Riflessioni sul male

Riflessioni sul male.

Per iniziare prenderei spunto dal confronto tra carcere e quarantena. Sono a contatto col carcere e con le persone che lo abitano da diversi anni e di restrizione ho sentito spesso parlare. Per la prima volta la restrizione la subisco personalmente e non a seguito di mie colpe. E non mi sta facendo bene. Non sta facendo emergere la mia parte migliore, anzi al contrario. Non sta sollecitando la mia responsabilità, anzi al contrario. La mancanza di libertà cerca dentro di me le tendenze e le attitudini meno nobili e le nutre, peggiorandole. Ne sono sempre stata convinta, ma questa è una ragione in più per sostenere che la reclusione non è, non deve essere l’unico strumento con cui lo Stato affronta il reato e non può essere strumento di rieducazione.

Le mie riflessioni sul male, però, necessitano di territori più dilatati dove esplicarsi. Penso che il male sia un elemento costitutivo dell’essere umano e del creato. Senza male il bene non avrebbe senso e non sarebbe né percepibile né concepibile. Come accade con la luce e con le ombre. Senza la luce non esisterebbero le ombre, ma senza le ombre la luce non basterebbe a fornire una percezione della realtà accettabile.

Così è per l’uomo: un impasto di bene e di male, un insieme di tendenze che volgono al bene e di altre che volgono al male, con il prevalere alternato, ma non simmetrico, di entrambe. Se la ragione, il cuore, lo spirito saranno nutriti di sentimenti, emozioni e pensieri positivi ed appaganti si potenzierà la spinta al bene, viceversa il prevalere di sentimenti, emozioni, pensieri negativi potenzierà la spinta al male.

Le esperienze che l’uomo vive, le azioni che compie, le scelte che effettua sono la conseguenza di un insieme di fattori diversi ma tutti molto importanti: il corpo in cui si ritrova, l’indole, il carattere, le attitudini, l’ambiente, le frequentazioni, l’educazione ricevuta o mancata, la guida amorevole che loda e censura, che suggerisce alternative possibili e che, comunque, ama.

Tutto ciò riguarda l’individuo, che interagisce con i suoi simili praticamente da subito. Ma l’interazione riguarda anche il creato, nelle sue manifestazioni storiche e naturali. Il male si manifesta storicamente: le guerre, le deportazioni, i genocidi, le discriminazioni, la mancanza di pari opportunità, la miseria materiale e morale sono spesso il portato non solo o non tanto di scelte e comportamenti individuali ma spesso di scelte ideologiche e politiche e di comportamenti privi di etica da parte di governi e istituzioni.

Il male si manifesta anche naturalmente: le alluvioni, i terremoti, le eruzioni, le carestie, la siccità, le malattie, le pestilenze, le pandemie sono il male. Oggi, più che mai, ne sono consapevole. Non c’è spiegazione per il manifestarsi del male che possa neutralizzare le conseguenze causate e che possa per certo evitarle per il futuro.

L’essere umano, dunque, convive con manifestazioni del male ad ogni livello e deve imparare a reagire. Non sempre la reazione sarà razionale, ragionevole, comprensibile, giusta. A volte sarà la peggiore, a volte la migliore, spesso l’unica possibile. Una cosa, secondo me, è certa: a seguito dell’interazione tra esseri umani, o dell’uomo con la storia, o dell’uomo con la natura una reazione ci sarà.

Io credo che perché tale reazione non sia irrimediabile, o lo sia il meno possibile, bisogna collaborare affinché nel mondo ci sia meno dolore.

E penso che non è necessario che il male si configuri come reato, può esserci male in uno sguardo, in uno sgarbo evitabile, in una gentilezza mancata, L’alone negativo che si espande a partire da gesti malevoli produce conseguenze potenzialmente nefaste anche se non immediatamente e chiaramente identificabili. Ma anche i gesti benevoli producono aloni in grado di espandersi e influenzare positivamente a loro volta. Concentriamoci su questo perché questo è alla nostra portata.

Io penso che l’uomo è cattivo perché infelice e non infelice perché cattivo.

Nuccia Pessina

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Commenti alla prima giornata

Commenti alla giornata del 27/04/2020

Quando penso alla pandemia, ai morti, alle famiglie distrutte, agli stipendi, ai bambini chiusi in casa, all’attesa di un vaccino e di cure efficaci, all’incertezza di quello che verrà, mi si spacca il cuore. L’incontro di ieri è stato una delle più belle risposte al virus: essere insieme, seppure in una stanza virtuale, oggi come allora, è stato davvero vitale e altamente contagioso!

