La cura della verità

“Digging in the dirt
Stay with me, I need support
I’m digging in the dirt
To find the places I got hurt
To open up the places I got hurt”

[Peter Gabriel, Digging in the dirt, 1992]

 

Non avrei mai pensato di poter comprendere così tante cose, dentro e fuori di me, in soli 18 giorni.  Eppure questo ennesimo passaggio dall’inverno alla primavera è stato molto più generoso di quello di tre anni fa dentro il sottosuolo del carcere di San Vittore.

[continua qui: la cura della verità *]

Cimabue, San Francesco [particolare]

* siccome  non riesco a non dilungarmi su ogni mia singola emozione, ho chiesto alla AI di fare un riassunto breve di queste 9 [nove] paginette, perché non sembrino a prima vista troppo indigeste.

Una riflessione – con gli occhi di uno spettatore privilegiato – sul percorso personale e collettivo di chi ha vissuto la perdita violenta di una persona cara a causa della criminalità mafiosa o della lotta armata. Attraverso incontri, testimonianze e momenti di memoria, emerge la necessità di una giustizia che non sia solo formalmente orientata alla ricerca della verità processuale ma anche riparativa e capace di offrire cura ai Familiari delle vittime. Il racconto sottolinea il valore della parola, del dialogo e della condivisione del dolore proponendo una visione in cui la memoria, la verità e la speranza si intrecciano per restituire dignità e significato non solo alle “vite spezzate” ma anche a quelle “interrotte”, invitando il lettore a non restare indifferente ma ad impegnarsi attivamente anche per la cura dei Familiari delle vittime delle criminalità mafiosa.

La vita accade

La vita accade.

Accade che Marisa Fiorani raccontasse, nel 2024, in una scuola di Legnano: “Marcella aveva 16 anni ed era al secondo anno di istituto magistrale quando – a causa dell’uso di sostanze – non fu più accolta in quella scuola di Brindisi”.

Accade che in quella scuola di Legnano il seme di quel racconto facesse nascere, nel 2025, un presidio scolastico di Libera, significativamente rappresentato da una frase sulla lavagna: “Marcella è stata cacciata dalla scuola ma noi la faremo rientrare”.

Accade che quel presidio, fattosi dopo 14 mesi germoglio, oggi accompagni Marisa fino a Brindisi proprio dentro quella scuola.

Abbiamo sostenuto, per Marcella, azioni di verità e giustizia verso lo Stato ma non ci stanchiamo di sostenere Marisa anche in azioni di cura di sé e di riparazione dello strappo che l’omicidio di sua figlia ha creato nel tessuto sociale.

Perché anche il racconto della vittima può allargarsi sull’altra parte, dal momento che anche il reo – e non solo lo Stato – sa molto della vittima. E a quella scuola di Brindisi oggi, con uguale forza e determinazione, può ben essere restituita la parola affinché non rimanga più reclusa e silente dietro la lavagna di una storia interrotta.

Francesco Cajani – www.lostrappo.net

Marisa mostra una foto di Marcella scattata durante una gita in terza media /Marisa con Juri Aparo e il Gruppo della Trasgressione al carcere di Opera, 25.3.2026

 

 

A cosa serve il carcere?

Nel dibattito per cui ci si chiede a cosa serve Il carcere, se non sia più dannoso che utile o quali siano le condizioni per cui possa essere più utile che dannoso, una delle prime risposte possibili è che, al momento, la restrizione in carcere è la sola risposta che la nostra società riesca a dare al cittadino che abbia fatto un uso improprio della propria libertà.

Tattavia, noi sappiamo anche che l’arresto, il processo, la condanna e la reclusione dovrebbero avere (questo suggerisce la Costituzione!) una sinergia mirata a orientare il detenuto verso condotte e sentimenti compatibili con il bene collettivo, così che libertà, coscienza di sé e responsabilità possano costituire un’utile bussola per vivere insieme.

Ma quali sono gli strumenti di cui l’officina ha bisogno per riparare o, addirittura, per costruire la bussola che ci interessa?  Isolare il detenuto dalle influenze esterne che avevano causato lo smarrimento della direzione può bastare? Limitare i contatti del ristretto con il mondo esterno è sufficiente per rendergli riconoscibile (non solo in senso cognitivo, ma anche sul piano affettivo) cosa occorre per muoversi in sintonia con la collettività?

