Un progetto su Vito Cosco

Il Gruppo della Trasgressione e Vito Cosco

Non possiamo fare a meno di chiederci come mai le prime aspirazioni di un bambino finiscano a volte per prendere la forma dei soldi che si ricavano da una rapina, della pace o della inconcludente eccitazione procurata dalle droghe. Se siamo sicuri che chi cerca l’oro e la droga sta sbagliando indirizzo, allora è doveroso chiedersi quali informazioni mancano a chi ha perso la strada. Se sbando mentre cerco me stesso, ho bisogno di qualcuno che non si limiti a punirmi ma che aggiunga un’indicazione utile per rintracciare l’indirizzo giusto (Angelo Aparo)

Vito Cosco, detenuto con la pena dell’ergastolo per l’omicidio di Lea Garofalo, si è presentato al gruppo mercoledì 29 maggio con uno scritto contenente le sue riflessioni sul reato commesso. Nel testo si percepisce l’evoluzione da uno stato precario di delinquenza sino alla individuazione della strada che conduce a una maggiore consapevolezza di sé.

Le sue parole hanno scosso ed emozionato tutto il gruppo e anche i famigliari dei detenuti, presenti il 5 giugno nel teatro di Milano Opera, giorno in cui il testo è stato letto e commentato pubblicamente. Gli stessi famigliari di Vito, compreso il figlio tredicenne, hanno manifestato dolore, gioia e orgoglio in merito alla trasformazione che un padre, marito e detenuto può avere. La giornata è stata piena di emozioni forti, pianti e sentimenti che hanno lasciato un segno tangibile nell’anima dei presenti.

Per via dello scalpore suscitato dallo scritto (non esattamente in sintonia con gli obiettivi e con lo stile del Gruppo della Trasgressione), il dott. Aparo ha deciso di raccogliere le considerazioni che componenti del gruppo ed esterni produrranno sul tema. In questo modo esse potranno divenire materia di riflessione e di dialettica e permettere a chi segue il nostro lavoro di farsi un’idea dell’operato del Gruppo.

Il progetto vuole provare a scuotere un’opinione pubblica ancora troppo ancorata al reato in sé e poco propensa all’idea che sia possibile l’evoluzione anche di chi ha commesso gravi crimini.

L’obiettivo primario è quello di comprendere che cosa la società si aspetta da persone che in seguito a un reato si trovano oggi con l’ergastolo o con lunghe pene da scontare; che cosa la Costituzione e le Istituzioni si aspettano da chi ha commesso errori in passato e quali strumenti offrono loro per farlo. Ci si propone, in definitiva, di cercare strade e alleanze utili a far sì che, a fronte della punizione, l’evoluzione del condannato e l’acquisizione di responsabilità verso l’altro non rimangano pura teoria o iniziativa lasciata esclusivamente a chi tale responsabilità ha dimostrato di aver dimenticato o di non avere mai avuto.

Valentina Marasco

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15 domande (quindici) per indagare su “Lo strappo”

Luca Cereda: innanzitutto volevo capire insieme a lei quale sia – e come si possa definire e spiegare – la linea di demarcazione che il nostro diritto fissa tra il concetto di pena e quello di punizione.

Francesco Cajani: se prendiamo come punto di partenza il nostro codice penale (emanato nel 1930), esso si incentra essenzialmente sul concetto di pena, intesa quale conseguenza della violazione di una regola prevista come reato dal codice penale.
Abbiamo dunque una limitazione dei diritti che si esprime in una sanzione, e questa sanzione ha come carattere essenziale proprio l’afflittività perché – quale che sia la sua funzione – la pena implica sempre una sofferenza.
Certo, il fondamento e la funzione della pena sono sempre stati temi dibattuti perché “da millenni gli uomini si puniscono, e da millenni si domandano perché lo facciano”.
In estrema sintesi, da una parte si pone la teoria della retribuzione con la sua idea che il male vada ricompensato con il male: la pena pertanto diviene corrispettivo del male commesso.
Dall’altra si collocano le teorie della prevenzione che attribuiscono alla pena la funzione di eliminare o ridurre il pericolo che il soggetto punito, o in generale la collettività stessa, ricada in futuro nel reato.
E’ invece merito della Costituzione della Repubblica italiana, nel 1948, quello di aver messo in luce, con la previsione di cui all’art. 27 terzo comma, come “le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato”: in tale ottica diviene fondamentale non già la pena irrogata ma l’atto stesso della punizione, e tutto il discorso – che sta anche alla base del nostro documentario – della necessità di “punire bene”, per dirla con Duccio Scatolero, intesa come un vero e proprio diritto per il reo.

Luca Cereda: punire bene, assegnare la giusta pena da parte di chi amministra la giustizia implica necessariamente un interrogarsi sul soggetto, sulla persona da punire, indipendentemente dalla sua età: è davvero pensabile – come lei scrive nella Guida alla visione del documentario – instaurare con esso una relazione che continua anche dopo l’irrogazione della pena?

Francesco Cajani: io sono solito ricordare che già Platone, nel Gorgia, aveva ben riassunto il tema che stiamo analizzando quando fa dire a Socrate che “a ogni uomo che sconti una pena, se questa gli sia stata giustamente inflitta, accade o di diventare migliore e di riceverne giovamento, o di diventare un esempio per gli altri”.
Parole scritte all’incirca nel 407 a.c. …. tuttavia è certo che, nell’antichità così come oggi, il diritto e il processo penale continuino ad essere mossi da una istanza repressiva, che riduce ed esaurisce il fare giustizia nella mera applicazione della pena: con la conseguenza che il dolore del reo punito si aggiunge a quello della vittima.
Anche perché tale modello, a ben vedere, finisce necessariamente per considerare il reo responsabile “di qualcosa” (di una truffa o un omicidio qui poco importa) e non anche responsabile “verso qualcuno”.
Ecco allora che, proprio per dare concreta attuazione all’art. 27 terzo comma della nostra Costituzione, è imprescindibile una punizione in cui il ruolo di colui che punisce non si esaurisca nell’atto di irrogare la pena. Se infatti ogni colpevole ha il diritto ad essere “punito bene”, questo significa – in altre parole – che proprio tramite l’atto del punire lo Stato deve prendersi idealmente carico del suo esito e, per esso, della sua piena efficacia.

Luca Cereda: c’è un senso in cui la punizione acquista anche il significato dell’essere presente per il reo, laddove altri – la famiglia, gli amici, la società ma anche le Istituzioni – non ci sono stati? In questo percorso che ruolo posso avere – e come si costituiscono – i percorsi di giustizia riparativa?

Francesco Cajani: é indubbio che un buon esito della punizione è sicuramente quello che fornisca al soggetto punito tutti quegli strumenti che gli consentano di riappropriarsi della propria umanità (che è stata abbandonata e tradita all’atto del commettere un reato) e, dopo aver incontrato sé stesso, iniziare a pensare all’altro.
Ed è altresì interessante notare come Aulio Gellio, uno scrittore della Roma antica, si domandasse il perchè Platone non avesse ricordato nel Gorgia una terza funzione della punizione, chiamata in greco timoria (ossia vendetta dell’onore della vittima, che verrebbe menomata se il colpevole rimanesse impunito).
L’esperienza anche mia personale mi porta però a dire che molto spesso ai Familiari delle vittime di reati non importa ottenere un risarcimento e, a volte, nemmeno vendetta. Quello che le vittime chiedono, sempre con più insistenza, è che a farsi carico del peso della giustizia sia proprio lo Stato, e non loro.
E pertanto, in uno scenario così complesso, lo Stato deve essere in grado di ri-comprendere, insieme al reo, anche la vittima. Perché non esiste solo un diritto riconosciuto dall’art. 27 della nostra Costituzione al reo, ma anche un preciso dovere verso le vittime: quello di mettere in campo forze positive in grado di “scongelare” il dolore affinchè possa, per quanto possibile, ri-trasformarsi in qualcosa di vivo.
Per questo credo fortemente che sono proprio e solo i percorsi di giustizia riparativa quelli nei quali, al netto dell’incontro tra il reo e la vittima, il dolore dell’uno non si aggiunge ma si sottrae a quello dell’altro.