Un’emozione dietro l’altra! Frammenti di storia, della nostra storia, dei singoli nel gruppo, di come si è evoluta la relazione e di come, a distanza di anni l’ho ritrovata un pomeriggio qualunque, inaspettatamente e profondamente, immutata.

Il prof che scrive “ciao” mentre alcuni interventi si allungano oltremisura, le persone che continuano a parlare e a me che viene da ridere perché non capiscono i messaggi di fumo! Sofia che interviene portandoci a spasso nel suo giardino e, a parte il mal di mare, mi fa sentire insieme sotto il ciliegio. Tiziana l’ho persa, ero al cambio urgente di pannolino! Delia mi fa impressione guardarla e pensarla avvocato. Marta è semplicemente Marta! E usa parole condivise che mi fanno sentire la stretta parentela. E poi c’è Bruno che mi chiama: mi sono avvicinata al cellulare, volevo entrarci dentro come nel dipinto di Marry Poppins! È stata una gioia travolgente. Avrei voluto parlare con lui, volevo scusarmi con gli altri per quella che poteva sembrare una interruzione, ma che invece era un’inevitabile momento di intimità. Mi sono trattenuta. Era tuo figlio? Ne ho due! Me li sono persi. Ho sentito tutto il dispiacere, il suo e anche il mio, e la forza del legame. Bruno è tra le persone che hanno continuato a vivere nei miei ricordi e nei miei affetti. Avrei voluto dirglielo, insieme ad altre mille cose, ma era il momento di spegnere il microfono. Mia figlia, che di anni ne ha due, ha cominciato a chiedere: Chi è quel signore? Chi è quel signore? Un mio amico! Si chiama Bruno. Si è arrampicata sulla sedia per vedere meglio e ha cominciato “Cao, cao, Cao… Perché non risponde più, Buno?”. Non sono riuscita a seguire tutto l’intervento, il modo di parlare di Bruno però mi ha riportata in biblioteca a Opera, là dove l’ho conosciuto e dove facevamo i primi incontri. Con mia figlia che ha continuato a parlare ho sentito la frase: il male è finalizzato al male. Aspetta, mi manca il contesto, ma no, il male non è mica finalizzato al bene??!?!! Al mio bene, all’illusione di stare in piedi, di avere il potere sulla realtà che mi sfugge di mano, questo è il male, un piccolo momento di libertà dall’impotenza. Sono le sei. Mamma, quando giochiamo? Chiede Luca. E ha ragione. Dopo i compiti, dopo la merenda, è finalmente il momento dello svago e delle corse sul balcone! Mica del Gruppo della Trasgressione!!!!

Insomma, è stato intenso! Per me è difficile seguire per due ore, dietro allo schermo sono con due bambini che interagiscono con me. Ma erano anni che non venivo al gruppo e mi è proprio sembrato di esserci. Ho più volte sfogliato le pagine di Zoom in silenzio per vedere le persone vecchie e quelle nuove. Ho osservato Marta, Delia, Tiziana, Manuela, Adriano, Bruno ma anche Eleonora, Elisabetta e i volti di cui ora non ricordo il nome, ma solo le espressioni. Nonostante la mia fatica, mi piacerebbe che questi incontri virtuali, ma reali, continuassero anche dopo la pandemia.

Vi auguro buona giornata con “il compito più bello dell’universo” che la maestra di matematica di mio figlio ha assegnato alla classe come missione speciale per questa settimana: osservare i piccoli falchi pellegrini nati sul tetto del Pirellone! Sono bellissimi e un giorno impareranno a volare!

Ciao a tutti,
Livia Nascimben

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Commenti alla prima giornata

Commenti alla giornata del 27/04/2020

Se dovessi sintetizzare questa esperienza direi che si tratta di un ciclo di incontri che prevedono di collegarsi ad un link tramite la piattaforma zoom, si può fare anche da cellulare. Oggi eravamo 41 persone.

Il Gruppo della Trasgressione include studenti di psicologia, filosofia e giurisprudenza, avvocati, magistrati, professori delle scuole medie e superiori, detenuti e vittime di reati.

