Frammenti di memoria

Un’attivista di Nessuno tocchi Caino che lotta per il superamento del carcere, facendone una ragione di vita, un ex ergastolano ostativo che oggi, dopo avere sperato contro ogni speranza, è stato riconsegnato alla libertà. Sabrina e Roberto si incontrano in un flusso di coscienza senza barriere, confini, diffidenze e asperità. Il racconto del passato di un ex uomo di mafia, la sua nuova coscienza tersa e cristallina, raccolti dallo sguardo di una giovane donna siciliana. Non un omaggio a una curiosità morbosa ma un viaggio in una storia piena di contraddizioni che muta, si evolve, infine imbocca la strada del cambiamento. Tutto scorre come un fiume e non ci si bagna mai nella stessa acqua. La prova che non può esistere una pena senza fine, senza speranza. Che gli uomini non sono condannati a un futuro come ritorno, ma hanno le riserve interiori per riconquistare il loro ritorno al futuro.

Recensione di Mario D’Anna              Per acquistare il libro

 

Una riflessione su…

Frammenti di memoria sparsi sui marciapiedi
di Sabrina Renna e Roberto Cannavò

Il libro coniuga due aspetti dell’animo umano che in tanti pensano siano mondi separati, paralleli e destinati a non incontrarsi mai. La crudeltà del crimine e la spiritualità della resurrezione.

Nel volume di Sabrina Renna, componente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” e consigliera comunale nel Comune di Acireale, e di Roberto Cannavò, ex ergastolano condannato per omicidio e per essere stato affiliato a Cosa Nostra, il rapporto di autocoscienza e di parola tra i due autori diventa un momento profondissimo di riflessione ed il lettore non può fare a meno di percepire tutte le possibilità della natura umana come indissolubili e inscindibili.  Il bene e il male, il crimine e la coscienza, i percorsi di umanizzazione, le condizioni dei detenuti nelle carceri, l’isolamento e la spinta alla rinascita sono i pilastri di questo dialogo narrato che percorre tutto il libro e percuote fino alla più intima sensibilità del lettore.

Roberto Cannavò racconta la sua infanzia infelice, vissuta all’interno di dinamiche familiari complesse e disordinate, ricorda di avere anelato di avere al fianco una guida autorevole e ricorda l’omicidio del padre vittima di uno “scambio di persona”. Roberto Cannavò appena poco più che un ragazzino entra a far parte di Cosa Nostra e ne diventa uno dei killer. Racconta gli omicidi e il suo racconto è frutto dell’autoanalisi e del senso di colpa. Per questi reati ha pagato con 27 anni di carcere ma la pena prevista era l’ergastolo. Fine pena, mai. Poi il lungo percorso riabilitativo svolto al carcere di Opera ed infine la libertà condizionale e l’impegno con l’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Quello di Roberto Cannavò è un racconto crudo e la precisione narrativa è il frutto dell’elaborazione della colpa, è la consapevolezza che ogni uomo può “deviare” e come, con sacrificio e anni di autodisciplina, può redimersi e dare ancora un contributo alla comunità.  Roberto Cannavò diventa nel libro la personificazione della redenzione, la liberazione interiore ancora prima della liberazione del corpo. Diventa il simbolo della barbarie dell’ergastolo che non concede nessuna possibilità di reinserimento e polverizza l’art. 27 della Costituzione Italiana. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Sabrina Renna ascolta e cuce con sapienza i racconti di Roberto perché è nell’ascolto senza pregiudizi che si salda la loro unione, nell’ascolto si costruiscono le pagine del libro. Renna non giudica, non condanna, segue con rigore ogni passaggio del recupero del detenuto e comprende e dà ai lettori la possibilità di concepire il significato più profondo di umanità. Il volume è importante per i suoi contenuti altamente spirituali, sono pagine che vanno lette e comprese soprattutto in questi momenti così brutali che scuotono la comunità civile. Troppo spesso abbiamo assistito sconcertati alle urla “del popolo” nei confronti dei criminali, rabbia comprensibile quando viene dall’irrazionale popolano ma che non devono mai compromettere e turbare le decisioni dei Tribunali.

