacere di esercitare le responsabilità del cittadino;
  • il recupero, una reale inclusione, un effettivo superamento della sensazione di marginalità e di estraneità alle regole possono prendere corpo solo se ci si sente co-protagonisti di esperienze concrete, di attività lavorative, eventi, interazioni utili alla comunità, al suo rinnovamento, alla sua crescita.

All’interno della nostra attività di sensibilizzazione e di mediazione fra carcere e società, gli incontri tra il Gruppo della Trasgressione e le scuole offrono agli studenti di scuole medie inferiori e superiori un’esperienza utile alla prevenzione del bullismo e delle dipendenze, ma anche e soprattutto a vivere in modo tangibile il piacere della responsabilità.

In sintesi, l’obiettivo della prevenzione viene combinato con la rieducazione del condannato; tali incontri, infatti, favoriscono il percorso evolutivo dell’adolescente permettendogli di svolgere una positiva funzione sociale nei confronti del detenuto e, allo stesso tempo, aiutano i detenuti a riappropriarsi della loro identità di adulti, intanto che forniscono un servizio alla collettività.

 

Attività culturali nelle scuole e nei teatri
con gli adolescenti e con un pubblico adulto

Una serata per bulli

Un gruppo di ragazzi annoiati, il solito posto e la solita monotonia. Così ha inizio la rappresentazione di “una serata per bulli”. Un’atmosfera costellata di noia e vuoto che porta prima all’uso di droga, poi al furto di un’auto e infine alla violenza su un disabile. Un’escalation di atrocità alla ricerca di uno sballo sempre più difficile da raggiungere.

Subito dopo la rappresentazione, studenti e insegnanti dialogano con i componenti del gruppo su cosa cerca chi si comporta da bullo.


Una slot machine per chiedere chi sono

La rappresentazione ricostruisce quello che accade in una delle tante sale giochi: i passaggi di un amore malato tra un giocatore incallito e la sua bella: la slot machine. Un uomo che, per coprire le proprie angosce, affida se stesso allo sballo e all’eccitazione del gioco d’azzardo. Non riuscendo a coltivare relazioni stabili e costruttive con l’altro, si perde nel gioco illusorio e autodistruttivo di fingersi capace di controllare gli impulsi e gli oggetti di cui si rende schiavo.

Su questa mappa di conflitti, mancanze, smarrimenti, seduzioni delle diverse forme di dipendenza, si sviluppa lo scambio tra gli studenti e i detenuti dopo la recita.

 

Il mito di Sisifo

Avviato nel 2009, il lavoro sul mito di Sisifo è diventato in poco tempo uno strumento per riflettere sul presente e per recuperare passaggi centrali di chi ha perso la fiducia nelle istituzioni e nel proprio futuro. La tragedia di Sisifo ha dato luogo a un racconto nel quale specchiarsi, motivando comuni cittadini, studenti e detenuti del gruppo a indossare i panni dei diversi personaggi e a interrogarsi sul problema della siccità a Corinto, sui conflitti di Sisifo con Giove, degli adolescenti con il limite e l’autorità, dell’uomo con i suoi bisogni terreni e le sue ambizioni di eternità.

Al termine della rappresentazione, viene avviata una discussione in sala su temi quali: il rapporto genitori-figli, le dinamiche di potere e la possibilità dell’uomo di abbandonarsi all’arroganza o di ascoltare e assecondare le proprie istanze costruttive.

 

Concerti musicali – Trsg Band

Il Gruppo della Trasgressione tiene concerti in diversi teatri di Milano e provincia. Le storie dei personaggi imperfetti di Fabrizio De André vengono incrociate con le riflessioni dei detenuti del gruppo sui loro sentimenti, sulle scelte passate più o meno consapevoli e su ciò che ne è derivato nelle loro vite.

Sulla traccia delle canzoni di De André, arrangiate ed eseguite dalla Trsg.band, braccio musicale del Gruppo della Trasgressione, i concerti vedono la collaborazione fra discipline e soggetti eterogenei: docenti universitari, giovani studenti, detenuti e artisti.