Il tema di questo ciclo di incontri è “La banalità e complessità del male“. Oggi abbiamo iniziato dal significato della parola “banalità” partendo dallo spunto di una collega giornalista, laureata in filosofia, che ha citato il libro di Hannah Arendt sul processo ad Eichmann, per spiegare come la maggior parte delle volte il male si distribuisce su piccoli gesti apparentemente “banali” che non ci danno la sensazione di star facendo qualche cosa di male e che non ci fanno sentire proprietari di un’identità “deviante”, anche quando stiamo pericolosamente precipitando senza rendercene conto in quella direzione lì.

Il concetto di “complessità” ci invita invece a riflettere su come il male finisca con il tempo con il rispondere ad una funzione, ovvero quella di darci un’identità, tendenzialmente negativa, ma pur sempre un’identità riconoscibile e facilmente indossabile, che è molto meglio rispetto a non avere alcuna identità e molto più facile rispetto ad un’identità che ci chiede di crescere attraverso il lavoro e la fatica quotidiana.

Da qui diverse persone hanno fatto un collegamento al bullismo, perché chi più di un dodicenne che commette un reato è alla ricerca di un’identità?
E poi anche perché l’obiettivo è di portare gli scritti finali nelle scuole che nel tempo hanno creato un’alleanza con il Gruppo, per costruire interventi di crescita personale e di educazione alla legalità.

Collegandosi al bullismo si è parlato quindi di giovani che, più o meno consapevolmente, compiono dei reati. Spesso all’inizio di questo percorso verso il mondo dei reati succede che i ragazzi si giustifichino affermando “ero lì per caso” e i genitori a loro volta confermano questa versione “mio figlio si trovava lì per caso, non è cattivo, è un bravo ragazzo che ha trovato gli amici sbagliati”. Ed è vero, non sono ragazzi “cattivi”. Ma oggi abbiamo iniziato a riflettere su come il “caso” diventi spesso una scorciatoia che ci libera dalla responsabilità di dover fare bene.

Aggiungo che questo apre la strada a numerosissime domande, perché quasi sempre chi ci chiede di “fare bene” è un’Autorità (interna o esterna) con cui inevitabilmente sentiamo di avere un conflitto aperto.

Così gli amici sbagliati rispondono ad una domanda ben precisa, che è la domanda di chi non si sente riconosciuto e sta cercando di crescere sostituendo inconsapevolmente il diventare grande con il sentirsi “grande”.
Ma il fare senza l’essere è un castello di carte senza fondamenta.

Personalmente questo tema mi interessa particolarmente essendo stata coinvolta nel mio lavoro in ospedale in un progetto dal titolo “minori autori di reato“.

Quindi possiamo dire che vengono trattati temi difficili nel corso di questi incontri, ma l’esperienza di GRUPPO crea una sintonizzazione tra le persone e una sorta di stomaco condiviso che permette a tutti di “digerire” temi complessi, che ci chiedono lo sforzo di ascoltare con attenzione per contribuire anche noi all’incontro, per dare un senso alle nostre esperienze e ai nostri vissuti, che sono sempre al centro della discussione del gruppo.

L’incontro anche nella sua forma on-line costituisce qualcosa di creativo e galvanizzante che con il tempo incide sulle nostre vite dandoci la sensazione di aver utilizzato queste ore per fare qualche cosa di utile, perché “dare” significa mettersi in gioco attivando tutta una serie di funzioni di holding che inevitabilmente ci spingono ad assumere la responsabilità dell’altro e quindi a crescere come persone.

Nel carcere di Opera una volta un detenuto ha scritto una poesia: “Timbro il tempo per esserci, sapendo che ogni secondo sprecato è una parte di me che muore“. Abbiamo tutti bisogno di timbrare il nostro tempo per sentire di esserci.

Mi piacerebbe coinvolgere in questo percorso i genitori dei ragazzi che hanno commesso un reato perché penso che potrebbero arrivare a dare ai ragazzi delle scuole un importante contributo, rendendosi contemporaneamente conto che possono fare qualcosa anche per aiutare i loro figli a crescere. E forse alla fine di questo percorso potremmo cambiare il nome del progetto da “minori autori di reato” a “minori autori del proprio destino”.

Tiziana Pozzetti

Commenti alla prima giornata

Commenti alla giornata del 27/04/2020

Conosco il gruppo della Trasgressione da quando è nato, anzi da prima, dal giorno in cui è stato concepito direi, un tempo in cui si potevano fare le gite a Bologna (…e si potevano mangiare anche le fragole!), ma non avevo mai partecipato, se non ad alcuni dei convegni aperti al pubblico.