Per pensarla in questo modo si dovrebbe potere essere certi che dentro ognuno di noi esista, chiara e riconoscibile, la mappa per muoverci in buona sintonia con gli altri e che nella mente del soggetto non possano prodursi accumuli di sporcizia tali da alterarne stabilmente la lettura. Ma è così?

A me pare che il modello di carcere attuale confidi troppo (e, mi sembra, in modo auto-deresponsabilizzante) sull’idea che il ristretto possa portare a compimento da solo la riparazione della bussola e la gestazione del cittadino di cui la collettività attende la nascita.

È difficile per il detenuto imparare la lingua della collettività deducendone la grammatica dalla semplice constatazione che la lingua che egli parlava all’epoca dei reati non fosse quella adatta per vivere insieme. La lingua, come tutti sanno, la si impara molto meglio vivendo nel posto dove la si parla.

Sperare che l’isolamento possa portare alla nascita dell’uomo nuovo è del tutto a-scientifico, ma è anche anti-economico, a maggior ragione se si considera che l’isolamento porta il detenuto a chiudersi nel suo guscio, nel suo lessico e nei suoi schemi di pensiero e che questi schemi si trasferiranno sui suoi figli tanto più massicciamente quanto più egli si sentirà braccato e, di conseguenza, autorizzato a far quadrato su se stesso.

Isolare il reo dal contatto col mondo esterno, se tutto va bene, permette di tenere la società al riparo dall’inquinamento che egli può portare oggi ma, alla distanza, espone la collettività che vogliamo proteggere al rinnovato rancore che l’isolamento avrà prodotto sul ristretto e sui suoi figli.

Juri Aparo

Reparto La CHIAMATADelitto e Castigo
Percorsi della Devianza e Trame di Libertà

La cucitura paradossale

Caro amico, sarebbe bello giocare, litigare come due bambini curiosi, sull’esistenza di Dio per giungere comunque alla conclusione operativa e riconoscibile che l’uomo ha dentro di sé una “Nostalgia dell’Infinito” e una “Chiamata” a cucire le molteplici forme del “Finito”, cioè a riconoscere che nelle differenze con le quali il “Finito” o il “Creato” ci appaiono c’è il seme dell’Infinito e una fremente e insopprimibile consegna a lavorare verso l’obiettivo asintotico della cucitura paradossale tra Finito e Infinito”.

L’uomo cede mille volte all’illusione di poter percorrere la strada verso l’infinito attraverso il potere, ma col potere disconosce l’altro e collassa in un delirio dove le differenze vengono annullate senza essere riconosciute; San Francesco, per quello che ne so io, riconosce le differenze e in ciascuna di esse ritrova un fratello e se stesso… e fa strada verso la cucitura paradossale alla quale ciascun uomo è chiamato a contribuire.

Juri Aparo

Delitto e Castigo Reparto LA CHIAMATA
Percorsi della devianza e Trame di Libertà

La mia devianza

Oggi, 4 febbraio 2026, il Dottor Aparo si chiedeva con noi al tavolo perché si arrivi a delinquere. Io questo problema me lo sono posto spesso, e non ho saputo dare una spiegazione. Perché non provengo da una famiglia di delinquenti anzi provengo da una famiglia numerosa di 10 figli con genitori umili, che ci hanno cresciuto con onestà e tanta difficoltà. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di bestiame e ricordo che ho iniziato a 7 anni a lavorare nell’azienda agricola.

Ho iniziato come per gioco a mungere le capre e poi a dare le prime poppate di latte ai caprettini che nascevano. Cosi pian piano imparavo tutti i lavori e a scoprire il mondo della natura.