“Frammenti di memoria sparsi sui marciapiedi”, è un racconto realissimo e crudele ed allo stesso tempo magico e ricco di una cristianità concreta, la stessa che da secoli ci ammonisce quando pensiamo di essere nelle condizioni di giudicare un nostro simile. La ricchezza di questo volume consiste proprio nello stabilire che ogni uomo può essere travolto dalla devianza criminale ma che ogni uomo può riprendere il cammino nella direzione di un nuovo, sano e personalissimo umanesimo.

“Frammenti di memoria sparsi sui marciapiedi” è un documento di speranza, di riscatto e di grande spiritualità. Un resoconto necessario fin quando saremo immersi in una società che spesso si ritrova a naufragare nelle acque terribili e tempestose della vendetta e dell’autoassoluzione.

Mario D’Anna – Il libro

La nave di Teseo

Rimescolando quotidianamente le riflessioni fatte con il Gruppo della Trasgressione e leggendo, qualche volta, passaggi di libri “casuali”,  sono stato affascinato dalla narrazione della nave di Teseo: una imbarcazione rimasta intatta nel suo splendore, pur avendo affrontato viaggi impegnativie le inevitabili logorazioni del tempo.

Allora mi sono chiesto: ma com’è possibile mantenersi integri malgrado tutto questo tempo? La risposta è stata semplice nella sua complessità.

La nave godeva di accudimento e manutenzione. Ogni pezzo consumato veniva sistematicamente sostituito. Ecco la ragione della sua perfetta integrità e della sua immutata bellezza nel tempo.

Ma si tratta ancora della stessa nave costruita all’epoca o, pian piano e in conseguenza delle manutenzioni e delle sostituzioni delle componenti usurate, si tratta di un’altra nave, un’altra identità?

La cosa certa è che la nave è rimasta quella di Teseo, pur se le vicende le difficoltà affrontate l’hanno indubbiamente modificata. Il tempo trasforma, sostituisce e a volte riesce a cambiare l’identità di un uomo, pur rimanendo l’uomo, la sua identità e i suoi primi obittivi riconoscibbili.

Se le istituzioni riuscissero a concepire ciò, forse avrebbero meno difficoltà ad aiutare le persone che passano dal carcere a rinnovare ciascuna la propria nave.  In questo modo potrebbero restituire alla collettività nuove identità con nuove e consapevoli responsabilità.

Roberto Cannavò

  • Quanti sogni, di Vito Cattaneo
  • Invincibili, di Cristiano De André

Abbiate Guazzone, Marzo 2010- La Trsg.band e il Gruppo della Trasgressione

La bancarella di Viale Papiniano

Sabato 19-06-2021 – Milano

Alice Viola

Adriano Sannino, Maddalena Baù

Adriano Sannino, Alice Viola, Anita Saccani, Elisabetta Vanzini, Roberto Cannavò, Arianna Picco,

Adriano, Alice, Anita, Elisabetta, Roberto, Arianna, Khaled Al Waki

Adriano, Arianna, Elisabetta, Angelo Aparo, Alice, Roberto Cannavò, Anita Saccani

Adriano Sannino, Alice Viola, Arianna Picco, Roberto Cannavò, Elisabetta Vanzini

Mamma

Il tuo ventre ha scolpito
la mia immagine.
Le tue braccia
hanno udito la solitudine
del mio faro.
Ti affanni nel silenzio
del mio respiro
donna senza risparmio…
quelle mani aspettano un sorriso di quiete.
Ti sento vicina
nella stanchezza
dei miei pensieri.
Le mie pupille
hanno assaporato
il calore del tuo tempo.
Siamo un solo battito,
Mamma!

Roberto Cannavò

Torna all’indice della sezione

Male e bene da condividere

Tempo fa era stato chiesto alla dottoressa Giovanna Musco, presidente di “Associazione in Opera”, un incontro fra studenti e detenuti. I ragazzi dell’oratorio avevano già avuto esperienza di incontri all’interno del carcere, che però in epoca recente era stato difficile ripetere a causa del Covid 19. Circa un mese addietro, la richiesta è stata riformulata alla Musco la quale, essendo a conoscenza della mia autonomia di movimento, mi ha fatto la proposta.