Il Corona Virus e la mia conseguente disoccupazione mi hanno regalato il tempo di farlo, voi mi avete concesso il piacere di esserci. Grazie è la prima cosa che vorrei dirvi.

La seconda è che ho apprezzato l’attenzione e l’impegno di tutti i partecipanti per più di 2 ore, anche quelli che non abbiamo parlato ma che eravamo presenti “per davvero” (il virgolettato è una citazione della Livia dei vecchi tempi); sarà che nel mio lavoro di moderatrice di focus group con “gente comune” sono abituata a faticare per ottenerli, ma constatare come nel giro di pochi minuti si instauri un clima idoneo nel vs gruppo mi ha fatto sentire in una gran bella compagnia 😊.  Lo strumento web che avete testato funziona alla grande secondo me (e, tra l’altro, apre a nuovi utenti che non possono venire in carcere, per non dire che ho potuto fumare una sigaretta senza danneggiare gli altri!).

Credo inoltre che, nonostante la precisa introduzione di Sofia sul concetto “Banalità del Male” della Arendt, ci siano stati dei fraintendimenti sul tema/titolo del dibattito, il che è più che comprensibile dal mio punto di vista poiché si tratta di un pensiero difficile e palesemente ostico: accostare le parole BANALITÀ e MALE è già di per sé disturbante, suscita reazioni emotive forti da cui viene spontaneo prendere le distanze prima ancora di cercare di capire… è un pensiero difficile da pensare e questo forse dobbiamo dircelo!

Con questa premessa di difficoltà in mente (che Eleonora ha esplicitato nel suo intervento -che tra l’altro mi è piaciuto molto anche per le altre cose che ha detto, in particolare quando ha parlato del “Male come ricerca di libertà di non scegliere”, un’intuizione che da sola ripaga dell’intera partecipazione all’evento per quanto mi riguarda!), possiamo forse provare ad addomesticare un po’ il concetto di Banalità del Male utilizzando un sinonimo di banalità, e cioè MEDIOCRITÀ.   Per la verità, ho trovato la spiegazione di Juri su cosa si intende per “banalità” molto chiara ed esaustiva (ordinario come opposto a straordinario, scontato come opposto a eccezionale, parcellizzazione delle responsabilità -che non vuol dire che non ci siano responsabilità o che il fenomeno diventi meno grave!), ma forse ricordare che “banale” vuole anche dire MEDIOCRE ci aiuta ad accettare/avvicinarci al concetto di “banalità del male” che si vuole lavorare anche nei futuri incontri.

E aggiungo che il titolo del vs webinar è “banalità E complessità del male”, E congiunzione che collega le due parole, non O congiunzione disgiuntiva che introduce un’alternativa tra i due concetti, tipo che uno esclude l’altro… almeno a me sembra così. Quindi potremmo rinunciare allo sforzo di decidere se il Male sia banale ocomplesso per provare piuttosto ad accettare che possa essere entrambe le cose e indagare se nella ns esperienza ci sono tracce di tutto questo. Personalmente, ho senz’altro esperienza di vivere in una “realtà conflittuale e multifattoriale” (cito l’intervento di Juri questa volta), ma non ho la più pallida idea di come (e se) io agisco il Male con la M maiuscola, e non certo perché io sia buona, non saprei cosa dire nemmeno su come (e se) io agisco il Bene! Chissà, forse non ne ho sufficiente esperienza diretta e anche per questo sono molto interessata alle testimonianze di chi sente di aver toccato “il Male” in passato, prima di essere rinchiuso in carcere. E qui mi interrogo solo sul Male (e non sul Bene) perché questo è il titolo degli incontri e non mi piace andare fuori tema. Sono pedante, lo so! Magari della Banalità e Complessità del Bene ne parliamo in un altro convegno, ma in questo a me piacerebbe ci focalizzassimo tutti sul tema che avete deciso.

Ho notato che le “vecchie guardie” del gruppo (Delia, Marta, Sofia, Roberto, etc.), diventate ormai illustri avvocate, psicologhe, prof di filosofia, spacciatori di Frutta&Cultura, etc., sono bravissime/i a stare sul pezzo, cogliere gli input di Juri e provare a rispondere alle sue domande da 100milioni di dollari come le chiamo io (“Esiste una funzione del male per la persona che la compie?” alla faccia! Perché non chiederci direttamente Chi siamo, Da dove veniamo e soprattutto dove andiamo?!)