[le altre 12 domande di Luca Cereda per il programma Radio Scarp e le risposte di Chiara Azzolari, Walter Vannini, Carlo Casoli e Juri Aparo sono reperibili qui]

 

Per approfondire:

– F. MANTOVANI, “Diritto penale. Parte generale”, III edizione, Milano, 1992, pp. 741 ss
– F. STELLA, Prefazione in E. WIESNET, “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita”, Milano, 1987
– D. SCATOLERO, Atti delle Giornate nazionali di studio e di riflessione sull’applicazione del nuovo codice di procedura penale minorile, Milano 23-24 ottobre 1992, p. 136
– C. MAZZUCATO, La giustizia dell’incontro in G. BERTAGNA-A. CERETTI-C. MAZZUCATO (a cura di), “Il libro dell’incontro”, Milano, 2015
– F. OCCHETTA, “La giustizia capovolta”, Milano, 2016

La partita a bordo campo

 

 

Sul pulsante rosso

“…dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fiori

Lo scorso 5 Giugno noi componenti del Gruppo della Trasgressione, assieme ai nostri famigliari, ci siamo incontrati presso il teatro della C.R. di Opera, come facciamo da tempo una volta l’anno. L’incontro è stato coordianto come al solito dal dr. Angelo Aparo. La giornata, che ha colpito profondamente noi e i nostri famigliari, è partita con una lettera scritta al gruppo da Vito Cosco, detenuto da circa 10 anni in regime di alta sicurezza presso il carcere di Opera.

Il testo della lettera ha suscitato in noi una grande emozione. Nel corso di questi anni di reclusione il percorso di Vito è stato molto travagliato, ma da circa un anno ha cominciato a dialogare con la propria coscienza, intraprendendo un cammino che ai nostri occhi, ma credo anche a quelli degli altri componenti del gruppo, appare sincero e profondo.

Non sappiamo come Vito sia arrivato a commettere un crimine così grave. La portata del delitto è tale che nessuna analisi riesce a spiegare la cosa. E però sembra che oggi la sua coscienza abbia finalmente preso una svolta significativa.

L’obiettivo del carcere dovrebbe essere quello di rieducare la persona che ha sbagliato e che, giustamente, è stata privata della libertà. È importantissimo che la Legge dia alla persona condannata, oltre alla punizione, una speranza e non un “Fine pena mai”. Chiunque, pur essendo detenuto, rimane un essere umano e, in quanto tale, deve potere avere la possibilità di evolversi. Diversamente, a cosa servirebbe la pena?

Vito vorrebbe pigiare quel “pulsante rosso” per poter tornare indietro, ma nessuno ha il potere di cambiare il passato. Certamente da questa lezione ha imparato e abbiamo imparato anche noi quanto sia importante poter dare una carezza a un figlio e qualche volta riceverla. In questo modo diventa più facile acquisire man mano la consapevolezza del male fatto e dei tanti ostacoli da superare per potere raggiungere la pace con se stessi e con il mondo, dopo il dolore inflitto a entrambi.

Vincenzo Solli, Sebastiano Giglia e Angelo Aparo

Vincenzo Solli, Sebastiano Giglia

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Manca il pulsante rosso

di Vito Cosco, detenuto con la pena dell’ergastolo,
assistito per l’italiano e per la composizione del testo
da Alfredo Sole,
a sua volta detenuto in ergastolo.

Si può vivere una vita intera e giungere alla fine senza quasi avere rimpianti oppure, come nel mio caso, la fine del nostro ciclo vitale arriva a tutta velocità come una locomotiva impazzita che travolge tutto.

Oggi è facile avere rimpianti e potrebbe sembrare poco credibile o anche ingiustificabile averne dopo così poco tempo. Non ho giustificazioni per quello che ho fatto. Cosa potrebbe mai alleviare il dolore della famiglia della vittima?

Potrei raccontare la solita novella… sono cresciuto in un ambiente con valori sbagliati… che li spacciava per uniche verità. Potrei dire di non avere avuto scelta, di non avere potuto intraprendere una via diversa da quella che ho invece seguito…

Non è questa la visione che vorrei dare di me oggi. Vorrei poter comunicare quel che sento veramente dentro la mia anima, ma forse non conosco ancora le parole giuste per poterlo fare.

Ho un fratello più piccolo di me che commise un grave delitto e, a cose già fatte, coinvolse anche me. Mi chiedo come ho potuto oltraggiare un corpo ormai senza vita. Non ho parole e forse è ancora presto per chiedere perdono.

Lo vorrei, lo sento con tutto il mio cuore, lo sento fin dentro le mie ossa, ma sono consapevole di quest’orribile delitto. Ho bisogno di sentire il disprezzo degli altri, della sua famiglia e, se esiste un Al di là, ho bisogno che la vittima continui a disprezzarmi per non aver fatto nulla per fermare quella follia.

Sì, non riesco a perdonarmi e non credo che ci sia una pena che io possa pagare per alleviare il dolore causato. Sono consapevole di meritare questa mia non vita, so che vivrò ancora per molto tempo in compagnia dei miei fantasmi.

Oggi ho capito! I miei valori sono cambiati e cambiati sono i miei pensieri. Vorrei che ci fosse un grosso pulsante rosso da poter pigiare e, all’improvviso, il mondo che va all’indietro, all’indietro fino a quel maledetto momento, quando avrei potuto capire, rifiutarmi e, forse, se più attento e partecipe della vita familiare, comprendere quello che stava accadendo e fermarlo.

Non posso farlo, non c’è quel “pulsante rosso”, non posso cambiare il passato. Nessuno può!

Io sono qui, davanti a voi, con una consapevolezza che neanche immaginavo che un essere umano potesse raggiungere nella sua intera esistenza, invece, eccomi a smentire me stesso, i miei pensieri di una volta.

Cos’altro potrei aggiungere? Posso solo dire: eccomi, conoscete la mia storia adesso, conoscete anche me, e di me fate quello che volete.

La verità è che io sono morto poco meno di dieci anni fa, insieme alla vittima, ma ancora non lo sapevo. Adesso lo so e sono pronto ad accettare qualunque cosa il destino mi riservi o, meglio dire, ciò che gli uomini vorranno per me.

 


 

Nota di Angelo Aparo su una vicenda terribile e un’attività impegnativa

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Relazione di tirocinio

TIROCINIO PRE LAUREA PRESSO “ASSOCIAZIONE TRASGRESSIONE.NET”

Lucia Brizzi, Matricola:  822087
Corso di studio: SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE
Tipo di attività: Stage  esterno
Periodo: dal 09/1/2018 al 02/01/2019

 


Caratteristiche generali dell’attività svolta: istituzione/organizzazione o unità operativa in cui si svolge l’attività, ambito operativo, approccio teorico/pratico di riferimento

Il gruppo della trasgressione è un’associazione che opera all’interno degli istituti penitenziari milanesi di Milano Opera, Bollate e San Vittore.

Il gruppo è guidato dal Dott. Angelo Aparo, psicologo e psicoterapeuta che lavora da anni all’interno degli istituti. L’obiettivo, grazie alla collaborazione fra detenuti, volontari e studenti universitari, è di sviluppare una sinergia interna e un dialogo costruttivo per l’individuo attraverso tematiche che portino all’introspezione e a indagare sul passato. I detenuti, gli studenti e i volontari si scontrano con la propria emotività, con le debolezze, con la rabbia e l’orgoglio: la riflessione è faticosa, ma è una sfida con se stessi.

Inoltre, grazie a tale dialogo, che prende forma a partire dagli incontri settimanali che si svolgono all’interno degli Istituti, si sviluppano le diverse attività proposte dal gruppo mediante convegni, seminari, concerti e rappresentazioni teatrali che spesso coinvolgono gli studenti delle scuole medie e superiori.