Come avviene in tutti gli incontri di questo tipo, le emozioni sono sempre palpabili, alimentate dal senso di responsabilità di chi parla, dalla cura con cui ci si rivolge a chi ascolta, dall’impegno ad evitare il sensazionalismo, per  privilegiare, invece, il divenire dell’uomo, i passaggi attraverso i quali  siamo arrivati ai sentimenti e alle azioni del nostro passato, i passaggi grazie ai quali oggi viviamo, interpretiamo e costruiamo il nostro presente.

Sono stato sollecitato a dire chi ero e chi sono dai responsabili dell’oratorio (gli studenti non mi conoscevano e non sapevano nulla di me). Mentre raccontavo di me ho percepito attenzione e smarrimenti. Su circa 20 ragazzi, pochi hanno preso la parola per  domande e osservazioni,  la rimanenza sono rimasti silenti.

L’incontro è comunque durato circa due ore con un’atmosfera crescente di complicità, di prossimità. Personalmente, mi sono sentito a mio agio, pur rimanendo vigile nel modellare il mio vissuto.

I silenzi della maggior parte degli studenti, però, mi avevano lasciato qualche senso di vuoto, non perché pensavo d’essermi relazionato male, ma perché sentivo che i ragazzi si erano persi un’occasione per dare voce alle loro curiosità e alla intensità dei sentimenti che avevo percepito nella stanza. Sensazione, la mia, che a distanza di tempo ha trovato conferma attraverso i loro pensieri scritti. Ancora una volta, una comunicazione aperta, capace di dare spazio anche alle nostre fragilità, ci ha permesso di entrare in relazione e forse anche fare prevenzione. Di seguito gli interventi che i ragazzi hanno scritto nei giorni successivi all’incontro

Roberto Cannavò

 

Lorenzo Vivarelli
La parte che mi è rimasta impressa della testimonianza di Roberto è quando si è commosso mentre ci stava raccontato del suo ritrovamento con il prete di quando era giovane. Questo mi ha fatto capire che, come noi, i carcerati e in generale le persone che hanno commesso un reato provano le nostre stesse emozioni e quindi anche loro si commuovono per le piccole gioie che incontrano nelle loro giornate come tutti noi.

 

Edoardo
La vita è complicata e difficile, ed è legittimo sbagliare. Ma la differenza tra una persona e una Persona (con la maiuscola) è il saper ammettere il proprio errore e fare tutto quello che è possibile per riparare quest’ultimo. Nonostante questo penso che però il passato non può essere cancellato. Roberto Cannavò per me rimarrà sempre e comunque un killer di mafia, ma allo stesso tempo un uomo che è riuscito a rinascere dal suo passato. E sono convinto del fatto che, se delle persone si vede solo il male, si vive la vita allo stesso modo; allo stesso tempo se ci si sforza di vedere il bene si vivrà in modo più felice, sereno.

Accettare i propri errori è difficile. Dire “Ho sbagliato” è difficile. Riparare un errore è anche questo arduo ma, se si vuole davvero rimediare al danno, si è disposti a tutto. E dopo tutto sono contento esistano persone come Cannavò, che hanno avuto il coraggio di ammettere le proprie colpe e hanno il coraggio di cambiare, perché sono loro che riescono a farmi capire quanto sia importante fare sempre del bene e quanto rischio di rovinare la vita a me e a chi mi circonda se scelgo la via sbagliata.

Bisogna fare del bene sempre, a prescindere da tutto. Non importa quanto tu sia sfortunato, senza ricchezze, senza qualsiasi cosa: ritieniti fortunato che puoi ancora fare del bene. E se tutti pensassero a fare questo, il mondo sicuramente sarebbe un posto in cui l’amore, l’amicizia, la felicità sono cose accessibili a tutti. Il bene genera bene, e se inizio io a farlo, qualcun’ altro lo farà a me e ad altri e così via.

