Nessuno può crescere da solo

Nessuno può crescere da solo
Manuela Re

Mi aggancio al finale del testo di Tiziana, “Nessuno può crescere da solo”, per tessere le lodi del Gruppo della Trasgressione dove ognuno è guidato ad esercitare la propria FUNZIONE -se ne parlava ieri a proposito di Toni che aggiusta l’auto a Yasser nel film (e, tra parentesi, la mia auto di terza mano è stata più volta riparata da Adriano Sannino senza il quale sarei rimasta N volte in mezzo alla strada e invece ora va come una lippa!)- e anche a diventare una guida per gli altri impegnati a combattere i fantasmi del passato. Penso per esempio al progetto Peer Support con i detenuti del Gruppo che entrano nel carcere di San Vittore per stimolare la riflessione e la crescita degli attuali reclusi, ma penso anche a chi è diventata psicologa come te Tiziana e anche Marta e al vs lavoro quotidiano con bambini/adolescenti l’una e adulti l’altra, incarnando in modo mirabile lo spirito del Gruppo.

Come accennavo ieri, credo che quando il conflitto tra le parti è molto aspro e si porta dietro un dolore atavico -come ne “L’insulto”- sia ancora più difficile uscirne da soli. La riconciliazione è possibile ci dice il film, ma occorre fare un percorso difficile di elaborazione e “scambio simbolico” come hai scritto tu Tiziana. Aggiungo che occorre anche che la società -alias tutti noi- svolga una funzione mediatrice e non si limiti a sperare che le parti avverse trovino da sé la strada per tornare a riconoscersi. Nel film le donne provano a svolgere questa funzione, con scarsi risultati d’accordo, ma fanno la loro parte. Anche il datore di lavoro di Yasser ci prova a modo suo, un po’ per motivi economici e un po’ per spinta compassionevole, ma è difficile con chi “a un certo punto inizia a vedere nemici dappertutto, anche in chi stava solo cercando di aggiustarti un tubo… (peraltro tubo abusivo!) …allora forse quel nemico non è lì sotto al tuo balcone, ma è dentro di te, indissolubilmente legato a ciò che sei diventato….” .

Interviene la legge, anche in questo caso con le proprie imperfezioni (è comunque fatta da uomini), ma mi sembra anche con il merito di aver sostituito la parola all’azione/al farsi giustizia da sé, il pensiero al tumulto di vissuti ed emozioni “non bonificate” (cit. Roberto).  E, in qualche modo, contribuisce a interrompere quel “paradosso della coazione a ripetere”.

Cosa voglio dire? Che non credo che i due protagonisti del film sarebbero arrivati ad una riconciliazione senza l’interesse della società civile -cui fanno parte- e la funzione mediatrice che ha svolto.

Ecco, il Gruppo della Trasgressione svolge egregiamente questa funzione, crede nella Legge e, contemporaneamente, ci ricorda con De André che “… Per quanto voi vi crediate assolti  Siete per sempre coinvolti …”

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Emergenza Corona Virus e opportunità

In relazione all’emergenza causata dal Corona Virus, alle difficoltà che buona parte della popolazione vive, al clima che rischia di dilagare nelle carceri, il comitato direttivo del Gruppo della Trasgressione propone alle istituzioni competenti (l’Amministrazione penitenziaria, il Comune di Milano, la Regione Lombardia) un’azione sul territorio milanese che prevede l’impiego di alcuni detenuti (oggi fuori dal carcere in licenza straordinaria) e che punta a far diventare lo stato di allarme generale un’opportunità per i detenuti e per la società stessa.

Un’emergenza come quella del Corona Virus, all’interno delle carceri, rischia facilmente di estremizzare la contrapposizione fra l’istituzione e i detenuti; ma, al contrario, la stessa situazione, in nome dell’obiettivo comune e di progetti responsabilizzanti, può anche diventare un’occasione emancipativa e di coesione fra condannati e figure istituzionali.

In relazione all’emergenza che noi tutti stiamo vivendo, la squadra di detenuti che potrebbe essere impiegata nel progetto può infatti diventare:

  • una risorsa per la città e, in particolare, per le necessità quotidiane delle fasce sociali più deboli;
  • una possibilità di aggregazione attorno a un progetto collettivo, di inclusione sociale e di lavoro retribuito e per i detenuti e per la nostra cooperativa;
  • un modo per favorire la collaborazione fra detenuti e istituzione e per rispondere con un esempio di costruzione ai conflitti e agli scompigli che si stanno verificando in alcune carceri.

In relazione alla necessità di istruire e corredare la squadra di detenuti della necessaria attrezzatura anti-contagio, forse torna utile specificare che buona parte dei detenuti del Gruppo della Trasgressione (tutti quelli che fruiscono della licenza di cui sopra) ha frequentato i corsi di primo soccorso e di operatore generico della Croce Rossa Italiana e ne ha superato l’esame conclusivo.  Si puntualizza infine che la nostra cooperativa dispone di due mezzi per il trasporto merci e, in particolare, per il trasporto di frutta e verdura (un furgone con cella frigorifera).