A scuola andavo svogliato, o meglio, fino alla terza elementare andava tutto bene. Poi, a causa di alcune assenze, fui bocciato e dovetti ripetere l’anno. Essendo più grande dei miei compagni di classe di un anno, si può dire che facevo il bullo insieme ad altri due miei compagni. Arrivo alla quinta elementare e poi lascio la scuola per lavorare, ma presto ricomincio a annoiarmi e a cercare nuove esperienze. Così, all’età di 15 anni, mi trasferisco a Ischia dai miei parenti, che avevano un ristorante-pizzeria, e rimango lì per un annetto. Poi sento la mancanza della famiglia, l’odore della natura e della campagna, e torno da mio padre in azienda. Nel periodo estivo, invece, lavoravo nei villaggi turistici come pizzaiolo.

All’età di diciotto anni mi trasferisco in Emilia-Romagna, a Parma, e vivo con mia sorella. Lavoravo in fabbrica con suo cognato e, il weekend, lavoravo in una pizzeria. Perciò non mi mancava nulla: stavo bene.

Economicamente guadagnavo intorno a 4.500 euro al mese, ma ahimé conoscevo ragazzi che mi proposero di fare una rapina in un autogrill: dovevo guidare la macchina e io accettai. Non so neanche il perché, e da lì feci una serie di rapine, fino a quando non venimmo arrestati.

Perciò non mi rendevo conto del danno che creavo, né del rischio di essere ucciso o di poter uccidere qualcuno. Me ne sono reso conto solo il giorno del mio arresto. Mi trovavo in ospedale a Glastalla (RE) nel reparto di maternità, perché ero appena diventato papà, il 18/12/1995. Lì, mentre avevo il bambino in braccio, si presentarono due ufficiali, che scoprii dopo chi fossero. Mi dissero: “Signor Prestio, lasci il bambino che dobbiamo parlarle” e mi condussero in questura.

Lì vidi tutti gli altri complici e compresi che la mia vita, la mia libertà e la gioia di essere padre erano terminate in angoscia, tristezza e panico. Cominciai a riflettere su tutti le mie malefatte. Ho capito cosa vuol dire far del male quando provai anch’io il dolore, e mi voltai a guardare mia moglie, decidendo che non avrei mai più voluto quella vita.

Così scontai tutta la mia pena in carcere, ai domiciliari e in affidamento fino all’ultimo giorno, dal 1995 al 2000. Durante quel periodo ho completato anche la riabilitazione, tornando pulito e dedicandomi solo al lavoro. Ho portato avanti due attività con mia moglie, con onestà e sacrifici.

Ma accadde, quindici anni dopo, come per coincidenza: il 4 febbraio 2011 vengo arrestato per concorso in omicidio e detenzione di armi. Mi crolla il mondo addosso: altra distruzione di lavoro, famiglia e stabilità.

Questo calvario mi ha segnato per tutta la vita, con la sensazione di un ergastolo, di fine pena mai. Ora vorrei capire io stesso il perché della devianza. Perché, se non mi mancava nulla, mi sono scassato e ho fatto certe scelte?

Il motivo delle rapine del passato e il motivo per cui sono condannato: tutto nasce da una discussione nella mia azienda, e in quell’occasione ci è scappato il morto. Io, in quella circostanza, ho seppellito il corpo.

Su richiesta del boss Antonio Belnome, mi sono trovato dentro un fatto che poi lui ha perso di controllo e mi ha trascinato nella mischia. Ora qui è stata una disgrazia: se denunciavo, morivo, e se parlavo, mettevo a rischio la mia famiglia e la mia stessa vita. Ma col tempo ho trovato una certa pace e ho chiesto un incontro con la Procura di Milano per chiarire tutto ciò che ho vissuto.

Ora, analizzando il percorso della devianza, dalle due esperienze, non saprei spiegare perché si arrivi a sbagliare. Pur crescendo in una famiglia onesta, si può arrivare a fare il delinquente.

Per quanto riguarda la mia idea di libertà, io mi sento libero da quando ho accettato Dio, chiedendo perdono innanzitutto per i miei peccati. Mi sono liberato di questo peso che mi stava distruggendo, chiarendo tutto con la Procura di Milano. Mi sono rialzato grazie a tutti i percorsi che ho fatto in carcere: frequentando la scuola, i corsi offerti, il teatro e il corso sulla trasgressione. È un percorso importante per tutti noi. Ci ha aiutato ad aprirci e a sentirci come una famiglia, senza pregiudizi. Sono convinto che questo problema non ce l’abbia solo io, ma un po’ tutti, chi più, chi meno. Vorrei essere utile al corso e creare qualcosa di serio e lavorativo, che un domani possa essere utile anche ad altri.