Grazie al gruppo, il detenuto è spinto a reinserirsi nella società, non più come un soggetto deviante, bensì come membro effettivo in grado di dare un contributo utile grazie alla consapevolezza e alla responsabilizzazione maturate nel corso degli anni. Quello che una volta era considerato un membro “deviante” della società diventa così un membro “operante”.

 

Descrizione dettagliata del tipo di ruolo e mansioni svolte

In quanto tirocinante ho partecipato agli incontri fissi del gruppo, ad alcuni incontri con gli studenti e ad eventi come il mercatino organizzato all’interno della casa di reclusione di Bollate.

Il mio ruolo consisteva nell’osservare criticamente le dinamiche del gruppo e gli interventi dello psicologo/coordinatore, oltre che nel partecipare attivamente con riflessioni e pensieri personali sulle tematiche discusse.

Inoltre, dal punto di vista logistico, ho aiutato nell’organizzazione di alcuni convegni che prevedevano la partecipazione di persone esterne agli istituti carcerari e mi sono occupata della creazione di alcuni eventi sulla pagina Facebook dell’associazione, al fine di divulgare le attività svolte dal gruppo.

 

Attività concrete/metodi/strumenti adottati

L’associazione propone numerose attività volte a rendere i detenuti consapevoli e in grado di dare un contributo alla società. Le attività settimanali consistono nel discutere tematiche differenti facendo emergere i diversi punti di vista dei partecipanti al gruppo con riflessioni autocritiche.

Ogni mese sono portati avanti vari progetti nelle scuole con lo scopo di aiutare i detenuti ad entrare in contatto con i ragazzi, in modo da dar loro la possibilità di raccontare le proprie esperienze rendendole strumento di prevenzione per le devianze giovanili. Questi incontri danno la possibilità di un’interazione curiosa e insolita tra adolescenti e detenuti, con spunti di riflessione da e per entrambe le parti in gioco: i detenuti si interfacciano con le nuove generazioni e gli studenti hanno la possibilità di conoscere una realtà che non sempre è realmente distante da loro.

Inoltre, da poco è stato avviato un progetto rivoluzionario che ha consentito ad alcuni detenuti ergastolani con la semi libertà (reclusi al carcere di Opera) di poter entrare a San Vittore come cittadini liberi grazie all’articolo 17. Il progetto permette di mettere in contatto persone detenute da anni e con un percorso rieducativo alle spalle con dei giovani detenuti ponendosi due obiettivi: responsabilizzare e rendere utili alla società i primi ed educare i secondi.

Tra le proposte rivolte al pubblico vi è la rappresentazione del mito di Sisifo a cui partecipano i componenti del gruppo (detenuti, studenti e volontari). Ciò permette a tutti di mettersi in gioco in prima persona, con uno scopo didattico sia per gli “attori” sia per gli spettatori. Un elemento importante di tali rappresentazioni è l’improvvisazione: gli attori si preparano sulle tematiche, le studiano e le elaborano per poterle trasmettere con maggior intensità possibile, ogni volta con parole e gestualità diverse.

 

Presenza di un coordinatore/supervisore e modalità di verifica/valutazione delle attività svolte

Il coordinatore era presente a tutti gli incontri e a tutti gli eventi organizzati e aveva un rapporto diretto con tutti i tirocinanti. Egli cercava di farci sviluppare un pensiero critico e uno sguardo curioso verso la realtà carceraria. In quanto tirocinante dovevo mantenermi aggiornata sui diversi eventi organizzati dal gruppo e prendere appunti sui temi trattati e sulle eventuali organizzazioni degli eventi.

 

Conoscenze e abilità acquisite (generali, professionali, di processo, organizzative)

Tale esperienza mi ha portato ad acquisire conoscenze di diverso tipo.

Ho imparato a conoscere, seppur superficialmente, il mondo carcerario da un punto vista burocratico (richieste d’ingresso in carcere, richieste per fare uscire i detenuti), organizzativo (come si organizzano gli eventi che prevedono la partecipazione di persone detenute), ma soprattutto umano (il rapporto tra detenuti, detenuti-assistenti e detenuti-educatori).

Ho approfondito le dinamiche interne al gruppo, apprendendo concetti studiati precedentemente solo attraverso corsi universitari, e osservando come si possano sviluppare delle discussioni a partire da spunti filosofici, politici, sociali come dalle dinamiche quotidiane, apparentemente lontane dagli argomenti che verranno trattati.

Inoltre, ho esperito personalmente quanto l’ascolto e la condivisione possano essere difficili, ma anche come una coesistenza di essi possa portare a una crescita importante, capace di facilitare la comprensione dell’altro.

 

Caratteristiche personali sviluppate

Grazie al tirocinio sono riuscita, parzialmente, a combattere qualche mia insicurezza e timidezza nel parlare di fronte agli estranei. Questa esperienza mi ha spinta a superare i miei limiti: ho dovuto parlare di fronte a un centinaio di studenti (in un momento inaspettato), sono stata mandata come “rappresentante” del gruppo in alcuni eventi. In questi casi, sono stata caricata di una responsabilità che mi ha aiutato ad avere fiducia nelle mie capacità espressive.

Ero una componente effettiva del gruppo, dovevo mettermi in gioco non solo come osservatrice, e ciò mi ha portato a sviluppare maggiori capacità nell’analizzare criticamente la realtà.

Il gruppo della trasgressione mi ha fatto riflettere molto su me stessa, su chi sono, chi voglio diventare. Il confronto con una realtà che vedevo come distante anni luce, mi ha portato a capire l’importanza di progettare il mio futuro e cominciare da subito a costruirne le basi.

 

Altre eventuali considerazioni personali

Più volte, al gruppo e nei momenti di incontro con gli studenti, si è parlato di progettualità. Si è detto che il progetto è ciò che ti porta a vivere con criterio e che ti guida nelle scelte. Per molti detenuti tale progetto non si è delineato o è stato cancellato e questo, insieme ad altri motivi contingenti, li ha portati a un disorientamento che li ha successivamente condotti alla reclusione.

Il disorientamento è ciò che, a parer mio, avvicina il mondo dei giovani di oggi e dei detenuti. Nella società odierna la maggior parte dei giovani non ha un progetto. Ciò potrebbe essere imputabile a una mancanza di prospettive o anche solo alla superficialità e al disinteressamento degli stessi.

Eppure, non tutti i ragazzi diventano dei delinquenti, non tutti commettono reati, non tutti si ritrovano a dover vivere reclusi. Perché? Chiunque può contribuire e dare la propria opinione per poter arrivare a delle conclusioni.

Questo è il genere di riflessioni che emergono al gruppo: riflessioni universali e che toccano ciascuno indistintamente, a prescindere dall’età, dalla nazionalità e dalla “residenza”.

L’esperienza al gruppo della trasgressione mi ha fatto toccare con mano una realtà che fino a poco tempo fa mi sembrava appartenere solo ai film d’azione e alle serie tv. Mi ha fatto comprendere come la detenzione possa essere utile se con essa è previsto un accompagnamento e se si è costretti a una riflessione quotidiana che porta a consapevolezza e responsabilità.
Grazie al tirocinio e alle riflessioni che ne sono emerse credo che le persone che commettono gravi errori possano affrontare il cambiamento solo se riescono a recuperare un legame con la società da cui hanno deviato. Per fare questo ci deve essere un accompagnamento da parte di quelle stesse istituzioni che il deviante ha tanto odiato nel suo passato.

La figura dello psicologo è centrale nel recupero del detenuto, ma senza la collaborazione delle istituzioni e della società stessa è difficile che il recupero sia completo.

Personalmente, credo che la riabilitazione del detenuto possa essere efficace, ma la società stessa deve essere rieducata a liberarsi dai pregiudizi che la legano a una visione ristretta e stigmatizzata della realtà carceraria. Il Gruppo della Trasgressione sta cercando di rivoluzionare il sistema, ma ha bisogno che la comunità impari a sostenere tali sforzi.