Con questi eventi il Gruppo della Trasgressione punta a rendere prassi comune la contaminazione creativa e la cooperazione con adolescenti e giovani adulti. L’idea di fondo è che l’impiego delle proprie risorse in un clima di gioco e di collaborazione possa aiutare al riconoscimento reciproco e far sì che l’altro possa essere sentito come partner invece che straniero o, peggio, ostacolo alla propria realizzazione.

Gioie corte

Angeli ribelli
di Andrea Mammana

Cavalcano fulmini
Dalla vita breve
L’oblio non li spaventa
Si nutrono d’eccitazione

Con luci colorate
Addobbano i ricordi
Sul viale della morte

bullo_allia

Un mondo distratto
di Fabio Ravasio

Destinato non so se dalla sorte
Ad esser di me stesso la rovina
La mia vita l’ho giocata con la morte

La libertà l’ho persa una mattina
Ascolto il cuore che mi batte forte
E cedo il passo al tempo che cammina

Orizzonti vari e vie contorte
Illusioni antiche e mai risolte
Ho vissuto solo gioie corte

E ora, essendo carcerato
il mondo distratto mi confina
in una solitudine assassina

 

Il virus delle gioie corte
Il bullo di Sebastiano Allia

 

 

Indagine sull’autorità

INDAGINE SULL’AUTORITÀ
Scuola media Via Aldo Moro di Buccinasco
Report di Alessandra Messa

Abbiamo programmato con questa scuola 3 incontri (16/2, 1/3, 17/3 ).
Nell’incontro con i professori abbiamo delineato come argomento principe: il concetto di Autorità, la sua fruibilità e credibilità.
Fra le domande centrali: A cosa serve l’autorità per il ragazzo?
Abbiamo pensato a un mini-percorso da seguire in questi 3 incontri:

  1. SISIFO: tutti gli aspetti problematici dell’autorità;
  2. AUTORITÀ: credibilità/fruibilità. Immagine attuale e quale può diventare (costruzione dell’identità);
  3. DA AUTORITÀ CHE CONTROLLA AD AUTORITÀ CHE SOSTIENE: autorità-guida.

 

PRIMO INCONTRO

Nel primo incontro abbiamo rappresentato il mito di Sisifo, facendo particolare attenzione ai rapporti di potere sottesi. A fine rappresentazione abbiamo iniziato il dibattito con gli studenti.

La domanda centrale posta dal dottor Aparo è stata: Come possiamo disegnare l’immagine dell’autorità di chi commette reati e quella che ne ha il ragazzino? E in che modo queste diverse immagini di autorità danno esito a vite diverse?

Ne è nato come sempre un dibattito sul tema, che ha visto interagire studenti e detenuti.

E’ stato chiesto agli studenti di fare un’analisi dei personaggi di Sisifo e del loro modo di relazionarsi al concetto di autorità.

Il personaggio rimasto più impresso fra i ragazzi è stato Asopo, considerato eccessivamente debole e sottomesso a Giove e quindi incapace di mostrare la sua autorità. Giove invece è stato riconosciuto come autoritario, ma egocentrico, incapace di ascoltare gli altri.

Ecco l’immagine che ne hanno ricavato i ragazzi:

  • Giove: folle, autoritario
  • Asopo: autorità debole e corrotta
  • Ade: autorità sottomessa
  • Thanatos: agli ordini di Giove

Dopo una breve disamina dei personaggi, è stato chiesto ai ragazzi se la loro immagine di autorità fosse sovrapponibile a quella del mito. Qual è la prima immagine dell’autorità che vi viene in mente?

Gli studenti hanno detto: vicepreside, preside, polizia e carabinieri, professori, i genitori, la forestale.

Un ragazzo: le persone che esercitano potere su qualcuno facendo rispettare le regole dalla comunità.

Anche i detenuti sono intervenuti sul tema esprimendo la loro opinione:

Rosario: I genitori dovrebbero essere la prima guida e autorità. Io però alla vostra età queste regole non le sapevo, le autorità erano solo dei nemici. A 14 anni ero già in mezzo alla strada e da lì mi sono costruito la mia gabbia per finire in carcere tutta una vita. Non avevo nessuno che mi indicasse cosa è giusto e cosa è sbagliato, avevo guide diverse.