Grazie a tutti e soprattutto a te, Federica, che sarai una futura criminologa. Vorrei condividere con te e fare un’analisi insieme al dottor Aparo e a tutto il gruppo. Grazie.

Prestia Leonardo, per gli amici Dino

Percorsi della devianza

Le interviste con Delitto e Castigo

Le interviste a Giornale Radio, settimana dopo settimana, si stanno trasformando, da interviste ai componenti del gruppo della trasgressione e alle persone che hanno diretti contatti col gruppo, in una piattaforma per riflettere su come nasce la devianza: quali sono i sentimenti, i pensieri, le ideologie che sono alla base dello stile di vita deviante e quali possano essere i modi più utili di prevenirla nell’adolescenza e contrastarla durante e dopo l’esecuzione della pena.

Alla trasmissione “Delitto e Castigo” si succedono dunque detenuti, operatori, familiari di vittime della criminalità, ma anche giornalisti e insegnanti, comuni cittadini e professionisti di vari ambiti per tentare di capire cosa ci si aspetta dalle istituzioni preposte a occuparsene. Le interviste, di solito individuali, stanno diventando via via conversazioni polifoniche, anche per mettere a frutto le varietà di opinioni che, comprensibilmente, si hanno in materia.

Lo scritto di Antonio Tango rientra in un’iniziativa partita circa 20 anni fa, il cui titolo, “Giornale del falso” voleva anche essere un modo provocatorio per discutere sui diversi modi di interpretare il ruolo del giornalista. A volte, infatti, sembra che il giornalista abbia quasi l’acqualina in bocca mentre riferisce di morti e feriti in un incidente.

Comunque, al di là di come possa essere interpretato il ruolo di chi racconta al lettore cosa accade nel mondo, la notizia di cui al link non ha nulla di vero, perché presentata su un giornalino beffardo che punta a stupire e conquistare l’attenzione del lettore esclusivamente con notizie false, integralmente campate per aria, senza dunque alcuno spargimento di sangue, senza sesso, senza soldi, senza tragedie; solo ironia su desiderabili ma improbabilissimi eventi paradossali: Il governo emana l’indulto, ma i detenuti si rifiutano di uscire

Juri Aparo

Il Giornale del falsoDelitto e Castigo

Tessere e identità

Alessandro Crisafulli oggi ha postato sulla chat del gruppo della trasgressione una canzone, con l’invito ad ascoltarla e a coglierne l’intensità. Qualche minuto dopo, lo stesso Alessandro ha segnalato che la canzone era un prodotto dell’intelligenza artificiale.

A me la canzone artificiale e la commozione artificiale (le lacrime posticce dei giudici e del pubblico) hanno suggerito una riflessione che è in continuità con quello che da tempo cerco di problematizzare: il concetto di volontà e di scelta (micro e macro-scelte).

Credo che la nostra volontà e le nostre scelte siano il risultato di una grande quantità di informazioni, di tessere che includono stimoli, immagini e colori emotivi, come sulle carte da gioco, dove osserviamo numeri e colori.

Troverei interessante (pur se un po’ da Frankenstein) un gioco: istruire due reti di computer e le rispettive AI con miliardi di informazioni:

  • da una parte, informazioni e colori emotivi che celebrano la bellezza del bene, dell’amore (nasce un bambino accompagnato da sorrisi; due persone si stringono la mano per un trattato di pace e la gente è felice, un cane si tuffa in acqua per salvare un uomo caduto nel fiume, ecc.);
  • dall’altra, informazioni che celebrano il potere dei soldi, il piacere e l’eccitazione dell’abuso, del trionfo, dell’indipendenza assoluta, l’ebrezza del pericolo, del rischio, ecc.).

Una volta inserite queste informazioni, il gioco consiste nel chiedere alle due Intelligenze Artificiali di costruire una canzone coinvolgente, di produrre un testo su come organizzare la politica di una città del futuro, di comporre i simboli per la bandiera di uno stato in via di formazione dopo la catastrofe nucleare.