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Un commento su “Lo strappo”

Il Commento di Paola Tanara
(Giudice presso la Corte di Appello di Milano)

Ho visionato il documentario con gli occhi di un giudice del dibattimento penale avendo io svolto per molti anni tale funzione (e mai quella del Pubblico Ministero e del Magistrato di Sorveglianza) presso il Tribunale Ordinario di Milano (prima nella sezione che si occupa di violenze sessuali ed infortuni sul lavoro e successivamente in una sezione specializzata di criminalità organizzata) e per alcuni anni presso il Tribunale per i Minorenni di Milano.

In tale veste, il documentario mi ha sollecitato alcune riflessioni, anche se non ho potuto non essere affascinata da quella parte corposa del documentario dedicata alla funzione rieducativa ed all’esecuzione della pena, rispetto alla quale la strada da percorrere da parte del “sistema”, mi pare, sia ancora molto lunga e difficile.

Il documentario ha il pregio di fotografare in modo sintetico, ma straordinariamente esaustivo, la complessità dell’evento “reato” in tutte le sue molteplici implicazioni, psicologiche, sociologiche, emotive, implicazioni che riguardano tutti i soggetti coinvolti sia antecedentemente, sia durante, sia successivamente all’agìto criminoso; scandaglia da un lato, le conseguenze dell’azione criminale nella vita sociale, ma anche e soprattutto nella vita personale della vittima, e dall’altro illustra, con encomiabile equidistanza, alcuni minimi comuni denominatori psicologici del reo rispetto ai suoi agiti, nonché alcune delle tappe più significative del percorso rieducativo dell’autore del reato.

Emerge un quadro articolato e dalle mille sfaccettature, emotivamente molto toccante, spunto di innumerevoli riflessioni anche “de iure condendo”, un quadro  che, come ben sottolinea il dott. Alberto Nobili nello stesso documentario, nel processo (e nel dibattimento in particolare) viene solo lambito (e, purtroppo, non sempre, attesa la non sovrapponibilità tra realtà e verità processuale), e comunque solo nei limiti dello stretto indispensabile per arrivare ad una sentenza il più possibile giusta e ad una pena equa rispetto alla “gravità del fatto”.

Ed è proprio quest’ultima espressione tecnico-giuridico, non di rado utilizzata in modo tralatizio per indicare esclusivamente il disvalore sociale di un agìto criminoso, che dopo la visione del documentario si arricchisce di significati spesso nella prassi giudiziaria non sufficientemente valorizzati.
Come in tutto ciò che ha a che fare con l’umano, anche nel crimine, ogni situazioni ha caratteristiche sue proprie: il legislatore ha opportunamente cristallizzato normativamente le varie tipologie di agiti effettuando una valutazione “ex ante”, della gravità delle medesime indicando i parametri da un minino ad un massimo della pena applicabile. Al giudice l’arduo compito di commisurare la pena nello specifico caso al suo esame, con un giudizio “terzo” discrezionale, ma rigorosamente verificabile alla luce dei parametri normativamente prestabiliti. Le tipizzate coordinate entro le quali il “giudicante” ha il dovere di muoversi per esercitare l’azione punitiva dello Stato, contengono molteplici sfaccettature e il giudizio sarà tanto più equo quanto più completo: una sorta di delicatissima alchimia nella quale debbono trovare spazio norme processuali, sostanziali, valutazioni sociali, sociologiche, psicologiche, prognostiche con un percorso argomentativo il più possibile chiaro proprio per garantirne la verificabilità.

Le interviste che si susseguono nel documentario, rappresentano in modo “plastico” tale complessità. Il documentario, strumento certamente preziosissimo nell’ambito di un percorso educativo alla legalità per i giovani – in quanto completo ed al tempo stesso intellegibile – ha anche il pregio, di stimolare la riflessione degli operatori del diritto e di coloro che gravitano nel “mondo giustizia”, spesso pressati dai tempi e dalla statistica, sul significato e l’importanza per la società di oggi e per la società futura, del delicato compito che sono chiamati a svolgere, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze.

Paola Tanara

Per ricucire lo strappo

Milano: un documentario per ricucire “lo strappo” del crimine

All’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare «quattro chiacchiere sul crimine» e per presentare il documentario

di Paolo Foschini, Corriere della sera, 23/01/08, Cronaca Milano

Fa un certo effetto vedere seduti uno accanto all’altro un ergastolano per mafia e il magistrato Alberto Nobili, che contro la mafia ha combattuto una vita, e sentire il primo che dice “è un privilegio essere qui con lei”, e il secondo che risponde “l’emozione è mia, la sua presenza qui oggi e il suo percorso di recupero sono una delle soddisfazioni più grandi che ho provato dacché faccio il mio lavoro”.

È solo uno dei (tanti) momenti intensi che hanno caratterizzato la mattina di ieri all’Istituto Molinari di via Crescenzago, cinque scuole in rete e centinaia di studenti nella stessa aula magna per fare “quattro chiacchiere sul crimine”, come recitava il titolo.

Chiacchiere si fa per dire, perché a parlarne e soprattutto rispondere alle domande dei ragazzi c’erano il fondatore di “Libera” don Luigi Ciotti, e familiari di vittime della criminalità più diversa – da Manlio Milani la cui moglie morì nella strage di Brescia a Maria Rosa Bartocci il cui marito fu ucciso in una rapina, da Margherita Asta che in un attentato di mafia perse la madre e due fratelli a Daniela Marcone a cui la criminalità uccise il padre – e poi il provveditore delle carceri lombarde, Luigi Pagano, e altri condannati per omicidio, e magistrati, giornalisti, avvocati.

Tutti lì per discutere di quella cosa che è “Lo strappo” prodotto ogni volta in cui c’è un crimine: strappo nella vittima, nella società, ma anche in chi lo compie. “Lo strappo” in effetti è anche il titolo del documentario presentato sempre ieri e realizzato su un’idea dello psicologo Angelo Aparo, del magistrato Francesco Cajani, del giornalista Carlo Casoli e del criminologo Walter Vannini, in collaborazione con il Comune, con Libera, con l’associazione Trasgressione.net, con la Casa della Memoria, con l’associazione Romano Canosa e con Agesci Lombardia. È scaricabile sul sito www.lostrappo.net.

Un motivo per farlo è già nelle parole con cui Manlio Milani lo apre: “Siamo abituati a pensare che le cose negative accadono sempre a qualcun altro, poi un bel giorno, quando colpiscono noi, ci accorgiamo che siamo parte di una realtà, che può colpire chiunque”.

La mattinata all’istituto Ettore Molinari, La locandina

Io, tra vittime e carnefici

Documentario Dieci78 GIF

“Mercy but murders, pardoning those that kill”
[W. Shakespeare – Romeo and Juliet: Act 3, Scene 1]
[1]

Solo da poco ho ripreso in mano un libro che il mio Professore di diritto penale, Federico Stella, tentò di farmi leggere all’età di 23 anni. Non poteva essere diversamente: è già difficile per un giovane studente di giurisprudenza comprendere il senso del diritto, figuriamoci quello della punizione… “Da millenni gli uomini si puniscono – e da millenni si domandano perché lo facciano”: inizia così il saggio di Eugen Wiesnet su “Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita” e Stella, nella prefazione, ben sottolinea come “iniziare un cammino richiede che si vada alle radici”.

Ma quale sia stata l’idea che mi ha portato a tentare il concorso in magistratura è difficile indicarla in poche parole. Un embrione mi pare di trovarlo nelle pagine di un taccuino del 1994 quando, terminate le sessioni di esame, avevo l’abitudine di recarmi a Novo Mesto con alcuni amici ed amiche. Non certo in vacanza perché, all’epoca, era in corso un conflitto bellico e lì si trovava un campo profughi, nei pressi del confine tra Slovenia e Croazia.

Dietro quella abitudine la necessità, mia personale, di restituire “valore” al tempo che – all’epoca – ritenevo lo studio mi stesse sottraendo. E fu proprio in una di quelle occasioni che, per la prima volta, una persona mi raccontò – in un salone teneramente addobbato a discoteca con alcune luci natalizie – cosa avesse provato ad uccidere un proprio simile.