Sarò felice di conoscere meglio anche le “nuove guardie” del gruppo dal fronte studenti, dal fronte detenuti, dal fronte cittadini liberi.
“Liberi” si fa per dire.

E chissà se proprio il concetto di libertà di ognuno di noi -lo spazio che ci concediamo per recepire gli stimoli che provengono dal ns mondo interno e dall’ambiente esterno- centri qualcosa con la banalità/mediocrità con cui organizziamo le nostre risposte a questi stessi stimoli…

Mi sembra che, molto spesso, noi banalmente REAGIAMO agli stimoli anziché RISPONDERE agli stimoli; per poter rispondere occorre prima accoglierli, accettarli, lavorarli, pensarli, insomma fare tutta quella faticaccia da uomini! Gli animali sono avvantaggiati. In questo periodo sto diventando quasi amica di un merlo che ha fatto il nido sul ns terrazzo (ne ho parlato con cari amici come Adriano e Vittorina, e anche l’Adriano nostro della coop a cui ho mandato anche le foto!) …beh, più lo osservo mangiare le briciole che gli lascio ogni pomeriggio e più lo invidio, anzi invidio soprattutto i suoi piccoli per i quali ha costruito un nido duro e protettivo all’esterno e morbido all’interno. Impulsi regressivi a manetta in questo periodo di quarantena. Voglia di volare in questo periodo di quarantena. Ma a noi tocca crescere, @azz@!  D’altro canto, o cresciamo o siamo infelici, quindi siano benedetti i pensieri difficili e le domande ostiche dei filosofi!

Concludo dicendo che mi spiace che Roberto fosse visibilmente arrabbiato alla fine del gruppo, non so con chi ce l’avesse (forse qualcuno lo ha criticato in separata sede per il suo primo intervento? Ma se era così sul pezzo! Soprattutto quando ha parlato della mediocrità e della eccellenza degli uomini, io seguivo bene il suo discorso… boh!), ma credo e spero che gli sia già passata oggi. Credo anche che nel vs gruppo sia lecito esprimere le proprie emozioni, anzi addirittura incoraggiato come stile, ma mi sembra comunque utile rifarsi al principio del rispetto reciproco e, ancora una volta, all’aspirazione a rispondere anziché reagire agli stimoli. Per essere più esplicita, caro Roberto, non mi piace che qualcuno usi un momento comune per inviare messaggi in codice a qualcuno, ma forse non ho capito niente… e non sarebbe la prima volta! 😊

Fine del mio commento non richiesto al primo webinar gratuito del Gruppo della Trasgressione.

Saluti e baci a tutti,
Manuela Re

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#MilanoAiuta e la Squadra Anti-Degrado

SQUADRA ANTI-DEGRADO PER EMERGENZA COVID-19

Grazie al Fondo #MilanoAiuta, Con l’intento di alleviare le difficoltà di famiglie e di anziani nei comuni di Rozzano e Peschiera Borromeo, la bancarella itinerante di Frutta & Cultura, distribuirà frutta e verdura a domicilio.

L’Associazione Trasgressione.net mette in campo la Squadra anti-degrado, una squadra composta da studenti, vittime di reato ma principalmente da detenuti ed ex-detenuti che dopo essere cresciuti nel degrado e averlo alimentato, oggi lo combattono collaborando con le istituzioni.

L’idea nasce dalla convinzione che studiare, progettare e lavorare con chi ha commesso reati possa contribuire all’equilibrio sociale e a proteggere la salute e il bene pubblico più di una pena da scontare in carcere fino all’ultimo giorno.

In questo momento storico caratterizzato dall’emergenza Covid-19, l’iniziativa della Squadra anti-degrado vuole dare una risposta concreta alle necessità di approvvigionamento della cittadinanza grazie agli operatori della bancarella itinerante di Frutta & Cultura, che si adoperano per fornire a domicilio frutta, verdura e tutti i generi alimentari che la stessa bancarella commercia nella sua attività generale.

L’intervento è volto a sostenere gli anziani e le famiglie che vivono in condizioni svantaggiate nei comuni di Peschiera Borromeo e Rozzano. In linea con le norme di sicurezza e di igiene imposte dal Consiglio dei Ministri per l’emergenza Covid-19, il progetto intende contribuire al senso di reciproca solidarietà fra tutti i componenti della comunità in un frangente che richiede a tutti noi responsabilità civica nella tutela di sé e degli altri.