Ipotizzo che i due testi parlerebbero di città molto diverse:

  • una città, caratterizzata da centri sociali e asili nido nei quali i bambini vengono incoraggiati a darsi la mano e gli adulti a intenerirsi tutte le volte che un bambino sorride mentre ne aiuta un altro ad alzarsi;
  • l’altra, immagino, avrebbe asili e scuole che suggeriscono che è importante vincere, ottenere la paura e gli inchini di tutti quelli che stanno sotto di noi nella gerarchia (insomma, Sisifo che finalmente riesce a fare inginocchiare Asopo).

Ma a me sembra che questo è esattamente quello che accade a noi uomini senza bisogno di ricorrere all’intelligenza artificiale. In altri termini, credo che la nostra volontà e le nostre scelte, già oggi, siano frutto di una composizione che, pur non essendo voluta in modo organico da qualcuno in particolare, è però il risultato delle informazioni digitali ed emotive che danno luogo all’humus nel quale siamo cresciuti e che ha contribuito a formare la nostra identità (da cui le nostre scelte e quella che noi chiamiamo “volontà”).

Concluso il pensiero, ho quasi la sensazione di aver detto qualcosa di peccaminoso, di inaccettabile, nonostante sia proprio ciò che penso. E mi rimane:

  • da un lato, un turbamento, “l’Unheimlich” freudiano, che è la conseguenza della difficoltà di distinguere il vero dal falso, il reale dall’immaginario, il vivo dal morto, un essere umano da un androide;
  • dall’altro, la voglia di costruire un ambiente dove aumentino le probabilità che ci si possa sentire rappresentati da una stretta di mano più che da una genuflessione.

Ma in fondo, se anche ciò che sentiamo, pensiamo e vogliamo dovesse somigliare più al risultato dell’intelligenza artificiale che a quello di una volontà che ognuno di noi ha scelto per sé, nulla ci impedisce di tentare di costruire realtà e città che somiglino sempre di più a quelle che ci sembra di avere scelto, che ci sembrano più utili e che non ci costringano a guardarci le spalle da chi è stato informato e formato dall’altra Intelligenza Artificiale.

Alla fine, forse, conviene solo disseminare il terreno di tessere che aumentino le probabilità che ciascuno di noi possa aver voglia di stringersi la mano con il vicino. Ora che ci penso, questo è anche quello che viene suggerito di fare in chiesa col “segno della pace”, ma forse lì, le tessere sono vissute da molti solo come carte da gioco sul tavolo e non come tessere della nostra identità.

Juri  Aparo

Delitto e CastigoIl mito di Sisifo

Conosco due giornalisti

Uno, continuamente in cerca di notizie capaci di “eccitare” il lettore attraverso la sottolineatura di tutto ciò che possa traumatizzarlo e/o metterlo nella condizione di dire a se stesso: “per fortuna non è successo a me”; un altro, intento a dare spazio all’impegno di chi lavora per ridurre la probabilità che accadano gli eventi traumatici di cui il primo racconta.

Uno, in cerca di disastri, conflitti, ferite da evidenziare in modo da sollecitare quel senso di curiosità, di turbamento, di raccapriccio, comunque di eccitazione, che ognuno di noi prova di fronte a una ferita aperta; l’altro, in cerca di notizie capaci di suscitare l’emozione che ciascuno di noi vive quando vede due uomini passare dalla separazione all’incontro, dalla impossibilità di comunicare alla realizzazione di una lingua, un gesto, un collegamento che permetta lo scambio di informazioni e, in generale, il riconoscimento del simile nel diverso.

Un giornalista organizza il proprio racconto invitando il suo lettore a cogliere la distanza tra sé e gli autori dei misfatti di cui all’articolo; l’altro cerca di coinvolgere il lettore, rendendolo partecipe della costruzione che riduce la distanza e che, anzi, evidenzia i punti di contatto tra chi legge e i protagonisti del racconto.