Quando poi nell’estate del 2001, durante un campo di formazione antimafia organizzato da Libera a Villa di Briano, il nostro pullman diretto verso Casal di Principe fu scortato da quattro macchine blindate della Polizia capìì finalmente che non c’era più bisogno di andare oltre frontiera, perché la guerra l’avevo anche sotto casa.

Cercai allora più vicino alla città dove sono nato…. fui subito colpito dal fatto che, proprio in quel periodo, avessero trovato nell’hinterland milanese un uomo all’interno di una scatola di legno: forse pensava che il mondo potesse essere racchiuso in quelle sue quattro mura, o che lui stesso potesse chiuderlo fuori da quella scatola. E (forse così pensando) è morto.

Chiedendomi quante di quelle scatole ci fossero in giro nelle case di Milano, trovai sul mio cammino Angelo (chiamato Juri) Aparo e il “suo” Gruppo della Trasgressione: “officina, laboratorio, palestra[2] frequentata da studenti di giurisprudenza, professori, magistrati e detenuti riuniti tutti intorno ad una comune esigenza dell’uomo, e cioè quella di condividere i propri (sia pure, a volte, diversi) punti di vista.

Giocando, paradossalmente, d’anticipo (per chi crede ancora che dovrebbe essere la società ad aprirsi al carcere, e non viceversa), dalla casa circondariale di San Vittore alcune persone chiedevano sottovoce a “chi sta fuori” di uscire dai soliti luoghi comuni che identificano il detenuto con la pena da scontare (riportata tra parentesi, come avviene ancora oggi su qualche articolo di stampa).

Accadde così che con “il dott. Aparo” suggellai quello che, in altre occasioni, ho definito “un patto tra macellai”. Nella mia incoscienza di educatore scout proposi uno scambio di prigionieri: carne giovane di ragazzi in cerca d’autore vs. carne meno giovane ma ugualmente interessante. Gli uni prigionieri dei preconcetti tipici dei loro 19/20 anni, gli altri prigionieri di mura troppo strette. Entrambi però desiderosi di evasione e – sia pure in quella prima fase inconsapevolmente – di mettersi a nudo fino al punto di farsi tagliare a piccoli pezzi da questa prospettiva di cambiamento interiore.

L’idea risultò vincente: partimmo nel marzo del 2003 con il primo incontro in carcere e da quel momento non abbiamo mai smesso di vederci “dentro e fuori”, organizzando – da ormai 15 anni con l’apporto di numerosi educatori scout e altri esperti del settore[3]  – un workshop capace ogni anno di restituire ad una trentina di giovani partecipanti una chiave di lettura di quanta complessità possa esserci intorno alla parola “Giustizia”.

Scriveva Aparo tre anni dopo: “in carcere è entrato un fiume vitale, capace di moltiplicare le possibili combinazioni del desiderio di riconoscersi”. Questo fiume vitale condusse, quale dono della moltiplicazione, all’approdo del Gruppo della Trasgressione in molti istituti scolastici. Ed impagabile fu per me il piacere di constatare che un manipolo di criminali riusciva ad incidere sull’indole di adolescenti, in 3 ore di “lezione” nelle classi, molto più di quanto gli insegnanti in un triennio.

Ma nonostante questa nuova forza (e, con essa, una sempre maggiore “dispersione positiva di energie”), con il Gruppo continuammo a progettare insieme nuove possibili combinazioni. Fino ad allargare quel “desiderio di riconoscersi” alle vittime di reato.

Ma come si può passare dall’attenzione per chi deve essere punito all’attenzione verso chi ha subito un danno da colui che ha commesso un reato?

L’origine di questa domanda, che poi – a riguardarsi indietro – è il primo filo della trama di questo documentario sullo strappo generatosi da un fatto criminale, la ritrovo nel convegno sugli “obiettivi della punizione”, organizzato proprio dal Gruppo della Trasgressione il 30 giugno 2005.

Negli atti preparatori a quell’incontro[4] ricordavo come, fin dalla mia tesi di laurea, mi aveva molto affascinato il pensiero di Duccio Scatolero[5] sulla necessità di scoprire, praticare ed affermare una “giusta punizione” – intesa come vero e proprio diritto del reo minorenne – perché questa contribuisce a dare dignità alla persona in crescita, a patto però che tutti gli altri diritti che lo riguardano (e in primis quello di essere educato) siano egualmente rispettati e fatti rispettare.

E proprio quella mia positiva esperienza a contatto con il Gruppo della Trasgressione mi aveva consentito di percepire come davvero imprescindibile la necessità (anche culturale) di recuperare il vero significato di educazione per adattarlo così a tutti coloro che hanno, in particolari momenti della loro vita, necessità che sia qualcun-altro-da-loro a “trarre fuori”[6] qualcosa di utile.

Dove allora punire bene implica necessariamente un interrogarsi sul soggetto da punire, indipendentemente dalla sua età, instaurando con esso una relazione che continua anche dopo l’irrogazione della pena, nel momento in cui – tramite l’atto del punire – riusciamo finalmente a prenderci idealmente carico del suo esito e della sua efficacia. In questo senso la punizione acquista anche significato dell’essere presente, laddove altri (la famiglia, la società, le Istituzioni) non ci sono stati. O ci sono stati ma in modo non del tutto soddisfacente, o parziale[7].

Ritenevo dunque, allora come oggi, di portarmi dentro un sentimento di continua preoccupazione circa gli effetti che scaturiscono dal mio operato, proprio per la difficoltà insita nel “punire bene” (che presuppone, in ogni caso, l’esistenza effettiva di un motivo per essere punito, all’esito delle indagini svolte e alla conseguente richiesta di punizione attuata dal Pubblico Ministero con l’esercizio dell’azione penale).

Tutto questo mio interesse, al momento dunque sbilanciato soprattutto su chi punisce/viene punito, divenne ancora più complesso quando – proprio a quel convegno – conobbi Walter Vannini.

Fu sostanzialmente lui a condurmi su una analoga traiettoria esperienziale, questa volta però tutta incentrata sul tema delle vittime del reato: perché effettivamente, come una volta ebbe efficacemente a dire ai ragazzi del workshop scout, noi “siamo più probabilmente vittime che probabilmente criminali[8].

E fu così che poi, alla fine di questo nuovo percorso, il 19 marzo 2010 mi ritrovai – insieme a lui – con una richiesta, confusa tra timore e pudore, di aver accesso a zone di sofferenza immensa, a me peraltro quasi del tutto ignote: infatti proprio a Milano, quel giorno di marzo, la XV Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera si apriva con un incontro a porte chiuse tra i Familiari delle vittime di mafia.

Fu proprio l’esito di quell’accesso che impiantò in me il seme per una ulteriore crescita personale. Ed è così che da alcuni anni – insieme al Centro per la giustizia riparativa e la mediazione del Comune di Milano – cammino a fianco ad alcuni Familiari di vittime di mafia: un percorso che ci ha portati fino a quella silenziosa lettura dei nomi dei loro cari all’interno del carcere di Opera[9], il 21 marzo del 2017.

Si spiega allora come, quantomeno nella mia testa, questo documentario nasce – sostanzialmente – dall’esperienza ormai quindicennale del workshop scout. E da una serie di “incastri” lungo il mio percorso esistenziale che, alla fine, hanno portato le nostre riflessioni a trarre nuova linfa vitale anche dalla sensibilità professionale di Carlo Casoli, con il quale per anni mi sono confrontato nei corridoi del Palazzo di Giustizia (perché nel mio ufficio non lo facevo entrare) sulla reale funzione dei media.

E si capisce dunque che siamo oggi di fronte ad un “noi” molto numeroso, non più limitato a detenuti da una parte e ragazzi dall’altra[10].

In mezzo a questo “noi” ci sono (e ci sono sempre stato) anche io… io che pensavo di “essere dalla parte delle vittime” solo per il fatto di essere poi diventato, nel 2004, un Pubblico Ministero. Senza, in realtà, aver mai riflettuto seriamente[11] su quanto esse fossero un territorio da me completamente inesplorato. Fino a quando poi arrivò, anche per me, il primo processo per omicidio e quella lettera di una giovane donna (che, nello stesso tempo, aveva perso padre e fratello) che ancora conservo tra le cose più preziose….. stava ottenendo Giustizia, ma a lei questo interessava poco: lei invece voleva parlare con l’assassino.