Nicola: Ho avuto un pessimo rapporto con l’autorità; sono finito nel carcere minorile Beccaria poco dopo la vostra età. Ho squalificato fin da subito le autorità in casa, perchè con loro non c’era alcun dialogo. Senza una guida mi sono perso.

Roberto: Non ho avuto la possibilità di riconoscere una guida nei miei genitori, nemmeno da bambino e ragazzino. Se non hai in casa un punto di riferimento lo cerchi fuori, e se ti va bene sei fortunato, altrimenti può andare male come è successo a me.

Paolo: I miei genitori mi davano solo comandi. Cosi cercavo degli esempi esterni, nei film per esempio era qualche attore. Non ho mai preso in considerazione ciò che mi dicevano i miei genitori. Facevo cazzate in giro con gli amici e non riuscivo a capire l’importanza di vivere il percorso ancor più del traguardo.

Confrontando il diverso concetto di autorità espresso da detenuti e studenti, sono stati raccolti dei fogli scritti a mano. A grandi linee:

  • per i ragazzi l’autorità è: chi ti fa star bene, chi ti insegna qualcosa, chi può essere identificato come una guida;
  • per i detenuti l’autorità è: assente, impone regole, impedisce di essere se stessi

Il dottor Aparo chiede ai detenuti se ci sia stato uno spostamento nel modo di concepire l’autorità, negli ultimi 30 anni.

Mario: Non ho bei ricordi della mia infanzia, sono andato in collegio presto e non ho mai riconosciuto nessuno come autorità. Oggi invece la vedo diversamente.

Giuseppe: Tutti hanno parlato di Asopo come un di debole, ma lui è egoista. I miei genitori non parlavano con me; a 9 anni ho rubato in casa e mi hanno picchiato di santa ragione, senza però capire perché lo avessi fatto. Per me quel modello è diventato la normalità, ho fatto la stessa cosa con mia figlia, le davo soldi rubando. In carcere ho iniziato a riflettere. Ho iniziato a riconoscere la mia famiglia e ho capito di avere inconsciamente rancore verso l’autorità. Quando riconosci il rancore, riconosci i valori che avevi nascosto e inizi a ricercare il dialogo con la tua famiglia. Inizi anche a riconoscere le istituzioni.

Antonio: A 14 anni ero io la mia autorità, non credevo in nessuno. L’evoluzione c’è stata quando è nato mio figlio e l’ho lasciato a 15 mesi. Con il colloquio settimanale di due ore, in carcere, ho calcolato di averlo visto in totale 2 giorni e 8 ore in un anno. Ho iniziato ad avere il senso di colpa per aver perso tutto. L’autorità per me, oggi, significa credere in qualcuno; e ora io credo in me stesso e negli altri. L’autorità è anche crescere insieme e far crescere, come sto facendo con mio figlio.

 

SECONDO INCONTRO

Nel secondo incontro si è parlato del concetto di limite. Il resoconto della giornata è nel testo Trasgressioni e conquiste (Il lavoro sul limite è stato continuato anche con il Villoresi di Monza).

 

TERZO INCONTRO

Nel terzo e ultimo incontro abbiamo ascoltato i lavori che gli studenti avevano elaborato in classe. Ogni classe ha analizzato il concetto di autorità attraverso un’opera letteraria o un film.

  • Rapporto padre-figlio, ”Lettera al padre” di Franz Kafka
  • La ricerca della guida, il rapporto tra ragazzi e adulti,
    “I quattrocento colpi” di François Truffault
  • Guide e adolescenti. I modelli e la realtà. ”Class enemy” di Rok Bicek
  • ”Nessun uomo è un’isola” di John Donne
  • Autorità e limiti

 

Finita l’esposizione dei lavori fatti in classe, il dottor Aparo ha posto qualche domanda: A voi (detenuti), rispetto a questi ragazzi che espongono i loro lavori, cosa manca per interagire con l’autorità? Quali caratteristiche deve avere un adolescente per essere guidato al meglio?