L’iniziativa, che parte a maggio 2020 a Peschiera Borromeo e a Rozzano e che andrà avanti per i prossimi quattro mesi, è stata realizzata grazie al sostegno del fondo #MilanoAiuta che ha istituito la Fondazione di Comunità Milano – Città, Sud Ovest, Sud Est, Martesana onlus.

La Fondazione si propone come piattaforma di partecipazione basata sull’ascolto e di prossimità ai bisogni del territorio. Promuove e supporta progetti di utilità sociale per rispondere, in modo innovativo, alle priorità espresse dalla collettività in ambito sociale, culturale e ambientale.

La Fondazione di Comunità Milano catalizza risorse ed energie, promuove la cultura della solidarietà e del dono per una concreta filantropia di comunità che, oltre a rispondere all’emergenza sociale, possa agire per il bene collettivo e contribuire a migliorare la società nel suo insieme.

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La peste di Camus

Cosa ci insegna “La Peste” di Albert Camus

Ciao Gruppo, questo non è un film, è un video (breve, 10 minuti) che parla di un libro che parla di una forma di Male che viene letto nella sua complessità e nella sua banalità. Ci sono degli evidenti riferimenti al Coronavirus ma c’è anche un interessante paragone con Sisifo. Insomma lo anticipo qui per chi volesse vederlo, poi magari ne riparleremo in video chat lunedì prossimo.

Sofia Lorefice

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Jojo Rabbit

Lo sguardo di un bambino di fronte alla tragedia del Nazismo.

Di fronte al disconoscimento programmatico dell’altro, privo della presenza del padre e col bisogno di appoggiarsi a qualcosa che gli dia il senso della solidità, Joio cerca nell’ideologia nazista una traccia per non perdersi .

Si fa aiutare da un amico immaginario, un Hitler in versione buffa che dovrebbe aiutarlo a orientarsi in una realtà troppo difficile da comprendere e troppo in contrasto con i sentimenti che egli vive.

E la storia va avanti… fin quando qualcuno gli suscita dentro sentimenti così forti da non essere compatibili con l’oscurantismo che il Nazismo richiede.

Angelo Aparo

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Cineforum sul Male

È partito, lunedì 27 aprile 2020, un appuntamento settimanale su “La banalità e la complessità del male”, un’iniziativa che, con meeting on line aperti al pubblico, riprende quella di cui parlavamo in carcere prima del flagello del Covid 19 e per la quale erano previsti diversi appuntamenti.

Con i gruppi on line non avremo bisogno di sale cinematografiche in carcere; ognuno potrà vedere i film concordati con mezzi propri e poi, il giorno della video-chat, parlarne insieme.

Partiremo con un paio di titoli utili a stimolare
un cineforum sulle componenti che caratterizzano il male, 
sui fattori soggettivi e ambientali che lo alimentano e su come il male, una volta avviato,  possa insidiarsi nella nostra sonnolenta quotidianità
.

L’obiettivo, come nella tradizione del Gruppo della Trasgressione, è far discutere insieme (stavolta senza confini geografici) detenuti ed ex detenuti, studenti tirocinanti, professionisti della materia (magistrati, sociologi, psicologi, ecc.),  allievi di scuole medie inferiori e superiori.

Un intrattenimento che speriamo possa diventare, se le istituzioni ci daranno una mano, uno strumento utile per:

  • allenare l’attenzione verso la propria e l’altrui fragilità;
  • la formazione di studenti universitari;
  • la prevenzione nelle scuole del “Virus delle gioie corte“.

Per essere aggiornati sugli sviluppi dell’iniziativa, per comunicare con le persone che vi partecipano, per inviare i propri commenti sui film di cui si parla o per proporne di nuovi, scrivere a associazione@trasgressione.net. La vostra mail, dietro vostra esplicita richiesta, verrà aggiunta alla mailing-list già operativa.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 11 maggio alle ore 17:00. Ecco il link per collegarsi alla chat (96925931092) e alla nostra pagina Facebook.

Con lo stesso strumento, terremo periodicamente dei meeting on line, aperti a studenti delle scuole medie primarie e secondarie su “Lo Strappo, quattro chiacchiere sul crimine“. Prenderanno parte agli incontri gli autori del documento e ospiti chiamati per l’occasione.