Ecco dunque che nel ritornare alle radici di questo percorso, occasione per voltarmi a rivederlo limpidamente, riscopro il tesoro dei miei ultimi 15 anni passati insieme a questi miei tre preziosi compagni di viaggio…. perché – altro tema ricorrente del coach Aparo e che ho riscritto sul mio taccuino di strada anche il 7 settembre 2016 nel carcere di Opera seduto accanto a Marisa Fiorani[12] – “la riflessione è un lusso che non sempre l’essere umano si vuole concedere”.

Da buon macellaio che volevo essere, il primo che si è “fatto tagliare a pezzetti” da tutta questa storia sono stato io.

Perché, da un lato, il Gruppo della Trasgressione è stato una palestra vitale anche per il mio essere Pubblico Ministero, e di questo esercizio porto ancora con me il peso della maggior fatica nell’affrontare il mio ruolo istituzionale ogni giorno.

Perché, dall’altro, i Familiari delle vittime interrogano nel profondo la mia coscienza di uomo, nei momenti in cui tende ad essere assonnata e pigra. Le loro parole, vive perchè non vogliono arrendersi al lutto e al ritornello del “tanto nulla può cambiare”[13], mi riportano prepotentemente – come un pugno nello stomaco – al concetto di distacco, che illumina di luce nuova i loro volti ma che invece troppo spesso noi tendiamo a dimenticare, a partire da quello apparentemente più semplice: il distacco da sé stessi. Ossia comprendere che è possibile fare qualcosa di più per gli altri che ci stanno accanto, ogni giorno.

Ri-svegliarmi dunque e non rimanere invece quel giudice dormiente, ben raffigurato da Thomas Couture.

Ed essere così in grado di ri-comprendere, insieme al reo, anche la vittima. Perché non esiste solo un diritto riconosciuto dall’art. 27 della nostra Costituzione al reo, ma anche un preciso dovere verso le vittime: quello di mettere in campo forze positive in grado di “scongelare”[14] il dolore affinchè possa, per quanto possibile, ri-trasformarsi in qualcosa di vivo.

In tutto questo non posso però non ripensare, ancora una volta, alle tante cose che, per un lunghissimo attimo, hanno bussato alla mia pancia tutte insieme, inaspettate, durante il dialogo che è seguito a quella lettura dei nomi delle vittime di mafia ad Opera.

Al fatto che, come si è lasciato sfuggire un detenuto, “certo, non tutte le carceri sono come Opera…quello che riusciamo a fare qui difficilmente si può fare in altre realtà”. E al fatto che, come si è lasciato invece sfuggire un Familiare, “in carcere ho trovato una umanità che fuori spesso non riesco a trovare”. Affermazioni entrambe vere. Ma considerazioni, per me, terribilmente amare. Come cittadino, prima che come magistrato. Ma, a dire il vero, anche come magistrato: perché non capisco come sia possibile che la fecondità dell’idea del Gruppo della Trasgressione, e con essa le fatiche quotidiane e molto spesso neppure retribuite di Juri Aparo, non venga doverosamente considerata dalle Istituzioni come un Patrimonio dell’Umanità intera.

Ma ancora una volta la strada da percorrere me la indicano con forza proprio quei Familiari che – nonostante la ferita, che resta sempre aperta – fanno memoria[15] senza retorica[16], richiamando inesorabilmente tutti noi alla indicazione di Peppe Diana: “non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di avere paura, il coraggio di fare delle scelte”. E a quel concetto di rivoluzione dell’agire umano[17], nel senso che intendeva Gaber quando invece dissacrava quelle “tante cose belle” che abbiamo “nella testa ma non ancora nella pelle”.

E per questo che, seduto accanto a Marisa, quel giorno rileggevo ad alta voce: “Per farsi coraggio, allora bisogna restare in contatto con sè stessi, con la propria autenticità, e averne cura, per non rischiare di inaridirsi. È necessario, poi, coltivare la speranza e mantenere lo sguardo su un futuro desiderabile nel nome del quale agire e vivere, serve custodire e nutrire la passione per qualcosa, perché sarà il bacino a cui abbeverare il coraggio quando vorremo lottare proprio in nome di quella passione, circondandoci di coloro che condividono e sostengono questo stile di vita e questo modo di vedere il mondo. Per questo serve anche riconoscere dei modelli di coraggio positivi per noi, da imitare guardando i valori che esprimono, per poterli incarnare a nostra volta”[18].

Anche se il documentario volutamente non vuole prendere posizione sul tema dello strappo ma solo restituirne l’estrema complessità, tutto nella mia testa ora – finalmente – torna. Così i quaderni dei fratellini di Margherita Asta, che ancora oggi ci parlano di una “primavera” che “si avvicina”, di “mani… piccole” per lasciare un segno sulla “mia terra”, sono anche per me pungolo per un rinnovato impegno come magistrato e cittadino. Ora a Milano come allora a Novo Mesto, quando alla fine su quel taccuino ricopiavo – per tenerla bene a mente – questa strofa di De Gregori: “… e adesso per favore dimmi quando finirà la guerra. Sono stufo di stare nella mia trincea di lusso”[19].

 

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[1] contributo tratto dalla Guida alla visione del documentario Lo strappo. Quattro chiacchiere sul crimine

[2] Così efficacemente Carmelo I. definisce, nel documentario, il Gruppo della Trasgressione.

[3] Cfr. www.vocidalponte.it/2017/05/13/la-storia-siamo-noi.

[4] www.trasgressione.net/pages/trasgressione/int_teorici/Cajani.html (nov. 2004-feb. 2005).

[5] D. Scatolero, Atti delle giornate nazionali di studio e di riflessione sulla applicazione del nuovo codice di procedura penale, Milano, 23-24 ottobre 1991, p. 136; ID, La questione punitiva in “Punire Perché. L’esperienza punitiva in famiglia, a scuola, in istituto, in tribunale, in carcere: profili giuridici e psicologici” a cura di M. Cavallo, Franco Angeli Editore, 1993, p. 19.

[6] Cfr. Platone, “Teeteto” (in particolare: 149 a-151 d).

[7] Cfr. A. Aparo, Il giudice, un padre mutilato: (1998).

[8]www.ilworkshopsulcarcere.wordpress.com/2012/04/21/siamo-piu-probabilmente-vittime-che-probabilmente-criminali.

[9] www.vocidalponte.it/2017/03/31/fiori-per-un-fiore-2.

[10] www.ilworkshopsulcarcere.wordpress.com/2010/03/06/dialogo.

[11] Per questo motivo il mio personale ringraziamento va anche a Federica Cantaluppi e Luana De Stasio del Centro per la giustizia riparativa e la mediazione del Comune di Milano.

[12] Madre di Marcella Di Levrano (ritrovata uccisa, in un bosco tra Mesagne e Brindisi, il 5 aprile 1990 dopo che aveva deciso di raccontare alle Forze dell’Ordine quello che sapeva circa i traffici di sostanze stupefacenti gestiti dalla Sacra corona unita: cfr. www.vocidalponte.it/2017/04/21/a-mio-figlio), Marisa ha avuto il coraggio di incontrare ad Opera detenuti condannati per reati di criminalità organizzata e, tramite essi, sé stessa: cfr. P. Foschini, Marisa Fiorani al carcere di Opera: «Aiutiamoci parlando», Corriere della sera, 10.9.2016, p. 7.