Ivano: Da adolescente non ascoltavo, ero ribelle, sordo e cieco. Quando sono desideroso di apprendere mi sento un buon adolescente. L’autorità deve essere equilibrata, propensa all’ascolto. Si può fare qualcosa di serio solo se la si fa insieme.

Mario: Per essere un buon allievo bisogna essere disposti a credere nell’autorità. Loro sanno ascoltare, vedere le cose; io mi sto nutrendo da voi ragazzi e spero di trasmetterlo a mio figlio, quindi vi ringrazio.

Rosario: Vorrei tornare bambino per essere un’anima pura. Avrei voluto guide come voi, ragazzi.

Roberto: Da giovane mi è stata fatta abortire la possibilità di interrogarmi. Io ho iniziato a interrogarmi a 30 anni. Non abbiate paura di porre domande, perché un dovere dell’autorità è rispondere, altrimenti andrete a cercare le risposte altrove.

Massimo: Bisogna avere coscienza del futuro; io non guardavo più in là di un anno dal mio naso.

Mohamed: Da quando avevo 6 anni ho interpretato la parte del più forte, e non mi sono più liberato da questa immagine. E’ per questo che ho fatto solo reati di violenza.

Concludiamo la giornata con una frase di uno studente: Ognuno ha un odio dentro di sé. Una buona guida ti aiuta a utilizzarlo meglio di quanto possa fare da solo.

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Angeli Ribelli

Angeli ribelli
Andrea Mammana

Angeli ribelli
Calvalcano fulmini
Dalla vita breve

L’oblio non li spaventa
Si nutrono di eccitazione

Con luci colorate
addobbano i ricordi
sul viale della morte

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Conversando su autorità e limiti

Roberto Cannavò: La realtà della finitezza è la nostra realtà. C’è chi lo riconosce, e chi invece non lo riconosce e si ritrova con l’ergastolo. Se non mi avessero arrestato, io non avrei mai capito i miei limiti. Fuori dal carcere, non ho mai riconosciuto le mie finitezze.

Gemma Ristori: (riferendosi ai grandi personaggi citati che hanno fatto la storia dell’arte, della letteratura e della scienza) Lavoro e fatica hanno fatto sì che le loro scoperte rimanessero nel tempo e che noi oggi ce ne possiamo servire per il nostro benessere quotidiano, come la lampadina. Altre mire invece, aumentano solo il senso d’eccitazione, che se fine a se stessa, non è utile alle generazioni future, ma solo a se stessi.

Voler superare i limiti non è necessariamente qualcosa di negativo, ma solo se viene accompagnato dal lavoro e dalla dedizione. Il detenuto e lo studente vogliono arrivare lontano, ma lo studente lo fa lavorando duramente, il delinquente fa come Icaro: punta al sole direttamente. Vi è nel delinquente il desiderio di arrivare in fretta, dimenticandosi che l’unico modo per arrivare da qualche parte è studiare.

Roberto Cannavò:  Se avessi avuto un papà non avrei sconfinato i miei limiti, perché lui mi avrebbe indirizzato verso la scelta giusta. L’ignoranza mi ha portato a essere l’opposto della normalità per la gente comune. Ero spregiudicato in questo, superavo tutti i miei limiti. Da ragazzino non avevo nessun recinto e nessun limite. Oggi a pensare a ciò che sono stato, beh ho paura di quel ragazzino.

Massimiliano De Andreis: Da giovane non vedevo una continuità in quello che facevo; quindi arrivavo alla cresta e pensavo: che senso ha tornare indietro? Io ero arbitro della mia vita, le regole le mettevo io e proprio per questo le istituzioni erano escluse dalla mia vita.

Ivano Moccia: Il ruolo dei genitori è molto importante. La mia barca era carica di odio e alla fine ho ridotto a pezzi tutta la barca e sono affondato. I genitori ti consegnano la conoscenza che dovrai dare poi ai tuoi figli.

Mario Buda: Io non avevo nessuno che mi desse una carezza. La prima rapina che ho fatto è stata a 16 anni, avevamo paura. Ma dopo la prima rapina in banca ci abbiamo preso gusto e ho provato il delirio di onnipotenza. Mi sono bruciato la vita, mi sono costruito la mia gabbia. Voi ragazzi mi state aiutando tantissimo a crescere. La mia disperazione è che mio figlio faccia i miei stessi errori, e faccia delle scelte sbagliate.