Angelo Aparo

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Quarantene e detenzioni

Giusy Seminara

In questi giorni tutti nel mondo vivono i disagi relativi alla quarantena a seguito del Corona Virus. Alcuni la paragonano a una reclusione. Il Gruppo della Trasgressione, che comprende comuni cittadini, studenti, detenuti ed ex detenuti, ha deciso di interrogarsi su questo accostamento e abbiamo avviato un gruppo on line sull’argomento.

La quarantena è a tratti logorante, perché è stata messa in pausa la nostra libertà. Siamo però consapevoli che la restrizione non è uguale per tutti. Chi ha un giardino può comunque godere del verde e del tepore del sole; chi ha un terrazzo può respirare l’aria pulita della città senza traffico; chi ama la musica può farsi accompagnare dai suoi brani preferiti; chi ha dei bambini può dedicare più tempo ai giochi insieme mentre vede crescerli sorprendentemente; chi ama leggere può finalmente aprire tutti i libri accantonati dal “poi lo leggo”.

Siamo però consapevoli che alcune quarantene somigliano più di altre ad una reclusione, ad esempio quando non hai alcuna possibilità di controllare o anche solo di sapere quello che accade dentro l’ospedale dove sono ricoverati i nostri cari.

C’è chi la quarantena la vive da solo, soffrendo della mancanza di spazi e contatti sociali. Ancor peggio è vivere da soli se si sta male, se si hanno avuti i sintomi di questo virus invisibile che si presenta bravaccio sotto i nostri occhi. E c’è chi, oltre ad essere da solo e ammalato, è lontano dalle persone care che stanno percorrendo il buio sentiero degli ospedali, delle terapie intensive, degli ausili per poter respirare. Infine, c’è chi la quarantena la vive in mezzo la strada, vittima non solo della povertà ma anche del sistema che continua a denunciare chi un tetto non ce l’ha. C’è chi subisce la violenza, fisica, verbale, psicologica e con quella violenza deve conviverci.

Se allunghiamo lo sguardo un po’ oltre, ci accorgiamo anche che la reclusione c’è chi la vive ogni giorno, frustrato da un continuo senso di impotenza, decisamente diverso da quello che stiamo provando da liberi cittadini tra le mura accoglienti di casa.

Chi non è detenuto ha una percezione diretta del pericolo, delle informazioni per difendersene. In carcere questo è più difficile. Rispettare le precauzioni, mantenere il distanziamento sociale, rispondere alle indicazioni igieniche previste, è cosa ben più complicata se gli spazi sono ristretti, le celle sovraffollate e se le indicazioni vengono da un’autorità con la quale si ha un rapporto negativo.

Qual è la differenza fra essere chiusi a chiave e chiudersi in casa?

Abbiamo deciso di occuparci di queste domande nel tentativo di far diventare l’esperienza dei detenuti e delle persone libere che prendono parte al Gruppo della Trasgressione uno stimolo utile per chiedersi cosa è la libertà, quali atteggiamenti è possibile averse verso i limiti,  ecc.

Corona virus in carcere e fuori

In relazione al Corona Virus e alle conseguenze che comporterebbe la sua diffusione all’interno delle carceri, si sta tentando con diversi provvedimenti di ridurre la presenza di detenuti all’interno degli istituti penitenziari. Chiedo pertanto soprattutto a chi è stato o è ancora detenuto (ma la domanda vale anche per gli altri componenti del Gruppo della Trasgressione e per chi avesse piacere di offrire un proprio contributo dall’esterno) di segnalare cosa a vostro avviso sarà importante per le persone che potranno uscire o sono già uscite dal carcere con i provvedimenti che vengono presi in questo periodo.

Angelo Aparo


Io sono uscito il 18 marzo, lasciando una situazione veramente pesante all’interno del carcere, ma i miei compagni, e soprattutto quelli del gruppo, con la consapevolezza acquisita negli anni, sono riusciti a dialogare con la direzione, cercando di trovare soluzioni con senso di responsabilità per la criticità del momento. Ora sono fuori ma penso sempre alla situazione all’interno, e grazie al percorso fatto in questi anni sto affrontando questa situazione in modo sereno, consapevole di tutta la sofferenza vissuta dalla collettività.