 

Pietro
Il suo racconto mi ha fatto capire quanto siano importanti le persone che ci circondano. Esse sono in grado di cambiarci la vita, sta a noi essere in grado di accogliere nel nostro cuore ciò che dicono o ci dimostrano. Le persone compiono miracoli, il pentimento e la consapevolezza di Roberto non sono forse un miracolo? La mia preghiera è quella di riuscire ad essere utile per le altre persone per non vivere una vita mediocre, spero anche io di riuscire a cambiare qualcosa nelle vite delle persone che mi stanno vicino.

 

Riccardo
Vedere e sentire la testimonianza di Roberto Cannavò, non è stato semplice per me, non tanto perché sapessi ciò che aveva fatto per essere recluso, ma perché le sue parole erano dense di emozione, un’emozione molto difficile da descrivere.

Provo ammirazione per quelle persone che, nonostante ciò che hanno alle spalle, bello o brutto che sia, decidono di sconvolgere la loro vita, cercandosi dentro.

Quando si è consapevoli che una cosa è sbagliata si prova fastidio solitamente. La vera forza di Roberto è stata quella di comprendere lo sbaglio, e ripartire da zero, trovando una nuova vita, percorrendo una nuova strada, e per questo lo ammiro: perché riuscire a mettere la propria persona così tanto in dubbio può essere una cosa irreversibile, ma chi ha il coraggio di farlo poi, ne giova per sempre poiché comincia per lui una vita nuova.

 

Emma
Ciao Roberto, mi hanno colpito molte cose che ci hai raccontato della tua vita. In particolare quando hai parlato del male che si accumula e si stratifica, a partire dalle cose che possono sembrare banali o insignificanti, e allo stesso modo accade con il Bene: ogni azione anche piccola conta, come hai detto tu, può essere un semino che germoglia. Come ci hai raccontato, questo male che si compie e si riceve, che non si può cancellare e dimenticare, può diventare per questo un punto di scoperta profonda, di ripartenza e cammino nel Bene, di rinascita. Grazie per aver condiviso con noi la tua vita.

 

Alessio
L’incontro con Roberto mi ha lasciato un segno, poter ascoltare il racconto della sua vita e sentire le sue risposte alle nostre domande mi ha fatto aprire gli occhi sulla vita di queste persone che vengono viste male dalla società di oggi.

Roberto è una persona che ha svolto un percorso di rivalsa significante, è diventata totalmente una persona diversa da quella che era prima, una persona con più voglia di viversi la vita vera, non quella fatta da omicidi e malavita.

Lo ammiro molto anche per la pazienza che ha avuto e la disponibilità mostrata nei nostri confronti. Il suo percorso di cambiamento appunto, mi ha dato uno stimolo per rendermi conto ogni giorno di quanto sia fortunato, di avere una bella famiglia e bei rapporti, che non rovinino la mia incolumità.

 

Claudia
1 – Proprio in questo periodo ho letto il libro di Mario Calabresi “Quello che non ti dicono”. Calabresi è figlio del commissario Luigi Calabresi assassinato nel 1972. Il libro è la narrazione di un percorso che lui stesso ha portato avanti per aiutare Marta Saronio a scoprire chi era il padre di lei. Suo padre Carlo scompare nel 1975 quando lei non era ancora nata e del quale non sapeva niente. Non racconto tutto quanto perché rischio di fare un riassunto inutile, ma nelle varie vicende viene raccontato l’incontro fra il cugino di Marta (sacerdote del Pime, molto vicino a Marta) e il responsabile del rapimento e morte di Carlo Saronia, Carlo Fioroni. (Carlo Saronia e Carlo Fioroni sono stati amici ed entrambi militanti nel movimento Potere Operaio – Fronte Armato Rivoluzionario Operaio). Per chi vuole può approfondire la vicenda su internet. Carlo Fioroni è stato condannato a 27 anni, ridotti a 10 in appello e ulteriormente ridotto a 6/7 anni, è stato il primo brigatista pentito. Questo sacerdote desiderava guardare negli occhi chi aveva tradito suo zio e sapere qualcosa di più della vita di Carlo Saronia, riesce a contattarlo e stabiliscono un incontro a Lille in Francia dove ora vive Fioroni. Il sacerdote scrive: “Sono stato con lui tutto il giorno, l’ho ascoltato ed è stato pesante… Carlo Fioroni mi ha riempito di parole e di dettagli, cercavo un senso ma ho sentito troppe cose che non stavano in piedi… ho ascoltato la recita di un uomo che dopo quarantacinque anni continua a ripetere le stesse cose. Ha tenuto la maschera tutto il giorno, non ho trovato un dolore sincero e ho visto una persona piccola, qualcuno che non rinnega quello che ha fatto. E’ consapevole del danno, ma ancora oggi cerca giustificazioni. Non provo perdono e nemmeno pietà”.