Massimiliano Rambaldini: per me qualsiasi regola mi fosse imposta era un limite. Anche i segnali stradali. Tutto. E quindi bisognava combatterla.

Massimiliano De Andreis: Io superavo i limiti per raggiungere i miei obbiettivi, ma non ne ho raggiunto nemmeno uno. Mio padre si faceva di cocaina, picchiava mia madre, spacciava.. potevo scegliere se seguire la strada di mio padre o non farlo. Ho scelto di seguire la sua stessa strada perché il mio obiettivo era essere riconosciuto in famiglia; ma non ci sono riuscito. Oggi i limiti mi fanno crescere. L’autorità però deve essere credibile, per me oggi l’autorità credibile è importante.

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L’autorità: le nostre domande

Buccinasco: le domande dei ragazzi sul tema dell’autorità

  • Quali richieste legittime può farmi un’autorità?
  • Quando il limite imposto è un argine necessario?
  • Quando è uno sbarramento alle mie possibilità di crescita?
  • Quando è necessaria una punizione?
  • Cosa distingue una punizione da una vendetta?
  • Quanto è importante essere imitabile per una guida che vuole essere credibile?
  • Quanto una guida deve essere vicina a colui che vuole guidare?
  • Quale importanza positiva e negativa può avere il complesso di inferiorità rispetto alla guida?
  • Che ruolo ha l’affettività nel rapporto con una guida?
  • Chi limita l’autorità?
  • Qual è il rapporto tra l’autorità e il limite?
  • La trasgressione è un atto di accusa contro l’autorità?
  • Come faccio a diventare adulto e guida credibile se non ho avuto una guida che mi mostrasse il percorso da seguire?
  • La mancanza o incapacità dell’autorità può giustificare la trasgressione?
  • Qual è il confine tra la responsabilità del singolo e di ciò che gli sta intorno?

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Il rapporto con l’autorità, elaborati

Buccinasco: 2017 – Gli elaborati degli allievi dell’Istituto “Via Aldo Moro”
relativi agli incontri sul tema della Trasgressione

Gli allievi della 3° C

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3°

 

Gli allievi della 3° G

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Un po’ dei fatti nostri

Un po’ dei fatti nostriNoemi Ottaviani

Ciao a tutti,
scrivo in relazione al bisogno di trovare una casa per Massimiliano. Purtroppo l’unica soluzione che abbiamo a disposizione è una stanza in un appartamento dell’Associazione Saman che costa 250 euro al mese. Con lo stipendio di Massimiliano (600 euro) non è possibile pagare l’intero affitto, per questo motivo, dopo esserci consultati e aver considerato tutte le diverse alternative siamo arrivati alla conclusione di aumentare lo stipendio di Massimiliano di 100 euro al mese.

La situazione economica della Cooperativa è stabile, nell’ultimo anno e mezzo, dopo aver tappato tutte le falle che si erano create, abbiamo una situazione di crescita. La crescita è lenta, molto lenta… sarà per le scarse competenze, sarà per la situazione economica dell’Italia, sarà per altri motivi ancora, in ogni caso la Cooperativa in questo momento sopravvive, lo fa anche per merito di Massimiliano, che nonostante le difficoltà, si è impegnato a imparare il mestiere, ha fatto sacrifici e ogni giorno si impegna.

Oggi possiamo pensare di dare 100 euro in più a Massimiliano, ieri non potevamo… ma comunque questo non significa che tutto vada bene, questo significa che piano piano costruiamo e cresciamo, ma dobbiamo continuare a farlo e dobbiamo farlo con ancora più determinazione di quella che già ci stiamo mettendo, diversamente rischiamo di retrocedere invece di avanzare.

Con questa mail non voglio appesantire gli animi o creare malumori, quello che vorrei trasmettere è che possiamo essere felici di quello che abbiamo, ma ancora di più dovremmo essere felici di immaginare come potremo essere se tra tre o sei mesi potessimo pagare anche altri stipendi.