Un giornalista parla della distanza tra la vittima e il carnefice; l’altro del contributo che vittima e carnefice possono darsi l’un l’altro per riconoscere l’origine comune e per aiutarsi vicendevolmente ad emanciparsi ciascuno dal proprio dolore e dal proprio rancore.


La Tempesta, Il Giorgione

Un giornalista parla del fatto che, giunto al limite del precipizio, qualcuno cade e si sfracella, l’altro parla del ponte che unisce i lembi opposti del precipizio e che permette a chi sta al limite dell’uno di non cadere e, anzi, di incontrare e di riconoscersi con chi sta all’altro estremo.

Prossimamente a Delitto e Castigo parleranno insieme di “Emancipazione reciproca” Paolo Setti Carraro e Alessandro Crisafulli; qualche settimana fa lo avevano fatto Marisa Fiorani e Antonio Tango.

Juri Aparo

Delitto e CastigoIl giornale del falso
Strumenti che allargano gli orizzonti

 

Marisa e Antonio a Delitto e Castigo

Marisa e Antonio poco prima dell’intervista

Marisa: Per vincere il male, per vincere l’insensibilità di quelle persone che hanno commesso reati anche gravissimi, la soluzione non è quella di isolarli all’interno di un penitenziario, non è quella di punirli. È importante sforzarsi di capire da dove arriva la loro sofferenza. Il dialogo permette di avvicinare il bene e il male, gli opposti che nel loro intrecciarsi generano vita, amore, consapevolezza, coscienza e dunque la possibilità di trasformarsi. 

Marcella, figlia di Marisa, scrive alla figlia prima di venire uccisa:
Ti insegnerò a non essere nemica dell’uomo in quanto maschio e che in ogni uomo troverai un’altra te

Antonio: Conoscere Marisa mi ha fatto rinascere, sentirle raccontare il suo dolore ha riacceso il mio e ha fatto raffiorare dentro di me un sentimento che avevo sepolto, il senso di colpa.

Antonio: La fragilità oggi per me è la vera forza dell’uomo, prima era solo segno di debolezza.

Si sta per iniziare

Juri:

  • Molte delle persone che commettono reati, per far quadrare i propri conti, sostengono che chi si accontenta di un modesto stipendio a fine mese è una persona che non ha il coraggio di rischiare le conseguenze cui va incontro chi commette una rapina.
  • Le prime volte che siedono al tavolo del gruppo, molti detenuti raccontano a se stessi che il rischio che si corre nella pratica del reato è il prezzo che autorizza a intascare il bottino.
  • Il reato non è soltanto un appropriarsi del bene dell’altro, è anche un affidare all’altro la fragilità che non si è in grado di sostenere.
  • Il rancore è la corteccia che ci si costruisce addosso per annettersi i diritti che la persona si sente negati dal mondo esterno.
  • Lavorare sul guscio del senso di onnipotenza permette a chi ci si rifugia dentro di riappropriarsi della propria fragilità e di riaprirsi alla vita.

Dopo al bar: Marisa Fiorani, Piero Invidia, Antonio Tango, Max RIgano, Juri Aparo

Nel corso della puntata:

  • L’incontro tra vittime e detenuti aumenta consapevolezza e responsabilità più della sola repressione.
  • Il dialogo rimuove  le maschere, riordina l’identità emotiva di chi siede allo stesso tavolo e trasforma gradualmente lo “straniero” in “prossimo”.
  • Lavorare sul rancore scioglie il guscio protettivo che impedisce il riconoscimento dell’altro.
  • La giustizia riparativa emerge quando l’autore evolve verso cittadinanza che non produce più dolore.
  • Il benessere cresce quando le persone sono riconosciute, amate e dotate di una funzione utile alla comunità.
  • Liberarsi da vendetta e pregiudizio riapre la possibilità di ricostruire legami e vedere nell’altro un “altro sé”.
  • Forse un giorno il “Gruppo della Trasgressione” verrà riconosciuto come modello utile per il recupero del condannato nelle procedure del DAP.

L’intervista di Marisa e AntonioDelitto e Castigo: Tutte le Interviste

A mà, esco, torno dopo… 

 

A mà, esco, torno dopoDelitto e CastigoPercorsi della Devianza