Questa vicenda mi destabilizza, “primo brigatista pentito” … una pena di nemmeno 10 anni … nessun percorso serio … cerca giustificazioni di fronte alla sua vittima … ci vuole “coraggio” o forse anche un pizzico di “schizofrenia”?

Mi domando quali sono i passi che la nostra Giustizia mette in atto per aiutare e verificare il “pentimento”, il cambiamento sincero? Il legale storico di Fioroni lo lascia nel 84 perché non più convinto del pentimento del suo assistito … questo non doveva essere motivo per bloccare il progetto di scarcerazione?

2 – Ho avuto la possibilità di incontrare un altro “pentito” di mafia e mi sono accorta che c’è almeno un anello mancante fondamentale nella procedura: dal momento che esci dalla “protezione” il detenuto si trova senza lavoro e se hai pochi strumenti è un attimo ricadere nell’illegalità. Cosa ne pensi? E’ cambiato qualcosa nel frattempo?

3 – Sono convinta che tutti quelli che come te hanno “servito” la mafia sono stati a loro volta vittime della “storia stessa”… questo uomo di cui parlavo mi diceva “Era normale così”. Capisci? Normale così!!! Tu ci hai raccontato che tuo padre è stato ammazzato per errore. Tu vittima e poi colpevole! Che cos’è la Giustizia? Pensiamo all’art. 3 della Costituzione:

ART. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

4 – Cosa significa per te essere pentito?

Fino a quando le lacrime non sgorgano sincere dagli occhi e dal cuore, il pentimento non accade. Fino a quando non si pronuncia “Ho sbagliato” non può accadere nulla.

Tu ci hai detto che guardando te bisogna tenere insieme il prima (i 13 omicidi) e quello che sei adesso: un uomo che ha scontato la sua pena, un uomo che ha saputo piangere il proprio passato, un uomo che ha riconosciuto e detto “ho sbagliato”. E’ vero bisogna tenere insieme il tutto, perché noi uomini siamo quello che facciamo, ma possiamo essere e fare molto meglio. Possiamo guardare avanti con speranza perché c’è una Parola Buona, una promessa di bene sulla nostra vita pronunciata da un certo Gesù e che quel sacerdote della tua infanzia e giovinezza ti ha saputo trasmettere con la sua presenza. Quelle lettere conservate con amore ti sono state restituite, leggendole puoi ripercorre la strada fatta …. E ti accorgerai che Dio non ti ha mai lasciato solo …

Il problema è che a volte i nostri occhi non riescono a riconoscerlo.

 

Serena
Quando Claudia ha detto che non riconosce in te chi si era macchiato dei crimini di cui ci avevi parlato, io ho subito sentito di condividere con lei; e invece ti ho sentito dire che, benché neanche tu ormai ti riconosca, non puoi permetterti di non riconoscerti. La forza che hai avuto – di ricominciare non dimenticando quanto è stato e chi sei stato-; la tua forza venuta dall’umiltà e dalla buona e tenace voglia di restituirti, come uomo nuovo, allo Stato e agli uomini, mi dice della vera vittoria delle nostre istituzioni, che sono riuscite a rieducare l’uomo anziché limitarsi a punire il criminale, e insieme della vittoria e del miracolo dell’uomo, che testimonia che il figliol prodigo non è una favola, ma narra una storia umana, che talvolta accade per come Gesù l’ha raccontata. Da cittadina sono onorata di servire uno Stato in cui storie come la tua non sono solamente storie ma vere testimonianze, e da cristiana gioisco di accogliere tra i miei amici ‘il figlio’ ‘che era morto ed è tornato in vita’. Per le vite tolte al mondo, tu ne hai restituita una, la tua, a tutti noi: e non potevi fare niente di più grande.