Angelo Aparo

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A San Vittore per un viaggio nel futuro

Il detenuto che spiega ai giovani reclusi come non fare la sua fine

di Manuela D’Alessandro

C’è un detenuto da quasi 30 anni nel carcere di Opera che ogni venerdì mattina, da otto venerdì, entra in quello di San Vittore per spiegare ai giovani reclusi come non fare la sua stessa fine. La prima volta, dice, è stata “un’emozione strepitosa”. Adriano Sannino, un’era fa killer della camorra,  oggi ha 46 anni ed è tra gli ‘storici’ componenti del ‘Gruppo della Trasgressione’ animato dallo psicologo Juri Aparo. Uno che gira da 40 anni nelle prigioni e a un certo punto si è messo in testa , tra le altre mille cose, di portare nelle scuole chi viene percepito come reietto per evitare ai ragazzi scelte sbagliate. “La prima volta, ho pensato a quando sono entrato in carcere, buttato lì, con la mia busta, senza che nessuno mi spiegasse nulla. Ora entro dal portone principale, da cittadino. Gli agenti della polizia penitenziaria mi chiedono increduli: ‘Ma tu sei detenuto a Opera?’ e io mi sento uno di loro, un uomo delle istituzioni”. I ‘suoi’ ragazzi Aparo li porta dappertutto, spesso a confrontarsi coi familiari delle vittime, e adesso prova a farli uscire dal carcere ‘di campagna’ di Opera, destinato a chi deve scontare fardelli molto pesanti, per entrare nella galera di Milano centro a seminare libertà.

Sannino può farlo, come presto sarà possibile anche per altri due ergastolani a Opera coinvolti nel progetto, perché è stato ammesso al lavoro esterno. Attraverso la cooperativa fondata da Aparo, scarica frutta e verdura, svegliandosi all’alba e fatica con leggerezza (“Non c’è un giorno che mi pesi”) fino al pomeriggio.  Al venerdì, dalle 12 e 30 e per tre ore, diventa lui stesso un ‘educatore’ nel reparto giovani adulti dove lo attendono una ventina di ragazzi, età media sui 20 anni. ” All’inizio mi guardano un po’ così. Ma poi quando vedono che parlo col cuore, quando gli spiego che sono stato uno stronzo e come sono cambiato, mi ascoltano e fanno un sacco di domande. Sulla mia storia, sul punto in cui è cambiata. Non ho verità in tasca, ma con loro mi metto un gioco, cerco di essere all’altezza di una grande responsabilità. Ad agosto per due venerdì, il ‘prof.’ (Aparo, ndr) era in vacanza e ha lasciato da soli me e una studentessa che fa parte del Gruppo, è stato molto emozionante”. Non è sempre facile fare breccia in chi lo ascolta. “Un ragazzo albanese, in particolare, provava a contraddire tutto quello che dicevo, sostenendo di dovere spacciare per aiutare la famiglia e che chi compra la droga è consenziente. Gli ho risposto che chi la compra è malato, non consenziente, che lui alimenta un sistema malavitoso che genera anche morte. Allora lui mi ha chiesto: ‘Preferisci essere tu quella con la pistola o avercela puntata contro?’. Gli ho detto che mi farei ammazzare per la vita e i valori in cui credo. Alla fine mi ha abbracciato e mi ha chiesto quando sarei tornato”.

“Questo è un progetto rivoluzionario – spiega Aparo – nato in collaborazione con l’ex direttore di Opera e ora di San Vittore Giacinto Siciliano che ha l’obbiettivo di far provare ai giovani detenuti un viaggio nel futuro. Attraverso Sannino e gli altri entrano in contatto frontale con quello che potranno diventare se non cambieranno rotta, persone che a 50 anni ne hanno passati 30 in carcere. Tante volte, quando porto i detenuti fuori dal carcere, chi li sente parlare si emoziona e pensa che siano dei santi, che non debbano stare dentro. Ma io dico: se sono in carcere è perché sono stati dei coglioni. Le persone però cambiano e io sono convinto che non basti reinserire i detenuti nel lavoro e fargli guadagnare 1200 euro al mese. Bisogna metterli al centro di una progettualità, attraverso le relazioni umane e la maturazione di un senso di responsabilità”. Da ‘grande’ Sannino, a cui manca ancora qualche anno da scontare, ha un sogno per quando sarà libero: “Creare all’interno della cooperativa una piccola comunità per ragazzi disagiati e trasmettere a loro la mia esperienza”.

(L’articolo originale è su www.giustiziami.it, che ringraziamo per l’attenzione e la gentile concessione)