[13] Così Stefania Grasso (figlia di Vincenzo Grasso, commerciante ucciso a Locri il 20 marzo 1989 dopo che anni prima aveva denunciato alle forze dell’ordine le richieste estorsive ricevute) ha salutato papa Francesco all’inizio della veglia del 21 marzo 2014 con i Familiari delle vittime di mafia: “Ci guardi, Santo Padre. Guardi ognuno di noi, legga nei nostri occhi il dolore della perdita di un padre, di una madre, di un figlio, di un fratello, di una sorella, di una moglie, di un marito. Guardi nel nostro volto i segni della loro assenza, ma anche del loro coraggio, del loro orgoglio, della nostra voglia di vivere. Guardi le nostre mani, il loro continuare a fare. Ci guardi, capaci di andare avanti per testimoniare il loro esempio. Ma soprattutto guardi e legga nel nostro cuore la speranza di coloro che sono certi che le cose possono cambiare.  Per questo continuano a combattere e noi guardiamo a lei, Santo Padre, per ringraziarla di essere qui adesso”.

[14] “Serve un lasciarsi andare vigile che ritroveremo confinato nel ghiaccio e il ghiaccio sarà pronto a liberarlo quando il sole avrà più forza e saremo pronti noi”: A. Ceolan, “Racconto di inverno”, Albert Ceolan edizioni, 2016, p. 15.

[15] “A molti di noi è mancato il riconoscimento sociale di quanto è accaduto alle nostre famiglie, come se fossimo figli di un’altra terra. L’indifferenza, soprattutto iniziale, delle nostre comunità ai tragici eventi accaduti alle nostre famiglie ci ha fatto sentire, spesso, soli nella nostra richiesta di giustizia. Da qui è nata l’esigenza di costruire un percorso che trasformi il ricordo individuale in memoria condivisa […] una memoria collettiva sulle vittime delle mafie”: così Daniela Marcone (figlia di Francesco Marcone, Direttore dell’Ufficio del registro ucciso a Foggia il 31 marzo 1995 dopo che alcuni giorni prima aveva presentato un esposto in Procura contro alcune truffe perpetrate da ignoti falsi mediatori che garantivano, dietro pagamento, il più rapido disbrigo di pratiche del suo stesso Ufficio) nella introduzione al libro Non a caso, Edizioni la meridiana, 2017.

[16] “Per­ché non basta ricor­dare. Le vit­time delle mafie non hanno vis­suto per essere ricor­date. Hanno vis­suto per la giu­sti­zia sociale, quindi per tutti noi. E abbiamo solo due modi cre­di­bili per ricor­darle: impe­gnarci a rea­liz­zare i loro ideali e non lasciare mai soli i loro familiari”: così Luigi Ciotti a Latina, il 21 marzo 2014.

[17] “Un’idea, un concetto, un’idea finché resta unidea è soltanto un’astrazione/ Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”: Un’idea, dall’album Dialogo tra un impegnato e un non so, 1972.

[18] L. Campanello, Diventare coraggiosi (senza essere eroi), Corriere della sera, 3 settembre 2016, p. 33.

[19] Ultimo discorso registrato, dall’album Buffalo Bill, 1976.

Lo strappo

Angelo Aparo intervistato da Sanja Lucic per Radio Popolare

Lo strappo; Istruire un prossimità; Io, tra vittime e carnefici

Istruire una prossimità

Qualche tempo fa il Gruppo della Trasgressione aveva preso parte nel carcere di Opera a un incontro sul rapporto fra vittime e autori di reato. Il confronto, cui avevano preso parte anche magistrati e giornalisti, era stato giudicato da tutti i presenti interessante, ma più di una persona aveva osservato con bonaria ironia che… “mancavano i carnefici”.

Non potevo non convenirne! Anche se erano loro stessi a dire che “… all’epoca dei reati, non avevamo lo spazio dentro per sentire la vittima”, i detenuti che avevano preso la parola sembravano ben altro da quello che avevano dichiarato di essere stati all’epoca dei loro crimini. Dicevano apertamente che “quando non si dà valore alla propria vita, non si può avere coscienza del dolore della vittima”, ma il loro modo di parlare sembrava guidato proprio dalla coscienza e dal gusto di viverla e di ricercarla.

D’altra parte, essi erano tutti parte di un gruppo di studio dove si cerca di comprendere: 1) come si diventa criminali; 2) il modo confuso con cui il principio della giustizia è presente anche nel predatore; 3) se e come si può rinunciare gradualmente all’eccitazione dell’abuso per il piacere della relazione; 4) quanto sia difficile stabilizzare l’equilibrio psico-sociale del neo-cittadino proveniente da un’adolescenza vissuta nella devianza.

Dopo avere ascoltato per anni i loro contributi, oggi credo che dietro ogni gesto criminale ci sia un genitore al quale il reo fantastica di restituire un tradimento subito. Ma la trama storica e psicologica che dà origine a queste fantasie e gli atti criminosi che ne discendono sono difficili da ricostruire; e così, spesso si trascura che rancore, reato e fantasie di rivalsa fanno parte di un impasto tumultuoso, spesso artificiosamente glaciale, nel quale l’abuso e la violenza hanno per chi li esercita il sapore del risarcimento.

Ma proviamo a entrare in questa oscura selva di fantasie negate! Da più di un detenuto era stato detto che nell’atto del reato “… la vittima non è una persona, ma soloun ostacolo da eliminare”, in altre parole, un oggetto col quale non si vive alcuna relazione affettiva. Pur se in presenza di diverse vittime di reato, parlando dei loro crimini, i detenuti avevano confidato che “… è brutto dirlo, ma io alla vittima non ci pensavo, non provavo nulla”.

A me pare però che le loro affermazioni corrispondano solo a un frammento di verità… e mi sembra, piuttosto, che fra chi commette il reato e chi lo subisce esista una relazione molto più intensa, pur se sotterranea, che somiglia a quella che il bullo ha con la sua vittima e, prima ancora, a quella che la bambina ha con la sua bambola quando la sgrida. Mi sembra, insomma, che la vittima sia per il reo un “oggetto” molto meno estraneo di quanto egli senta coscientemente e sia, come per il bullo, il supporto sul quale egli proietta in modo espulsivo la sua fragilità e il suo senso d’impotenza, cioè un fratello al quale far pagare il tradimento subito (o che fantastica di aver subito) dalle persone deputate a proteggerlo e gli stati d’animo che ne discendono: rancore, senso di emarginazione, difficoltà a muoversi nella legge del padre, implicita autorizzazione alla pirateria.

Ma recuperare la coscienza della parentela negata fra il reo e la vittima è per tutti un percorso in salita, che equivale a perdere i vantaggi dell’abuso, senza la certezza di guadagnare qualcosa in cambio! L’abuso, per il reo, corrisponde a una rivolta contro il tiranno, a un delirante flash di libertà, a un’affermazione della propria onnipotenza; per il comune cittadino, a un sistema per identificare i tratti del persecutore e tenerlo distante; per i giornalisti, a un banchetto cui invitare quante più persone possibile; per il tribunale, a una violazione di cui restituire il peso a chi l’ha commessa e i conteggi ai cittadini; per la vittima, a un trauma che toglie il fiato e placca il pensiero.

Insomma, interpretare l’abuso come l’indicatore di una parentela (e non solo di un conflitto fra estranei) è un’operazione difficile, costosa, temeraria. Eppure, dopo qualche tempo dallo shock, qualcuno si mette in cerca di questa parentela; e a farlo, è proprio la vittima o i suoi congiunti più cari… forse, semplicemente perché sono proprio loro ad avere il bisogno più sentito di “istruire una prossimità”.

Quando un bullo umilia un suo coetaneo estorcendogli un panino, lo sottomette per avere il panino o gli prende il panino per umiliarlo? E il suo bisogno di umiliare la vittima da cosa nasce?

La scena dell’abuso, nella gran parte dei casi, può essere riassunta come quella di una vittima costretta all’impotenza da chi, pilotato dall’odio verso chi lo ha reso a sua volta impotente, ha bisogno di espellere la propria vulnerabilità. Il bottino, che nell’opinione comune è la meta del reato (ma che non a caso viene consumato in un baleno), credo sia soprattutto un diversivo per coprire che l’obiettivo del reato è ottenere un’ennesima conferma (che però non basta mai!) d’essere così invincibili da non potere essere sottomessi, tanto duri da potere sfidare il fantasma di un genitore castrante e/o latitante, tanto indipendenti da potersi lasciare alle spalle la propria impotenza, delegandola, una volta per tutte, alla vittima. Qualcuno lo fa umiliandola, qualcuno offrendo un bicchiere d’acqua a chi sbianca per la paura nel corso di una rapina, ma è ancora un sintomo… e i sintomi, si sa, ritornano mille volte proprio perché non se ne riconosce il messaggio, costringendo il loro “esecutore” a girare dentro un loop da fare invidia a Sisifo.