Marcello Portaro


Essendo stato in carcere fino a due anni fa, so bene quanto l’attesa di riconquistare la libertà sia la priorità assoluta di qualsiasi detenuto. Paradossalmente, in questo momento drammatico che ci vede sotto la minaccia del subdolo virus, i detenuti o parte di essi hanno la possibilità di recuperare la… libertà. Certamente ogni uomo provvisto di un minimo di dignità, avrebbe sperato di riacquistarla in altro modo, ma il dramma di molti diventa un occasione per pochi. Forse sarebbe il caso di ringraziare il fato, il destino, Dio o chi si vuole e ricambiare questo inaspettato, ahimè, beneficio.

Insomma c’è un modo per ricambiare la società e chi la rappresenta unitamente alla dimostrazione di meritarsi questa liberazione, e consiste nel chiedere anzi PRETENDERE di poter da subito rendersi disponibile presso le istituzioni come la Protezione Civile, i Comuni etc., per dimostrare che nell’anima dei giusti e di chi si ritiene di “cambiato” nulla accade a caso e che stavolta chi ha molto sofferto come i detenuti, saprà aiutare i cittadini come meglio potrà. Questo non sarà un piacere, ma un dovere.

Maurizio Piseddu


Personalmente ritengo sia importante, innanzitutto, di prendere consapevolezza diretta del momento storico che stiamo attraversando. Sento esprimere questo mio pensiero a chi verrà messo in condizioni di libertà, perché dentro le mura la percezione delle cose è molto distante dalla realtà sociale. Direi quindi di affidarsi ad amici e parenti e prendere atto della realtà con impegno e responsabilità.

Aggiungo, per chi si sente di contribuire alla rinascita, di rispettare le regole vigenti e per intima convinzione e perché l’irresponsabilità porta conseguenze negative sa tutta la comunità.

In sostanza, si esce da una sorta d’autismo confezionato dalla detenzione e si viene immersi in una situazione di disagio collettivo dove tutti, ma proprio tutti, dobbiamo dare prova di unità sociale, culturale e umana.

Per il resto, ogni testa fa un tribunale della propria coscienza. Ma sono contento che tanti avranno l’occasione per dimostrare a se stessi e alla comunità le abilità acquisite.

Roberto Cannavò


Tengo a precisare che fino a un mese fa ero detenuto nel carcere di Opera nel reparto “Semiliberi”. A causa dell’emergenza sanitaria, Don Antonio Loi, ex cappellano del carcere di Opera, mi ospita in casa sua.

Fin da subito ho avvertito un forte senso di responsabilità e di preoccupazione. Non nascondo che ho avuto momenti di paura, quella paura costruttiva che mi ha permesso, e mi permette, di essere riflessivo ed equilibrato nel prendere decisioni per me e per il bene comune.

La situazione dentro non è facile, anzi è molto critica. Molte volte la mente del detenuto è chiusa in un labirinto (egoismo) e questo non gli permette di capire che molte volte le cose vengono fatte per proteggere lui stesso e il bene della collettività.

Detto questo, cosa dire ai miei compagni detenuti? Da circa un mese sto vivendo una situazione inaspettata.

Per esempio, quando vado all’ortomercato, dove acquisto la frutta e la verdura per i nostri clienti, oltre ad indossare ogni tipo di protezione, sto anche molto attento a come mi muovo. Questa cosa mi porta anche un po’ di angoscia, visto che oltre ad avere la responsabilità verso me stesso, ce l’ho anche verso Don Antonio (il quale mi ospita in casa propria) e verso la collettività.

Sicuramente, a differenza di chi metterà fuori il piede per la prima volta, sono stato avvantaggiato nel mio essere semi-libero. Questo mi ha aiutato molto e mi sono trovato da subito responsabile nell’emergenza attuale. Ma nessuno può estraniarsi dalle proprie responsabilità, anzi, per ognuno di noi sarà l’occasione per mostrare la propria lealtà e vicinanza a tutte le persone che ci accolgono e che per noi si sono prese grandi responsabilità: la Magistratura di Sorveglianza, le direzioni delle carceri e i tanti volontari del terzo settore.

A noi spetta di restituire con la stessa grandezza cioè utilizzando, nel mio caso, il gruppo della trasgressione, per aiutare chi ne ha bisogno. Mi riferisco a tutte quelle persone anziane che non possono uscire di casa. Ma anche a tutte quelle persone che per ovvi motivi sono chiusi in casa. Portando loro, con l’ausilio della protezione civile, le nostre esperienze oltre che i beni di prima necessità.

Adriano Sannino

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