Mia figlia e suo figlio

Quando gli occhi subiscono il rapimento di un incanto che nel suo splendore cede ad una poesia, frammenti di coscienza si fondono e danzano con la vita.

Ho aspettato questa danza per quasi 27 anni . Chissà quante volte è sfuggita ai miei occhi e quante notti ai miei tormenti.
Attimi d’intimità rubati da uno scatto fotografico.
Mia figlia e suo figlio…

Lei ed io, così distanti per decenni, così distinti e amanti oggi.
Sembra un passaggio di seme non vissuto, quasi surreale. Non metabolizzante per una coscienza vigile ai sentimenti e attenta alla perdizione.

Il mio passato degradante annientato da quest’attimo che oggi riconosco e vivo con la consapevolezza che proprio in questi frammenti ci si apre alle fragilità e ci si consegna ad una identità certificata dall’amore.

Mi ero assentato, ma non mi sono perso.

Roberto Cannavò

Genitori e Figli

Prendimi le mani

Ripenso alle urla e al bisogno di avere accanto a te un uomo che ti desse quella serenità promessa e mai mantenuta. I tuoi occhi scrivevano e disegnavano tutto ma ero cieco, forse accecato dalla mediocrità che mi invadeva i sentimenti e polverizzava la mia umanità.

Oggi, la consapevolezza di ciò mi procura un dolore forse paragonabile al tuo, sommerso dalla solitudine. Ma proprio questo dolore, sentito nel mio intimo, mi permette di riconsegnarmi a te, desertificato dal male e nutrito di te che negli anni hai saputo mantenere la rotta e indirizzarmi, uomo a te.

I dolori non si possono estinguere, ma possiamo, oggi, insieme modellarli con la complicità dei nostri occhi.

Non solo sguardi, niente più silenzi…
Prendimi le mani e guidami

Roberto Cannavò

Torna all’indice della sezione

La voce dell’adolescente

Roberto Cannavò

Le interviste del Gruppo della Trasgressione

Corona virus in carcere e fuori

In relazione al Corona Virus e alle conseguenze che comporterebbe la sua diffusione all’interno delle carceri, si sta tentando con diversi provvedimenti di ridurre la presenza di detenuti all’interno degli istituti penitenziari. Chiedo pertanto soprattutto a chi è stato o è ancora detenuto (ma la domanda vale anche per gli altri componenti del Gruppo della Trasgressione e per chi avesse piacere di offrire un proprio contributo dall’esterno) di segnalare cosa a vostro avviso sarà importante per le persone che potranno uscire o sono già uscite dal carcere con i provvedimenti che vengono presi in questo periodo.

Angelo Aparo


Io sono uscito il 18 marzo, lasciando una situazione veramente pesante all’interno del carcere, ma i miei compagni, e soprattutto quelli del gruppo, con la consapevolezza acquisita negli anni, sono riusciti a dialogare con la direzione, cercando di trovare soluzioni con senso di responsabilità per la criticità del momento. Ora sono fuori ma penso sempre alla situazione all’interno, e grazie al percorso fatto in questi anni sto affrontando questa situazione in modo sereno, consapevole di tutta la sofferenza vissuta dalla collettività.

Marcello Portaro


Essendo stato in carcere fino a due anni fa, so bene quanto l’attesa di riconquistare la libertà sia la priorità assoluta di qualsiasi detenuto. Paradossalmente, in questo momento drammatico che ci vede sotto la minaccia del subdolo virus, i detenuti o parte di essi hanno la possibilità di recuperare la… libertà. Certamente ogni uomo provvisto di un minimo di dignità, avrebbe sperato di riacquistarla in altro modo, ma il dramma di molti diventa un occasione per pochi. Forse sarebbe il caso di ringraziare il fato, il destino, Dio o chi si vuole e ricambiare questo inaspettato, ahimè, beneficio.