Buona giornata,
Noemi

 


 

Lunga vita ai ribelli, Massimiliano De Andreis

Ciao,
non posso dire altro che grazie per tutto ciò che oggi rappresento per la cooperativa, per mio figlio e per la mia famiglia…

Sono consapevole del fatto che da solo non sarei riuscito a fare questo viaggio… spero, in questi anni e da quando sono diventato responsabile della bancarella, di avere rappresentato in modo degno gli obiettivi del nostro gruppo e della nostra cooperativa.

Mi rendo conto che l’impegno e i sacrifici a volte non bastano nel mondo del lavoro, ciò che mi continua a dare la forza di non mollare tutto, anche quando sono preso da momenti di frustrazione, è il legame che ho con voi e la gratitudine che provo.

Forse, anzi ne sono certo, se non avessi tutti i problemi che ho, sarai già tornato a delinquere…

Sembra un paradosso, ma occuparmi dei problemi di mio figlio e della mia famiglia è diventata la mia missione e, da quando sento sulla pelle che la ricerca dell’equilibrio è l’equilibrio stesso, ho cominciato a intuire come nella mia vita, così imperfetta e limitata, c’è tutto spazio per avere coscienza della mia finitezza e, allo stesso tempo, della sensazione di “infinito” che provo ogni giorno.

Lunga vita a noi ribelli del Gruppo della Trasgressione
Massimiliano

 


 

I fatti del Gruppo della Trasgressione, Angelo Aparo

Ho voluto pubblicare lo scambio fra due componenti centrali del Gruppo della Trasgressione e della nostra cooperativa Trasgressione.net per chiedere una mano a chi segue su Facebook, su www.trasgressione.net, su www.vocidalponte.it le nostre avventure.

Abbiamo bisogno di lavoro! In particolare, abbiamo bisogno di clienti che si riforniscano da noi per far sì che le spese che sosteniamo per tenere in piedi l’attività possano essere più facilmente ammortizzate.

Avremmo bisogno di un numero maggiore di ristoranti e bar che acquistino da noi frutta e verdura. Va da sé che i nostri prezzi e la qualità dei nostri prodotti sono ampiamente competitivi e che il nostro servizio è serio, puntuale, amichevole, limpido, igienicamente controllato.

Potrebbero comperare i nostri prodotti ortofrutticoli anche gruppi di consumatori che si riuniscono per avere prodotti di qualità a prezzi competitivi. In un condominio bastano 20 famiglie riunite per avere rifornimenti un paio di volte a settimana e risparmiare considerevolmente rispetto ai prezzi del supermercato o dei mercati rionali:
Massimiliano De Andreis: 340 316 4965;
Noemi Ottaviani: 347 071 5564
cooperativa@trasgressione.net

Un’altra area della nostra attività è il restauro (vedi i lavori già fatti in collaborazione con il FAI (Monastero di Torba), con il comune di Rho (Villa Burba), con il comune di Brugherio (Monumento ai caduti). Responsabile dei lavori è l’architetto Vittorina Bertuolo; capomastro della squadra è il sig. Antonio Tango, oggi detenuto in art. 21 nel carcere di Bollate; responsabile dei contatti per il restauro è
la prof.ssa Nuccia Pessina: 333 241 5619
cooperativa@trasgressione.net

Più modestamente, facciamo anche lavori di manutenzione, tinteggiatura, piccoli traslochi, sgombero cantine, pulizie:
Massimiliano De Andreis: 340 316 4965;
Noemi Ottaviani: 347 071 5564,
cooperativa@trasgressione.net

Per quanto strano possa sembrare, facciamo anche concerti. La nostra Trsg.band da oltre 10 anni propone canzoni di Fabrizio De André intrecciate con interventi dei detenuti del Gruppo della Trasgressione: prof.ssa Patrizia Inzaghi, 338 235 1425,
associazione@trasgressione.net

Infine, oltre a fare prevenzione del bullismo nelle scuole medie inferiori e superiori dell’intera provincia di Milano, portiamo in teatro il nostro Mito di Sisifo: prof.ssa Patrizia Inzaghi, 338 235 1425, associazione@trasgressione.net

Angelo Aparo

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