Le persone detenute che avevano offerto le loro considerazioni nel corso dell’incontro, invece, sembravano motivate a interrogarsi sull’origine dei loro sintomi e sull’humus dei loro reati quanto gli altri protagonisti della ricerca, vittime e magistrati compresi. Fra di loro, uno confidava che un tempo pensava di essere diventato adulto il giorno in cui ha picchiato suo padre, e che in tempi più recenti si era invece reso conto che essere adulti è una meta verso la quale, nella più sorridente delle ipotesi, si procede intrecciando il piacere della libertà con il piacere della responsabilità verso l’altro.

Finalmente possiamo rallegrarci, almeno con alcuni, del fatto che le stesse persone che in passato sono state carnefici oggi ci aiutano a ricostruire il mosaico dell’identità deviante e a toccare con mano che, quando l’arbitrio e l’eccitazione diventano il principale strumento per zittire il proprio senso di marginalità, il reato può investire chiunque, come chiunque può essere investito da un autista ubriaco o da un burattino intontito dal delirio di un’indipendenza posticcia.

Ma se perdere un figlio per un incidente, per una disgrazia priva di intenzioni, causa dolore e sgomento, perderlo per volontà di una marionetta mossa dal delirio, comprensibilmente, genera un tormento che non si placa. Chi perde un congiunto rimane legato per tempi lunghissimi all’omicida. Quasi sempre, in un primo momento, la vittima sviluppa verso il colpevole odio e voglia di vendetta; poi, molte volte, passa al desiderio che il processo gli “restituisca” la giusta punizione; infine (ma qualche volta anche in tempi molto brevi), soprattutto per chi a causa del reato ha perso un congiunto, accade che il desiderio di giustizia si trasforma nel desiderio che il reo possa sviluppare la coscienza della perdita causata. Ricordo le parole straziate della moglie di una delle vittime della strage di Capaci al funerale: “Io li perdono, ma loro si devono inginocchiare… ma lo so, loro non si inginocchiano”. Perché questo bisogno così intenso che la persona che ci ha ferito abbia coscienza del nostro dolore? Perché questo bisogno di far pace con gli assassini del marito?

Probabilmente, anche dopo che il male ha ultimato il suo corso, nessuno quanto la vittima ha bisogno che nel carnefice nasca la coscienza dell’altro. Sembra paradossale, ma molto spesso chi ha subito una perdita così grave ha bisogno di pensare al congiunto che ha perso la vita insieme con la persona che gliel’ha tolta, qualche volta persino di sentirla parte della sua stessa cerchia affettiva. Chi patisce il dolore ha bisogno che dal dolore nasca qualcosa e di orientarlo in una direzione… e questa direzione non può essere quella dell’odio… perché nel tempo la vittima capisce che la prigione dell’odio consuma la sua stessa vita senza restituirle nulla. La vittima capisce, potremmo aggiungere, quello che il carnefice ha difficoltà a riconoscere e che tiene distante da sé grazie all’eccitazione compulsiva di droghe e abusi di potere.

Si intuisce che aiutare chi subisce un reato a emanciparsi dalla ragnatela che quasi sempre ne avviluppa i pensieri è doveroso e funzionale per la salute sociale almeno quanto favorire l’evoluzione del reo. Ma perché chi ha subito il male ha così tanto bisogno che chi lo aveva causato ne abbia coscienza? Spessissimo vediamo le vittime spendere a tale scopo incredibili quantità di energia. Ricordo che circa 20 anni fa Luciano Paolucci, padre del piccolo Lorenzo, ucciso da un pedofilo, venne una domenica da Foligno a San Vittore senza altro compenso che la possibilità di riflettere col Gruppo della Trasgressione sul perché del male subito da suo figlio.

Credo che la lacerazione dovuta a una grave perdita affettiva, giunta traumaticamente e senza una comprensibile ragione, per potere essere tollerata, debba diventare seme di una storia: il terremoto non ha volontà, traumatizza, ma non chiude i sopravvissuti nella prigione del rancore; quando la morte viene determinata intenzionalmente, invece, i parenti più stretti della vittima, per poterne sopportare la perdita, hanno bisogno che la volontà dell’omicida cambi direzione, che l’odio mortifero diventi coscienza della prossimità e origine di nuove relazioni. Ma perché questa “gravidanza” possa essere avviata, occorre la ricostruzione di una storia che, di fatto, non conosce nemmeno il carnefice, se non nei suoi risvolti più superficiali e comunque non nei nodi che sono all’origine delle sue scelte; occorre una storia che conduca chi ha commesso l’abuso alla libertà di entrare in relazione con l’altro.

Con questo non si vuol dire che il reato viene commesso in una condizione di “illibertà”; è assiomatico che chi commette un abuso ne è responsabile. Ma se per la società non è possibile fare a meno del presupposto della responsabilità e se per la Legge è ragionevole misurare soprattutto la responsabilità nel reato, per la psicologia è importante interrogarsi sui meccanismi in virtù dei quali la persona allarga o restringe ogni giorno i confini della propria libertà. Per chi indaga sui retroscena della scelta, l’area della responsabilità riguarda anche la cura o l’incuria con cui ci si occupa della propria libertà di scelta e degli stati d’animo che ne costituiscono il liquido amniotico. Al Gruppo della Trasgressione, dove l’esplorazione di questi territori è pratica quotidiana, recentemente uno dei componenti diceva che “recuperare la coscienza del proprio delirio e del male perpetrato corrisponde a restituire alle vittime il dolore e il rispetto che meritano e a noi stessi il risveglio dall’anestesia nella quale abbiamo vissuto”.

Ascoltando le parole dei magistrati, dei giornalisti, delle vittime e di chi a suo tempo è stato carnefice, si percepisce, chiaro, il desiderio di tutti di recuperare coscienze esiliate; da parte mia, credo che per farlo occorrano storie che permettano alla “banalità del male” di disvelare la sua intelaiatura nascosta e corrosiva.

Per riuscirci, però, non basta perdonarsi e abbracciarsi; è indispensabile, tra l’altro, che l’immagine cristallizzata dell’autorità che di solito ha il criminale (quella di un tiranno che esercita il potere esclusivamente a proprio beneficio) venga rielaborata e bonificata. Ma questo diventa del tutto impossibile senza programmi mirati e se non si tiene conto del fatto che personaggi pubblici e, a volte, perfino figure istituzionali si lasciano sovrapporre al prototipo di autorità che chi commette abusi ha interiorizzato già nei primi anni di vita. Affinché una punizione e la restrizione della libertà possano essere tollerate senza diventare per il ristretto un’ulteriore autorizzazione alla pirateria, occorre che il condannato possa imparare a nutrirsi della relazione con l’altro, e questo è possibile solo se il dolore della punizione e la fatica di recuperare la coscienza esiliata vengono condivisi dall’autorità stessa (particolarmente interessante sul tema la relazione della dott.ssa Cosima Buccoliero al Teatro Dal Verme lo scorso 15 ottobre).

Per fortuna, pur se il rinnovamento del clima istituzionale avviene con lentezza, questa è la direzione degli ultimi anni. Avviare studi e aprire spazi strutturati in cui ci si possa servire della motivazione che hanno in tal senso le vittime di reato non può che giovare alla causa. È vero che la vittima ha bisogno di recuperare la prossimità col suo carnefice per tornare a vivere libera dal rancore, ma questo, oltre a essere un valore morale, è in definitiva ciò di cui abbiamo bisogno noi tutti (l’amicizia fra Claudia e Irene)

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