Insomma c’è un modo per ricambiare la società e chi la rappresenta unitamente alla dimostrazione di meritarsi questa liberazione, e consiste nel chiedere anzi PRETENDERE di poter da subito rendersi disponibile presso le istituzioni come la Protezione Civile, i Comuni etc., per dimostrare che nell’anima dei giusti e di chi si ritiene di “cambiato” nulla accade a caso e che stavolta chi ha molto sofferto come i detenuti, saprà aiutare i cittadini come meglio potrà. Questo non sarà un piacere, ma un dovere.

Maurizio Piseddu


Personalmente ritengo sia importante, innanzitutto, di prendere consapevolezza diretta del momento storico che stiamo attraversando. Sento esprimere questo mio pensiero a chi verrà messo in condizioni di libertà, perché dentro le mura la percezione delle cose è molto distante dalla realtà sociale. Direi quindi di affidarsi ad amici e parenti e prendere atto della realtà con impegno e responsabilità.

Aggiungo, per chi si sente di contribuire alla rinascita, di rispettare le regole vigenti e per intima convinzione e perché l’irresponsabilità porta conseguenze negative sa tutta la comunità.

In sostanza, si esce da una sorta d’autismo confezionato dalla detenzione e si viene immersi in una situazione di disagio collettivo dove tutti, ma proprio tutti, dobbiamo dare prova di unità sociale, culturale e umana.

Per il resto, ogni testa fa un tribunale della propria coscienza. Ma sono contento che tanti avranno l’occasione per dimostrare a se stessi e alla comunità le abilità acquisite.

Roberto Cannavò


Tengo a precisare che fino a un mese fa ero detenuto nel carcere di Opera nel reparto “Semiliberi”. A causa dell’emergenza sanitaria, Don Antonio Loi, ex cappellano del carcere di Opera, mi ospita in casa sua.

Fin da subito ho avvertito un forte senso di responsabilità e di preoccupazione. Non nascondo che ho avuto momenti di paura, quella paura costruttiva che mi ha permesso, e mi permette, di essere riflessivo ed equilibrato nel prendere decisioni per me e per il bene comune.

La situazione dentro non è facile, anzi è molto critica. Molte volte la mente del detenuto è chiusa in un labirinto (egoismo) e questo non gli permette di capire che molte volte le cose vengono fatte per proteggere lui stesso e il bene della collettività.

Detto questo, cosa dire ai miei compagni detenuti? Da circa un mese sto vivendo una situazione inaspettata.

Per esempio, quando vado all’ortomercato, dove acquisto la frutta e la verdura per i nostri clienti, oltre ad indossare ogni tipo di protezione, sto anche molto attento a come mi muovo. Questa cosa mi porta anche un po’ di angoscia, visto che oltre ad avere la responsabilità verso me stesso, ce l’ho anche verso Don Antonio (il quale mi ospita in casa propria) e verso la collettività.

Sicuramente, a differenza di chi metterà fuori il piede per la prima volta, sono stato avvantaggiato nel mio essere semi-libero. Questo mi ha aiutato molto e mi sono trovato da subito responsabile nell’emergenza attuale. Ma nessuno può estraniarsi dalle proprie responsabilità, anzi, per ognuno di noi sarà l’occasione per mostrare la propria lealtà e vicinanza a tutte le persone che ci accolgono e che per noi si sono prese grandi responsabilità: la Magistratura di Sorveglianza, le direzioni delle carceri e i tanti volontari del terzo settore.

A noi spetta di restituire con la stessa grandezza cioè utilizzando, nel mio caso, il gruppo della trasgressione, per aiutare chi ne ha bisogno. Mi riferisco a tutte quelle persone anziane che non possono uscire di casa. Ma anche a tutte quelle persone che per ovvi motivi sono chiusi in casa. Portando loro, con l’ausilio della protezione civile, le nostre esperienze oltre che i beni di prima necessità.

Adriano Sannino

Torna all’indice della sezione